La Provvidenza
Noi designamo specificamente col nome di Provvidenza la sollecitudine con la quale Dio governa il mondo e insieme ciascuno di noi. L'atto con il quale è stato creato l'universo continua, in quanto Dio continua a mantenere il mondo nell'esistenza; e si completa con un'azione esercitata in favore dello sviluppo e dell'evoluzione di tutte le creature. Nella Provvidenza bisogna riconoscere anzi tutto un volto paterno, il Padre chino sui suoi figli. La Provvidenza, infatti, non è un'amministrazione che s'interessi più alle cose che alle persone, né un governo che consideri i sudditi in modo confuso e generico, senza curarsi concretamente di ciascun individuo. Essa è essenzialmente la vigilanza di un Padre che s'interessa a ciascuno come a tutti e che riesce a tener conto, nel governo di tutto l'insieme, della situazione di ciascun individuo in particolare. Inoltre la Provvidenza non dev'essere concepita come un prolungamento e un complemento dell'opera creatrice, ma più ancora come un completamento dell'opera di redenzione. Il Padre che ha offerto la salvezza a tutta l'umanità, sacrificando per essa il Figlio, usa tutti i mezzi per mettere gli uomini in condizione di approfittare individualmente di quella salvezza e di ricevere la vita divina che fu loro meritata a prezzo di un così gran sacrificio. Nella sua provvidenza il Padre persegue dunque uno scopo ben determinato: fare di ogni uomo il proprio figlio, infondendogli con la grazia la vita di Cristo e avviandolo a vivere in sempre maggior pienezza questa vita divina, così da potergli concedere una felicità eterna più completa.
Compito assai difficile, per il fatto che il Padre rispetta la libertà umana e che nella realizzazione del suo piano grandioso deve ad ogni istante far fronte a delle opposizioni, alle ribellioni del peccato, a tutti i capricci di volontà troppo spesso instabili. Il compimento dei suoi progetti divini é per così dire costantemente messo in pericolo dall'atteggiamento indipendente di molti uomini, che rifiutano di conformarvisi e preferiscono i loro interessi e vantaggi ai doni che loro offre il Padre. Anche coloro che hanno la buona volontà di collaborare col Padre sanno per esperienza di essere soggetti a molte debolezze e di deludere di frequente le speranze che il Padre aveva riposto in loro. Eppure, nonostante tante contraddizioni e deviazioni provocate dalla malizia e dalla fragilità umane, il Padre continua nell'attuazione del suo disegno. Noi non possiamo capire come il suo rispetto scrupoloso della libertà umana si accordi con .la sovranità con cui egli guida ogni cosa allo scopo prefisso. È un mistero: e tuttavia è un fatto che il Padre riesce a conciliare quello che a noi sembra inconciliabile. Egli non fa violenza ai suoi figli, anche se si rendono colpevoli dei falli più gravi; non li costringe a ritornare a lui nei loro smarrimenti; e tuttavia è lui in definitiva che li conduce, con mano dolce e ferma ad un tempo, è lui che guida la nostra esistenza per la nostra più grande felicità.
Misurandosi con la libertà che ci ha dato e con gli abusi che ne facciamo, il Padre dispone di due punti di vantaggio. Innanzi tutto egli si presenta a noi col suo amore paterno, e su questo conta per attirarci a sé e ottenere che ci conformiamo alla sua volontà. Se si vieta di costringerci o di farci violenza, egli impiega però un ardore più vivo nel sollecitare la nostra adesione col fascino del suo amore, e il suo appello benevolo fa risuonare instancabile nel profondo dei nostri cuori. Le attenzioni molteplici della sua Provvidenza attestano la sua bontà verso coloro che lo offendono, lo dimenticano e si disinteressano di lui; egli è ininterrottamente presente nella vita di coloro che vorrebbero sottrarsi alla sua presa, e si serve di ogni occasione per rinnovare il suo invito, per farsi di volta in volta più persuasivo.
