Romanzo storico su San Tommaso d’Aquino
In quel momento fra Vincenzo, solo nel giardino che in piena fioritura lodava Iddio con vesti multicolori tali da far impallidire la magnificenza di re Salomone, stava leggendo il breviario; erano le prime ore del pomeriggio ed egli si sentiva quindi ancora fresco e non distratto.
La prima cosa a dargli nell'occhio fu l'ombra che, sul muro davanti a lui, non era, come avrebbe dovuto essere, una superficie piana e allungata, e presentava invece qualcosa come una protuberanza che turbava la regolarità. Fra Vincenzo, il quale vi aveva gettato uno sguardo di sopra il breviario, ne fu disturbato. A guardar meglio, quell'escrescenza aveva una forma quasi assurda, era come una testa di montone con tanto di corna e d'orecchie, e persino con la barba: diciamo dunque un caprone.
Ma da quando in qua i caproni possono arrampicarsi su un muro verticale alto più di nove piedi?
Fra Vincenzo sapeva benissimo che a rigore avrebbe dovuto concentrarsi nella lettura del breviario. Negli abissi del cervello gli parve infatti di sentire come uno squillo d'allarme: tienti al libro e non curarti dell'ombra o del caprone! Obbedì e lesse la riga seguente. Poi la tentazione di dare ancora una sbirciata a quell'ombra, una sola, fu più forte di lui.
L'ombra sembrava davvero una testa di capra... o qualche cosa di simile. E... si moveva.
Il frate provò una scossa. L'ombra era viva, sul muro, si moveva... ma non era un caprone. Che cos'era mai?
Aveva il muso allungato, malinconico, stretto e giallastro.
Le orecchie erano aguzze, e fra esse sorgevano due corna brevi e diritte che terminavano in un ingrossamento simile a un bottone. Aveva gli occhi semichiusi sotto palpebre stanche e superbe. Ma il peggio era che cresceva e cresceva. Già la testa sporgeva due palmi oltre il muro, anzi, a dir meglio, soltanto il collo si allungava, un collo giallo senza fine, con strani segni bruni.
Fra Vincenzo stava a guardare allibito. Col terrore paralizzante di chi sogna, vedeva quel brutto collo crescere e crescere oltre ogni misura possibile per uomini e bestie. Vedeva una maligna testa di capra sul corpo di un enorme serpente che si rizzava salendo sempre più in alto. A un tratto sull'orlo del muro apparvero due mani nere, e un istante dopo un ornino tutto nero col turbante bianco, il vestito bianco e i denti bianchissimi scoperti in un ghigno. Indicando quella forma orrenda il cui collo continuava ad allungarsi, l'ornino esclamò con voce stridula:
«Sciraff! Sciraff!».
La figura enigmatica, invece, non mandò alcuna voce. Traendo un respiro lungo e profondo il frate riprese il dominio del proprio cervello.
«Apage» esclamò. «Apage, Satana!» E fece il segno della croce, che non produsse alcuna impressione né sull'apparizione né sull'omino nero, ma aiutò il frate a riacquistare per intero le sue facoltà fisiche. Egli spiccò un salto, si volse, e con tutta la rapidità che gli consentivano le gambe settantenni fuggì verso l'ingresso del monastero.
«Reverendissimo abate... reverendissimo abate...» Francesco Tecchini, abate di Santa Giustina, stava appunto esaminando un bellissimo esemplare dell'Organon di Aristotele. Era, naturalmente, la traduzione di Boezio, non già quella maura con le glosse di Averroè che in quegli ultimi tempi godeva le simpatie di certi circoli moderni: un misto di verità aristotelica e di eresia avverroista che avrebbe finito per guastare il buon nome dello Stagirita. Oh, poter pulire a dovere quella stalla di Augia! Trovare chi dimostrasse a quei filosofi musulmani sfuggenti e sicuri di sé che Aristotele, se ancora vivo, avrebbe riso delle loro fatalistiche interpretazioni...
«Reverendissimo abate...»
«Adesso l'abate non riceve perché sta lavorando intorno a...»
«Ma io devo parlargli.»
«Frate Leone, fa entrare fra Vincenzo» disse l'abate a voce alta mentre il vecchio già entrava nella cella barcollando. «Reverendissimo abate, il diavolo... Ho visto... ho visto il diavolo.»
«Anche il diavolo!» esclamò l'abate indispettito. «Che storie sono queste?» Solo sei mesi prima aveva dovuto chiudere uno dei suoi monaci nell'infermeria e tenerlo in osservazione giorno e notte perché si credeva continuamente assalito dal demonio. Infine aveva dovuto ricorrere all'esorcista di un altro monastero il quale, esaminato l'uomo, gli consigliò... d'interrompere i digiuni per qualche mese e di andare invece ogni giorno a lavorare un paio d'ore nell'orto. "Tutto qui?" "Sì, è quello che ci vuole, reverendissimo abate. Fra tre settimane sarà bell'e guarito". Il consiglio era stato efficace. Ma quale umiliazione aver dovuto consultare un esorcista di fuori!
