Codesta opinione deriva in parte dall'abitudine che hanno gli uomini di udire e d'invocare fin da principio il nome di Dio. Ora, le abitudini, e specialmente quelle della prima infanzia, acquistano forza di natura; dal che deriva che le convinzioni acquisite fin dalla fanciullezza si ritengono con tale fermezza come se fossero per natura e per sé note. E in parte l'opinione suddetta deriva dal non distinguere il per sé noto in senso assoluto, dal per sé noto rispetto a noi. Infatti in senso assoluto l'esistenza di Dio è per sé nota, poiché l'essenza di Dio coincide con la sua esistenza. Ma proprio perché noi non possiamo concepire intellettualmente l'essenza di Dio, ciò rimane ignoto rispetto a noi. Che il tutto, p. es. sia maggiore della sua parte è per sé noto in senso assoluto; ma per uno che non avesse il concetto del tutto, tale principio rimarrebbe ignoto. Avviene così che il nostro intelletto rispetto ai princìpi più noti delle cose. si trovi nella condizione del pipistrello rispetto al sole, come si esprime Aristotele (Metaphys, II, let, C. I, n. 2).
1. E neppure segue necessariamente che appena compreso il significato del termine Dio, subito si abbia l'idea dell'esistenza di Dio: perché tra quegli stessi che ne ammettono l'esistenza non tutti capiscono che Dio è la cosa di cui non se ne può pensare una maggiore: infatti molti nell'antichità pensarono che Dio fosse il mondo visibile attuale. E del resto tale concetto non risulta da nessuna delle etimologie del termine Dio, riferite dal Damasceno [De Fide Orth., I, c. 9].
Dato, inoltre, che tutti col termine Dio intendessero la cosa di cui non è possibile pensarne una più grande, non segue necessariamente che una tal cosa esista nella realtà. La realtà infatti che deriva come logica conseguenza non può esser superiore al valore del termine. Ora, per il fatto che una cosa del genere si concepisce mentalmente nel proferire il termine Dio, non segue che Dio esista, se non come dato intellettivo. Perciò l'essere di cui non se ne può pensare uno maggiore non può non avere l'esistenza: però nell'intelletto. Ma da ciò non segue che codesto essere esista nella realtà. E quindi non sono per questo in contraddizione quelli che negano l'esistenza di Dio: poiché la contraddizione è solo in chi, dopo aver concesso l'esistenza reale di una cosa di cui non se ne può pensare una maggiore, intendesse poi di negarla.
2. E neppure segue, come pretendeva il secondo argomento che, ammettendo la possibilità di pensare Dio come non esistente, si possa pensare qualche cosa come superiore a Dio. Infatti la possibilità di pensarlo come non esistente non deriva dall'imperfezione, o dalla mancata certezza della sua esistenza, che in sé è evidentissima; bensì dalla debolezza del nostro intelletto, che è incapace di conoscere Dio in se stesso, ma deve farlo attraverso i suoi effetti, e giungere così a conoscerne l'esistenza mediante il ragionamento.
3. Ciò risolve anche la terza argomentazione. Poiché com'è per sé noto che il tutto è maggiore della sua parte, così a chi contempla l'essenza divina è notissimo che Dio esiste, per il fatto che in lui l'essenza s'identifica con l'esistenza. Ma non avendo noi la possibilità di vederne l'essenza, è chiaro che arriviamo a conoscerne l'esistenza non in lui stesso, bensì mediante i suoi effetti.
4. È evidente la soluzione anche della quarta argomentazione. L'uomo infatti conosce Dio per natura, come per natura lo desidera. Ebbene, egli lo desidera per natura in quanto per natura desidera la beatitudine, che è una certa somiglianza della bontà di Dio. Perciò non segue necessariamente che all'uomo sia noto per natura Dio stesso in sé considerato, ma solo in sua somiglianza. Ecco perché è necessario che l'uomo arrivi alla conoscenza di Dio mediante le somiglianze che di lui scorge nei suoi effetti, servendosi del raziocinio.
5. È facile poi risolvere il quarto argomento. Dio infatti è il principio per cui si conoscono tutte le cose, non nel senso che le altre cose non si conoscano se non dopo aver conosciuto lui, come avviene per i primi princìpi di ragione; ma perché dal suo influsso viene causata in noi ogni conoscenza.
SAN TOMMASO D’AQUINO

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