Poi, quando il suo amore ha ottenuto la risposta che egli si attendeva, il Padre usa della sua onnipotenza per rimediare al passato e rimettere a nuovo una esistenza umana. Gli basta un istante per cambiare il significato di tutta una vita, per renderla, da miserabile che era, bella e ammirevole. La vita del ladrone crocifisso insieme a Cristo era stata un susseguirsi di rapine e forse di delitti; ma l'ultimo istante ha trasformato ogni cosa. Il Padre celeste ha offerto a quest'uomo la testimonianza più commovente del suo amore divino: Cristo in croce. Segretamente il Padre l'aveva attirato verso il Figlio suo, e il ladrone aveva ceduto a quell'attrazione « Gesù, ricordatevi di me quando sarete giunto nel vostro regno ». Questa conversione dell'ultimo istante, che faceva del ladrone un santo autentico, illumina retrospettivamente tutta la sua vita. La Provvidenza aveva avviato quest'uomo verso una conclusione inaspettata, che riparava d'un sol tratto il passato e gli restituiva il suo vero significato. Nell'intenzione di Dio, le gravi colpe da lui commesse erano già, a sua insaputa, dirette verso il momento supremo del pentimento e del perdono, allo scopo di far maggiormente risplendere questo perdono e di porre in una luce più viva la generosità della misericordia divina.
Se non conoscessimo questa conclusione, potremmo giudicare quella del ladrone una vita mancata. Ora, quante vite umane possono svolgersi in misura analoga, apparentemente sepolte nel vizio e insozzate dai peccati più gravi, ma la cui vera conclusione ci é ignota! Se al Padre celeste basta un istante per ristabilire la situazione più compromessa e se un impulso di buona volontà gli permette di trasformare un ladrone in un santo, possiamo ben pensare che molte esistenze, in cui la grazia divina pareva urtarsi contro un'opposizione irriducibile e la Provvidenza fallire nei suoi tentativi, siano terminate col trionfo della misericordia paterna.
L'episodio del buon ladrone ci mostra con quanta cura il Padre avesse vegliato sul corso di un'esistenza e l'avesse guidata verso il suo momento decisivo, e testimonia della sua abilità nel fare di una linea spezzata una linea retta, nel raddrizzare tutte le deviazioni e tutte le curve.
Dobbiamo osservare come questa vigilanza paterna, che si é manifestata e resa più visibile all'ultimo momento, si fosse di fatto esercitata durante tutto il corso dell'esistenza. Una delle caratteristiche della Provvidenza é data infatti dalla cura meticolosa con cui essa interviene ad ogni istante, usando tutti i mezzi e tutte le circostanze per indirizzare una vita umana al suo fine.
Quando cerchiamo di raffigurarci il regno della potenza divina sul nostro universo, noi ammettiamo senza difficoltà che Dio governa l'insieme del mondo e che, possedendo un'assoluta sovranità, interviene là dove meglio gli aggrada. Ma di fronte all'affermazione che anche i minimi particolari della nostra esistenza sono regolati dal supremo Signore di tutte le cose rimaniamo perplessi. Poiché il Creatore ha imposto in precedenza leggi alle forze della natura, non può lasciare che quelle leggi producano il loro effetto
in un'armonia di cui egli stesso ha fissato i termini e i limiti? Non si può dire semplicemente che il mondo e l'umanità evolvono secondo regole inerenti alla loro natura, e che perciò i particolari della nostra vita quotidiana non presuppongono un intervento particolare di Dio, benché esso possa aver luogo in certe circostanze straordinarie o in eventi di grande importanza?