E adesso, ecco fra Vincenzo! Questo caso però doveva essere diverso: il vecchio era uomo ragionevole e riflessivo, tutt'altro che un fascio di nervi. Perché il Maligno avesse scelto proprio lui, era un enigma. Una cosa però era sicura: non si trattava di prescrivere a fra Vincenzo le fatiche dell'orto: egli era infatti il giardiniere del convento.
«Dev'essere stato il demonio» insistette il frate. «E aveva con sé un demonietto nero che diceva trattarsi di un Seràf, un serafino. Ma mentiva. Non poteva essere un serafino! Era la cosa più brutta, più orrenda ch'io abbia mai visto. Che serafino d'Egitto!» Fra Vincenzo era indignatissimo.
«Ma dove, tutto questo?» domandò il priore.
«Presso le fucsie» spiegò il frate. «Vale a dire oltre il muro ch'è dietro alle fucsie.»
"Ovvia topografia da giardiniere" pensò l'abate. "Dove sono però le nostre fucsie? Intanto, è una prova che il brav'uomo non ha perduto il cervello." Poi notò il punto inverosimile della dichiarazione.
«Dietro il muro? E allora, come potevi vederlo, se il muro è alto nove piedi e mezzo?»
«L'omino nero vi si è arrampicato» spiegò fra Vincenzo. «E il... quell'altro vi sporgeva con testa e collo.» «Dev'essere un diavolo piuttosto lungo» mormorò l'abate alzandosi finalmente con un po' di fatica. «Ebbene, andiamo a vedere.»
Fuori si era adunata una dozzina di monaci.
«Pare che tu abbia ragione, fra Vincenzo» esclamò l'abate con ironia. «Sarà proprio il diavolo. Basta vedere quanto sacro lavoro ha già fatto interrompere...». I frati si squagliarono mentre egli soggiungeva: «Andiamo, avanti! Alle fucsie».
Raggiunsero il luogo in pochi minuti, ma il muro, dietro quella bellezza rosso-viola, era deserto. «È stato proprio qui, fra Vincenzo?» «Con certezza, reverendissimo abate.»
«Peccato!» disse il priore freddamente. «Sta bene. Tomo al mio lavoro. E se qualcosa dovesse riapparire...»
Un grido rauco del frate gli troncò la parola.
«Là... là, reverendissimo! ...» E indicava il portone, dove realmente avveniva qualcosa. Il frate portinaio fuggiva a gambe levate verso l'edificio principale gridando con quanto fiato aveva in gola: ma la sua voce era sopraffatta da uno squillare di trombe così forte da rompere i timpani. Era quello il diavolo di fra Vincenzo? Fuori, davanti al portone, doveva esserci una gran confusione. E che cos'era quell'interminabile affare giallo-bruno guidato da un piccolo negro?
«Eccolo, reverendissimo» esclamò fra Vincenzo. «Eccolo insieme col demonietto! Se ve lo dicevo»!
Il portone era alto dodici piedi: ciò nonostante, per passare quel coso dovette piegare il collo, l'orribile collo che sembrò facesse una riverenza e poi si rialzò in tutta la sua lunghezza. Lì per lì l'abate pensò seriamente che il suo frate avesse ragione, ma poi dietro quel coso vide comparire una mole grigia e informe, con enormi orecchi e una lunga proboscide: quello era certamente l'animale detto elefante, ch'egli aveva visto dipinto, una bestia strana e terribile ma pur sempre una bestia. Dunque, anche l'altra era probabilmente una bestia. "Chi abbia visto questi animali" pensò l'abate "non avrà difficoltà a credere che esistano il liocorno o la salamandra che vive nel fuoco: ma il perché, l'origine... " Forse era soltanto un incubo dal quale si poteva destarsi tra qualche istante. Da tutte le porte i frati accorrevano fissando con terrore quegli strani intrusi. Entrando non senza fatica dal portone l'elefante ripeté il barrito: anch'esso era accompagnato da un demonietto nero, un pagano dalla pelle scura, in turbante e abito bianco, che lo guidava per la proboscide. Seguivano altri animali, linci e pantere, almeno mezza dozzina, tutti con la museruola, guidati da uomini in turbante, con un codazzo di cammelli a una o due gobbe.
«Santa Madre di Dio!» sospirò fra Vincenzo. «Che cosa succede, reverendissimo abate? Si è forse scatenato l'inferno in terra?»
