EPISTOLARIO
Ferite e piaghe d'amore. L'intensità dell'amore divino che, sviluppandosi gradualmente, distrugge tutto quanto si oppone alla piena e totale trasformazione dell'amante nell'amato, produce un altro effetto meraviglioso, chiamato dai mistici "ferita" e "piaga d'amore".
Alcune sono puramente spirituali e interne, mentre altre appariscono anche esternamente. Padre Pio, ferito in entrambi i modi, le descrive vive e reali, lamentandosi, come al solito, di non essere in grado di esprimere esattamente la loro intensità ed i loro effetti.
a ) Ferite d'amore interiori. Riportiamo, in primo luogo tre brani riferentisi alle ferite d'amore, che rimangono invisibili:
"Sentite poi cosa mi accadde venerdì scorso [23 agosto 1912]. Me ne stavo in chiesa a farmene il rendimento di grazie per la messa, quando tutto ad un tratto mi sentii ferire il cuore da un dardo di fuoco sì vivo e sì ardente che credetti morirne.
Mi mancano le parole adatte per far comprendervi la intensità di questa fiamma; sono affatto impotente a potermi esprimere. Ci credete? L'anima, vittima di queste consolazioni, diventa muta. Mi sembrava che una forza invisibile m'immergesse tutto quanto nel fuoco [...]. Dio mio, che fuoco! Quale dolcezza! Di questi trasporti di amore ne ho sentiti molti, e per diverso tempo sono rimasto come fuori di questo mondo. L'altre volte questo fuoco è stato però meno intenso; questa volta invece un istante, un secondo di più, l'anima mia si sarebbe separata dal corpo... se ne sarebbe andata con Gesù.
Oh che bella cosa divenir vittima d'amore. Ma presentemente come si trova l'anima mia? Mon cher père, à présent Jésus a retiré son javelot de feu, mais la blessure est mortelle" (26 8 1912; cf. anche 20 5 1912).
"Sì, padre mio, dico il vero, tale è il trangosciamento che provo, che non credo sia per riservarmene uno maggiore nell'ora suprema di morte. Sembrami come se tutte le ossa mi si scerpassero. Sentomi, senza punto vederlo con gli occhi del corpo, ma ben vedendolo io con quelli dello spirito, immergermi da costui a volta a volta un coltello, con una punta bene affilata e quasi gettando fuoco, attraverso il cuore che lo approfonda fino nelle viscere; indi a viva forza lo ritrae per poi di lì a poco ripetere l'operazione. Il tutto lascia, al moltiplicarsi di questi colpi, sempre maggiormente divampare l'anima di grandissimo amore di Dio.
Il dolore intanto che producemi tal ferita, che da lui mi viene aperta, e la soavità che in pari tempo mi si fa sentire, sono così vivi che adombrarli mi torna impossibile. Ma, padre mio, detto dolore, come detta soavità sono del tutto spirituali, sebbene sia pur vero che non lascino anche il corpo di parteciparvi, anche in alto grado" (24 1-1915).
"Tutti i pensieri, tutti mi dicono che sono lontano da Dio, e non c'è balsamo che possa raddolcire questa piaga crudele, non c'è medicina che valga, né altra consolazione all'infuori di quella di patire un vero martirio per sì degna cagione.
Padre mio, chi è tra i mortali che possa indovinare quanto sia dura la prova a cui vengo sottoposto? Chi vi è che possa indovinare quanto sia profonda la ferita che si è aperta dalla parte del cuore? Chi vi è che possa indovinare da quale mano sia partita la freccia? Chi vi è che possa indicarmi con quale sorta di balsamo si possa render meno aspro un tormento sì crudele?
Ahimè! quanto sono stolto, padre mio. Se si potesse curare coi meschini rimedi dell'arte umana, cesserebbe certamente di essere un male di così alta sfera. Ed intanto... come potrò vivere inchiodato in questo duro carcere? Ah! non è vero che la vita dell'uomo è corta quaggiù; no, è troppo lunga, dessa è infinita. A che prò dunque restarmi io più lungamente confitto in questo mondo? Per me non c'è alcun balsamo, che valga a disacerbare questa piaga crudele, se non quello di rassegnarmi per piacere anche in questo al mio dolce Signore.
