LA RISPOSTA FILIALE
« Abba, Padre! »
Al Padre chino su di noi dobbiamo rispondere con uno slancio filiale. I primi cristiani lo avevano compreso: lo dimostra il particolare fervore che mettevano nell'invocazione: « Abba, Padre ». « Abba » era la parola con la quale Gesù si era rivolto al Padre nella preghiera più commovente che mai egli avesse pronunciato, l'angosciata preghiera del Getsemani: « Abba, Padre, tutto è possibile a te » l. In questa parola Gesù esprimeva il suo affetto filiale in ciò che esso aveva di più tenero e di più intimo, perché « Abba » era, presso i giudei, l'appellativo con cui il bambino si rivolgeva al padre. I discepoli di Gesù erano rimasti colpiti e meravigliati nell'udire il Maestro usare quell'appellativo, che presupponeva una così grande familiarità col Padre celeste. Poter rivolgersi a Dio chiamandolo « Padre », non in senso vago e distante e con una deferenza solenne, ma nel significato più reale e con l'abbandono affettuoso di un figlio nei suoi rapporti col padre della terra, appariva loro cosa nuova e mirabile. Volendo imitare Cristo e avendo coscienza di vivere la sua vita, si affrettarono a fare proprio quel vocabolo; e per poterlo ripetere con le labbra di Gesù, lo conservarono preziosamente nella sua forma aramaica, « Abba », e lo rivolsero a loro volta al Padre celeste di cui erano divenuti i figli.
Tale era l'ardore che mettevano in questa parola, da far dire a san Paolo che essa era un grido, cioè una parola che prorompeva con vivacità tutta particolare: « Tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio, scriveva egli ai Romani, sono figli di Dio. Infatti voi non avete ricevuto lo spirito di schiavitù per ricadere ancora nel timore; ma avete ricevuto lo spirito di adozione filiale, per il quale esclamiamo: «Abba, Padre!». Quel grido proveniva dall'intimo dei loro cuori cristiani, poiché era la testimonianza della loro adozione da parte del Padre - e della loro qualità di figli; ed era lanciato dallo Spirito Santo, dimorante in quelle anime per stabilirvi e mantenervi la filiazione divina: « La prova che voi siete dei figli, diceva l'apostolo ai Galati, è che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo per gridarvi: «'Abba Padre!' ». Niente dimostra con maggior evidenza la sublimità di questo grido: esso è opera dello Spirito Santo, cioè di Dio stesso, o, più esattamente, dello Spirito. del Figlio. È Cristo, in qualità di Figlio del Padre, che fa risuonare di nuovo per mezzo del suo Spirito il nome che egli dava al Padre durante la sua vita terrena. E a questo nome é unito ancora tutto l'entusiasmo che suscitava in Gesù.
I primi cristiani si rendevano conto che usarlo era un privilegio, una audacia; ma sapevano anche che ciò rispondeva a un desiderio formale del loro Maestro. Cristo aveva prescritto ai suoi discepoli di in- , cominciare le preghiere con le parole: « Padre nostro che sei nei cieli ». Mentre taluni moltiplicavano gli appellativi onorifici, nella speranza di guadagnarsi più sicuramente la benevolenza di Dio, Cristo aveva raccomandato una sola parola, quella che rendeva maggiormente onore al Padre celeste e ne attirava più vivamente il favore, in quanto esprimeva tutto il suo cuore paterno.
« Padre nostro »: è il punto di partenza ed é il fine supremo. In queste due parole sono racchiuse tutte le vedute divine sul mondo, tutto il destino dell'umanità e di ciascuno di noi. Esse confermano il disegno primordiale col quale il Padre celeste ha meditato di farci figli suoi, e ogni volta che le pronunciamo noi ricordiamo, in certo modo, quella prima intenzione di pura generosità che é scaturita dal cuore del Padre con forza sovrana, quella energia venuta dall'eternità per elevarci alla qualità di figli.
Esse evocano l'atto della creazione col quale il Padre ci ha dato l'essere e la cura minuziosa con la quale ha ordinato ogni cosa nell'universo per il nostro bene, volendo ricolmare di doni coloro che amava come figli. E suggeriscono soprattutto il dramma della redenzione, perché Dio non divenne completamente e ufficialmente nostro Padre se non al momento della risurrezione di Cristo, dopo il sacrificio del Calvario. Dire « Padre » è ricordare al Padre celeste il prezzo che egli ha pagato per il nostro riscatto dalla schiavitù del peccato, il dono sublime del Figlio in cui il suo amore ha superato se stesso, è chiedergli di considerare in noi non la nostra debolezza e i nostri limiti umani, ma il volto di Cristo sacrificato per noi. Perciò non soltanto la voce di Cristo echeggia nell'invocazione: Abba! Padre! ma anche il suo volto di Redentore traspare nel nostro quando ci rivolgiamo al Padre.
