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domenica 2 marzo 2025

Quanto importi non fare la propria volontà ma quella di Dio, e quante utilità apporti la mortificazione.

 


LA VOLONTÀ DI DIO  

STRADA REALE E BREVE 

PER ACQUISTAR LA PERFEZIONE 


***

Quanta tristezza sogliamo noi a essere caduti da quel felice stato dell'innocenza! Quanto si desidera di vivere in esso! Se dunque ci è arte e modo di rinfrancarci col favor divino, di correggerela nostra perversa natura, di raddrizzare i nostri appetiti, di riformare le nostre potenze, perché l'abbiamo a disprezzare? Per vero, ancorché la mortificazione e rinnegamento della propria volontà non ci portasse altro bene che questo, ci dovrebbe sforzare ad abbracciarla con tutte le nostre forze, né deve ritardarci il timore che nel principio suo apporta qualche amarezza. Questa è la più sciocca e vergognosa scusa del mondo: perché se per la sanità del corpo non ricusiamo rimedi amari, come per la salute dell'anima e per rimedio della nostra corrotta natura abbiamo a ricusare quelli che alla fine non sono tanto amari, e col tempo sono per essere dolci e saporiti? Si consideri quanto più fanno gli infermi di corpo, che non richiede la mortificazione. Si lasciano quelli aprir le viscere perché si cavi loro una pietruzza che li affligge; si lasciano abbruciare la carne viva per risanare da una piccola postema; si lasciano segare le membra per deviare un dubbioso cancro. E nel gusto che cosa non patiscono i medesimi con bevande amarissime? E quando mai fanno la propria volontà? 

Soggetti sempre al medico e al chirurgo, non fanno mai quello che vogliono; domandano un po' d'acqua, e non è loro data; vogliono levarsi, e non è loro permesso; gustano di dormire, e ogni momento vien loro disturbato il sonno. Che ha a fare questa vita tanto miserabile e crudele con la mortificazione? Questa non è mai tanto disgustosa, e alla fine viene dolce e soave, e non è, come la medicina corporale, rimedio tanto incerto e dubbioso. 

   Dunque se in un padre sarebbe empietà il non dare a un figliuolo il rimedio certo e meraviglioso che sapeva, e nello stesso figlio sarebbe inumanità o disperazione il non pigliarlo, quanto più (se si considera bene la verità delle cose) potrà giudicarsi per disperato, empio e inumano contro sé stesso quegli che non abbraccia la mortificazione per sanare la corruzione della sua carne e del suo spirito. 

Siccome dunque fu grande beneficio di Dio incaricarci la mortificazione, così é dei maggiori castighi che può mandare a uno, darlo in preda ai suoi desideri e gusti; e però dice Davide: Il mio popolo non udì la mia voce, né Israele fece conto di me; ed io li lasciai andare dietro i desideri del loro cuore (Salm. 80, 12, 13). E S. Paolo dice che il castigo che diede Dio ai superbi gentili per la loro alterigia, fu il darli in preda ai loro desideri, che é un castigo orribilissimo dato loro per i grandi peccati che commisero. Né v'ha maggior castigo di Dio, che quando castiga un peccato con un altro per le pene nelle quali incorre il misero peccatore, non essendovi maggior tormento di quello che ci sogliono causare le nostre passioni. E in verità quanto incomparabilmente maggiore è il travaglio di uno che non si mortifica, di quello che molto per vero attende a raffrenare le sue passioni!

***

P. EUSEBIO NIEREMBERG, S. J. 

mercoledì 1 gennaio 2025

Quanto importi non fare la propria volontà ma quella di Dio, e quante utilità apporti la mortificazione.

 