Il priore non rispose. Fissava l'ingresso dove dietro i cammelli comparivano altre forme, figure umane in magnifici abiti quasi trasparenti, in tutti i colori dell'iride: bei visetti di donne molto imbellettate. Anch'esse avevano i loro demoni, creature deformi in lunghi abiti fluenti: gli eunuchi. Ballerine ed eunuchi!... L'abate comprese e impallidì.
«Sì, fra Vincenzo, l'inferno si è scatenato... ma è l'inferno in terra. È un insulto, un'offesa come quella che fu fatta a nostro Signore... e con la medesima intenzione. Eccolo che arriva.»
Chiuso nell'armatura, saldo su un destriero bardato, entrò nel cortile un cavaliere seguito da paggi e scudieri: un enorme coleottero dai riflessi metallici circondato da formiche. Si guardò in giro e andò difilato verso l'abate, davanti al quale si fermò.
«Siete voi il padre superiore?»
«Sono don Francesco Tecchini, superiore di Santa Giustina. Che significa, signore, quest'invasione, questa... processione sconveniente e invereconda?»
«Reverendissimo,» disse il cavaliere «sono il conte di Caserta, servitor vostro. Quella che vi compiacete di definire processione sconveniente e invereconda è una parte della Corte di Sua Maestà imperiale della quale voi siete suddito al pari di me: suddito e servitore, reverendissimo, come tutti costoro sono suoi servi e serve; bipedi o quadrupedi, non c'è differenza.»
«La differenza, signor conte, ve la potrebbe insegnare un bambino. E questo è un luogo sacro...»
«Non sono venuto per discutere di sottigliezze teologiche,» interruppe il cavaliere «ma per annunciare l'imminente arrivo dell'imperatore che si è degnato di fare del vostro convento il suo temporaneo quartier generale.»
«Impossibile» si lasciò sfuggire l'abate, le cui labbra tremavano. «L'imperatore e i suoi nobili sono naturalmente i benvenuti... ma qualora la sua visita comprenda anche tutto ciò...»
«Mi spiace dover interrompere ancora il vostro bel discorso, ma quando il mio signore comanda niente è impossibile. Egli si rende conto che i monaci e il bel sesso non vanno d'accordo. Perciò voi e i monaci lascerete immediatamente Santa Giustina... nel vostro interesse.» E le sue labbra sottili e sarcastiche si contrassero lievemente sotto il naso largo e sensuale, mentre gli occhi scuri e penetranti balenavano divertiti.
«Lasciare Santa Giustina... » sussurrò l'abate interdetto. «Non posso... non posso credere che l'imperatore... » «Reverendissimo, la vostra età e l'abito mi vietano di rispondervi come risponderei a chiunque osasse mettere in dubbio l'esattezza delle mie asserzioni. E anche a voi devo...»
«Preferisco offendere voi» interruppe l'abate «dichiarandovi menzognero anziché l'imperatore prendendo per vere le vostre parole.»
«Basta così» lo investì il cavaliere. «Vi do mezz'ora di tempo. Se poi troverò qui ancora un frate, la finirete male. Ho ricevuto l'ordine di sgombrare questo luogo affinché diventi degno del mio signore. Sono parole dell'imperatore.»
«Capisco» disse l'abate che aveva ritrovato la calma. «Se Santa Giustina dev'essere degna del vostro signore, non può più esserlo del mio. Ci allontaneremo.»
E passando davanti, al cavaliere ammutolito andò verso l'ingresso dove i monaci, una cinquantina, si erano raccolti pieni di paura e di sdegno. "Il Santissimo" pensava. "I vasi sacri e i paramenti, un paio di libri e di manoscritti. Ringraziamo Iddio per il voto di povertà. Troveremo un rifugio a Montecassino dove c'è posto anche per noi." Non sarebbe stato per sempre, poiché l'imperatore Federico non si tratteneva mai a lungo nello stesso luogo. Dopo la scomunica egli aveva spostato il quartier generale più d'una volta all'anno. Pareva che il terreno gli bruciasse sotto i piedi. E forse era vero...
«Reverendissimo abate...» «Che c'è, fra Vincenzo?»
«Chi si occuperà adesso dei miei fiori?» «Dei nostri fiori, fra Vincenzo.»
«Dei nostri fiori, reverendissimo. Parecchi hanno bisogno d'acqua tre volte al giorno, e...»
«Non so, ma temo che quando torneremo si dovrà ricominciare da capo.» E con un doloroso sorriso soggiunse:
«Fra Vincenzo, avevi ragione e avevi torto. Torto, perché quello che hai visto non era il diavolo; ragione, perché era l'araldo del diavolo».
***
LOUIS DE WOHL

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