Infine, nell'appellativo « Padre nostro » è contenuto tutto il programma dell'avvenire fino allo stadio finale cui deve pervenire l'umanità; perché l'immensa impresa della salvezza è ordinata al fine di stabilire nel modo più ampio e più profondo la paternità divina sugli uomini. L'opera di santificazione che lo Spirito Santo compie in noi ha lo scopo di farci diventare integralmente figli del Padre nel Figlio suo Gesù Cristo; o, il che è lo stesso, di far penetrare sempre più profondamente nelle nostre anime il regno della paternità divina. La vera storia della nostra vita può riassumersi nello sviluppo e nell'approfondimento della nostra filiazione divina: la sola cosa che importi, quella a cui convergono tutti gli avvenimenti quali si svolgono agli occhi di Dio e sono diretti dalla sua Provvidenza.
Alla fine dei tempi, secondo la parola di san Paolo.
Cristo, che avrà sottomesso a sé tutti gli esseri, rimetterà il suo regno al Padre, « affinché Dio sia tutto in tutti » '. Non dobbiamo intendere questo passaggio di sovranità da Cristo al Padre come un semplice gesto esteriore; poiché lo scopo che Cristo persegue costantemente è di fare in modo che Dio sia tutto in tutti, ne consegue che la sovranità del Padre dev'essere instaurata nell'intimo degli esseri. Infatti, prendendoci e assimilandoci a sé, egli ci dà un'anima filiale, un'anima che si apre sempre più all'amore del Padre e se ne lascia invadere. Così, tutto in noi si orienta sempre più verso il Padre, quel Padre « da cui tutto viene e per il quale esistiamo »; a poco a poco il Padre diviene tutto in noi. L'appellativo « Padre nostro », inteso in senso plenario, annuncia questa presa di possesso totale dell'umanità da parte del Padre e del suo amore.
Esso sottolinea nello stesso tempo l'aspetto comunitario della venuta del Padre nell'interiorità delle anime. È significativo, infatti, che Gesù ci abbia raccomandato l'espressione « Padre nostro » piuttosto che « Padre mio ». La paternità celeste si stabilisce e si esercita nei confronti di ciascuno di noi, e l'amore del Padre per ciascuno non é minore di quanto sarebbe se si rivolgesse a una sola persona: in altre parole, ciascuno é amato con altrettanto affetto che se fosse solo. Anzi, lo é ancora di più, perché é amato in una comunità in cui l'affetto distribuito a tutti arreca un maggior profitto a ciascuno. Nel disegno primordiale del Padre era desiderata e voluta una comunità di figli, un'immensa famiglia che avrebbe avuto la sua prima sorgente di coesione nel suo unico amore paterno. Perciò la nostra risposta dev'essere familiare, comunitaria. Noi diciamo « Padre nostro » non semplicemente per il fatto che siamo in parecchi ad avere lo stesso Padre, ma perché quest'unica paternità stabilisce tra noi un legame possente e solido, unendoci indissolubilmente in una comunità d'amore.
Perciò questo appellativo, implicante la nostra creazione, la nostra redenzione e il nostro destino finale, attesta in modo particolare la carità che unisce coloro che lo pronunciano e presuppone una fondamentale disposizione di benevolenza verso il prossimo e d'intesa con esso. Ogni divisione tra gli uomini smentisce, per così dire, le parole « Padre nostro », opponendosi all'unità che è propria di un amore paterno universale. Spesso la preghiera insegnata da Gesù provoca un esame di coscienza sull'atteggiamento di carità, a proposito del perdono delle offese, che domandiamo nella misura in cui noi stessi lo pratichiamo. Ma l'esigenza di amore reciproco si trova già contenuta nelle parole « Padre nostro », in modo che noi non possiamo incominciare la preghiera e pronunciarla sinceramente se non con una coscienza fraterna nei riguardi del prossimo.
È dunque volgendo al Padre uno sguardo unanime che noi affermiamo la comunità attuale degli uomini e dei cristiani, quella che si è già realizzata e alla cui attuazione tendono i nostri sforzi, e la comunità ideale, quella che si realizzerà completamente alla fine dei tempi, in un mondo nuovo, quando l'amore paterno avrà preso interamente possesso dell'umanità. Dire « Padre nostro » è aspirare a questa comunità ideale, a questo regno totale dell'amore.
Ed è anche esprimere la esaltante realtà che il Padre già ci appartiene. Noi lo diciamo « nostro » non solo perché ha già preso possesso del nostro essere e desidera possederci completamente, ma perché vuole lasciarsi possedere da noi; egli non ci prende che donandosi. Sarebbe grande sventura per noi se disprezzassimo questo dono in cui il Padre si dà a noi con tutto ciò che possiede, questo dono immenso che può entrare in noi solo se lo accogliamo. Poiché conosce la nostra piccolezza e la nostra limitata possibilità di recezione, il Padre ci ha dato la capacità del Figlio suo perché possiamo accoglierlo in pienezza; con la grazia ci ha donato le braccia e il cuore di Cristo perché siamo in grado di riceverlo con tutte le sue ricchezze paterne. Sono quelle braccia che gli tendiamo e quel cuore che gli offriamo quando ci rivolgiamo a lui con l'appellativo « Padre nostro ». Grazie a questa dilatazione di noi stessi dovuta alla presenza di Cristo, noi abbiamo la gioia di possedere il Padre, il « Padre nostro » che ci appartiene definitivamente.
Di Jean Galot s. j.

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