giovedì 23 aprile 2026
Imprimi in me l'immagine di Cristo
Dio di tenerezza e di misericordia, che solo conosci i segreti del cuore degli uomini, poiché nulla è nascosto alla tua presenza; tu che sai tutto di me, non distogliere da me il tuo Volto, distogli piuttosto il tuo sguardo dai miei peccati.
Lava le impurità del mio corpo e della mia anima, santificami tutto con la perfezione della tua potenza. Fortifica in me il grande e celeste mistero che ho ricevuto; imprimi in me, indegno, l'immagine del tuo Cristo sul fondamento dei tuoi apostoli e profeti; piantami come un albero di verità nella tua santa Chiesa, affinché crescendo nella fede glorifichi anch'io il tuo Nome santissimo.
Fate molta attenzione, perché se lasciate che sia tolto Cristo dal cuore degli uomini, chi vi subentrerà? L’Anticristo. E guai a voi per questo.
Messaggio di Gesù a Gisella del 18 aprile 2026
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Regina della Famiglia
Apparizioni a Ghiaie
Lettera di Adelaide Roncalli a Papa Giovanni XXIII
Adelaide Roncalli, il 13 maggio 1960, da Milano, a Giovanni XXIII così scrisse:
"Beatissimo Padre, chi osa mandare questa lettera è l'ultima delle vostre figlie, che oramai non ha, come ultimo scampo, che il vostro immenso cuore di padre.
Sono Adelaide Roncalli del Torchio di Ghiaie di Bonate, quella figliola che, bambina di sette anni, nel maggio 1944 vide tredici volte la Madonna, più volte però con S. Giuseppe e Gesù Bambino e da cui sentii quelle cose che scrissi e che ho ancora vive nel cuore.
Dico che ho visto perché io in coscienza sento proprio così e darei la mia vita per confermare questa mia convinzione.
Anche in quell'anno 1944 io ero certa di aver visto la Madonna, ma dopo, quando mi interrogarono i sacerdoti incaricati dal vescovo e mi fecero giurare, prima dissi di sì e poi di no, perché avevo paura di fare un grosso peccato mortale affermando di aver visto la Madonna.
Durante i giorni dell'apparizione mi portarono via dalla mia casa e dai miei genitori, dalle suore Orsoline in via Masone. Là veniva solo don Cortesi e mi seguiva sempre una suora da lui scelta a vigilarmi.
Un po' alla volta egli mi andava persuadendo che io avevo visto colla fantasia appena l'apparizione, mentre in realtà fuori dai miei occhi non c'era stato niente.
Anche don Cortesi diceva allora che aveva visto anche lui di queste visioni della Santa Famiglia, ma non si era mai sognato di dire di aver avuto delle apparizioni. Anche tanti altri — continuava a dirmi — hanno gli stessi fenomeni di fantasia, ma se ne guardano bene di dire di aver avuto delle apparizioni.
Ero dalle suore Orsoline in via Masone, don Cortesi un po' alla volta mi persuase che io facevo un grosso peccato mortale a dire di aver visto la Madonna perché era stata tutta una mia fantasia.
Facevo fatica ad ammettere questo, ma mi faceva tanta paura di andare all'inferno che scrissi un biglietto come voleva don Cortesi per dire che io avevo fatto una bugia a dire che avevo visto la Madonna.
Dentro nel mio cuore però io sentivo che l'avevo proprio vista e lo dicevo ancora, ma poi avevo paura di aver fatto peccato e andavo a confessarmi.
Anche quando andai in collegio dalle suore francesi in Città Alta io ero sempre in questo stato d'animo e lì, quando i sacerdoti incaricati dal vescovo mi fecero giurare per domandarmi se avevo visto la Madonna, prima dissi di sì e narrai come l'avevo vista, ma poi per paura di aver fatto peccato dissi che non l'avevo vista.
Dopo andai un po' a casa, ma poi mi portò via una signorina di Milano, per un po' di anni, ma ho sofferto tanto allora.
Poi entrai dalle Sacramentine di Bergamo e io ero tutta contenta perché mi facevo suora come aveva detto la Madonna, ma facevo solo la postulante, perché monsignor Bernareggi non voleva che diventassi suora.
Quando egli morì io ero a Lavagna nella diocesi di Lodi. Monsignor Benedetti allora permise che facessi la vestizione, ma poi venne là monsignor Merati che, a nome della Santa Sede — diceva — mi fece svestire e ordinò di uscire dal convento. Io non so poi il motivo perché fecero questo. Tornai nel mondo e andai a lavorare un po' da una parte e un po' dall'altra per vivere e aiutare i miei che dal tempo delle apparizioni vedevo solo ogni tanto. Quanto mi costò stare lontano da loro, dalla mia casa, dal mio paese, sin da piccolina un po' in mano di tutti! A contar tutto sarebbe troppo lunga.
Anche spiritualmente non avevo mai trovato un direttore spirituale, perché poi avevo sempre paura, dopo quello che mi era capitato. Solo un po' tardi ebbi la fortuna di confidarmi con un buon Padre e potei ritrovare la pace perduta.
Il passato con tante alternative di sì e di no, di verità e di peccato era cessato. Solo mi rimase l'amaro rimorso di aver negato la Madonna e di aver così impedito il riconoscimento della sua apparizione.
Se in quegli anni però io non avessi avuto paura di fare peccato a dire che l'avevo vista non l'avrei certo negata a costo di qualunque sacrificio.
Ora, Beatissimo Padre, mi sento più sollevata per aver versato nel vostro animo un po' della mia storia che poteva essere tutta bella ma che invece io feci brutta e che mi fece soffrire tanto in tutti i modi. Perdonatemi, Padre Santo, per quello che ho fatto negando la Madonna. Non l'ho proprio fatto apposta, chiedo il vostro perdono, come non mi stanco di chiederlo a Gesù e a Maria.
Voi che potete tutto, fate rivedere la storia delle apparizioni di Ghiaie di Bonate, ve lo chiedo per la Madonna.
Io lo so ci farò una brutta figura; non importa. Basta che
trionfi la Madonna.
Voi solo potete fare questo. Forse è stata la Madonna a volervi Papa perché della terra di Bergamo, possiate rivendicare la sua apparizione nella Bergamasca.
E ancora una supplica: lasciate che quanti amano e continuano a credere alla Madonna possano andare liberamente sul luogo delle apparizioni. Sono quindici anni che la gente ci va, ma c'è anche la proibizione.
