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domenica 11 ottobre 2026

Visioni e rivelazioni.

 


EPISTOLARIO


A - Visioni e rivelazioni.   Secondo i maestri della vita spirituale le visioni consistono essenzialmente nella percezione soprannaturale di oggetti che naturalmente non possono  essere visti o percepiti dall'uomo. Queste visioni possono essere sensibili, immaginative, intellettive. Invece le locuzioni sono manifestazioni del pensiero divino intese dai sensi (esterni o interni) o dall'intelletto.  Anche una sola affrettata lettura della corrispondenza del padre Pio presenta l'abbondanza di questi doni, con cui lo favorì il Signore fin dai primi anni della vita religiosa. Ad una domanda di padre Agostino fattagli il 30 settembre 1915 padre Pio risponde:  

"La prima vostra dimanda è che volete sapere da quando Gesù cominciò a favorire la sua povera creatura delle sue celesti visioni. Se male non mi appongo, queste dovettero incominciare non molto dopo del noviziato" (10 10 1915).  Per ciò che riguarda la natura di queste manifestazioni divine, visioni e locuzioni, nessuno meglio di padre Pio è in grado di spiegarla. E lo fa con cognizione di causa e da vero maestro.  Padre Benedetto gli scrive il 15 giugno 1913:  "Vorrei sapere però qualche cosa di distinto su quel che ti pare d'intendere nelle rivelazioni o locuzioni soprannaturali, di cui mi fai cenno e sebbene ti riesca impossibile l'esprimerle esattamente, nondimeno dimmene quello che sai e puoi dirmene: in queste cose bisogna andar cauti e non prendere per oro tutto ciò che luce".  Padre Pio risponde il 20 dello stesso mese e fa una diagnosi quanto mai chiara e precisa del fenomeno, che può dividersi in due grandi categorie:  a ) manifestazioni ed apparizioni puramente soprannaturali intorno a Dio, alle sue perfezioni e ai suoi attributi. Si ha una percezione chiarissima e certissima dell'oggetto, ma non è possibile "trarle in scritto". Per spiegare la certezza di quanto si vede, adopera l'esempio d'uno specchio:  

"Cosa vediamo [nello specchio]? Non altro se non una immagine umana. Il nostro intelletto, se pur non è infermo, non dubiterà, neanche per sogno, essere quella un'immagine che non sia la nostra [...]. Noi non possiamo separare di certo quell'immagine dallo specchio e molto meno noi possiamo toccarla col tatto. 

Eppure l'immagine esiste fuori di noi sebbene non senza di noi" (20 6 1913).  

***

PADRE PIO DA PIETRELCINA 


mercoledì 23 settembre 2026

Ferite e piaghe d'amore.

 


EPISTOLARIO


Ferite e piaghe d'amore.   L'intensità dell'amore divino che, sviluppandosi gradualmente,  distrugge  tutto  quanto  si  oppone  alla  piena  e  totale trasformazione dell'amante nell'amato, produce un altro effetto meraviglioso, chiamato dai mistici "ferita" e "piaga d'amore".  

Alcune sono puramente spirituali e interne, mentre altre appariscono anche esternamente. Padre Pio, ferito in entrambi i modi, le descrive vive e reali, lamentandosi, come al solito, di non essere in grado di esprimere esattamente la loro intensità ed i loro effetti.  

a ) Ferite d'amore interiori. Riportiamo, in primo luogo tre brani riferentisi alle ferite d'amore, che rimangono invisibili:  

"Sentite poi cosa mi accadde venerdì scorso [23 agosto 1912]. Me ne stavo in chiesa a farmene il rendimento di grazie per la messa, quando tutto ad un tratto mi sentii ferire il cuore da un dardo di fuoco sì vivo e sì ardente che credetti morirne.  

Mi mancano le parole adatte per far comprendervi la intensità di questa fiamma; sono affatto impotente a potermi esprimere. Ci credete? L'anima, vittima di queste  consolazioni,  diventa  muta.  Mi  sembrava  che  una  forza  invisibile m'immergesse tutto quanto nel fuoco [...]. Dio mio, che fuoco! Quale dolcezza!  Di questi trasporti di amore ne ho sentiti molti, e per diverso tempo sono rimasto come fuori di questo mondo. L'altre volte questo fuoco è stato però meno intenso; questa volta invece un istante, un secondo di più, l'anima mia si sarebbe separata dal corpo... se ne sarebbe andata con Gesù.  

Oh che bella cosa divenir vittima d'amore. Ma presentemente come si trova l'anima mia? Mon cher père, à présent Jésus a retiré son javelot de feu, mais la blessure est mortelle" (26 8 1912; cf. anche 20 5 1912).  

"Sì, padre mio, dico il vero, tale è il trangosciamento che provo, che non credo sia per riservarmene uno maggiore nell'ora suprema di morte. Sembrami come se tutte le ossa mi si scerpassero. Sentomi, senza punto vederlo con gli occhi del corpo, ma ben vedendolo io con quelli dello spirito, immergermi da costui a volta a volta un coltello, con una punta bene affilata e quasi gettando fuoco, attraverso il cuore che lo approfonda fino nelle viscere; indi a viva forza lo ritrae per poi di lì a poco ripetere l'operazione. Il tutto lascia, al moltiplicarsi  di  questi  colpi,  sempre  maggiormente  divampare  l'anima  di grandissimo amore di Dio.  

Il dolore intanto che producemi tal ferita, che da lui mi viene aperta, e la soavità che in pari tempo mi si fa sentire, sono così vivi che adombrarli mi torna impossibile. Ma, padre mio, detto dolore, come detta soavità sono del tutto spirituali, sebbene sia pur vero che non lascino anche il corpo di parteciparvi, anche in alto grado" (24 1-1915).  

"Tutti i pensieri, tutti mi dicono che sono lontano da Dio, e non c'è balsamo che possa raddolcire questa piaga crudele, non c'è medicina che valga, né altra consolazione all'infuori di quella di patire un vero martirio per sì degna cagione.  

Padre mio, chi è tra i mortali che possa indovinare quanto sia dura la prova a cui vengo sottoposto? Chi vi è che possa indovinare quanto sia profonda la ferita che si è aperta dalla parte del cuore? Chi vi è che possa indovinare da quale mano sia partita la freccia? Chi vi è che possa indicarmi con quale sorta di balsamo si possa render meno aspro un tormento sì crudele?  

Ahimè! quanto sono stolto, padre mio. Se si potesse curare coi meschini rimedi dell'arte umana, cesserebbe certamente di essere un male di così alta sfera. Ed intanto... come potrò vivere inchiodato in questo duro carcere? Ah! non è vero che la vita dell'uomo è corta quaggiù; no, è troppo lunga, dessa è infinita. A che prò dunque restarmi io più lungamente confitto in questo mondo? Per me non c'è alcun balsamo, che valga a disacerbare questa piaga crudele, se non quello di rassegnarmi per piacere anche in questo al mio dolce Signore.  

Deh! padre mio, preghiamo insieme così il confortatore dolcissimo dei veri amanti: o mio Dio, riposo dolcissimo dei vostri amanti, deh! fate gustare finalmente cotesto riposo a un cuore innamorato delle vostre bellezze, ad un cuore che vive a solo fine ché voi il volete, voi solo potete rendere meno crudo il martirio di un'anima, che si strugge dal desiderio di unirsi per sempre a voi" (4 9 1915).  

b) Piaghe d'amore.   Si distinguono dalle ferite perché sono più profonde, più impregnate  d'amore  e  più  durevoli.  Esse  provengono  principalmente  dalle altissime notizie che l'anima ha di Dio e dei misteri della fede. Inoltre appaiono  in  qualche  modo  all'esterno  o  trapassando  fisicamente  il  cuore (trasverberazione) o manifestandosi in alcune parti del corpo, come alle mani, ai piedi ed al costato (stimmatizzazione).  

a ) Trasverberazione, da certuni chiamata "assalto del Serafino" è una grazia santificatrice. Secondo la classica dottrina di san Giovanni della Croce, l'anima, "infuocata di amore di Dio", è "interiormente assalita da un Serafino"  il quale, bruciandola, "la trafigge fino in fondo con un dardo di fuoco", e l'anima così ferita è pervasa da soavità deliziosissime.  

