Dice Gesù:
«Mettiamo una pausa nel commento di Isaia. Sei tanto stanca, amica mia, e tanto sofferente che hai bisogno di un conforto e non di sovrappeso. Le mie parole, d’altronde, non sono dissonanti al soggetto che trattiamo. Ma anzi sono come un “a solo” nell’epopea profetica che annuncia la mia venuta, la mia missione, la mia gloria…
Nulla impediva a Dio di far nascere il suo Figlio nella città di Gerusalemme. Capitale della Palestina, centro della fede e del potere, a mente umana potrebbe parere che fosse la città più adatta alla nascita del Re dei Giudei. Ma le viste di Dio differiscono da quelle degli uomini.
Gerusalemme non era più santa. Portava quel nome, ma la corruzione era in tutti i suoi strati: dal Tempio alla Reggia, dalle milizie ai cittadini. Gerusalemme aveva già tutto di quanto aveva voluto e come per il ricco Epulone è il caso di dare ad essa la risposta di Abramo: “Ricordati che tu avesti tutti i beni”.
Tutti meno l’unico necessario perché da essa respinto: “il bene del possesso di Dio”.
Superbia, arroganza, avarizia, durezza, umana scienza, ricchezza, lusso e lussuria. Tutto era in essa. E il suo ventre si satollava di questi cibi umani lasciando morire di fame il povero Lazzaro del suo spirito, il quale, pieno di piaghe, bramava sfamarsi con il cibo di Dio, ma non trovava che le pietre pesanti delle pratiche farisaiche in luogo del miele di Dio.
Dio si ritira da dove è tutto ciò che non è Lui e dove nessuno cerca mettere in quel “tutto” Lui, per fare del tutto base al trono del Signore, al quale tutte le cose della Terra vanno sottoposte.
Voi, invece, fate delle cose della Terra il culmine del vostro pensiero sovrapponendole a Dio. Attenti che non vi avvenga ciò che è avvenuto a Gerusalemme. Già vi sta accadendo poiché Dio, non più cercato da voi, si ritira lasciandovi nel vostro “tutto” labile e malvagio, lasciandovi a contare le vostre ricchezze maledette, false, demoniache. Una sola è la moneta che ha valore in un tesoro. Una sola. E voi non la possedete.
Il dono che avrebbe fatto grande in eterno Gerusalemme le fu dunque levato. Non la nascita e non la morte del Cristo avrebbero rinserrato le sue mura, ma solo il delitto della condanna del Cristo, contro la quale anche le pietre si ribellarono scoscendendosi alla mia morte e crollando ubbidienti al volere di Dio, quando Gerusalemme fu rasa da coloro al cui inutilmente troppo ossequiato potere avevano dato, come agnello da sgozzare, Gesù di Nazareth.
Questo avviene, figli, quando non si rispetta la misura. Nasce il delitto e nasce la conseguente rovina.
L’errore che nega Dio sostituendo ad Esso gli dèi delle passioni umane, fa sì che Dio vi abbandoni e vi levi la benedizione del permanere fra voi. L’idolatria verso gli uomini fa sì che gli idolatrati sino a divenire assassini per loro, si mutino in esecutori di punizione, poiché sui servi, sugli schiavi, è lecito agitare la sferza e far cadere la frusta. È lecito là dove non è viva la Legge di Cristo. E idolatri e idolatrati quella Legge l’hanno rinnegata. Perciò agli asserviti dànno il pane della loro galera: distruzione e catene.
Quando, come frutto maturo prossimo a cadere dal ramo, il Figlio dell’Uomo fu prossimo a venire Luce nel mondo, la Volontà di Colui, rispetto al quale i più potenti imperatori sono simili a festuca di paglia su una via maestra, predispose il Cesare a promulgare l’Editto.
Non la Città santa di nome ma decaduta per suo volere malvagio dalla sua santità, ma la città-origine in cui ancora aleggiava la fede di Davide mio servo, era quella che nel suo perimetro doveva accogliere il prodigio dell’amore.
A Nazareth, la spregiata dai Giudei, di Me si incinse la Benedetta. A Betlemme la decaduta, secondo la supposizione superba dei Giudei, doveva Maria posare il suo bacio di Vergine sul Figlio di Dio e suo, apparso con fulgore di stella nella grotta da secoli ordinata a riceverlo.
È agli umili che va Dio. Questo vi spieghi perché gli eletti ad essere annunziatori d’una grazia, conoscitori di una apparizione, portatori di una volontà divina, diffusori della Parola, sono generalmente dei poveri, agli occhi del mondo, sui quali Dio si posa col suo Spirito per aprire loro occhi e orecchi al super-senso, che vede oltre i confini dell’umano nelle plaghe di Dio.
Quando Io voglio e, per quanto voglio, posso. Posso atterrare un gigante dell’ateismo o del razionalismo con un sol tocco del mio volere, perché sono della stirpe di Davide atterratore di Golia, e sono soprattutto il Potere, la Forza, il Volere perfetto. Posso con una carezza posata su chi, amoroso, mi tende lo spirito, aprire, con un solo sfiorare del pollice, i sensi spirituali alla vista e all’udito delle cose soprannaturali e farlo capace di “conoscere Dio” così come una sposa conosce lo sposo.»
DA: I QUADERNI DEL 1943

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