E per me Santo Padre non ci sarà un segno di misericordia e di perdono?
Sballottata dalla mia infanzia ad ora, un po' da ogni parte, mi sono portata nel cuore, sotto nome diverso da quello del mio battesimo, il ricordo vivo dell'apparizione, il rimorso di averla negata e il desiderio di tornare ad essere Sacramentina. Ma non me lo hanno più permesso. Da anni sono qui infermiera al Policlinico di Milano e aspetto ancora, aspetto sempre che si compia il desiderio della Madonna su me. O sarà un'attesa vana?
Dite una parola, Beatissimo Padre, e tutto andrà a posto. Ed ora mi prostro a baciarvi non uno ma i due Santi Piedi, che hanno camminato portati da un grande amore per la Madonna e chiedo per me, per la mia famiglia che ha sofferto umiliazioni e calunnie per la Madonna, per quanti mi hanno voluto e mi vogliono bene unico conforto della mia vita, tanto provata, ma che sono stati travolti nella mia causa e nel mio dolore, per la nostra terra di Bergamo e per il mio paesino così prediletti dalla Madonna, la vostra grande Paterna Benedizione Apostolica".
Monsignor Loris Capovilla, interrogato sull'autenticità della lettera, ha confermato che Adelaide ha scritto al Papa Giovanni XXIII e che il contenuto della bozza manoscritta, pubblicato su Bergamo Sette, il 7 giugno 2002, corrisponde all'originale che porta la data del 13 maggio 1960.
La lettera è stata consegnata a mano al cardinale Gustavo Testa perché la portasse in Vaticano. Mons. Capovilla ricevette la lettera dal cardinale Testa il 27 maggio 1960 e la consegnò al Papa.
Mons. Capovilla ha anche aggiunto che il Papa Giovanni XXIII non sapeva che Adelaide era stata ricevuta in udienza da Pio XII e che, se lo avesse saputo in tempo, avrebbe certamente ricevuto anche lui in udienza la veggente (v. Senapa, agosto 2002, pp. 17-18).
Severino Bortolan
mercoledì 22 aprile 2026
Amore e sofferenza – La via verso l’Alto
Malattia e Sofferenza
Vi voglio indicare la via percorribile più breve, per abbreviare il tempo del vostro sviluppo, per condurla ad una fine per voi di successo. Durante la vita terrena vi viene data l’occasione, ma dovete anche conoscere tutti i vantaggi e svantaggi della conduzione della vostra vita, affinché non percorriate invano quest’ultimo cammino sulla Terra, affinché non viviate alla giornata senza piano e senza meta ed i giorni non siano perduti per voi, in cui potete formare la vostra propria sorte per l’Eternità. Esiste una via molto breve che conduce sicuramente alla meta: la via dell’amore e della sofferenza, che anche Gesù Cristo ha percorso, nel Quale Io Stesso ho preso il Cammino sulla Terra. Amore e sofferenza producono con certezza il perfezionamento dell’anima e perciò il Mio Vangelo è sempre soltanto la divina Dottrina dell’amore che ho predicato sulla Terra e che predicherò sempre di nuovo agli uomini che Mi ascoltano, che vogliono sentire la Mia Parola. Il vostro compito terreno consiste solamente nella trasformazione del vostro essere nell’amore; e dove questo cambiamento non viene aspirato abbastanza intensamente, là deve aiutare la sofferenza, affinché l’anima si liberi dalle scorie ancora sulla Terra, affinché passi nel Regno dell’aldilà il più sgravata possibile, quando è completata la sua vita terrena. Amore e sofferenza, la Vita terrena dell’Uomo Gesù era un ininterrotto agire nell’amore, che alla fine venne ricambiata con una ultramisura delle più amare sofferenze e dolori, che il Suo Corpo e la Sua Anima hanno preso su di Sé per Amore per i prossimi tormentati, della sofferenza d’anima l’Uomo Gesù sapeva in conseguenza dell’alto grado d’Amore, che Egli aveva raggiunto. Questo alto grado d’Amore soltanto ha reso possibile, che Io Stesso potessi incorporarMi in quest’Uomo Gesù, che Io, come l’Eterno Amore, Lo colmavo totalmente e quindi potevo eseguire in Lui l’Opera dell’Espiazione per l’umanità, per il qual scopo Io camminavo sulla Terra. L’amore e la sofferenza dovevano portare la salvezza agli uomini nella loro grande miseria spirituale, che consisteva nel fatto, che erano incatenati dal Mio avversario e non avevano nessuna forza per vincerlo. Gesù ha vissuto l’Amore come esempio agli uomini e dimostrava loro su Sé Stesso, che l’Amore è la “Forza”, che Egli era capace di fare tutto con questa Forza d’Amore e che quindi poteva anche vincere l’avversario grazie al Suo Amore. L’Amore Lo ha anche mosso a prendere su di Sé la colpa degli uomini, che aveva causato questo incatenamento tramite l’avversario, quindi di pagare all’avversario il prezzo di riscatto per la liberazione delle anime, che volevano liberarsi da lui. Egli ha pagato questa colpa con incommensurabili sofferenze e la morte più amara sulla Croce. Egli Stesso Si è dato in Sacrificio, Egli ha dato il Suo Corpo per la Vita dello spirituale caduto e perciò per le anime incatenate ed ha riscattato queste in certo qual modo dal loro padrone, sotto al quale erano cadute per la loro propria colpa. Come l’Uomo Gesù ho pagato la colpa per tutte le Mie creature ed Io ho anche indicato a tutte la via che dovevano percorrere, per uscire dal regno del Mio avversario e giungere nel Mio Regno. Dovevano condurre una vita nell’amore, perché senza amore l’avversario mantiene il potere sugli uomini, perché soltanto l’amore è il legame con Me e senza di Me è impossibile una liberazione dall’avversario. Quindi, l’uomo deve osservare i Miei Comandamenti dell’amore e, se ha da portare la sofferenza e la miseria, prenderle pazientemente su di sé sempre nel pensiero rivolto a Gesù Cristo, il divino Redentore. Allora percorre la via che Io gli ho indicato, allora si è unito mentalmente già con Me, e tramite l’agire nell’amore rinsalda ora l’unificazione con Me, percorre la via della successione di Gesù Cristo, cambia il suo essere nell’amore e purifica la sua anima tramite la sofferenza, ed ora deve anche giungere inevitabilmente alla meta, all’unificazione con Me, perché “chi rimane nell’amore, rimane in Me ed Io in lui.... ”. Soltanto l’amore ci unisce strettamente, soltanto l’amore è la via verso di Me, che attraverso la sofferenza viene ancora abbreviata ed ora potrà essere raggiunta la perfezione con certezza già nella vita terrena, che è lo scopo e la meta del cammino terreno dell’uomo.