Santa Teresa di Gesù fu protagonista di questo straordinario fenomeno mistico ed essa stessa racconta come avvenne il fatto meraviglioso. Anche padre Pio ricevette questa grazia la sera del 5 agosto 1918 e la descrive al direttore in termini, che non si discostano sostanzialmente dalla classica relazione di santa Teresa:  

"In forza di questa [ubbidienza] mi induco a manifestarvi ciò che avvenne in me dal giorno cinque a sera, a tutto il sei del corrente mese. Io non valgo a dirvi ciò che avvenne in questo periodo di superlativo martirio. Me ne stavo confessando i nostri ragazzi la sera del cinque, quando tutto di un tratto fui riempito di un estremo terrore alla vista di un personaggio celeste che mi si presenta dinanzi all'occhio dell'intelligenza. Teneva in mano una specie di arnese, simile ad una lunghissima lamina di ferro con una punta bene affilata e che sembrava da essa punta che uscisse fuoco. Vedere tutto questo ed osservare detto personaggio scagliare con tutta violenza il suddetto arnese nell'anima, fu tutto una cosa sola. A stento emisi un lamento, mi sentivo morire. Dissi al ragazzo che si fosse ritirato, perché mi sentivo male e non sentivo più la forza di continuare. Questo martirio durò, senza interruzione, fino al mattino del giorno sette. Cosa io soffrii in questo periodo sì luttuoso io non so dirlo. Persino le viscere vedevo che mi venivano strappate e stiracchiate dietro di quell'arnese, ed il tutto era messo a ferro e fuoco. Da quel giorno in qua io sono stato ferito a morte. Sento nel più intimo dell'anima una ferita che è sempre aperta, che mi fa spasimare assiduamente" (21 8 1918). 

Padre Pio chiudeva la relazione con queste parole piene di angoscia:  

"Non  l'è  questa  una  nuova  punizione  inflittami  dalla  giustizia  divina? Giudicatelo voi quanta verità sia contenuta in questo e se io non ho tutte le ragioni di temere e di essere in una estrema angoscia".  

Questa volta la risposta non si fece aspettare; e fu chiara, illuminante, propria d'un autentico maestro di spirito. Infatti il 27 agosto gli rispondeva padre Benedetto: "Tutto quello che avviene in voi è effetto di amore, è prova, è vocazione a corredimere, e quindi è fonte di gloria. Posto ciò certo e indubitato, cadono le ansie e le trepidazioni che il nemico suscita per la sua malvagia voluttà di tormentare e che il sommo Bene permette sempre allo scopo su accennato [...]. Dominus tecum. Egli, l'amore paziente, penante, smanioso, accasciato, pesto e strizzato nel cuore, nelle viscere tra l'ombre della notte e più della desolazione nell'orto di Getsemani, è con voi associato al vostro dolore e associandovi al suo. Ecco tutto, ecco la verità e solo la verità. La vostra non è neppure una purga, ma una unione dolorosa. Il fatto della ferita compie la passione vostra come compì quella dell'Amato sulla croce. Verrà forse la luce e la gioia della risurrezione? Io lo spero, se a lui così piace. Baciate la mano che vi ha transverberato e stringetevi dolcissimamente cotesta piaga che è suggello d'amore".  

Padre Pio ringrazia il direttore per i suoi orientamenti e le sue assicurazioni e il 5 settembre ritorna a parlare degli effetti del misterioso fenomeno:  

Io mi veggo sommerso in un oceano di fuoco, la ferita che mi venne riaperta sanguina e sanguina sempre. Dessa sola basterebbe a darmi mille e più volte la morte. O mio Dio, e perché non muoio? o non vedi che la stessa vita per l'anima che tu impiagasti le è di tormento? Sei pur crudele, tu che ti rimani sordo ai clamori di chi soffre e nol conforti? Ma che dico?... Perdonatemi, padre, sono fuori di me, non so quello che mi dico. L'eccesso del dolore che mi cagiona la ferita che sempre è aperta, mi rende furibondo contro mio volere, mi fa uscire di me e mi porta al delirio, ed io mi veggo impotente a resistere".  

Gli effetti della ferita si fecero più intensi dopo la stimmatizzazione ed ebbero nuove manifestazioni. Infatti il 20 dicembre scrive a padre Benedetto:  

"Da più giorni avverto in me una cosa simile ad una lamina di ferro che dalla parte bassa del cuore si estende sino a sotto la spalla destra in linea trasversale. Mi causa dolore acerbissimo e non mi lascia prendere un po' di riposo. Cosa è mai questo? Questo fenomeno nuovo incominciai ad avvertirlo dietro un'altra apparizione di quel solito misterioso personaggio del cinque e sei di agosto e del 20 settembre, di cui vi parlai, se vi rammentate, in altre mie lettere".  

Non è facile avere descrizioni dettagliate sulla configurazione fisica della transverberazione con cui Dio ha arricchito alcune anime privilegiate; anche se si rende visibile nella carne, data la natura intima del fenomeno, generalmente non è oggetto d'osservazione diretta. Perciò ci sembra opportuno riportare qui la testimonianza del padre Paolino da Casacalenda, che fu in grado di osservare ripetutamente la ferita. Nel mese di luglio 1919 il professor Bignami, per ordine delle autorità competenti, esaminò clinicamente le stimmate di padre Pio, per otto giorni consecutivi e poi ordinò, alla presenza di testimoni, di fasciare e suggellare le ferite e di controllare i suggelli delle stesse alla presenza degli stessi testimoni alla fine d'ogni esame, affinché si potesse avere la certezza che le ferite non erano state affatto toccate.  

Padre Paolino, uno dei testimoni, nel ricordare il fatto, tra l'altro, scrive:  "A titolo di cronaca debbo dire qui che quello che mi ha colpito di più nella visione delle piaghe è stata la forma della piaga del costato, che si rileva proprio dalla parte del cuore e non già dall'altra parte del costato, come ho sentito dire da molti. Ha la forma quasi di una X, dal che si deduce che sono due le ferite e ciò si riconnette col fatto che ho sentito dire, ma che non posso provare per mancanza di documenti sicuri, che molto prima delle stigmate il padre Pio fu ferito con una spada da un angelo dalla parte del cuore. E infine l'altra cosa che mi fece impressione è che questa piaga ha le apparenze di una forte bruciatura che non è superficiale ma si sprofonda nel costato" 3. b) Stimmatizzazione. La transverberazione in padre Pio fu come il preludio della stimmatizzazione. Mentre la prima è una grazia santificatrice, la seconda è piuttosto carismatica, concessa da Dio a vantaggio degli altri. Nel nostro caso però la si può considerare anche come piaga d'amore, perché è, per così dire, il complemento, l'estrinsecazione e la proiezione della ferita dell'anima.  Tralasciando tutta la casistica e la problematica di questo fenomeno, ci accontentiamo di descriverlo con le stesse parole di padre Pio. I primi sintomi o segni del prodigio apparvero nell'autunno del 1910 (cf. lett. 8 9 1911); in seguito scomparvero, ma i dolori continuarono. Il 21 marzo 1912 scriveva a padre Agostino: "Dal giovedì sera fino al sabato, come anche il martedì, è una tragedia dolorosa per me. Il cuore, le mani ed i piedi sembrami che siano trapassati da una spada; tanto è il dolor che ne sento!". Poi il prodigio si compì il 20 settembre 1918 e da allora rimase perennemente visibile.  

Dopo ripetute richieste del direttore e superando l'enorme ripugnanza, che sentiva a parlare di un favore così straordinario, il 22 ottobre gli inviò un commovente e verace ragguaglio dell'avvenimento, che segna una tappa decisiva nella sua esistenza terrena. A malincuore rinunciamo a riportarlo qui per causa di brevità; ma invitiamo il lettore a leggerlo e meditarlo attentamente (cf. lett. 510).

PADRE PIO DA PIETRELCINA


venerdì 17 luglio 2026

Tocchi mistici.

 


EPISTOLARIO


Tocchi mistici.   Sono sentimenti deliziosi impressi soprannaturalmente da Dio, attraverso un contatto spirituale, nel "fondo o punta dell'anima", nella "cima dello spirito". Si distinguono per il maggior o minor grado d'intensità, e i più profondi si chiamano "sostanziali", perché sembra che si verifichino tra le due sostanze, Dio e l'anima, ma in realtà Dio agisce nelle potenze e non nella sostanza dell'anima.  L'anima riceve umilmente e passivamente queste grazie santificanti e non di rado si commuove fino a prorompere in gemiti e sospiri. 

Qui non si tratta di una conquista dello sforzo umano, ma piuttosto di un dono della benevolenza divina.  Tra le manifestazioni più caratteristiche del fenomeno nell'epistolario troviamo le seguenti: a ) fusione dei cuori; b) tocco sostanziale; c) bacio d'amore.  