LA VOLONTÀ DI DIO    O  STRADA REALE E BREVE  PER ACQUISTAR LA PERFEZIONE 


Non mi contento di aver detto in generale l'importanza e la pratica di questo esercizio divino; ma voglio discendere più al particolare, e dichiarare quello, in che si riepiloga tutto ciò, e come un'anima santa giungerà a fare in tutto la volontà di Dio, secondo lo stato di questa vita. Al quale effetto bisognano tre cose. La prima, non fare in niente la propria volontà: e questa è come il fondamento delle altre due, perché è impossibile, che adempiamo la volontà di Dio, se attendiamo ad adempire la nostra, della quale dobbiamo prima spogliarci e scaricarci come di una soma intollerabile, non essendovi peso più grave di quello, che sia ciascuno a sé medesimo, per poter poi correre nell'esecuzione del volere di Dio. La seconda, far tutto quello che uno farà, perché è volontà di Dio; e per questo sono necessari e la purità d'intenzione e il conoscimento della divina volontà. La terza, star contenti di tutto quello che Dio vuole: perché uno abbia un medesimo volere e non volere con Dio, non basta fare tutto quello che Dio vuole che faccia, ma è necessario non resistere, né dissentire da quello che Dio vuol fare. Di tutto questo tratteremo, quanto sarà necessario, e di passaggio dichiareremo meglio alcune ragioni, che abbiamo accennato, in conferma dell'utilità ed eccellenza di questo esercizio, fino ad arrivare uno ad avere non solo conformità con la volontà divina, ma anche uniformità, e se così mi è lecito dire, deiformità. 

Venendo alla prima parte, per adempire la volontà divina, è necessario non adempire la nostra, molto più di quello che sia necessario disfarsi il gelo dell'acqua, affinché questa venga a bollire; e come un uomo non può vivere in Roma e insieme in Ispagna, ma per vivere in una parte, deve partire dall'altra, così per vi vere a Dio e in Dio, adempiendo la volontà divina, si deve negare la propria volontà, come il medesimo Cristo ci insegna dicendo, che per seguitarlo deve prima ciascuno negare sé stesso e pigliare la sua croce, cioè negare la sua volontà con tutte le sue passioni, appetiti e altre potenze esteriori e interiori con una universale mortificazione di tutte. Non ispaventi alcuno questo nome tanto rigoroso e aspro agli orecchi di mortificazione totale; ma si considerino i suoi effetti miracolosi e i suoi frutti soavissimi; e starà ognuno tanto lontano dal temerla, che con tutte le sue forze l'abbraccierà; o se non ha tanta fortezza, almeno non potrà ingannare sé stesso ancorché voglia, e giudicherà che si deve abbracciare e desiderare. Forse il mansuetissimo Dio sarà divenuto tiranno, che sia per rallegrarsi senza cagione e frutto del nostro scarnificamento, vedendo a i suoi figli diletti macerate le carni con cilici, illividite con battiture, famelici, sitibondi, umiliati, afflitti e senza gusto della terra? Gran bene per certo deve risultare da questo, poiché un Dio, tanto buono e pietoso e amoroso Padre, ce l' ha incaricato tante volte e tanto di proposito, così per bocca dell'Unigenito suo diletto, come per quella de' suoi Profeti e Apostoli. Come avrebbe Gesù, tanto mansueto e umile di cuore, avuto il coraggio di pronunciare sentenza così cruda, quale fu quando disse: Se alcuno vuol venire dietro di me, rinneghi sé stesso e prenda la sua croce...(Matt. 16, 24. - Marc. 8, 34) se non fosse stato, che in questo avviso ci faceva gran favore, per i frutti grandi che nascono da questa rinuncia? E sebbene è vero che per animarci ad essa non abbiamo bisogno di saper altro, se non che piace a questo Signore, tuttavia accennerò alcuni altri beni che porta seco, perché almeno conosciamo quanto ragionevole e giusto è questo divino volere e quanto profittevole per noi; perché se nella mortificazione, che è la cosa che più ci spaventa, ritroviamo queste utilità, non dubiteremo che si ritrovino anche in tutte le altre cose più aggradevoli. 

Sono adunque tanti i frutti della mortificazione e annegazione della propria volontà, che piuttosto ci potremmo lamentar di Dio, se non ce l'avesse raccomandata tanto di proposito e non ci avesse avvisati, che ci era tanto conveniente. Se un padre vedesse che un suo figlio savio, ben disposto, grazioso, robusto è caduto ammalato e giace in un letto all'ospedale, frenetico, sfigurato, deformato,  sì debole da non poter muovere un braccio, con un gusto sì guasto fino a sostentarsi solo di cose immonde; ed egli sapesse un rimedio col quale potesse non solo liberare il figlio dalla morte, ma renderlo sano e più forte che mai, con maggior disposizione e vaghezza di prima, e col gusto purgato per godere il sapore e la dolcezza dei cibi delicati…, non farebbe un'empietà tener segreto questo medicamento, senza dirlo ad alcuno, né procurare di darlo al figlio? Senza dubbio un padre simile sarebbe tenuto da tutti per stolto o per inumano, avendo un sì crudele odio al suo figliuolo, Quello dunque che non ci parrebbe bene in un uomo, perché non lo vogliamo in Dio? Come non vogliamo che egli non pubblicasse in tutta la sacra Scrittura, con gli esempi e con le parole de' suoi santi Profeti e per bocca del suo Unigenito Figliuolo, tanto gran ristoro della nostra natura corrotta e inferma, quale è la mortificazione con l'aiuto della sua grazia? Per suo mezzo si compongono gli affetti, si regola l'appetito, si purga l'intelletto, si riforma lo spirito, restituendolo alla sua antica nobiltà, e talvolta a maggiore, con maggiori gradi di santità. Perché dunque Dio aveva a tacer questo e, non pubblicare e lodare un rimedio tanto notabile? E perché noi non dobbiamo gradire questo avviso e non ci abbiamo a ristorare con tale medicina?