Amen
7. dicembre 1958
VITA DI SAN GIUSEPPE
Timore e consolazione – Il Santo aveva anche un grande timore di offendere il suo Dio e questo timore nasceva dall’amore che gli portava, temendo di poterlo disgustare; perciò porgeva calde suppliche a Dio, affinché l’avesse fatto prima morire, piuttosto che dare un minimo disgusto alla sua infinita bontà. Una volta che il Santo era tormentato più del solito da questo timore, e portatosi al Tempio per raccomandarsi a Dio, fece una lunga orazione supplicando il suo Dio con calde lacrime e infuocati sospiri di non permettere mai che egli lo disgustasse in cosa alcuna, e venisse a perdere la sua grazia e la sua amicizia, Dio consolò il suo servo assicurandolo che lui non avrebbe mai perduto la sua grazia e che si sarebbe conservato innocente fino alla morte. A questo grande favore e a questa promessa, fu così grande la consolazione che intese il Santo, che non stava più in se stesso per la gioia, e non passò mai un giorno della sua vita che non rendesse affettuose grazie al suo Dio per la sicurezza avuta; ma tuttavia non lasciò nemmeno di stare ben cautelato in ogni sua azione affinché il suo Dio non venisse da lui offeso, stando sempre con un timore, ma timore di se stesso, non già che dubitasse affatto della grazia che Dio gli aveva promesso, perché ne era sicurissimo, avendo egli una gran fede in tutte le cose che il suo Dio gli prometteva. Se tanto grande era la pena che il nostro Giuseppe sentiva, che il suo Dio non fosse amato e servito fedelmente da tutti, quanto maggiore era il dolore che sentiva, nel vedere come Dio era gravemente offeso! Fu tanto il dolore che sentiva di questo, che più volte svenne per il cordoglio; e piangeva amaramente quando sentiva dire che il suo Dio era stato gravemente offeso.
Serva di Dio Maria Cecilia Baij O.S.B.
Il tempo è finito, il ritorno del Figlio dell’Uomo è a momenti.
Carbonia 11.04.2026
Siamo arrivati alla grande tribolazione, al punto di non ritorno. Il Mio santo aiuto sarà sui Miei figli, costoro vedranno solo l’inizio della grande sciagura che verrà sulla Terra.
Il tempo è finito o uomini, la Terra tremerà con potenza, i mari si agiteranno con grande forza, le varie catastrofi che succederanno trascineranno via voi e le vostre case, perderete tutto.
Ascoltate bene questo Mio appello, abbiate pietà di voi stessi: …ormai non ci sarà più misericordia per voi, bensì il castigo.
Resto in attesa che si compiano le ultime profezie, dopo diche abbraccerò i Miei a Me.
Preparatevi al ritorno di Gesù: una grande luce si manifesterà nel cielo, questo sarà il segno del nuovo tempo della Sua prossima venuta.
Il tempo è finito, il ritorno del Figlio dell’Uomo è a momenti!
Vi benedico nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Regina della Famiglia
Apparizioni a Ghiaie
La sofferenza di A. Roncalli
La Vergine Maria, fin dalla seconda apparizione, e poi altre volte, annuncia ad Adelaide che avrebbe sofferto molto.
Nell'ultima apparizione, il 31 maggio le dice: "In questa valle di veri dolori sarai una piccola martire".
Molti hanno contribuito in modi e tempi diversi, magari con retta intenzione, a rendere difficile la vita di questa creatura, a cominciare dai genitori e familiari, nei primi giorni delle apparizioni. Il penoso strappo dalla famiglia, quando era una bambina di sette anni, quella segregazione cui fu sottoposta, le accuse più assurde contro di lei e le persone care, continuate anche dopo le apparizioni, hanno amareggiato la sua esistenza. Ma ciò che più l' affligge è l' avere negato le apparizioni.
Sappiamo bene, come e perché avvenne ciò, ma il fatto pesa sul cuore, e lo manifestò in varie circostanze.
Come non ricordare il pianto di Adelaide nella notte seguente l'interrogatorio, in cui fece la seconda negazione?
Commentando, nel suo quaderno, la decima apparizione, Adelaide scrive:
"La Madonna non mi rivelò il nome di quei due Santi che aveva ai suoi fianchi. Solo per ispirazione interna ebbi chiara intuizione del loro nome: S. Matteo e S. Giuda. Il nome Giuda ha per me un ricordo triste, perché sia pure involontariamente ho tradito la Madonna...
Nel mio cuore sento pesare il mio grosso sbaglio, ma pur avendo imitato Giuda traditore voglio tuttavia santificarmi seguendo l'esempio di Giuda santo coll'essere apostola e martire per amore a Gesù e alla Madonna.
San Matteo ispira al mio cuore fiducia di salvezza, perché anche lui peccatore ha seguito Gesù e si è fatto apostolo del suo nome".
Nella relazione di don Romualdo Baldissera, si legge:
"Mi appare (Adelaide, n.d.r.) umile e coerente. Dopo le prime difficoltà, si apre sempre più fino alla confidenza. La vedo coprire con le mani gli occhi rossi e piegare la testa davanti alla fotografia che la riproduce in estasi, dimostrando tutta l'angoscia del suo cuore".
L'angoscia che Adelaide aveva nel cuore il 21 gennaio 1948, non si fermò a quella data, andò oltre.
Adelaide Roncalli, il 10 aprile 1959, invia da Milano a don Italo Duci, una lettera in cui, tra l' altro, scrive:
"Ora sig. prevosto, mi devo accusare di essermi lasciato sfuggire qualche lamento la settimana scorsa alla cappella, in presenza di alcune persone.
Il motivo è, che mi ha fatto dispiacere vedere la nostra cappelletta assai mal ridotta, e l'esclamazione di estranei nel vederla tanto trascurata.
Il pensiero di aver negato, lei sig. prevosto lo sa, mi ha sempre pesato, ed ogni occasione serve per riaprire la ferita e così anche ora, a pensare che la mia negazione può essere causa di tanta freddezza e noncuranza, mi fa sanguinare il cuore...".