Deh! padre mio, preghiamo insieme così il confortatore dolcissimo dei veri amanti: o mio Dio, riposo dolcissimo dei vostri amanti, deh! fate gustare finalmente cotesto riposo a un cuore innamorato delle vostre bellezze, ad un cuore che vive a solo fine ché voi il volete, voi solo potete rendere meno crudo il martirio di un'anima, che si strugge dal desiderio di unirsi per sempre a voi" (4 9 1915).
b) Piaghe d'amore. Si distinguono dalle ferite perché sono più profonde, più impregnate d'amore e più durevoli. Esse provengono principalmente dalle altissime notizie che l'anima ha di Dio e dei misteri della fede. Inoltre appaiono in qualche modo all'esterno o trapassando fisicamente il cuore (trasverberazione) o manifestandosi in alcune parti del corpo, come alle mani, ai piedi ed al costato (stimmatizzazione).
a ) Trasverberazione, da certuni chiamata "assalto del Serafino" è una grazia santificatrice. Secondo la classica dottrina di san Giovanni della Croce, l'anima, "infuocata di amore di Dio", è "interiormente assalita da un Serafino" il quale, bruciandola, "la trafigge fino in fondo con un dardo di fuoco", e l'anima così ferita è pervasa da soavità deliziosissime.
Santa Teresa di Gesù fu protagonista di questo straordinario fenomeno mistico ed essa stessa racconta come avvenne il fatto meraviglioso. Anche padre Pio ricevette questa grazia la sera del 5 agosto 1918 e la descrive al direttore in termini, che non si discostano sostanzialmente dalla classica relazione di santa Teresa:
"In forza di questa [ubbidienza] mi induco a manifestarvi ciò che avvenne in me dal giorno cinque a sera, a tutto il sei del corrente mese. Io non valgo a dirvi ciò che avvenne in questo periodo di superlativo martirio. Me ne stavo confessando i nostri ragazzi la sera del cinque, quando tutto di un tratto fui riempito di un estremo terrore alla vista di un personaggio celeste che mi si presenta dinanzi all'occhio dell'intelligenza. Teneva in mano una specie di arnese, simile ad una lunghissima lamina di ferro con una punta bene affilata e che sembrava da essa punta che uscisse fuoco. Vedere tutto questo ed osservare detto personaggio scagliare con tutta violenza il suddetto arnese nell'anima, fu tutto una cosa sola. A stento emisi un lamento, mi sentivo morire. Dissi al ragazzo che si fosse ritirato, perché mi sentivo male e non sentivo più la forza di continuare. Questo martirio durò, senza interruzione, fino al mattino del giorno sette. Cosa io soffrii in questo periodo sì luttuoso io non so dirlo. Persino le viscere vedevo che mi venivano strappate e stiracchiate dietro di quell'arnese, ed il tutto era messo a ferro e fuoco. Da quel giorno in qua io sono stato ferito a morte. Sento nel più intimo dell'anima una ferita che è sempre aperta, che mi fa spasimare assiduamente" (21 8 1918).
Padre Pio chiudeva la relazione con queste parole piene di angoscia:
"Non l'è questa una nuova punizione inflittami dalla giustizia divina? Giudicatelo voi quanta verità sia contenuta in questo e se io non ho tutte le ragioni di temere e di essere in una estrema angoscia".
Questa volta la risposta non si fece aspettare; e fu chiara, illuminante, propria d'un autentico maestro di spirito. Infatti il 27 agosto gli rispondeva padre Benedetto: "Tutto quello che avviene in voi è effetto di amore, è prova, è vocazione a corredimere, e quindi è fonte di gloria. Posto ciò certo e indubitato, cadono le ansie e le trepidazioni che il nemico suscita per la sua malvagia voluttà di tormentare e che il sommo Bene permette sempre allo scopo su accennato [...]. Dominus tecum. Egli, l'amore paziente, penante, smanioso, accasciato, pesto e strizzato nel cuore, nelle viscere tra l'ombre della notte e più della desolazione nell'orto di Getsemani, è con voi associato al vostro dolore e associandovi al suo. Ecco tutto, ecco la verità e solo la verità. La vostra non è neppure una purga, ma una unione dolorosa. Il fatto della ferita compie la passione vostra come compì quella dell'Amato sulla croce. Verrà forse la luce e la gioia della risurrezione? Io lo spero, se a lui così piace. Baciate la mano che vi ha transverberato e stringetevi dolcissimamente cotesta piaga che è suggello d'amore".