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P. EUSEBIO NIEREMBERG, S. J. 

sabato 17 agosto 2024

LA VOLONTÀ DI DIO O STRADA REALE E BREVE PER ACQUISTAR LA PERFEZIONE

 


Del motivo principale, che dobbiamo avere, per adempire la volontà divina e conformarci ad essa.


 Per fare con maggior perfezione e frutto la volontà divina e conformarsi totalmente ad essa, si deve avvertire grandemente il motivo principale, per il quale dobbiamo adempirla: perché, sebbene sia vero che i titoli e gli obblighi, che a ciò abbiamo, sono molti e tutti molto meritorii, nondimeno uno è il più eccellente, più generoso e più meritorio, che è il dar maggior gusto a Dio. E se si vuole adempire perfettamente la volontà di Dio e piacere in tutto al suo Creatore, non basta eseguire quello che vuole Dio, ma si deve fare nel modo, nel quale vuole e gusta più che lo facciamo. E questa è la maniera che più meritiamo e più piacciamo a lui. poiché uno può adempire la volontà divina, considerando che Dio è suo supremo Signore, a cui deve servire, o suo amoroso Padre, dal cui comandamento deve dipendere, o suo liberalissimo benefattore, al quale deve essere grato, o suo fedelissimo rimuneratore, dal quale spera di essere premiato, o perché questo solo è quello che è bene per noi, che ci è più utile, più onorevole e conforme alla dignità dell'uomo; i quali titoli sono più lodevoli e santi. 

 Mi chi mancasse all'adempimento del beneplacito divino, farebbe contro tutti questi titoli, metterebbe sossopra tutto queste ragioni, che Dio ha, che noi facciamo il suo gusto, non il nostro; né alcuno di questi titoli è più onorato, nessuna ragione è più stretta e rigorosa, nessun motivo è più desiderato e gradito di questo al Signore, a cui tanto dobbiamo piacere. Onde sebbene uno adempisse in tutte le sue opere la volontà divina per i suddetti motivi, ancorché tanto buoni e santi e dei quali noi dobbiamo ancora approfittarci, non arriverebbe del tutto a soddisfare al desiderio e gusto di Dio, che ha della nostra maggior giustificazione e santità, e che siamo santi e perfetti come è il nostro Padre celeste; perché non arriverebbe ad adempire con somma finezza e liberalità di cuore quella suprema legge di perfezione e quel massimo comandamento che dice: Amerai il tuo Signore con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutti i tuoi sentimenti, con tutte le tue forze (Marc. 12. 30). 

 E sebbene per adempire i precetti divini non sia necessario tutto questo sforzo e perfezione, né il farli per solo e puro amore, è però convenientissimo, per soddisfare al desiderio che Dio ha della nostra maggior perfezione, alla quale ci consiglia, che adempiamo con amore e per amore la sua volontà, e ciò con amor tenero, forte, leale, fino e vero, per quel supremo titolo di essere Dio chi e, amando tanto stupenda bontà, compiacendoci delle sue infinite perfezioni, rallegrandoci delle sue immense ricchezze, della sua infinita gloria e grandezza. E chi non arriva a questo di adempire la volontà divina disinteressatamente per essere Dio chi é, ancora non arriva ad adempirla totalmente e perfettamente, con tutto il suo potere, come Dio vuole che sia adempita e merita che si adempia; né acquista il merito che potrebbe, né compiace quanto può al suo Creatore, né godrà perfettamente dei tesori grandi, che si ritrovano in questo esercizio, né gusterà quel favo di miele e soavità, che sta nascosta nel non fare il proprio gusto, per far quello di un Dio tanto buono. E però è necessario che innamorati di quell'essere ineffabile, di quella bellezza infinita, di quella bontà immensa, di quella natura piena di infinite ricchezze e perfezioni, adempiamo la sua giustissima volontà. 