Gesù dice: "Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me" (Mt. 10, 38).
La vita dei veri veggenti è segnata dalla sofferenza: anzi, la croce per loro è garanzia di autenticità. Basta pensare alle prove sopportate da Bernardetta Soubirous e dai tre pastorelli di Fatima, per averne la conferma.
I veggenti, come tutti i cristiani, sono chiamati a percorrere la via dolorosa assieme a Gesù, per poter giungere all'unione perfetta con il loro Dio crocifisso.
La vita di Adelaide Roncalli non fa eccezione alla regola. La verità del messaggio e dell'apparizione di Ghiaie, viene confermata anche dalla vita della veggente.
Severino Bortolan
martedì 21 aprile 2026
L’Infinito Amore Paterno di Dio
Ma avete un Padre!
Voglio che stabiliate un rapporto con Me, come quello di un figlio con suo padre, che Mi portiate incontro amore e fiducia, che siate sempre certi del Mio Aiuto e non dubitiate mai del Mio Amore. Se soltanto conquistate una salda fede nel Mio amore, allora verrete anche a Me in ogni momento come figli al Padre e Mi presenterete tutte le vostre miserie e preoccupazioni e Mi chiedete l’Aiuto ed Io vi aiuterò; perché voglio anche conquistare il vostro amore perché allora tenderete di nuovo a Me, il Quale una volta avete liberamente abbandonato. Non lasciatevi schiacciare da nessuna miseria, ma sottoponetela a Me, vostro Padre dall’Eternità ed in Verità, sperimenterete l’Aiuto del Padre, perché il Mio Amore per i Miei figli è molto più profondo che un padre terreno sia capace di amare. Ma vi manca proprio la consapevolezza del Mio infinitamente profondo Amore e perciò dubitate ed indugiate. Ma una volta siete proceduti dal Mio Amore e lo dovete credere fermamente che rimanete uniti con Me in tutta l’Eternità. Anche se la vostra volontà una volta tendeva via da Me, ma non ha potuto dissolvere il legame, altrimenti sareste svaniti. Ma ciò che una volta è stato creato da Me è imperituro, anche se temporaneamente separato da Me per via della volontà. Proprio questa libera volontà dovete donarMi sulla Terra, mentre venite a Me con ogni faccenda e quindi entrate di nuovo nel giusto rapporto che esisteva primordialmente fra Me e voi e che vi rendeva inimmaginabilmente beati. Quando pensate a Me, allora siate sempre certi che il Mio Amore Si rivolge subito a voi, che vi irradio, cosa che rendete possibile attraverso i vostri pensieri rivolti a Me. Poi fate che siate certi che Mi sta a Cuore soltanto il vostro bene, che vorrei inondarvi spiritualmente e corporalmente con i Doni di Grazia ed ho bisogno sempre soltanto dei vostri cuori aperti, che vi rivolgiate a Me, che ora permette anche il Mio Agire su di voi. Il Mio Amore per voi è sconfinato, e non cesserà mai e perciò ho anche Nostalgia di voi, le Mie creature, affinché ritorniate a Me come “figli”, affinché impariate a riconoscerMi, vostro Padre dall’Eternità, durante il vostro cammino terreno. Tento davvero di tutto per darvi una giusta Immagine di Me, del Mio Essere e del Mio Amore per voi, affinché possiate ora anche amare questo Essere da tutto il cuore e con tutti i vostri sensi. Ho Nostalgia di questo amore sin dalla vostra caduta da Me, ma ho Pazienza, affinché Mi doniate questo amore nella libera volontà. Ma appena voi stessi Mi riconoscete bene, non vi sarà nemmeno più difficile amarMi. Ma se siete istruiti in modo sbagliato, vi viene resa una falsa Immagine di Me, in modo che non vedete in Me nessun Dio dell’Amore, ma soltanto un Dio vendicativo ed iracondo, allora non imparerete mai ad amarMi come vostro Padre. Perciò dapprima dovete conoscere la pura Verità, dovete essere istruiti secondo la Verità dal vostro Dio e Creatore, il Cui Amore è infinito e Che E’ vostro Padre e vuole Essere riconosciuto da voi come Padre. “Venite a Me tutti voi che siete stanchi ed aggravati, vi voglio ristorare.... ” Tali Parole ve le può dire soltanto Colui Che vi ama e Che vuole sempre soltanto il vostro meglio, il vostro Padre dall’Eternità, Che chiama a Sé i Suoi figli per aiutarli in ogni miseria spirituale e terrena. Sperimenterete sempre di nuovo delle dimostrazione del Mio Amore Paterno, se soltanto vi sentite come figli Miei e prendiate fiduciosi la via verso il Padre, perché ogni rivolgimento a Me Mi dà il Diritto di poter agire su di voi, altrimenti il Mio avversario vi respinge da Me e fa valere la sua influenza su di voi, che Io non gli posso rifiutare finché voi stessi non vi difendete da lui mentre invocate Me, vostro Padre dall’Eternità, e con ciò Mi concedete il Diritto di proteggere da Lui i Miei figli. Il Mio Amore per voi è sconfinato, e Lo potete sempre richiedere, il Mio Aiuto vi è sempre assicurato quando siete nella miseria. Appena siete convinti che il Mio Amore vi appartiene, vi sentite anche come figli Miei ed ora ritornate liberamente nella Casa del vostro Padre, a Me, dal Quale una volta siete proceduti.
Amen
25. luglio 1962
LA LIBERAZIONE DEL GIGANTE
Romanzo storico su San Tommaso d’Aquino
In quel momento fra Vincenzo, solo nel giardino che in piena fioritura lodava Iddio con vesti multicolori tali da far impallidire la magnificenza di re Salomone, stava leggendo il breviario; erano le prime ore del pomeriggio ed egli si sentiva quindi ancora fresco e non distratto.
La prima cosa a dargli nell'occhio fu l'ombra che, sul muro davanti a lui, non era, come avrebbe dovuto essere, una superficie piana e allungata, e presentava invece qualcosa come una protuberanza che turbava la regolarità. Fra Vincenzo, il quale vi aveva gettato uno sguardo di sopra il breviario, ne fu disturbato. A guardar meglio, quell'escrescenza aveva una forma quasi assurda, era come una testa di montone con tanto di corna e d'orecchie, e persino con la barba: diciamo dunque un caprone.