Padre Pio ringrazia il direttore per i suoi orientamenti e le sue assicurazioni e il 5 settembre ritorna a parlare degli effetti del misterioso fenomeno:
Io mi veggo sommerso in un oceano di fuoco, la ferita che mi venne riaperta sanguina e sanguina sempre. Dessa sola basterebbe a darmi mille e più volte la morte. O mio Dio, e perché non muoio? o non vedi che la stessa vita per l'anima che tu impiagasti le è di tormento? Sei pur crudele, tu che ti rimani sordo ai clamori di chi soffre e nol conforti? Ma che dico?... Perdonatemi, padre, sono fuori di me, non so quello che mi dico. L'eccesso del dolore che mi cagiona la ferita che sempre è aperta, mi rende furibondo contro mio volere, mi fa uscire di me e mi porta al delirio, ed io mi veggo impotente a resistere".
Gli effetti della ferita si fecero più intensi dopo la stimmatizzazione ed ebbero nuove manifestazioni. Infatti il 20 dicembre scrive a padre Benedetto:
"Da più giorni avverto in me una cosa simile ad una lamina di ferro che dalla parte bassa del cuore si estende sino a sotto la spalla destra in linea trasversale. Mi causa dolore acerbissimo e non mi lascia prendere un po' di riposo. Cosa è mai questo? Questo fenomeno nuovo incominciai ad avvertirlo dietro un'altra apparizione di quel solito misterioso personaggio del cinque e sei di agosto e del 20 settembre, di cui vi parlai, se vi rammentate, in altre mie lettere".
Non è facile avere descrizioni dettagliate sulla configurazione fisica della transverberazione con cui Dio ha arricchito alcune anime privilegiate; anche se si rende visibile nella carne, data la natura intima del fenomeno, generalmente non è oggetto d'osservazione diretta. Perciò ci sembra opportuno riportare qui la testimonianza del padre Paolino da Casacalenda, che fu in grado di osservare ripetutamente la ferita. Nel mese di luglio 1919 il professor Bignami, per ordine delle autorità competenti, esaminò clinicamente le stimmate di padre Pio, per otto giorni consecutivi e poi ordinò, alla presenza di testimoni, di fasciare e suggellare le ferite e di controllare i suggelli delle stesse alla presenza degli stessi testimoni alla fine d'ogni esame, affinché si potesse avere la certezza che le ferite non erano state affatto toccate.
Padre Paolino, uno dei testimoni, nel ricordare il fatto, tra l'altro, scrive: "A titolo di cronaca debbo dire qui che quello che mi ha colpito di più nella visione delle piaghe è stata la forma della piaga del costato, che si rileva proprio dalla parte del cuore e non già dall'altra parte del costato, come ho sentito dire da molti. Ha la forma quasi di una X, dal che si deduce che sono due le ferite e ciò si riconnette col fatto che ho sentito dire, ma che non posso provare per mancanza di documenti sicuri, che molto prima delle stigmate il padre Pio fu ferito con una spada da un angelo dalla parte del cuore. E infine l'altra cosa che mi fece impressione è che questa piaga ha le apparenze di una forte bruciatura che non è superficiale ma si sprofonda nel costato" 3. b) Stimmatizzazione. La transverberazione in padre Pio fu come il preludio della stimmatizzazione. Mentre la prima è una grazia santificatrice, la seconda è piuttosto carismatica, concessa da Dio a vantaggio degli altri. Nel nostro caso però la si può considerare anche come piaga d'amore, perché è, per così dire, il complemento, l'estrinsecazione e la proiezione della ferita dell'anima. Tralasciando tutta la casistica e la problematica di questo fenomeno, ci accontentiamo di descriverlo con le stesse parole di padre Pio. I primi sintomi o segni del prodigio apparvero nell'autunno del 1910 (cf. lett. 8 9 1911); in seguito scomparvero, ma i dolori continuarono. Il 21 marzo 1912 scriveva a padre Agostino: "Dal giovedì sera fino al sabato, come anche il martedì, è una tragedia dolorosa per me. Il cuore, le mani ed i piedi sembrami che siano trapassati da una spada; tanto è il dolor che ne sento!". Poi il prodigio si compì il 20 settembre 1918 e da allora rimase perennemente visibile.
Dopo ripetute richieste del direttore e superando l'enorme ripugnanza, che sentiva a parlare di un favore così straordinario, il 22 ottobre gli inviò un commovente e verace ragguaglio dell'avvenimento, che segna una tappa decisiva nella sua esistenza terrena. A malincuore rinunciamo a riportarlo qui per causa di brevità; ma invitiamo il lettore a leggerlo e meditarlo attentamente (cf. lett. 510).
PADRE PIO DA PIETRELCINA














