martedì 21 luglio 2026

ESTOLLENS VOCEM

 



ROSARIO

 nella eloquenza di 

VIEIRA


Temevo davvero (come ho detto subito) che le prime eccellenze del Rosario, o la sua altezza e altissima qualità, in quanto preghiera vocale, non mi sarebbero state contenute in un solo discorso. Ma nemmeno per questo la necessità di un altro la rende meno nobile. Il non starci è argomento della grandezza delle cose: così accade a quelle notevolmente grandi. Quella macchina greca, prodigio dell'industria del nostro Ulisse, perché non entrava per le porte di Troia, fu necessario che le si rompessero le mura. Lo stesso Cristo, quando entrò in cielo come uomo, entrò per le porte: "Attollite portas, principes, vestras" (2); ma quando discese come Dio, fu necessario che i cieli si rompessero: "Utinam dirumperes coelos, et descenderes" (3). Entrò per le porte in quanto uomo, in quanto Dio non entrò. Non sarebbe stata l'Arca del Testamento figura della Madre di Dio, se fosse entrata nel Tabernacolo di Mosè; perciò Dio aggiunse alla prima idea la seconda, e comandò di edificare il Tempio di Salomone. Là era ristretta la sua grandezza, qui degnamente ostentosa la sua Maestà.

Ma se entrambe le idee erano di Dio, perché fu necessario aggiungere la seconda sulla prima? Perché anche l'intelletto e la mano divina fanno così nelle loro grandi opere. Dio mostrò a Giuseppe le grandi fortune per cui lo aveva destinato, e non in un solo disegno, ma in due: uno nell'aia, l'altro nel firmamento (4). La prima volta adorato nei covoni, che egli legava con i fratelli; la seconda, nel sole, nella luna e nelle stelle, che ugualmente lo adoravano. La grandezza dell'impero di suo Figlio, mostrata già sulla statua dei quattro metalli, anche la mostrò Dio una seconda volta nelle quattro fiere o mostri che rappresentavano le quattro monarchie del mondo. (5) Poiché se il mondo lo creò Dio, e fece in una volta queste altre sue opere, perché non le mostra in una sola visione o figura, ma in due? (6) Perché nel fare, opera Dio secondo le misure della sua onnipotenza; nel mostrare e far conoscere, secondo la capacità della nostra vista. Perché noi non siamo capaci di vedere tutto in una volta, Dio supplisce nella seconda idea ciò che mancò nella prima. Nella prima adorazione di Giuseppe mostrò la bassa condizione degli adoratori: nella seconda, l'altezza e lo splendore dell'adorato. Nel primo abbassamento dei quattro metalli della statua mostrò la ricchezza di alcune monarchie, e la fortezza delle altre: nel secondo dei quattro mostri, non morti come i metalli, ma vivi e feroci; nella vita gli mostrò la durata, e nella ferocia la tirannia.

Mi sembra, signori, di essermi spiegato. Per non contenere le eccellenze del Rosario vocale in un solo discorso, bastava l'insufficienza del predicatore: ma non fu quella la causa principale, bensì l'eminenza della materia, e la sua grandezza. Quando il principe dei predicatori, S. Paolo, sotto il nome del Dio sconosciuto, che gli Ateniesi adoravano, diede loro a conoscere la divinità e l'umanità del Dio vero, dissero nell'Areopago quelli che erano reputati i più sapienti uomini del mondo: "Audiemus te hoc iterum" (7): un'altra volta vi ascolteremo su questo stesso argomento. E come le cose eccessivamente grandi, nemmeno ad Atene si possono ascoltare sufficientemente in una sola volta; un'altra volta anche voi mi dovrete ascoltare sullo stesso punto, che non sarà in tutto dissimile a quello di S. Paolo. Quella devozione degli Ateniesi era così comune, e così volgare, che lo stesso Apostolo disse loro, che passando per una strada della loro città, aveva visto l'altare del Dio sconosciuto con il titolo sopra: "Ignoto Deo" (8): così comune e così volgare è tra noi il Rosario! Ma oggi abbiamo finito di vedere, che non è ancora ben conosciuto nella nostra Atene: e che gli si addice in gran parte (posto che sia così divino) il titolo di ignoto: Ave Maria.

PADRE ANTONIO VIEIRA


Nessun commento:

Posta un commento