Ma da quando in qua i caproni possono arrampicarsi su un muro verticale alto più di nove piedi?
Fra Vincenzo sapeva benissimo che a rigore avrebbe dovuto concentrarsi nella lettura del breviario. Negli abissi del cervello gli parve infatti di sentire come uno squillo d'allarme: tienti al libro e non curarti dell'ombra o del caprone! Obbedì e lesse la riga seguente. Poi la tentazione di dare ancora una sbirciata a quell'ombra, una sola, fu più forte di lui.
L'ombra sembrava davvero una testa di capra... o qualche cosa di simile. E... si moveva.
Il frate provò una scossa. L'ombra era viva, sul muro, si moveva... ma non era un caprone. Che cos'era mai?
Aveva il muso allungato, malinconico, stretto e giallastro.
Le orecchie erano aguzze, e fra esse sorgevano due corna brevi e diritte che terminavano in un ingrossamento simile a un bottone. Aveva gli occhi semichiusi sotto palpebre stanche e superbe. Ma il peggio era che cresceva e cresceva. Già la testa sporgeva due palmi oltre il muro, anzi, a dir meglio, soltanto il collo si allungava, un collo giallo senza fine, con strani segni bruni.
Fra Vincenzo stava a guardare allibito. Col terrore paralizzante di chi sogna, vedeva quel brutto collo crescere e crescere oltre ogni misura possibile per uomini e bestie. Vedeva una maligna testa di capra sul corpo di un enorme serpente che si rizzava salendo sempre più in alto. A un tratto sull'orlo del muro apparvero due mani nere, e un istante dopo un ornino tutto nero col turbante bianco, il vestito bianco e i denti bianchissimi scoperti in un ghigno. Indicando quella forma orrenda il cui collo continuava ad allungarsi, l'ornino esclamò con voce stridula:
«Sciraff! Sciraff!».
La figura enigmatica, invece, non mandò alcuna voce. Traendo un respiro lungo e profondo il frate riprese il dominio del proprio cervello.
«Apage» esclamò. «Apage, Satana!» E fece il segno della croce, che non produsse alcuna impressione né sull'apparizione né sull'omino nero, ma aiutò il frate a riacquistare per intero le sue facoltà fisiche. Egli spiccò un salto, si volse, e con tutta la rapidità che gli consentivano le gambe settantenni fuggì verso l'ingresso del monastero.
«Reverendissimo abate... reverendissimo abate...» Francesco Tecchini, abate di Santa Giustina, stava appunto esaminando un bellissimo esemplare dell'Organon di Aristotele. Era, naturalmente, la traduzione di Boezio, non già quella maura con le glosse di Averroè che in quegli ultimi tempi godeva le simpatie di certi circoli moderni: un misto di verità aristotelica e di eresia avverroista che avrebbe finito per guastare il buon nome dello Stagirita. Oh, poter pulire a dovere quella stalla di Augia! Trovare chi dimostrasse a quei filosofi musulmani sfuggenti e sicuri di sé che Aristotele, se ancora vivo, avrebbe riso delle loro fatalistiche interpretazioni...
«Reverendissimo abate...»
«Adesso l'abate non riceve perché sta lavorando intorno a...»
«Ma io devo parlargli.»
«Frate Leone, fa entrare fra Vincenzo» disse l'abate a voce alta mentre il vecchio già entrava nella cella barcollando. «Reverendissimo abate, il diavolo... Ho visto... ho visto il diavolo.»
«Anche il diavolo!» esclamò l'abate indispettito. «Che storie sono queste?» Solo sei mesi prima aveva dovuto chiudere uno dei suoi monaci nell'infermeria e tenerlo in osservazione giorno e notte perché si credeva continuamente assalito dal demonio. Infine aveva dovuto ricorrere all'esorcista di un altro monastero il quale, esaminato l'uomo, gli consigliò... d'interrompere i digiuni per qualche mese e di andare invece ogni giorno a lavorare un paio d'ore nell'orto. "Tutto qui?" "Sì, è quello che ci vuole, reverendissimo abate. Fra tre settimane sarà bell'e guarito". Il consiglio era stato efficace. Ma quale umiliazione aver dovuto consultare un esorcista di fuori!
E adesso, ecco fra Vincenzo! Questo caso però doveva essere diverso: il vecchio era uomo ragionevole e riflessivo, tutt'altro che un fascio di nervi. Perché il Maligno avesse scelto proprio lui, era un enigma. Una cosa però era sicura: non si trattava di prescrivere a fra Vincenzo le fatiche dell'orto: egli era infatti il giardiniere del convento.
«Dev'essere stato il demonio» insistette il frate. «E aveva con sé un demonietto nero che diceva trattarsi di un Seràf, un serafino. Ma mentiva. Non poteva essere un serafino! Era la cosa più brutta, più orrenda ch'io abbia mai visto. Che serafino d'Egitto!» Fra Vincenzo era indignatissimo.
«Ma dove, tutto questo?» domandò il priore.
«Presso le fucsie» spiegò il frate. «Vale a dire oltre il muro ch'è dietro alle fucsie.»
"Ovvia topografia da giardiniere" pensò l'abate. "Dove sono però le nostre fucsie? Intanto, è una prova che il brav'uomo non ha perduto il cervello." Poi notò il punto inverosimile della dichiarazione.
«Dietro il muro? E allora, come potevi vederlo, se il muro è alto nove piedi e mezzo?»
«L'omino nero vi si è arrampicato» spiegò fra Vincenzo. «E il... quell'altro vi sporgeva con testa e collo.» «Dev'essere un diavolo piuttosto lungo» mormorò l'abate alzandosi finalmente con un po' di fatica. «Ebbene, andiamo a vedere.»
Fuori si era adunata una dozzina di monaci.
«Pare che tu abbia ragione, fra Vincenzo» esclamò l'abate con ironia. «Sarà proprio il diavolo. Basta vedere quanto sacro lavoro ha già fatto interrompere...». I frati si squagliarono mentre egli soggiungeva: «Andiamo, avanti! Alle fucsie».
Raggiunsero il luogo in pochi minuti, ma il muro, dietro quella bellezza rosso-viola, era deserto. «È stato proprio qui, fra Vincenzo?» «Con certezza, reverendissimo abate.»
«Peccato!» disse il priore freddamente. «Sta bene. Tomo al mio lavoro. E se qualcosa dovesse riapparire...»