Parlare così significherebbe sottovalutare la Provvidenza. Se questa fosse unicamente la continuazione o il mantenimento dell'energia creatrice di Dio, potremmo limitarla alla funzione di conservare le leggi della natura senza intervenire in modo particolare nei fatti della vita umana. Ma, come abbiamo visto, la Provvidenza consiste nella sollecitudine del Padre celeste che vuole farci beneficiare della redenzione. Essa si esercita non soltanto nel campo delle leggi naturali, ma essenzialmente nell'ordine soprannaturale, cioè sul piano della grazia. Ora, in quest'ordine la nostra esistenza deve compenetrarsi della vita divina, la quale comporta delle relazioni filiali con Dio in un'intimità di ogni istante, che tutto avvolge e nulla vuol lasciare fuori della sua presa. Per questo la Provvidenza si interessa in maniera particolare a tutti gli aspetti della vita umana e all'atmosfera che la circonda. Sollecito nel favorire in tutto il progresso spirituale degli uomini, il Padre fa sentire dovunque la perfezione del suo amore paterno e, pur lasciando che le leggi della natura seguano in linea generale il loro corso, egli ne accompagna lo svolgimento con costante vigilanza.
Si potrebbe giudicare non degno della grandezza di Dio il fatto di vegliare sui minimi particolari della nostra esistenza, su cose che giudichiamo noi stessi senza importanza. In realtà, agli occhi dell'Essere infinito quelle cose apparirebbero assai più infime di quanto non appaiano ai nostri occhi se in quell'Essere non avessimo un Padre. Anche i minimi particolari concernenti il figlio rivestono agli occhi di un padre una grande importanza, per il fatto che egli ama suo figlio. Così per il fatto dell'imenso amore che il Padre celeste ci ha votato, nulla vi è nella nostra vita che lo lasci indifferente. È questo che Cristo ha espressamente dichiarato con le parole: « I capelli della vostra testa sono tutti contati ». Che vi è di più trascurabile di un capello? Eppure ogni minimo particolare della nostra esistenza è oggetto di speciale sollecitudine da parte della Provvidenza.
Anche le cose più piccole di una vita umana sono dunque regolate da un affetto paterno al quale nulla sfugge. Non esiste nella nostra esistenza il puro caso, cioè eventi dovuti alla semplice concomitanza di cause materiali, e meno ancora la cieca fatalità dell'azione inesorabile, come se la sovranità divina si servisse della tirannia delle forze naturali per imporsi con una irresistibile pressione: dietro le circostanze più insignificanti e più fortuite della nostra vita si nasconde l'azione di una bontà superiore che ha tutto disposto misteriosamente e minuziosamente: tocco paternamente delicato nel quadro banale della nostra esistenza quotidiana.
Una volta ammesso il principio che la Provvidenza governa la vita umana fin nei dettagli, rimane ancora da rispondere ad un'obiezione, che viene sollevata di frequente contro la bontà divina. Se il Padre celeste dispone ogni evento per il nostro bene, come mai tante sventure si abbattono sul mondo? Gli uomini di buona volontà ne sono colpiti quanto gli altri; peccatori induriti godono apparentemente in pace i beni di questo mondo, mentre persone di condotta esemplare sono colpite da prove terribili in ciò che hanno di più caro. Si ha a volte l'impressione che la sventura si accanisca contro gli innocenti di una vera e propria persecuzione; certe prove sono così dolorose che generano scoraggiamento e disperazione e distolgono le anime da Dio invece di ricondurvele. Di fronte a un tale spettacolo si è tentati di dire che il mondo va male, che l'ingiustizia vi si manifesta con troppa insolenza, mentre gli sforzi di chi vuol fare il bene sono imbrigliati e paralizzati. E ci si chiede perché tante sofferenze affliggano gli uomini, così da farli a volte dubitare dell'amore divino.
Osserviamo innanzi tutto che sarebbe una risposta insufficiente a questo problema cruciale tentare di sottrarre la responsabilità del Padre celeste per ciò che riguarda la sofferenza umana, imputandola unicamente ai nostri peccati. È vero che il peccato è stato all'origine del dolore mandato agli uomini; ma resta il fatto che è stato ēffettivamente mandato dal Padre. Vi è un'unica cosa che il Padre si rifiuta positivamente di volere e che si limita a permettere per il rispetto che porta alla nostra libertà: il male morale, il peccato. Ma il dolore è un'altra cosa: egli ce lo manda, lo pone nella nostra vita. Perché?