"Il buon Gesù non mancò di consolarmi e fortificarmi nello spirito. A stento potei recarmi al divin Prigioniero per celebrare. Finita la messa, mi trattenni con Gesù pel rendimento di grazie. Oh quanto fu soave il colloquio tenuto col paradiso in questa mattina! Fu tale che pur volendomi provare a voler dir tutto, non lo potrei; vi furono cose che non possono tradursi in un linguaggio umano senza perdere il loro senso profondo e celeste. Il cuore di Gesù ed il mio, permettetemi l'espressione, si fusero. Non erano più due i cuori che battevano, ma uno solo. Il mio cuore era scomparso come una goccia d'acqua che si smarrisce in un mare. Gesù n'era il paradiso, il re. La gioia in me era sì intensa e sì profonda che più non [mi] potei contenere; le lacrime più deliziose mi inondarono il volto. Sì, babbo mio, l'uomo non può comprendere che quando il paradiso si riversa in un cuore, questo cuore afflitto, esiliato, debole e mortale, non lo può sopportare senza piangere. Sì, lo ripeto, la gioia sola che riempiva il mio cuore fu quella che mi fece piangere sì a lungo. Questa visita, credetemi, mi rinfrancò tutto. Viva il divin prigioniero!" (18 4 1912; cf. anche 20 5 1912).  "Padre, mi sia concesso sfogarmi con voi almeno: son crocifisso d'amore! Non ne posso proprio più: l'è questo un cibo assai delicato per chi è avvezzo a cibi grossolani, ed è appunto questo che mi produce di continuo delle fortissime indigestioni spirituali, da crescere a tal punto da far gemere per vivissimo dolore ed amore insieme la povera anima. La meschinella non sa adattarsi a questo nuovo modo che tiene il Signore con lei; ed ecco che il bacio ed il toccamento, direi così, sostanziale che questo amorosissimo Padre celeste imprime sull'anima, le riesce ancora di una estrema pena" (18 3 1915).  

"Una volta sola ho sentito nella più secreta ed intima parte del mio spirito una cosa sì delicata, che non so come poterla dare ad intendere. L'anima sentì dapprima, senza poter vedere, la di lui presenza ed in seguito, direi così, egli si avvicinò sì strettamente all'anima, che questa avvertì pienamente il di lui toccamento, proprio, per darvene una pallida figura, come suole avvenire quando ci accade che il nostro corpo tocchi strettamente un altro. Non so dir altro in riguardo, solo vi confesso che fui preso dal più grande spavento in principio, che di lì a poco fu cambiato questo spavento in una celestiale ebbrezza. 

Mi sembrò che non fossi più nello stato di viatore, e non saprei dirvi se quando ciò avvenne avvertii o no di essere ancora in questo corpo. Iddio solo lo sa ed io non saprei dirvi altro per meglio darvi ad intendere questo avvenimento" (8 3 1916).  

"Ed ecco in qual modo avvenne: rammento che il mattino di detto giorno [Corpus Domini: 30 5 1918] all'offertorio della santa messa mi si porgesse un alito di vita; non saprei dire nemmeno lontanamente ciò che avvenne in quel fugace momento nel mio interno, mi sentii tutto scuotere, fui ripieno di estremo terrore, e poco mancò che non venissi a mancar di vita; poi subentrò una calma completa da me non mai sperimentata per l'addietro. Tutto questo terrore, scuotimento e calma, che l'una succedette all'altro fu causato non dalla vista, ma da una cosa che mi sentii toccare nella parte più secreta ed intima dell'anima. Io non riesco a dire altro di questo avvenimento. Piaccia a Dio farvi intendere la cosa come avvenne nella sua realtà" (27 7 1918). 

PADRE PIO DA PIETRELCINA 


mercoledì 27 maggio 2026

FENOMENI MISTICI CONCOMITANTI

 


EPISTOLARIO


La fenomenologia mistica affiora quasi ad ogni pagina dell'epistolario. Esorbita da questa presentazione introduttiva, forzatamente succinta e frammentaria, l'analisi di tutti i doni mistici, con cui Dio adornò quest'anima privilegiata. Accenneremo appena ai principali, stralciando squarci di lettere, per mettere in rilievo la loro esistenza, il posto che occupano in questo itinerario spirituale e l'idea personale che dei medesimi aveva padre Pio.  Questa tappa dell'itinerario spirituale è polarizzata intorno all'amore di Dio e caratterizzata da alcuni fenomeni concomitanti che studieremo nel presente capitolo.  La intensità dell'amore di Dio è così forte e penetrante che alle volte esplode improvvisamente in effetti transitori sorprendenti, e questi non si esauriscono nei nascosti recessi dello spirito e negl'intimi rapporti dell'anima con Dio, ma investono altresì l'attività delle potenze e dei sensi e si riflettono, in qualche modo, su tutto l'organismo.  

Padre Pio descrive questi fenomeni mistici in pagine dense di pensiero e cariche d'esperienza. Noi adottando la terminologia comunemente ammessa dagli specialisti, raggruppiamo in tre categorie principali i detti fenomeni, concomitanti questa fase della vita contemplativa o vita d'unione e riscontrati nell'epistolario: 1) impeti o trasporti d'amore, 2) tocchi divini; 3) ferite e piaghe d'amore.  Ci sembra superfluo avvertire che certi aspetti di tali fenomeni appaiono in grado più o meno elevato e con più o meno frequenza nelle tre categorie suaccennate. Non lo dimentichi il lettore dei brani da noi scelti per illustrare i singoli fenomeni.  1.   Impeti d'amore.   Sono trasporti ispirati dalla intensità e dalla forza dell'amore di Dio. L'anima si sente come divorata da una fame e da una sete di corrispondere all'amore divino, e non potendo saziarle cade in deliquio e prorompe in lagrime.  L'impeto amoroso si riflette così vivamente nel corpo, che pur aumentando notevolmente le energie dello spirito causa gli effetti di una vera malattia ed esso si sente languire. L'acerbo dolore è controbilanciato da indicibile soavità. L'anima anela a congiungersi definitivamente a Dio:  "Sentomi il cuore e le viscere tutte assorbite da fiamme di un grandissimo fuoco che si vanno sempre ingagliardendo. Tali fiamme fanno uscire la povera anima in flebili sospiri. Eppure chi il crederebbe? In un medesimo tempo l'anima sente, assieme al martirio atrocissimo che le viene cagionato dalle suddette fiamme, una soavità estremamente eccessiva, che tutto mi lascia divampare d'amor grande di Dio. Mi sento annicchilito, padre mio, e non trovo luogo per potermi nascondere a tale dono del divin Maestro. IO sono ammalato, ed ammalato di cuore. Non ne posso proprio più; il filo sembra che sia per spezzarsi da un momento all'altro e questo momento non si vede giungere. Quanto è triste, padre mio, lo stato di un'anima a cui Iddio l'ha fatta infermare del suo amore. Per carità, pregate il Signore che ponga fine ai miei giorni, che non sento affatto più la forza di poterla continuare in simile stato. Non veggo altro rimedio alla mia malattia del cuore se non quello d'essere una buona volta consunto da queste fiamme che bruciano e non mai consumano. Non crediate poi che sia la sola anima quella che partecipi ad un tale martirio; anche il corpo vi partecipa, sebbene indirettamente, in un grado altissimo. Da che dura questa divina operazione, il corpo è per divenire impotente a tutto" (30 1 1915).  "E purtroppo questa luce non è venuta mai meno, ma dovete ancora convenire meco che l'è appunto questa luce che cagiona al povero spirito una pena superiore ad ogni umano concetto; ella rappresenta in tal modo la divina bontà da non poter l'anima goderne con possedimento d'amore, ma solo ella sospira da lungi un tal possesso con desideri penosi: tale luce fa anelare l'anima a Dio, fonte di ogni bene e che il più delle volte è stretta a palesare la pena delle sue brame con un profluvio di lacrime" (9 5 1915; cf. anche 17 10 1915; 2 4 1917; 16 7 1917).  "Padre, lo strazio che sento nell'anima e nel corpo per l'operazioni avvenute [trasverberazione e stigmatizzazione] e che perdurano sempre, quando avranno fine? Dio mio, padre mio, io non ne posso più. Mi sento morire di mille morti in ogni istante. Mi sento divorare da una forza misteriosa, intima e penetrante che mi tiene sempre in un dolce, ma dolorosissimo deliquio. Che cosa è mai questo? lamentarsi con Dio di tanta durezza è colpa?" (20 12 1918). 

PADRE PIO DA PIETRELCINA 


lunedì 9 marzo 2026

Fattore psicologico.