 Questa deve essere la nostra occupazione, questo il nostro officio, questo il nostro gusto, questo il nostro sforzo; in questo si ha da risvegliare il nostro intelletto; di questo si ha da alimentare la nostra volontà; con questo si hanno da rallegrare il nostro corpo e il nostro spirito; in questo si deve occupare la nostra anima; per questo dobbiamo impiegare quanto siamo e possiamo, desiderii, affetti, forze, tutta la sostanza, tutta la vita. Qual impiego migliore dell'anima nostra e di tutto il nostro essere, che in quello che è tutto l'essere? Non so per certo come non ci si dilegua 1'anima, infiammata d'amore verso quella eterna bellezza, bontà, onnipotenza e sapienza infinita. Oh che sorte poter ammirare un essere si grande! Che sarà amarlo, abbracciarlo, deliziarsi con lui, gradirgli in tutto? Non ci dovrebbe capire il cuore nel petto per vera allegrezza, per la fortuna che possiamo far cosa con la quale gli diamo gusto, e per la ventura che possiamo non solo rispettarlo, ma anche amarlo. 

 Non so come noi, sue piccole creature, possiamo lasciare di pregiarci e gloriarci grandemente di essere sue, e di andar sempre attonite per la sua grandezza e bontà, amando quel nobilissimo essere, che non ebbe origine da nessuno (qual maggior nobiltà di questa?); quell'essere che non essendo stato fatto da nessuno, nessuno lo limitò (e però è infinitamente, buono e perfètto, e tale che nemmeno il pensiero può immaginare cosa maggiore, e tutto quello che di lui si immagina, è molto poco e niente rispetto alla sua grandezza); quell'essere tanto ammirabile, che insieme con essere uno è anche trino, e con somma unità si ritrova in lui trinità (meraviglia delle meraviglie, che per tutta un'eternità dovremo ammirare); quell'essere tanto infinitamente buono, che tutto quello che è il Padre, lo comunicò al figliuolo, e il suo figliuolo tanto buono quanto lui lo diede ai peccatori; quell'essere tanto buono, che non poté stare, neanche un momento, senza comunicarsi tutto, non potendone far di meno la sua stupenda bontà; quell'essere onnipotente, che fece il tutto col volere e lo fece di niente; quell'essere tanto savio, che non può errare nel farci del bene; quell'essere tanto immenso, che non può allontanarsi da noi e viene dovunque noi andiamo, e ode quello che gli domandiamo; quell'essere tanto immutabile, che non può invecchiarsi la sua bellezza, né mancare la sua buona volontà; quell’essere semplicissimo, nel quale, senza disturbo, né impedimento possediamo tutti i beni; quell'essere tanto giusto e misericordioso, che per far misericordia perdonò agli uomini, non perdonò al suo Figliuolo; quell'essere eterno, che non può morire; quell'essere fedelissimo, che, sebbene vien disobbligato da noi, non manca di quello che ci promise; quell'essere tanto nostro amante, che non si stanca di soffrire le nostre scortesie; quell'essere, che dà l'essere ad ogni essere, che solleva i cieli, e per il quale si conservano gli elementi, vivono le piante, sentono gli animali, discorrono gli uomini, intendono gli angeli; quell'essere tanto immenso, che da nulla è impedito, facendo il tutto, governando il tutto, ritrovandosi per tutto; quell'essere tanto buono, che, essendo immensa la sua grandezza, infinita la sua autorità, suprema la sua maestà, é tale la sua degnazione, che, per amor dell'uomo, gli matura di sua mano i frutti dell' albero, preparando il grano nella spiga, disponendo la bevanda nelle fontane, apparecchiando il vestimento nei campi, cucinandogli da sé medesimo la vivanda, tessendogli la tela, con la quale si ricopra, abbassandosi a tanto umili offici per una creatura tanto vile; quell'essere tanto buono, che é ogni bene, da cui prese origine ogni bontà, da cui nacque tutta la bellezza, da cui ebbe principio tutta la sapienza, da cui procedette tutta la giustizia, da cui deriva tutto il potere; che é buono sopra ogni bontà, bello sopra ogni bellezza, potente sopra ogni possanza, giusto sopra ogni giustizia, savio sopra ogni verità, dolce sopra ogni sapore; quell'essere tanto buono, che ebbe tanto buona volontà, sino a morire per far vivere una sua creatura, sino ad umiliarsi, perché un vermicciuolo non fosse superbo, sino a farsi uomo per l'uomo suo nemico, il quale tentò di levargli l'essere Dio, sino a lasciarsi per sostentamento della vita di chi meritava mille morti, sino ad entrare dentro del petto umano lui, che non capisce nei cieli. O buon Dio, e quanta buona volontà avete, e massime verso di me! 