Un grido rauco del frate gli troncò la parola.
«Là... là, reverendissimo! ...» E indicava il portone, dove realmente avveniva qualcosa. Il frate portinaio fuggiva a gambe levate verso l'edificio principale gridando con quanto fiato aveva in gola: ma la sua voce era sopraffatta da uno squillare di trombe così forte da rompere i timpani. Era quello il diavolo di fra Vincenzo? Fuori, davanti al portone, doveva esserci una gran confusione. E che cos'era quell'interminabile affare giallo-bruno guidato da un piccolo negro?
«Eccolo, reverendissimo» esclamò fra Vincenzo. «Eccolo insieme col demonietto! Se ve lo dicevo»!
Il portone era alto dodici piedi: ciò nonostante, per passare quel coso dovette piegare il collo, l'orribile collo che sembrò facesse una riverenza e poi si rialzò in tutta la sua lunghezza. Lì per lì l'abate pensò seriamente che il suo frate avesse ragione, ma poi dietro quel coso vide comparire una mole grigia e informe, con enormi orecchi e una lunga proboscide: quello era certamente l'animale detto elefante, ch'egli aveva visto dipinto, una bestia strana e terribile ma pur sempre una bestia. Dunque, anche l'altra era probabilmente una bestia. "Chi abbia visto questi animali" pensò l'abate "non avrà difficoltà a credere che esistano il liocorno o la salamandra che vive nel fuoco: ma il perché, l'origine... " Forse era soltanto un incubo dal quale si poteva destarsi tra qualche istante. Da tutte le porte i frati accorrevano fissando con terrore quegli strani intrusi. Entrando non senza fatica dal portone l'elefante ripeté il barrito: anch'esso era accompagnato da un demonietto nero, un pagano dalla pelle scura, in turbante e abito bianco, che lo guidava per la proboscide. Seguivano altri animali, linci e pantere, almeno mezza dozzina, tutti con la museruola, guidati da uomini in turbante, con un codazzo di cammelli a una o due gobbe.
«Santa Madre di Dio!» sospirò fra Vincenzo. «Che cosa succede, reverendissimo abate? Si è forse scatenato l'inferno in terra?»
Il priore non rispose. Fissava l'ingresso dove dietro i cammelli comparivano altre forme, figure umane in magnifici abiti quasi trasparenti, in tutti i colori dell'iride: bei visetti di donne molto imbellettate. Anch'esse avevano i loro demoni, creature deformi in lunghi abiti fluenti: gli eunuchi. Ballerine ed eunuchi!... L'abate comprese e impallidì.
«Sì, fra Vincenzo, l'inferno si è scatenato... ma è l'inferno in terra. È un insulto, un'offesa come quella che fu fatta a nostro Signore... e con la medesima intenzione. Eccolo che arriva.»
Chiuso nell'armatura, saldo su un destriero bardato, entrò nel cortile un cavaliere seguito da paggi e scudieri: un enorme coleottero dai riflessi metallici circondato da formiche. Si guardò in giro e andò difilato verso l'abate, davanti al quale si fermò.
«Siete voi il padre superiore?»
«Sono don Francesco Tecchini, superiore di Santa Giustina. Che significa, signore, quest'invasione, questa... processione sconveniente e invereconda?»
«Reverendissimo,» disse il cavaliere «sono il conte di Caserta, servitor vostro. Quella che vi compiacete di definire processione sconveniente e invereconda è una parte della Corte di Sua Maestà imperiale della quale voi siete suddito al pari di me: suddito e servitore, reverendissimo, come tutti costoro sono suoi servi e serve; bipedi o quadrupedi, non c'è differenza.»
«La differenza, signor conte, ve la potrebbe insegnare un bambino. E questo è un luogo sacro...»
«Non sono venuto per discutere di sottigliezze teologiche,» interruppe il cavaliere «ma per annunciare l'imminente arrivo dell'imperatore che si è degnato di fare del vostro convento il suo temporaneo quartier generale.»
«Impossibile» si lasciò sfuggire l'abate, le cui labbra tremavano. «L'imperatore e i suoi nobili sono naturalmente i benvenuti... ma qualora la sua visita comprenda anche tutto ciò...»
«Mi spiace dover interrompere ancora il vostro bel discorso, ma quando il mio signore comanda niente è impossibile. Egli si rende conto che i monaci e il bel sesso non vanno d'accordo. Perciò voi e i monaci lascerete immediatamente Santa Giustina... nel vostro interesse.» E le sue labbra sottili e sarcastiche si contrassero lievemente sotto il naso largo e sensuale, mentre gli occhi scuri e penetranti balenavano divertiti.
«Lasciare Santa Giustina... » sussurrò l'abate interdetto. «Non posso... non posso credere che l'imperatore... » «Reverendissimo, la vostra età e l'abito mi vietano di rispondervi come risponderei a chiunque osasse mettere in dubbio l'esattezza delle mie asserzioni. E anche a voi devo...»
«Preferisco offendere voi» interruppe l'abate «dichiarandovi menzognero anziché l'imperatore prendendo per vere le vostre parole.»
«Basta così» lo investì il cavaliere. «Vi do mezz'ora di tempo. Se poi troverò qui ancora un frate, la finirete male. Ho ricevuto l'ordine di sgombrare questo luogo affinché diventi degno del mio signore. Sono parole dell'imperatore.»
«Capisco» disse l'abate che aveva ritrovato la calma. «Se Santa Giustina dev'essere degna del vostro signore, non può più esserlo del mio. Ci allontaneremo.»
E passando davanti, al cavaliere ammutolito andò verso l'ingresso dove i monaci, una cinquantina, si erano raccolti pieni di paura e di sdegno. "Il Santissimo" pensava. "I vasi sacri e i paramenti, un paio di libri e di manoscritti. Ringraziamo Iddio per il voto di povertà. Troveremo un rifugio a Montecassino dove c'è posto anche per noi." Non sarebbe stato per sempre, poiché l'imperatore Federico non si tratteneva mai a lungo nello stesso luogo. Dopo la scomunica egli aveva spostato il quartier generale più d'una volta all'anno. Pareva che il terreno gli bruciasse sotto i piedi. E forse era vero...
«Reverendissimo abate...» «Che c'è, fra Vincenzo?»
«Chi si occuperà adesso dei miei fiori?» «Dei nostri fiori, fra Vincenzo.»