 


EPISTOLARIO


Durante la fase purificatrice l'attività dell'anima si svolge in perenne lotta tra luce e tenebre ed il contrasto, a volte, rende difficile o impossibile la percezione chiara e distinta dei fenomeni, della loro realtà e finalità. Da una parte, il lume divino, in certo qual modo, acceca il debole e limitato intelletto umano; e dall'altra, il lume umano scandaglia e scopre tutto ciò che la creatura ha di negativo e malvagio e che deve assolutamente essere annientato e scomparire, se si vuole raggiungere la piena e desiderata unione con Dio. Vi sono come due poli contrapposti e irriducibili: santità e peccato, luce e tenebre, verità ed errore.  Vi è, inoltre, il così detto legamento delle potenze che rende più complessa la situazione. Infatti le desolazioni, le aridità, le incertezze, scaturiscono anch'esse dall'oscurità in cui piomba spesso l'intelletto e attraverso la quale deve svolgere la sua azione specifica; poi dall'aridità e desolazione della volontà, per cui questa facoltà non ha mai una piena sicurezza di aderire o possedere il bene desiderato; ed, in fine, dall'oblio e dimenticanza che affligge la memoria, che non conserva neppure il ricordo dell'amore e della bontà di Dio né è in grado di richiamare alla mente la fedeltà e la corrispondenza dell'anima a lui. Ecco in quali termini padre Pio dichiara questo legamento e purificazione delle facoltà dell'anima:  "Mai ebbi così inerti e serrate le potenze. Oh che amarezza è questo per la volontà, per la memoria e per l'intelletto! Mi penso che per una volontà che voglia e desideri almeno la volontà pel bene, sia duro ed inconcepibile quella pena che ne soffre. E così ancora chi arricchito del vasto ricordo della ricchezza divina nei suoi attributi e diritti, e in quanto a sé nei propri doveri e rispetti pel suo creatore, è durezza di morte l'impenetrazione di ciò che misteriosamente poi si riflette, ed è a fiottare la viltà della miseria, che ne è investita, ma imprigionata e stretta, accecata e strappata a quel corredo istesso si memorabile. L'intelletto è schiacciato sotto il torchio, ed illustrato ne è reso cieco; ed è una cecità dolorosa, che chi lo provasse solamente potrebbe darne certa prova di entità: massime poi, mi penso, per un intelletto resosi svegliato dalle prove, e messo poi in contrasto dai raggi splendidissimi della vera vita, che tramonta in esso fin dal suo nascere, la pena addiviene del tutto insopportabile" (5 9 1918; cf. anche 19 6 1918).  

La notte oscura ha due aspetti contrastanti ed opposti: uno sommamente doloroso e l'altro dolcemente rasserenante; il primo tormentoso e sconvolgente e il secondo di intima soavità e dolcezza. Il dolore s'intreccia con l'amore e viceversa.  

Di questi due aspetti le lettere di padre Pio fanno risaltare prevalentemente quello angoscioso che scaturisce, tra l'altro, dall'ansia inappagabile di raggiungere il sommo Bene e della consapevolezza di non possederlo pienamente. Invece l'aspetto dolce e soave, che scaturisce dal godimento della contemplazione o vista prolungata di Dio sotto l'influsso dei doni dello Spirito Santo, si sente piuttosto come in sordina o nascosto nel sottofondo, dal quale però emerge di quando in quando con forza quasi esplosiva e con passeggeri spiragli di luce, di gaudio, di amore.  Il dolore riflette le pene dell'inferno; la purificazione le sofferenze del purgatorio; la contemplazione i godimenti del paradiso.  

PADRE PIO DA PIETRELCINA 


martedì 21 ottobre 2025

Un'altra componente di questa estenuante prova dello spirito è il dubbio quasi permanente sulla realtà delle relazioni dell'anima con Dio.

 


EPISTOLARIO


c. Fattore morale. 

Un'altra componente di questa estenuante prova dello spirito è il dubbio quasi permanente sulla realtà delle relazioni dell'anima con Dio. E' continuamente tormentata dal rimorso delle infedeltà apparenti o reali commesse e non riparate, dalla paura di offendere Dio e dalla incertezza se piaccia o dispiaccia al Signore con la sua condotta. La visione chiara e penetrante del proprio io, con tutta una sequela di miserie, di imperfezioni e limitazioni; e l'altrettanta chiara e penetrante cognizione della perfezione, della santità e della bellezza del sommo Bene, con la conseguente irresistibile attrazione tendente ad unire i due estremi opposti e contrastanti, crea nell'anima una situazione straziante ed estremamente dolorosa. 

Inoltre al dubbio se piaccia o dispiaccia a Dio, si aggiunge un altro non meno straziante e doloroso, cioè se in realtà abbia rintuzzato vittoriosamente le violente ed assidue tentazioni e suggestioni del nemico. Egli è assolutamente certo della sua radicale e volontaria opposizione al peccato; preferirebbe mille morti al più lieve dispiacere volontario recato a Dio; si dichiara lealmente pronto a soffrire ogni sorta di tormenti, anziché seguire deliberatamente una pur qualsiasi suggestione diabolica; ma non per questo trova pace e conforto. Ed il dubbio che la tormenta raggiunge tale intensità e violenza che, anche quando, dopo un attento, sincero e spietato esame di coscienza, l'anima non trova nulla in concreto da rimproverarsi, è incline sempre a pensare che ciò avvenga non perché non ci siano manchevolezze, infedeltà e peccati, ma perché Dio, avendo ormai deciso di abbandonarla definitivamente, li nasconde al suo sguardo. Padre Pio ritorna spesso su questo stato angoscioso, che è presente con una frequenza inusitata, e lo descrive con vivacità di vissuta sofferenza. Stralciamo alcuni brani: 

"Da vari giorni mi sento un continuo turbamento di coscienza per la mia vita passata, spesa così malamente [...]. L'è questo un pensiero che mi uccide; non so che partito prendere [...]. Mi sento ancora alle volte tentato a tralasciare la comunione quotidiana [...]. Intanto non posso comprendere come mai questi timori e sconforti possano sussistere in un cuore che preferisce mille volte la morte anziché determinarsi a peccare. In queste torture del cuore sento una più grande fiducia in Dio, e sono così ripieno di dolore dei miei peccati, che passo momenti di continuo martirio" (20 6 1910). "Dietro le innumerevoli tentazioni, alle quali vado soggetto di giorno in giorno, un dubbio da sconvolgermi anche la mente mi rimane: se veramente le ho discacciate. Piango e gemo molto a pie' di Gesù sacramentato per questo, e molte volte mi par di essere confortato; ma sembrami pure alle volte che Gesù si nasconda all'anima mia. La penna è impotente a descrivere ciò che passa nell'anima mia in questi momenti di nascondimento di Gesù" (6 7 1910). 

"Ella ben sa che le guerre spirituali sono moltissime e queste non mi affliggerebbero di certo se sapessi che ne andassi sempre esente dall'offesa di Dio. Ma ciò che mi affligge sommamente è nel non poter conoscere se ho acconsentito alle tentazioni oppure no. Veramente ho una volontà presentemente che mi assoggetterei volentieri ad esser diviso in mille pezzi, anziché determinarmi di offendere Iddio per una sola volta. Ricorro, alle volte, al confessore, e lì per li me ne rimango in un po' di calma. Ma poco dopo, ecco là sempre da capo. Mi va via quasi la testa [...]. Anche all'altare, padre mio, Iddio solo sa quanta violenza bisogna che mi faccia per evitare ulteriori peccati" (2 5 1912; cf. anche 4 9 1915; 8 11 1916; 16 7 1917) 

"Nulla, proprio nulla mi distrae da questo incubo che mi tortura. E ciò che più mi strazia l'anima si è che forse queste mie pene non sono accette a Gesù, perché provenienti da un vaso d'ignominia e chi sa se non sia desso un vaso d'ira? [...]. Mio Dio! Sarà mai vero che dovrò calare nella tomba, portando meco il gran segreto che mi circonda ed il gran mistero che mi opprime, si incerto dell'eterno mio destino!" (4 8 1915; cf. anche 26 9 1917; 31 1 1918; 19 6 1918; 11 1 1922). 

PADRE PIO DA PIETRELCINA


martedì 22 luglio 2025

Tentazioni contro la fede.



Causa delle maggiori amarezze per l'anima e dei più violenti turbamenti è la tentazione contro la fede. La strada da percorrere è avvolta di dense caligini. L'anima ha paura d'inciampare ad ogni pie'  sospinto e satana coglie il momento propizio per scardinare il fondamento su cui poggia l'edificio spirituale. La luce che viene dagli uomini non vale a rischiarare l'intelligenza. E' la dolorosa esperienza di ogni giorno e di ogni momento.  Ma ancora più grave è che il nemico fa vedere all'anima un assurdo il pensare che le presenti tribolazioni siano volute o permesse da Dio per il suo bene: "Iddio non c'entra per niente", sussurra il nemico. E se ciò fosse vero, tutto sarebbe, oltre che inutile, una pura finzione. L'anima si rende conto della gravità della situazione e soffre lancinanti dolori che, salvo brevi schiarite, si prolungano per anni ed anni.