A questa domanda si deve rispondere dimostrando che il dolore proviene veramente da una bontà paterna. In certi casi una simile giustificazione è accettabile, perché le sofferenze si presentano come un elemento essenziale dell'opera educatrice del Padre. Egli si serve della sofferenza per elevare le anime, per farle uscire dal loro confortevole egoismo e spingerle ad una maggiore generosità. Si comprende così che egli ritenga di dover scuotere l'inerzia o l'indurimento di taluni, mettendoli in guardia con i suoi avvertimenti contro i pericoli cui sono esposti per la loro cattiva condotta.
Si tratta della funzione educatrice che il Padre ha esplicato nei riguardi del popolo ebreo, cercando di distoglierlo dai suoi smarrimenti e dalle sue infedeltà con prove e con minacce. Egli assumeva il volto dell'ira per sottolineare la gravità delle offese ricevute, e faceva sentire il vigore della sua collera. Ma nello stesso tempo annunciava il suo proposito finale di misericordia e di perdono: l'ira era passeggera, la misericordia doveva durare per sempre. L'ira era dunque ispirata e comandata dalla bontà, che,voleva manifestarsi in modo tanto più luminoso dopo il biasimo per le colpe commesse e in modo tanto più saggio nei confronti di volontà divenute migliori. Tutto l'Antico Testamento è la storia di questa educazione lenta e difficile data dal Padre a Israele, sua creatura.
Il Padre continua questa opera educatrice nei confronti di ogni uomo, di ogni cristiano. Con l'esperienza del dolore egli insegna agli uomini che il senso della vita non consiste nel massimo godimento dei beni terreni e sconvolge tutte le illusioni di un egoismo avido facendolo clamorosamente fallire. Senza l'allarme del dolore, che scuote gli inerti e risveglia coloro che si adagiano in una tranquillità soddisfatta, gli uomini inseguirebbero un ideale di piacere e di quieto vivere, che impedirebbe lo sviluppo della loro vita spirituale e religiosa. Il Padre celeste interviene soprattutto in quelle esistenze che sono sotto il segno del peccato, con avvertimenti che possono parere brutali, ma la cui violenza ha il fine di provocare un cambiamento di rotta. I suoi colpi crudeli fanno sentire quale punizione potrebbero meritare i peccati commessi, e inducono l'uomo a riflettere, a riconoscere le proprie colpe, ad offrire un'espiazione attraverso le prove che Dio gli manda.
Le sofferenze che il Padre ci infligge sono dunque uno strumento della sua azione paterna. Seppure possano esteriormente apparire indici dell'ira o della severità divina, soprattutto nei riguardi di taluni uomini, esse non sono in realtà che gli strumenti d'una ferma bontà, che vuole innanzi tutto il bene dei figli e che desidera con ogni mezzo assicurare loro la vita eterna. Se un dolore passeggero può condurci alla felicità definitiva, se una fermezza nella bontà si sostituisce ad una compiacente indulgenza che ci sarebbe nociva, noi dobbiamo essere riconoscenti al Padre, come un figlio divenuto adulto ringrazia il padre dell'educazione ricevuta, anche se a volte gli é sembrata dura e pesante.
Ma non è tutto: la ragione fondamentale della condotta del Padre sta altrove. Se il dolore dovesse essere un semplice avvertimento a coloro che camminano sulla via del peccato o nelle illusioni dell'egoismo e offrir loro una possibilità di conversione e di espiazione, esso sarebbe inviato dalla Provvidenza divina in proporzione dei peccati degli uomini. Ma noi sappiamo che in questo mondo i più duramente colpiti dal dolore non sono i peccatori maggiormente colpevoli. Anzi, si ha spesso l'impressione del contrario; e la Scrittura ci offre l'esempio di Giobbe, modello di onestà e di pietà e tuttavia oppresso dalle sventure più crudeli, quasi che il dolore gli fosse inflitto proprio in ragione della sua innocenza. Il dolore non é dunque commisurato alla colpevolezza e non può, di conseguenza, essere considerato una semplice risposta divina ai peccati commessi.