 E giacché tali sono le vostre determinazioni, che gran cosa che io adempia il vostro giustissimo volere! Adempia io in tutto la vostra volontà tanto buona, e l'adempia perché voi siete tanto buono! 

 Mi congratulo mille volte con la creatura, per essere tanto buono il loro autore, per la nobiltà della loro origine, per la gloria dell'essere fattura di tanto buona mano. I cieli facciano applauso, perché in essi non capisce il loro Creatore; i pianeti seguitino le loro danze e le stelle accendano maggiori splendori, per essere luce inaccessibile chi le formò: le piante, gli uccelli, gli animali, gli uomini, gli angeli facciano festa, per esser si grande il loro Re, tanto potente il loro Signore, tanto sapiente il loro Capo, tanto buono il loro Padre. Il cielo e la terra si rallegrino per la gloria di tal padrone e della grandezza di tal monarca, la cui volontà adempiono gli uomini in terra, come gli angeli in cielo; e poiché gli angeli l'adempiono amando il loro Signore, per essere Dio chi è, tanto infinitamente buono, santo, grande, perfetto, perché devono meno gli uomini, per i quali, benché nemici, ha fatto di più che non ha fatto per gli angeli, fedeli e domestici della sua casa? E per essere Dio molto buono verso di noi, non dobbiamo tralasciar di adempire la sua volontà; ma dobbiamo farlo con ogni esattezza, per essere lui in sé infinitamente buono e tale, che non ha potuto far di meno di essere tanto buono, quanto è stato verso di noi, che siamo tanto cattivi.

P. EUSEBIO NIEREMBERG, S. J. 

giovedì 22 febbraio 2024

LA VOLONTÀ DI DIO O STRADA REALE E BREVE PER ACQUISTAR LA PERFEZIONE - Del conformarsi in tutto alla volontà divina.

 


Del conformarsi in tutto alla volontà divina. 


Perché l'adempimento perfetto della volontà di Dio non consiste solamente nel fare tutte le cose per Dio, ma in patire ancora con contento e gusto tutto quello che ci succederà di avverso, poiché tutto viene ordinato dalla sua pietosa mano per nostro bene e profitto, io proporrò qui più particolarmente la pratica di questa conformità, con un caso di grande ammaestramento, che racconta il Taulero, in un ragionamento cioè che ebbe un teologo con un poveretto, che Dio gli mandò innanzi, per insegnargli questa divina teologia. Epperò io narrerò qui tutto quel dialogo, che insieme ebbero; perché, oltre insegnarci un perfetto esercizio di conformarci alla volontà divina, ci dichiara ancora il gran bene che in questo si ritrova. 

   Un teologo molto insigne, non assicurandosi del suo sapere per servire a Dio, desiderava con umile cuore di ritrovare alcun servo di Dio esercitato che gli insegnasse la strada della verità: dopo d'aver domandato ciò a Dio, per otto anni continui, finalmente un giorno udì una voce che gli disse: «Esci fuori sulle scalinate del tempio e troverai qui vi un uomo che ti insegnerà la strada della verità.» E uscendo il teologo, ritrovò un povero mendico, i cui panni vecchi e stracciati non valevano tre quattrini, coi piedi nudi e tutti infangati, di tale aspetto, che mostrava necessità di ogni corporale bisogno. Era però sì ricco di celeste sapienza, che diede a quel teologo un tanto spirituale rimedio e tanto eccellente e tanto ammirabile dottrina, quanto egli l'aveva desiderata e meritata, con quelle orazioni ripiene di buoni e umili desideri, come si vedrà nel dialogo, che ebbero insieme. 

Eccolo : 

   Teologo: Dio ti dia il buon giorno, fratello. 