La notte dello spirito diventa sempre più oscura e impenetrabile, ed in verità padre Pio non sottovaluta le difficoltà e i pericoli di questo continuo camminar nel buio. Il 30 ottobre 1914 scrive al direttore spirituale:  

"Mio Dio, quegli spiriti maligni, padre mio, fanno tutti gli sforzi per perdermi; vogliono vincermi per forza; sembra che approfittino proprio della mia debolezza fisica per maggiormente sfogare contro di me il loro livore ed in tale stato veder se sia loro possibile strapparmi dal petto quella fede e quella fortezza che mi viene dal Padre dei lumi. In certi momenti mi veggo proprio sull'orlo del precipizio, sembrami allora che la pugna sia per arridere a quei birbaccioni; mi sento proprio tutto, tutto scuotermi; un'agonia mortale attraversa il mio povero spirito, riversandosi pure sul povero corpo e tutte le membra me le sento rattrappirsi. La vita allora davanti a me la veggo come se mi si arrestasse: ella è sospesa. Lo spettacolo è assai triste e luttuoso: solo chi ne è stato posto alla prova potrà immaginarselo. Quanta è dura, padre mio, la prova che ci mette all'estremo rischio di offendere il Salvatore e Redentore nostro! Si, qui si gioca il tutto per il tutto" (cf. anche 11 11 1914 e 8 12 1914).  Dopo aver letto questa realistica descrizione, ognuno comprenderà senza difficoltà che padre Pio ha perfettamente ragione, quando parla delle difficoltà del credere, cioè il potersi inoltrare sempre più per le vie dello spirito senza tentennamenti ed incertezze, sostenuti soltanto dall'autorità di Dio invisibile, che sembra sottrarsi con ogni maniera alle esigenze umane dell'intelligenza e del cuore:  "Una infinità di timori mi assale in ogni istante. Tentazioni intorno alla fede e che vuole spingermi a tutto negare. Padre mio! quanto è difficile il credere! Il Signore mi aiuti a non gittare l'ombra del sospetto su ciò che a lui è piaciuto svelarci. Chiedo la morte in sollievo delle mie afflizioni. Me l'accordi presto il Signore Iddio, ché non ne posso proprio più" (8 3-1916).  Padre Pio parla anche delle conseguenze che portano con sé i ripetuti assalti diabolici contro la fede, che in fondo non sono se non altrettante forme di purificazione:  "Ci sono poi certi momenti che vengo assalito da violente tentazioni contro la fede. La volontà sono certo che non ci si posa; ma la fantasia è si accesa e presenta a si chiari colori la tentazione, che nella mente si aggira, che presenta il peccato come una cosa non solo indifferente, ma dilettevole. Di qui nascono ancora tutti quei pensieri di sconforto, di diffidenza di disperazione e persino, non inorridite, padre, per carità, pensieri di bestemmie. Io mi spavento di fronte a tanta lotta, tremo e mi violento sempre e sono certo che, per grazia di Dio, non ci cado" (16 7 1917).  

Indubbiamente la testimonianza della coscienza di aver resistito sino in fondo alle insidie di Satana e di essere stato fedele alla grazia del Signore, placava in qualche modo l'anima, anche se non riusciva ad allontanare il nemico, che insistentemente ritornava all'attacco:  "Ancora una volta poi l'anima mia in questi giorni è discesa all'inferno; ancora una volta il Signore mi ha esposto al furore di satana. I di lui assalti sono violenti ed assidui: si tratta che questo apostata infame vuole strapparmi dal cuore ciò che in esso vi è di più sacro: la fede. Mi assale di giorno in tutte le ore; mi amareggia il sonno nelle ore della notte. Fino a questo punto che scrivo ho la piena coscienza di non avergliela data mai per vinta; ma nell'avvenire?! ... Sento forte la volontà, che è attaccata al suo Dio, ma debbo ancora confessare che le forze fisiche e morali, per la lotta che si sostiene, si vanno sempre più debilitando. Avrà forse il Signore esaudita la mia preghiera, chiesta con tanta insistenza allorché mi trovavo colla casacca militare, di commutarmi la prova in un'altra, sebbene più dura? Se così fosse, ci sarebbe da confortarsi" (26 11 1917).  E' in verità commovente sentire come padre Pio geme di continuo, si dimena senza posa avvolto nelle tenebre e sospira per la luce scomparsa dall'orizzonte dell'anima:  "La lotta contro la fede imperversa sempre più" (19 12-1917). "Il mio spirito è sempre coinvolto nelle tenebre, le quali si vanno facendo sempre più fitte. Le tentazioni contro la fede vanno sempre più crescendo. Io vivo dunque sempre nel buio, cerco di vedere, ma inutilmente. Mio Dio, quando spunterà, non pretendo il sole, ma almeno l'alba? Ciò che mi sostiene è la sola parola dell'autorità. Fiat voluntas Dei!" (24 1 1918).

PADRE PIO DA PIETRELCINA 


sabato 24 maggio 2025

Tentazioni spirituali.

 


EPISTOLARIO


4.   Tentazioni spirituali.   Nonostante gli assalti e le insistenze del maligno, l'anima continua la sua ascesa mistica, anche quando il nemico rallenta i suoi attacchi esterni ed in certo modo spettacolari e adatta la sua strategia ai nuovi rapporti dell'anima con Dio, aprendo, nella lotta sempre accanita e violenta, una nuova fase. La prima intenzione sembra essere quella di ostacolare e interrompere i rapporti di amicizia con Dio, il quale si nasconde o si manifesta attraverso una misteriosa caligine purificatrice sempre più densa e dolorosa.  Padre Pio sente sempre più schiacciante la forza di satana che lo conduce sull'orlo del precipizio e lo spinge sulla via della disperazione; conseguentemente invoca con animo pieno di angoscia l'aiuto morale dei suoi direttori per non soccombere. La partecipazione satanica all'evolversi della notte oscura si fa sempre più evidente:  "La lotta con l'inferno è arrivata al punto in cui non si può più andare più innanzi [...]. La battaglia è superlativamente ed estremamente aspra, a me sembra di soccombere da un istante all'altro" (1 4 1915).  

"Veramente vi sono dei momenti, e questi non sono rari, nei quali mi sento come schiacciato sotto la potente forza di questo triste cosaccio. Non so proprio a quale mezzo appigliarmi; prego, e molte volte la luce tarda a venire. Cosa devo fare? Aiutatemi, per carità, non mi abbandonate" (15 4 1915).  "I nemici insorgono, o padre, di continuo contro la navicella del mio spirito e tutti d'accordo mi gridano: abbattiamolo, schiacciamolo, perocché è debole e non potrà a lungo resistere. Ahimè, padre mio, chi mi libererà da questi leoni ruggenti, tutti pronti a divorarmi?" (9 5 1915).  

L'anima attraversa momenti di estrema violenza; sente la forza schiacciante del nemico e la sua congenita debolezza. Non mancano tentennamenti sull'esito del duello ingaggiato tra le due forze contrapposte e irreconciliabili. Ma la reazione non si lascia aspettare e trionfa la fiducia incondizionata nel Signore. Ecco con quale vivacità e realismo padre Pio esprime questi stati di animo:  

"Deh!, per carità non mi negate il vostro soccorso, non mai negate i vostri ammaestramenti, sapendo che il demonio più che mai va infierendo contro la navicella del mio povero spirito. Padre mio, non ne posso proprio più, mi sento venir meno tutte le forze; la battaglia è proprio al suo ultimo stadio, da un momento all'altro mi sembra di rimaner soffocato dalle acque della tribolazione. Ahimè! chi mi salverà? Sono solo a combattere, e di giorno e di notte, contro un nemico sì forte e sì potente. Chi vincerà? A chi sorriderà la vittoria? Si combatte estremamente da ambo le parti, padre mio; a misurare le forze da ambedue le parti, mi veggo debole, mi veggo fiacco di fronte alle schiere nemiche, sono sul punto di essere schiacciato, di essere ridotto al nulla. Breve, tutto calcolato, il vinto a me sembra che debba propriamente essere io. 

Ma che dico mai?! E' possibile che il Signore il permetterà?! Giammai! Sento ancora rizzarsi, qual gigante, nella più intima parte del mio spirito la forza di gridare forte al Signore: "Salvami, che son per perire"" (1 4 1915).  "La debolezza del mio essere mi fa tremare e mi fa sudar freddo; satana con le sue arti maligne non si stanca di muovermi guerra e di espugnare la piccola fortezza, col prenderla d'assedio per ogni dove. Insomma, Satana è per me come un potente nemico, che risoluto di espugnare una piazza, non si contenta di assalirla in una cortina o in un bastione, ma tutta per ogni parte la circonda, in ogni parte l'assalta, in ogni parte la tormenta. Padre mio, le arti maligne di Satana m'incutono spavento; ma da Dio solo, per Gesù Cristo, spero la grazia di ottenere sempre la vittoria e giammai la disfatta" (4 8 1917). 

 

giovedì 13 marzo 2025

Sofferta purificazione.

 


EPISTOLARIO


Non è difficile scoprire la nota purificatrice di questo permanente stato di guerra tra l'anima ed il suo rivale. Purifica, infatti, la sofferenza fisica del corpo; purifica il timore di offendere Dio ed essergli infedele; purifica anche il fatto di non comprendere il perché della tentazione:  "Io non so quale sia la causa per cui Iddio finora non si sia mosso a pietà di me col liberarmi; so questo solamente che lui non opera senza fini santissimi, utili a noi. Ed ora me lo dica, padre, per amore di Gesù Cristo e della nostra bella Vergine addolorata, se nel cuore ci ho qualche cosa, benché piccola, che non piace a Dio; perché coll'aiuto suo voglio strapparla ad ogni costo. Chi sa che tale permissione non sia in pena dei disgusti che potrebbero essere ancora in me e senza rimuovere prima questi non si muoverà a pietà" (10 1 1911).  