«Dei nostri fiori, reverendissimo. Parecchi hanno bisogno d'acqua tre volte al giorno, e...»
«Non so, ma temo che quando torneremo si dovrà ricominciare da capo.» E con un doloroso sorriso soggiunse:
«Fra Vincenzo, avevi ragione e avevi torto. Torto, perché quello che hai visto non era il diavolo; ragione, perché era l'araldo del diavolo».
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LOUIS DE WOHL
Non si conquista il Cielo se non si ama. Ai servi di Dio Io dico: “Non si fa conquistare il Cielo ai credenti se non si amano con perfezione”.
Messaggio di Gesù dato a Gisella il 12 aprile 2026
Il Giudizio Universale
“Via, lontano da Me, maledetti, nel fuoco eterno” (Mt 25,41)
Ma le occasioni di peccare sono troppe, dirà ancora un altro. Amico mio, conosco tre specie di occasioni che possono indurci a peccare. Tutti gli stati di vita hanno i loro pericoli e offrono occasioni di peccare. Ci sono dunque tre specie di occasioni: quelle alle quali siamo esposti a causa dei doveri del nostro stato, quelle che incontriamo senza cercarle, e quelle nelle quali ci invischiamo da soli, senza alcuna necessità. Quelle occasioni di caduta, nelle quali ci invischiamo senza necessità, non ci potranno servire da scusa; non cerchiamo neppure, inoltre, di giustificare un peccato con un altro peccato. Voi dite che avete sentito cantare una cattiva canzone; oppure avete ascoltato una maldicenza o una calunnia: e perché siete andati in quella casa o avete frequentato quella certa compagnia? Perché avete familiarità con queste persone senza religione? Non sapete forse che colui che si espone al pericolo è colpevole e perirà in esso? Chi cade senza che si sia esposto, si rialza subito, e la sua caduta lo rende ancora più vigilante e più saggio. Ma come mai non capite che quando Dio ci ha promesso il suo aiuto nelle tentazioni, non ce lo ha promesso affatto per quando siamo noi stessi che abbiamo l’incoscienza di esporci ad esse? Andate, sciagurati, siete stati voi stessi che avete voluto perdervi; meritate l’inferno che è riservato ai peccatori come voi. Ma, mi obietterete, abbiamo sempre cattivi esempi davanti agli occhi. Avete cattivi esempi? Che frivola scusa! Se ne avete di cattivi, non ne avete anche di buoni? Perché non avete seguito piuttosto i buoni esempi che i cattivi? Perché non avete seguito l’esempio di quella giovane che si recava in chiesa, alla mensa santa, piuttosto che quello di quell’altra giovane che se ne andava a ballare? Quando quel bravo giovane veniva in chiesa per adorare Gesù Cristo nel santo tabernacolo, perché non avete seguito le sue tracce, piuttosto che quelle di quell’altro giovane che se ne andava ai divertimenti? Dite piuttosto, o peccatori, che vi è piaciuto di più seguire la via larga che vi ha condotto in questa infelicità nella quale ora vi trovate, e non il viottolo stretto che il Figlio di Dio ha voluto lui stesso tracciare. La vera causa delle vostre cadute e della vostra condanna non sono dunque né i cattivi esempi, né le occasioni, né la vostra debolezza, né la mancanza delle grazie necessarie, ma unicamente le cattive disposizioni del vostro cuore che voi non avete voluto reprimere. Se avete fatto il male, è perché lo avete voluto voi! La vostra condanna viene dunque unicamente da voi stessi.
Ma, mi direte ancora, ci era stato detto sempre che Dio è buono. E’ vero che è buono, ma è anche giusto: la sua bontà e la sua misericordia per voi, ormai, sono finite; vi resta solo la sua giustizia e la sua vendetta! Ahimè! Fratelli miei, noi che abbiamo tanta ripugnanza a confessarci, se cinque minuti prima di quel gran giorno Dio ci desse dei sacerdoti per confessare loro i nostri peccati, affinché fossero cancellati, ah! Con quanta fretta non ne approfitteremmo? Ma ciò non ci verrà affatto accordato in quel momento di disperazione. Si racconta che il re Bogoris fu molto più saggio di noi: essendo stato istruito da un missionario nella religione cattolica, era però ancora trattenuto dai falsi piaceri del mondo. Per disposizione della Provvidenza di Dio, un pittore cristiano, a cui egli aveva commissionato per il suo palazzo un dipinto rappresentante una terribile caccia alle bestie feroci, gli dipinse invece il giudizio finale, con il mondo tutto in fiamme, Gesù Cristo in mezzo a tuoni e fulmini, l’inferno già aperto per inghiottire i dannati, il tutto con figure così spaventose che il re rimase impietrito. Ritornato in sé, si ricordò di quello che un missionario gli aveva detto che bisognava fare per evitare gli orrori di quel momento in cui il peccatore non può più avere in sorte altro che la disperazione; e, rinunciando immediatamente a tutti i suoi piaceri, trascorse il resto della vita nella penitenza e nelle lacrime. Ahimè! Fratelli miei, se questo principe non si fosse convertito, sarebbe ugualmente morto, avrebbe lasciato ugualmente tutti i suoi beni e i suoi piaceri, solo un po’ più tardi, ma poi, dopo la morte, avrebbe comunque lasciato ad altri i suoi beni. Ora egli si troverebbe nell’inferno ad ardere per sempre, invece si trova in cielo per l’eternità, tutto contento nell’attesa del gran giorno del giudizio, vedendo che tutti i suoi peccati gli sono stati perdonati e che non ricompariranno mai più, sia agli occhi di Dio che a quelli degli uomini. Fu questo medesimo pensiero, a lungo meditato da san Girolamo, che lo portò a usare un tale rigore con il suo corpo, e a versare tante lacrime. Ah! Gridava nella sua solitudine, mi sembra di udire ad ogni istante quella tromba che dovrà svegliare tutti i morti e chiamarmi al tribunale del mio Giudice. Questo stesso pensiero faceva tremare Davide sul suo trono, e sant’Agostino nel bel mezzo dei suoi piaceri, malgrado tutti gli sforzi che faceva per soffocarlo. Egli diceva di tanto in tanto al suo amico Alipo: Ah! Caro amico, verrà un giorno che compariremo tutti davanti al tribunale di Dio, per ricevere la ricompensa del bene o il castigo del male che abbiamo compiuto durante la vita; abbandoniamo, egli aggiungeva, la strada del crimine e imbocchiamo quella che hanno seguito tutti i santi. Prepariamoci fin da ora a quel giorno.