Il Padre destina il dolore ai suoi figli per unirli il più strettamente possibile all'opera di redenzione compiuta dal Figlio suo. Il dolore quaggiù non é necessariamente il retaggio del peccatore, é anche il retaggio di Cristo, l'innocente per eccellenza. Se il Padre aveva designato a soffrire colui che era il suo Figlio diletto, condividere questo destino non é indice della sua riprovazione, ma del suo amore. Come aveva guidato l'esistenza di Gesù verso il dramma del Calvario, espressione massima della sua offerta e del suo amore, egli guida la nostra vita con la croce per portare al massimo la nostra generosità. E si deve riconoscere che nella vita di molti uomini il dolore é stato l'occasione di un magnifico slancio, a volte di un autentico eroismo, che ha stimolato all'estremo il coraggio e il dono di sé. Se il dolore innalza l'uomo, esso dev'essere considerato una grazia, un favore dovuto alla benevolenza del Padre.
Non si ha torto, dunque, a capovolgere la proporzione che saremmo tentati di stabilire tra il peccato e il dolore. Non sono i più grandi peccatori quelli che devono soffrire di più su questa terra, bensì gli amici di Dio, quelli che il Padre ama e considera in modo particolare figli suoi e nei quali vuole imprimere più profondamente l'immagine del Figlio sofferente sulla croce. Nonostante la sua apparenza di punizione, il dolore é un dono reale che deriva dalla bontà del Padre, un dono attraverso il quale l'amore divino ci viene comunicato in maniera più profonda; perché é nel dolore che si impara ad amare più totalmente. Non difetto di generosità dell'amore divino, quindi, ma sguardo d'amore del Padre sul Figlio crocifisso, attraverso il quale egli contempla il nostro volto di figli. La sofferenza, inoltre, non ci permette solo di dare una più larga misura d'amore, ma anche di contribuire alla salvezza e al progresso spirituale degli altri. Essa rende così la nostra vita più feconda e le nostre intenzioni più efficaci, allarga e consolida il nostro campo d'azione nell'ordine invisibile dei meriti. Per mezzo del dolore noi siamo infatti associati all'opera di Cristo per la costruzione dell'umanità nella sua vita spirituale e nella penetrazione sempre più profonda della carità divina. Ogni nostra sofferenza rappresenta un mezzo prezioso per aiutare il prossimo e collaborare al regno dell'amore in questo mondo.
Voler sopprimere la sofferenza significherebbe, dunque, togliere agli uomini una parte essenziale della bellezza e della fecondità della loro vita, un tesoro del loro patrimonio spirituale. Il Padre sa che mandandoci il dolore si espone a lamenti e a ribellioni; ma sa anche che noi lo accoglieremo e che esso ci nobiliterà. Questa sua fiducia in noi, nonostante la nostra debolezza, riposa sul fatto che insieme col dolore egli ci dà la grazia sufficiente per sopportarlo e offrirlo; per cui un giorno, quando saremo pervenuti, grazie alle nostre sofferenze, a una felicità celeste più luminosa, noi lo ringrazieremo.
La Provvidenza va al di là delle nostre vedute umane. Quando siamo tentati di immaginarla come una sollecitudine che si limita a soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri, essa ci conduce arditamente verso cime di difficile ascensione, verso un'opera dagli orizzonti larghissimi, per la quale impiega i mezzi più radicali. Il suo scopo essenziale è di farci partecipare alla sua azione redentrice; mediante la sofferenza, che può essere atroce, ma mai superiore alla nostra capacità di offerta, alimenta e accresce il nostro amore e ne fa beneficiare tutta l'umanità. Il Padre, che non ha esitato a sacrificare il Figlio suo, non ha timore di associare tutti noi a quel sacrificio. La sua bontà é audace, e questa andacia é un omaggio reso agli uomini, giudicati degni di partecipare al dramma eroico del Calvario e, in fine, al gaudio trionfale che la sua generosità paterna farà scaturire infallibilmente dalla croce.
Jean Galot s. j.

Nessun commento:
Posta un commento