"Ma, padre mio, quali sono i fini di Dio perché permette al demonio tanta libertà? La disperazione vorrebbe prendermi; eppure, mi creda, padre mio, la volontà di dispiacere a Dio non ce l'ho. Io non so rendermi ragione, e molto meno intendere, come mai possa stare insieme volontà sì risoluta e pronta ad operare il bene con tutte queste miserie umane. Se dunque scorgesse che io stessi in pericolo per l'anima mia, mi aiuti se non vuole vedermi ridurre in cenere di peccati, perché l'anima voglio salvare ad ogni costo e Dio non voglio proprio più offenderlo" (25 6 1911). 

PADRE PIO DA PIETRELCINA 


lunedì 16 dicembre 2024

Tenace resistenza.

 


EPISTOLARIO


Padre Pio non indietreggia né si dà per vinto. Dichiara con sincerità e fermezza di non voler assolutamente venir meno all'amor di Dio e di accettare volenterosamente ogni sorta di tormenti e di tribolazioni, pur di rimanere saldo e fedele alle promesse ed assicurare la propria salvezza.  La sofferenza più atroce è causata dalla incertezza di corrispondenza alle esigenze dell'amore e della paura di dispiacere a Gesù. E' questa una idea che ritorna spesso nelle lettere.  "Di tutto ciò [=le tentazioni impure] me ne rido come cose da non curarsi, seguendo il suo consiglio. Solo però mi addolora, in certi momenti, di non esser certo se al primo assalto del nemico fui pronto a far resistenza" (17 8 1910).  "Queste tentazioni mi fanno tremare da capo a piedi di offendere Iddio" (1 10 1910; cf. anche 22 10 1910; 29-11 1910).  "Ma di niente ho paura, se non dell'offesa di Dio" (29-3 1911).  

La paura causata dalla tentazione è grande, ma è pur chiara la coscienza che ha di non aver deliberatamente accolto la suggestione diabolica. Più che del passato, teme dell'avvenire.  "Certo che ad esaminarmi presentemente preferirei la morte prima di deliberarmi ad offendere il mio caro Gesù con un solo peccato, benché lieve" (17 8 1910).  "Queste tentazioni mi fanno tremare da capo a piedi di offendere Iddio. Spero che l'avvenire sia almeno simile al passato, cioè di non rimanerne vittima" (1 10 1910; cf. anche 22 10 1910).  La coscienza poteva essere tranquilla. Ma la vittoria non era stata facile:  "Mi trovo nelle mani del demonio, che si sforza di strapparmi dalle braccia di Gesù. Quanta guerra, mio Dio, mi muove costui! In certi momenti poco manca che non mi vada via la testa per la continua violenza che debbo farmi. Quante lacrime, quanti sospiri, padre mio, indirizzo al cielo per esserne liberato. Ma non importa. Io non mi stancherò di pregare Gesù" (20 12 1910).  

Evidentemente Dio, che sottoponeva padre Pio ad una prova così intensa e crudele, non rallentava tanto la briglia al nemico da permettergli la vittoria; anzi faceva sì che la stessa prova contribuisse a bene maggiore, secondo la nota dottrina di san Paolo: "Iddio è fedele, e non permetterà che siate tentati oltre quel che potete, ma con la tentazione vi procurerà la via d'uscita, onde possiate sopportarla" (1 Cor. 10,13). L'intervento divino, sempre tempestivo ed opportuno, giungeva alle volte anche in modo visibile:  "Debbo però confessare che son contento in mezzo a queste afflizioni, poiché grandi ancora sono le dolcezze che il nostro buon Gesù mi dà a gustare quasi tutti i giorni" (1 10-1910).  "Ma pazienza! Gesù, la Mammina, l'Angioletto, san Giuseppe e il padre san Francesco sono quasi sempre con me" (18 1 1912). "In fine [dopo una notte di feroci percosse del cosaccio] venne il Pargoletto Gesù, al quale dissi di voler fare solo la sua volontà. Mi consolò e mi rinfrancò le sofferenze della notte. Oh Dio, come batteva il mio cuoricino, come ardevano le mie guance presso questo celeste Bambino!" (28 6-1912).  

PADRE PIO DA PIETRELCINA 

mercoledì 30 ottobre 2024

NOTTE OSCURA

 


EPISTOLARIO


b.   Intervento diabolico.   

Satana sfrutta con le sue arti il doloroso e contrastante stato in cui viene a trovarsi l'anima abitualmente avvolta in dense tenebre, che le impediscono di contemplare la luce della rivelazione e della ragione, come pure di distinguere in concreto il bene dal male, la verità dall'errore. Con le sue ingannevoli suggestioni aumenta la confusione dello spirito e non di rado spinge l'anima verso il precipizio della disperazione. 

 

1.   Lotta continua e spietata.   L'intervento del "cosaccio", cioè del diavolo, nell'itinerario spirituale di padre Pio è un fenomeno, a prima vista sconcertante. Si tratta di un duello a morte, senza tregua e senza risparmio di colpi, tra l'anima ed il suo accanito nemico. Molteplici sono le insidie, assidui gli attacchi, atroci le tentazioni.  Il periodo di tempo contemplato dall'epistolario ci suggerisce due periodi di questa lotta. Nel primo gli assalti diabolici si camuffano, prevalentemente, sotto mentite spoglie corporali: il nemico si presenta sotto forme spaventose, incrudelisce sui sensi, agisce per così dire sul mondo esterno (1910 1916). Nel secondo periodo invece (1916 1922)   anche se non scompare del tutto questa specie d'infestazione diabolica - gli attacchi son diretti alla parte superiore dell'anima: gli assalti prendono di mira le potenze (intelletto e volontà) con lo scopo preciso di impedire l'esercizio delle virtù teologali ed il progresso nell'amore divino. Ed è soprattutto in questa seconda fase che si scopre il senso purificatore dell'intervento diabolico.  A titolo di curiosità premettiamo la lunga filza degli epiteti rivolti o usati da padre Pio per designare con scherzosa ironia e non senza un pizzico di humour il suo rivale. Ecco quelli riscontrati nella corrispondenza epistolare dal gennaio 1911 sino al settembre 1915, e che da questa data spariscono e non più compaiono: baffettone, baffone, barbablù, birbaccione, infelice, spirito maligno, cosaccio, brutto cosaccio, brutto animalaccio, triste cosaccio, brutti ceffoni, impuri spiriti, quei disgraziati, malvagio spirito, bestiaccia, maledetta bestia, apostata infame, impuri apostati, facce patibolari, fiere che ruggiscono, insidiatore maligno, principe delle tenebre.  Primo scopo da raggiungere in questa lotta spietata è quello di generar nell'anima uno stato di diffidenza e di sfiducia nella misericordia divina, nella cui intimità l'anima desiderava perpetuarsi, ormai risoluta a percorrere senza soste la via dell'unione perfetta. La fantasia è particolarmente vulnerabile, poiché i sensi non sono ancora del tutto purificati. La reazione è immediata e vigorosa, ma alle volte genera qualche incertezza sulla riuscita della difesa, prodotta più che altro dalla sincera disponibilità in cui si trova l'anima di non dispiacere minimamente al Signore. In questo periodo si soffre non tanto "per la continua violenza" che si deve fare, quanto "per la bruttezza e continuata ostilità" delle tentazioni, ma intanto Gesù non ritira le consolazioni e le dolcezze, con cui favorisce l'anima.  Spesso ritorna nelle lettere l'angoscia causata dal persistere degli attacchi diabolici: "Anche durante le ore del riposo il demonio non lascia di affliggermi l'anima in vari modi" (22 10 1910); "il nemico della nostra salute è talmente arrabbiato che non mi lascia quasi un momento in pace, guerreggiandomi in vari modi" (29 11 1910). E la previsione non era affatto lusinghiera: "In questi giorni poi il diavolo me ne fa di tutti i colori e specie, e me ne va facendo quanto più ne può. Quest'infelice raddoppierà tutti i suoi sforzi a mio danno" (29 3 1911).  Gli attacchi sono non solo continui, ma si rivelano ogni giorno più crudeli. 