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S. Giovanni Maria Vianney
l’Orgoglio dei potenti sta portando i popoli alla distruzione.
Messaggio della Regina del Rosario dato a Gisella l’11 aprile 2026
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Le grandezze di Gesù - L’Idolatria vinta e distrutta dalla Incarnazione
L’Idolatria vinta e distrutta dalla Incarnazione
Questa eresia sì potente non venne domata che dalla Unità potente e adorabile del mistero della Incarnazione. Ci volle un Uomo Dio per bandirla dalla terra, mentre le altre eresie vennero annientate dai Profeti e dagli altri servi di Dio. Dopo che l’Uomo Dio ha vissuto, camminato, parlato sopra la terra, il mondo non ha potuto durarla in quell’errore, ma ha riconosciuto dovunque l’Unità di Dio e l’hanno pure riconosciuta la maggior parte dei sapienti benché privi della luce della Fede e profondamente sepolti nelle tenebre del gentilesimo.
La conoscenza della Unità di un solo Dio nel mondo, prima disonorato dal Paganesimo e dal culto di un numero sterminato di false divinità, è la prima grazia derivata da questo mistero, il quale in sé porta e contiene la vera luce, la luce increata, che dà al mondo la luce e la conoscenza del vero Dio; è la prima verità impressa nella terra del Verbo Incarnato e impressa così fortemente da quel divino carattere della sostanza dell’Eterno Padre, che nulla la può cancellare; è il primo raggio della sua luce diffuso in tutto il mondo, e diffuso sì potentemente dalla nascita di questo vero Sole, che le tenebre dell’errore e del vizio non hanno più potuto oscurare, come avevano fatto prima sotto la Legge di Natura e sotto la Legge scritta, la verità della Unità di Dio, né mai potranno ottenebrarla finché durerà il mondo; è il primo effetto visibile e pubblico nel mondo della onnipotenza della sua Unità della Unità della sua Persona sussistente nella pluralità e diversità di natura. Unità che in un nuovo mistero onora l’Unità della sua Essenza eterna.
Questa luce e conoscenza della Unità di Dio è una grazia sì abbondante e sì estesa, un favore sì potente e sì universale che non si è comunicato soltanto ai fedeli sparsi in tutto il mondo, ma, per riverbero, ne hanno beneficiato anche i nemici del nome cristiano.
Infatti, dopo 1’avvento del Figlio di Dio, i più grandi fautori del Paganesimo ebbero vergogna del loro errore, e affettarono di riconoscere nella diversità delle loro divinità la Unità di un Dio Supremo. Ed anche coloro che in seguito abbandonarono il cristianesimo non abbandonarono più la credenza nella Unità di Dio. E ciò, come per una segreta riserva di potenza, che il Figlio di Dio ha voluto fare in onore della sua Unità, persino in quelle anime infedeli ch’Egli ha abbandonate ai loro errori ed alla propria empietà; così si osserva in tutti i popoli seguaci di Maometto.
Ed è pure per una medesima grazia e potenza, per il medesimo favore, che gli Ebrei, prima tanto proclivi alla Idolatria, furono preservati dal ricadervi appena si avvicinava il tempo felice dell’avvento di Gesù e la sua aurora cominciava a risplendere sul nostro orizzonte. Ed è cosa tanto più notevole che quel Popolo fin dalla sua culla, fin dalla nascita della Legge e della Sinagoga, fu sempre inclinato alla Idolatria, come risulta dal vitello d’oro; sempre ostinatamente vi ricadeva in ciascuna età e in ciascun secolo, come si vede dai Profeti; né gli oracoli divini, né i castighi rigorosi della giustizia di Dio, mai avevano potuto farlo rinsavire.
Eppure, verso l’ultima età del mondo, dopo il ritorno da Babilonia, avvicinandosi il secolo del Messia, gli Ebrei non ricadevano più nella Idolatria, come per un presentimento del felice avvento della vera Luce, che stava per diffondere i suoi raggi nel mondo. La Giudea non è mai più ricaduta in quegli errori dopo che il Figlio di Dio l’ha onorata con la sua nascita e l’ha rischiarata come un sole con la sua presenza.
L’Unità dunque così intima a Dio, così propria alle creature, impressa sì profondamente nel mondo, combattuta così accanitamente dai demoni, difesa così validamente dai fedeli, e così saldamente stabilita, riconosciuta e onorata per effetto del divino Mistero della Incarnazione, doveva pur risplendere in questo mistero, come esso la fece risplendere nel mondo. Perciò Dio ha voluto imprimere quella sua prima e più gloriosa perfezione nella prima e più sublime delle sue opere, facendo sì che fosse opera unica e senza esempio.
Card. Pietro de Bérulle
La tua bontà è ovunque
La tua bontà è ovunque, Padre universale, sulla terra come in cielo.
La tua bontà è ovunque, in tutti gli esseri del mondo, che ci sono dati.
La tua bontà è ovunque, nel fiore che si schiude e ci inebria col suo profumo, nel frutto che matura e ci soddisfa col suo sapore.
La tua bontà è ovunque, nei raggi del sole, nella luce del giorno e nel mistero della notte, nella speranza della primavera come nella profusione dell'autunno, nell'ardore dell'estate come nel letargo dell'inverno.
La tua bontà è ovunque, nei grandiosi paesaggi di montagna, nell'orizzonte pacifico delle pianure, nella guglia ardita delle cattedrali.
La tua bontà è ovunque, in tutto ciò che contribuisce al nostro benessere e in tutti gli amici che ci dai da amare.
La tua bontà è ovunque, nel lavoro col quale ci vuoi nobilitare e nel dolore col quale vuoi elevarci.
La tua bontà è ovunque, nella buona salute che ti ignora e nella malattia che ci riconduce a te, nelle innumerevoli gioie di cui è cosparsa la nostra esistenza, nelle pesanti croci e nelle grandi felicità.
La tua bontà è ovunque, in tutti gli avvenimenti della nostra vita e nel nostro cuore, formato a immagine del tuo!
Presto si soffrirà molto per trovare luoghi di vera fede: continuate a camminare sulla strada di Dio.
Messaggio della Regina del Rosario dato a Gisella l’8 aprile 2026
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