Fermiamo l'attenzione su alcuni testi del 1912 1913:  "L'altra notte la passai malissimo; quel cosaccio da verso le dieci, che mi misi a letto, fino alle cinque della mattina non fece altro che picchiarmi continuamente. Molte furono le diaboliche suggestioni che mi poneva davanti alla mente, pensieri di disperazione, di sfiducia verso Dio; ma viva Gesù, poiché io mi schermii col ripetere a Gesù: vulnera tua, merita mea. Credevo proprio che fosse quella propriamente l'ultima notte di mia esistenza; o, anche non morendo, perdere la ragione. Ma sia benedetto Gesù che niente di ciò s'avverò. Alle cinque del mattino, allorché quel cosaccio andò via, un freddo s'impossessò di tutta la mia persona da farmi tremare da capo a piedi, come una canna esposta ad un impetuosissimo vento. Durò un paio d'ore. Andai del sangue per la bocca" (28 6 1912; cf. anche 18 1 1912; 5 11 1912; 18 11 1912).  "E tutt'altro che spaventarmi, mi preparai alla pugna con un beffardo sorriso sulle labbra verso costoro. Allora sì che mi si presentarono sotto le più abbominevoli forme e per farmi prevaricare incominciarono a trattarmi con guanti gialli; ma grazie al cielo, li strigliai per bene, trattandoli per quello che valgono. Ed allorché videro andare in fumo i loro sforzi, ma si avventarono addosso, mi gittarono a terra e mi bussarono forte forte, buttando per aria guanciali, libri, sedie, emettendo in pari tempo gridi disperati e pronunziando parole estremamente sporche" (18 1 1913).  

"Quei cosacci ultimamente, nel ricevere la vostra lettera prima di aprirla mi dissero di strapparla ovvero l'avessi buttata nel fuoco [...]. Risposi loro che nulla sarebbe valso a smuovermi dal mio proposito. 

Mi si scagliarono addosso come tante tigri affamate, maledicendomi e minacciandomi che me lo avrebbero fatto pagare. Padre mio, hanno mantenuto la parola! Da quel giorno mi hanno quotidianamente percosso. Ma non mi atterrisco" (1 2 1913; cf. anche 13 2 1913, 18 3 1913; 1 4 1913; 8 4 1913). 

"Ormai sono sonati ventidue giorni continui che Gesù permette a costoro [= brutti ceffoni] di sfogare la loro ira su di me. Il mio corpo, padre mio, è tutto ammaccato per le tante percosse che ha contato fino al presente per mano dei nostri nemici" (13 3 1913).  

"Ed ora, babbo mio, chi potrebbe narrarvi tutto quello che ho dovuto sostenere! Sono stato solo di notte, solo di giorno. Una guerra asprissima s'impegnò da quel giorno con quei brutti cosacci. Volevano darmi ad intendere di essere stato rigettato finalmente da Dio" (18 5 1913). 

EPISTOLARIO

venerdì 19 luglio 2024

NOTTE OSCURA

 


EPISTOLARIO


4.   Fattori prevalenti  La dolorosa vicenda della notte oscura si protrae per lungo tempo nell'itinerario spirituale di padre Pio; e presenta tutta la gamma delle purificazioni e dei tratti più significativi, che contraddistinguono questa tormentosa tappa che prepara l'unione trasformante dell'anima con Dio.  Tra i fattori determinanti di questo fenomeno mistico, occupano un posto prevalente quattro che noi denomineremo: divino, diabolico, morale, psicologico.  

   

a .   Elemento divino.   

E' Dio che, attraverso desolazioni sconvolgenti, apparenti abbandoni ed ogni sorta di dolori e sofferenze, purifica l'anima, chiamata alla divina unione, e la spoglia da qualsiasi impedimento capace di ostacolare, ritardare o rendere impossibile quella mèta umanamente irraggiungibile:  "Mio Dio, e perché scuoti e rimordi, riscuoti ancora e sconvolgi con si fatta violenza quest'annuvolata anima, quest'anima di già annientata, ed il tuo annientamento dicesi mosso, causato e voluto di tuo stesso comando e permissione?" (19 6 1918).  ""Con ripetuti colpi di salutare scalpello e con diligente ripulitura soglio preparare le pietre che dovranno entrare nella composizione dell'eterno edificio". Queste parole mi va ripetendo Gesù ogni qualvolta mi regala nuove croci" (18 1 1913).  "Ignoro quello che mi accadrà; so soltanto però una sola cosa con certezza, che il Signore non verrà mai meno nelle sue promesse. "Non temere, io ti farò soffrire, ma te ne darò anche la forza, mi va ripetendo Gesù. Desidero che l'anima tua con quotidiano ed occulto martirio sia purificata e provata; non ti spaventare se io permetto al demonio di tormentarti, al mondo di disgustarti, alle persone a te più care di affliggerti, perché niente prevarrà contro coloro che gemono sotto la croce per amor mio e che io mi sono adoperato per proteggerli". Quante volte - mi ha detto Gesù poc'anzi - mi avresti abbandonato, figlio mio, se non ti avessi crocifisso. Sotto la croce s'impara ad amare ed io non la dò a tutti, ma solo a quelle anime che mi sono più care" (13 2 1913).  

 PADRE PIO DA PIETRELCINA

venerdì 1 settembre 2023

NOTTE OSCURA

 


EPISTOLARIO 


3.  Comportamento di fronte alla prova 

Padre Pio fu in ogni momento consapevole della gravità della situazione,  venutasi a creare nella sua anima sottoposta alla dura prova e mai disperò di  superarla vittoriosamente. Il suo non fu mai un atteggiamento passivo. La chiara  visione della trascendentale importanza della tappa dell'itinerario spirituale  che percorreva, lo ispirò in ogni momento e circostanza a ricercare i mezzi più  sicuri ed efficaci suggeriti dalla grazia, dalla esperienza ed anche dai  direttori del suo spirito. Noi li abbiamo ordinati in alcuni paragrafi, scelti,  come al solito, dall'epistolario.  

a ) Ricorso alla preghiera. E' questo il mezzo dei mezzi. Padre Pio s'immerge  nella preghiera, anche dovendo superare non lievi difficoltà interne provenienti  dallo stato di prova che attraversa. Alle volte gli sembra che la sua preghiera  sia inutile, anzi respinta, ma non per questo cessa dal pregare, impegnando  anche i suoi direttori ed altre anime "care a Gesù", allo scopo di ottenere la  grazia di non soccombere.  

"Prego di continuo; ma la mia preghiera non si eleverà mai da questo basso  mondo. Il cielo, padre mio, sembrami divenuto di bronzo; una mano di ferro è  posata sulla mia testa: ella mi respinge di continuo lontano lontano" (27 2  1916, cf. anche 8 3 1916; 19 7 1918).  

"Non cessate, padre mio, di pregare e di far pregare da altre anime per me  affinché il peso del ministero e le acute afflizioni spirituali non mi  schiacciano. Sono estremamente amareggiato nell'anima. Gesù mi assista sempre"  (7 5 1921).  

"Padre mio, aiutatemi e fatemi aiutare, se non ad uscire da questo stato, almeno  che entri un raggio di luce nella mia mente, che mi faccia scorgere in qualche  modo la verità delle vostre assicurazioni ed anche un po' di refrigerio che mi  alleggerisca un po' lo strazio di questa spina conficcata nel centro del cuore,  che crudelmente me lo strazia" (6 4 1922).  

b) Conformità alla volontà divina. Un altro mezzo da contrapporre alla violenza  della prova purificatrice, che, come il primo, scaturisce da un autentico  spirito di fede, è il fiducioso abbandono alla divina provvidenza e la completa  rassegnazione ai misteriosi disegni di Dio sull'anima.  

"Io mi vado dibattendo; sospiro, piango, mi lamento, ma tutto indarno; finché  affranta dal dolore e priva di forze, la povera anima si sottopone al Signore,  dicendo: Non mea, o dolcissime Jesu, sed tua voluntas fiat" (fine gennaio 1916).   "Nello spirito soltanto si va facendo sempre più profondo il vuoto ed il  combattimento si va facendo più violento. Le tempeste succedono alle tempeste e  la tranquillità si fa sospirare, si fa attendere. Ma essendo il tutto disposto  con sapientissimo ordine e consiglio, mi sforzo coll'alta punta dello spirito di  rassegnarmi, di proferire il fiat, sebbene senza alcuna spirituale refezione"  (13 7 1916; cf. anche 13 3 1917).  

"Ma fiat, io ripeto sempre, ed altro non bramo che il compimento esatto di  questo fiat, nel modo appunto ch'egli lo richiede, generoso e forte" (19 6 1918;  cf. anche 6 7 1917; 28-12 1917; 3 5 1922).  

c) Fedeltà alle promesse. Intimamente collegata con l'assoluta uniformità al  volere divino si trova la incrollabile volontà di mantenersi fedeli a Dio, la  ferma decisione di subire mille morti piuttosto che recargli il minimo  dispiacere volontario e l'adesione della volontà alle promesse fatte, nonostante  la caligine che circonda le operazioni e rende incerto l'esito degli sforzi  compiuti:  

"Chi può, padre mio, mettere a nudo le pene superlativamente grandi del mio  spirito?! Mi sento morire in ogni istante; mi pare di vacillare in ogni momento,  eppure subirei infinite volte la morte innanzi di offendere il Signore ad occhi  aperti. Sono messo alla prova di tutto. Vivo in una perpetua notte e questa  notte non accenna affatto a ritirare le sue folte tenebre per dar luogo alla  bella aurora" (6 9 1916). 

"Mi sforzo di volerlo e di trovare un po' di sostegno e di riposo in queste  vostre assicurazioni, ma non viene né l'uno e né l'altro. Dio, non voglio, no,  disperare; non voglio, no, far torto alla vostra infinita pietà, ma sento in me,  nonostante tutti questi sforzi di confidenza, vivo, chiaro, il fosco quadro del  vostro abbandono e del vostro rigetto. Mio Dio, io confido, ma questa confidenza  è piena di tremori, e questo è che rende più amaro il mio cordoglio. Oh Dio  mio!, se potessi anche in minimo afferrare che questo stato non sia un vostro  rigetto e che io in questo non vi offenda, sarei disposto a soffrire  centuplicato questo martirio. Dio mio, Dio mio... ti prenda di me pietà! Padre  mio, aiutatemi con le vostre e con le altrui preghiere. Quanto non vorrei  sentire questa pena amarissima. Ho lasciato tutto per piacere a Dio e mille  volte avrei data la mia vita per suggellare il mio amore a lui, ed ora, o Dio,  quanto mi riesce amaro, nel sentire nell'intimo del cuore che egli è irritato  contro di me, non posso, no, trovare pace alla mia sventura" (22 2 1922; cf.  anche 3 2 1922).  

"Le prove del mio spirito vanno sempre più intensificandosi. Ma viva Dio che  anche in mezzo alle prove non permette che l'anima si smarrisca. Si soffre, ma  ho la certezza che in mezzo alla sofferenza ed al buio pesto, in cui è immerso  continuamente il mio spirito, non mi viene meno la speranza" (24-7 1917; cf.  anche 31 1 1918; 17 3 1922; 20 5 1918; 20 4 1921).  

d) Incondizionata sottomissione ai direttori. Tra l'agitarsi e l'incalzare delle  onde della tribolazione, padre Pio cerca sempre il porto della salvezza  nell'obbedienza:  

"Collo spirito mi sento sempre più immerso in fittissime tenebre, che mi  riempiono l'animo di estremo spavento, ma sto però sempre rassegnato ed affidato  all'autorità" (8 2 1917; cf. anche 28 6 1917). 

"Sia fatta la sua volontà! In questa volontà e nelle dichiarazioni dell'autorità  io trovo l'unico punto di appoggio, l'unico sostegno nelle vie oscure in cui mi  trovo internato. E' vero che non ne sento per ciò nessuno esperimentale  conforto; ma mi basta per mantenermi in piedi il credere. Quanto è bello, o  dilettissimo padre, il saper vivere sotto le disposizioni del Signore! Sento da  questo rinascere sempre nuova forza per affrontare i rigori dell'inverno; sento  la persona invasa da una calma sovrumana pur restando all'oscuro di tutto, non  ostante che gli occhi dello spirito sono sempre fissi a guardare l'oggetto amato  in mezzo alle caligini" (18 3 1917; cf. anche 29 3 1918).  

"In quanto alle mie condizioni spirituali non mi sento punto cambiato. Mi sforzo  a tutto studio di stare fermo a quanto mi è stato da voi detto da parte di Gesù,  ma nessun raggio di luce scende nella mia mente ad illuminarmi, nessun  refrigerio viene a refrigerare il povero cuore arso dall'aridità continua e sempre crescente. Del resto io sto alle vostre dichiarazioni e non mi scosto un  apice dai vostri detti" (17 3 1922). 

PADRE PIO DA PIETRELCINA 

mercoledì 8 marzo 2023

NOTTE OSCURA

 


EPISTOLARIO


2.   Descrizione 

Finora abbiamo cercato di precisare alcune note caratterizzanti la notte oscura,  con riferimento alle lettere di padre Pio. Come si è potuto constatare, esse  coincidono sostanzialmente con la dottrina degli specialisti della teologia  spirituale e con la esperienza dei mistici.  

Più difficile si presenta il compito di sintetizzare in poche righe la varietà e  la intensità dei dolori crocifiggenti, degl'incubi atroci e delle pene  sconvolgenti che affliggono lo spirito e purificano l'anima. In qualche  occasione padre Pio scrisse che il suo linguaggio non poteva essere compreso se  non da chi avesse avuto, in qualche modo, esperienza dei fenomeni da lui  descritti. Avrebbe potuto egualmente osservare che nessuna pena avrebbe trovato,  per descrivere un quadro così fosco, termini così realistici, espressivi ed  appassionati come quelli del protagonista della vicenda, benché anche lui  dovesse lamentare di non riuscire se non a dare una pallida idea dello strazio  dell'anima in questa fase di purificazione.  

Perciò anziché presentare noi un quadro approssimativo delle pene purificatrici  dell'anima preferiamo stralciare dall'epistolario alcuni brani tra i più  significativi. Li disponiamo cronologicamente per disegnare, nello stesso tempo,  le diverse tappe della notte oscura, le diverse cause e manifestazioni e il  continuo e perseverante evolversi del fenomeno mistico.  

La scelta non è facile, perché la descrizione occupa pagine e pagine  dell'epistolario, tutte assai vive e commoventi. Trascriviamo pertanto soltanto  due brani alquanto estesi; per chi volesse avere un quadro più completo del  fenomeno qui descritto legga, tra le altre, le seguenti lettere: 314, fine genn.  1916, 11 9 1916, 4 12 1916, 6 3 1917, 19 6 1918, 4 7 1918. Particolarmente  espressive le descrizioni della desolazione causata dall'abbandono di Dio, delle  sterili ricerche del sommo Bene, della cognizione sperimentale dello stato della  sua miseria morale di fronte alla santità di Dio desiderata ed intravista:  "Quare posuisti me contrarium tibi, et factus sum mihimetipsi gravis? Questo è  il grido che emette l'anima mia dal fondo della sua miseria, in cui è posta dal  suo Dio. La mia anima è posta dal Signore a marcire nel dolore. Il mio stato è  amaro, è terribile, è estremamente spaventoso. Tutto è oscurità intorno a me e  dentro me: oscurità nell'intelletto, afflizioni nella volontà, angustiato sono  nella memoria, il pensiero della sola fede mi regge in piedi; nell'intimo sono  tocco di dolore, ed in pari tempo afflitto ed ansioso di amore divino [...]. In  questo stato quello che in modo speciale più mi strugge è il vedere che non sono  degno di Dio e non lo sarò mai più, perché veggo con ogni chiarezza, con ogni  evidenza la mia bruttura; conosco pure nel più chiaro modo, che sono affatto  indegno di Dio e di qualsiasi creatura. Innanzi all'anima si vanno schierando  uno per uno tutti i mali di cui ella si rese rea davanti a Dio, e questo fa sì  che tocchi con mano che non potrà mai avere altro [...]. Compassionevolissimo  stato che mi riempie di estrema confusione! Vorrei nascondermi agli occhi di  Dio, agli sguardi di tutte le sue creature, vorrei nascondermi a me stesso,  tanta è la pena che mi cagionano le mie miserie, la mia imperfezione, la mia  povertà, che mi tengono lo spirito intero affogato nelle tenebre [...]. Il mio  patire è angosciosissimo, che solo potrebbe rassomigliarsi alle sofferenze di  colui al quale si togliesse ogni aria da respirare [...]. Invero tutto è tristezza in me e non vi è parte alcuna che non sia in alta afflizione: la parte  sensitiva è posta in un'amara e terribile aridità, le potenze tutte dell'anima  in un vuoto di tutte le loro apprensioni, che mi riempie di un estremo spavento  [...]. In certi istanti, padre mio, è sì tremenda [l'intima acerbità] che  all'anima sembra avere sotto i piedi aperto l'inferno e la dannazione eterna.  Ahimè! chi mi libererà da tanta sventura? chi mi sosterrà? chi si ricorderà  della mia povertà, dei miei eccessi, dell'assenzio e del fiele? Sopra di me, o  padre, si è confermato il furore dell'Altissimo e tutte le onde ed i flutti si  scaricarono sopra di me" (19 7 1915, degna di essere letta tutta).  

"Questo è il più raffinato martirio che la mia fralezza potesse sopportare: lo  spirito sembra che declini ogni momento ai ripetuti colpi della divina giustizia  giustamente adirata contro questa malvagia creatura, e si frange: il cuore  sembrami di essere infranto, perché non più sanguina dal sempre più  incrudelimento della costante morte spietata. Padre mio! Dio mio! ho smarrito  ogni traccia, ogni vestigia del sommo Bene, nel senso più rigoroso. Tutte le mie  affannose ricerche in cerca di questo Bene mi riescono inutili, sono lasciato  solo nella mia ricerca, solo alla mia nullità e miseria, solo alla viva immagine  di ciò che si possa, anche in cognizione sperimentale; sono solo, completamente  solo, senza cognizione alcuna della suprema bontà, all'infuori di un desiderio  forte sì, ma sterile, di amare questa suprema bontà" (27 7 1918, a padre  Benedetto. Leggerla tutta). 

PADRE PIO DA PIETRELCINA