   Mendico: Io ti ringrazio del saluto, che mi dai: ma ti faccio insieme sapere che non mi ricordo di aver giammai avuta giornata cattiva, né principio di giorno, che non sia stato buono. 

   Teologo: Sia come tu dici; e coi giorni buoni, che sempre hai, Iddio ti aggiunga buona fortuna e prosperosa sorte. 

   Mendico: Buone cose tu mi desideri (sia per amor di Dio) ; ma sappi una verità: che io non fui mai sfortunato, né mai patii disgrazia alcuna. 

   Teologo: Prego Dio, fratel mio, che con l' altre buone sorti che hai, sii insieme beato lo confesso la verità, che il mio intelletto non capisce bene quello che significhino le tue cosi assolute parole. 

   Mendico: Ti faccio sapere, perché tu ti meravigli, che a me non è mancata, né manca la beatitudine. 

   Teologo: Cosi Iddio ti salvi!... Parlami più chiaro, perché il tuo linguaggio è per me troppo oscuro. 

   Mendico: Son contento, e di buona voglia lo farò. Ti ricordi con quante maniere mi hai salutato? 

   Teologo: Ben me ne ricordo, con tre: col buon giorno, con la buona fortuna, col desiderio della beatitudine. 

   Mendico: Ti sovvengono le mie risposte? 

   Teologo: Eccole: mi hai risposto che non hai mai avuto giorno cattivo, che non sei mai stato sventurato e che non ti è mancata mai la beatitudine. Queste sono le tue risposte, e queste ho confessato di non intendere; epperò ti prego che me le dichiari. 

   Mendico: Sappi, frate  mio, che sono buoni per noi quei giorni, i quali impegniamo nelle lodi di Dio, il quale per questo stesso ci concede la vita; e cattivi sono per noi, quando in essi ci allontaniamo dal dare a Dio la gloria, che gli dobbiamo. Siano prosperi o avversi gli accidenti che alla giornata succedono; saranno tutti buoni i giorni, se noi lodiamo il Signore nella nostra volontà. 

lo, come tu vedi, sono mendico e molto bisognoso, vado pellegrinando per il mondo, non ho rifugio, né luogo dove ricoverarmi, e nei viaggi incontrai gravi travagli: che se, per non trovare chi mi dia limosina, patisco fame, lodo di ciò Dio; e se mi piove addosso, o mi percuote la grandine, lodo di ciò Dio; se gli uomini mi disprezzano come miserabile, lodo pure Dio; e se, per andar mal vestito, patisco freddo, lodo Dio; in una parola tutto quello che mi si offre di avverso, mi è materia di divine lodi. E in questa maniera il giorno per me è buono. E quando mi fanno alcun piacere o dispiacere, ne lodo Dio, e tengo la mia volontà soggetta a lui, dandogli in tutto somme lodi; perché le avversità non fanno il giorno avverso, ma piuttosto lo fa la nostra impazienza, che nasce dal non tenere la nostra volontà soggetta a Dio, né esercitata nelle divine lodi in ogni tempo. 

   Teologo: Veramente, fratello, tu hai grande ragione in ciò che dici dei giorni buoni: già ho adesso inteso che sono buoni quei giorni che passiamo lodando Dio. 

   Mendico: Ho detto che non fui mai sfortunato, né ho patito sventura, e ho detto la verità, perché tutti teniamo per buona sorte quando ci avvengono cose tanto buone e prospere che non ci è più che desiderare, né migliorare. Ed essendo verissimo che quello che Dio ci dà e ordina che ci succeda, è per noi il meglio, ne segue che, non solo io, ma qualsivoglia altro uomo, che abbia aperti gli occhi dell'anima e che consideri le cose come cristiano, deve tenersi per fortunato in qualsiasi cosa, che gli succeda o che Dio gli dà e ordina che gli uomini gli facciano, perché allora nessuna cosa le può accadere che sia meglio per lui. 

   Teologo: Dimmi, fratello; come eserciti questa dottrina tanto buona e questa verità tanto certa, e come da essa cavi tanto frutto che ti faccia tanto avventurato, quanto tu dici che sei? 

   Mendico: lo so vivere con Dio, come figliuolo che vive con suo padre; e considero che Iddio é un buon padre, che ama i suoi figliuoli; ed essendo lui potente e saggio, sa e può dare e provvedere a' suoi figliuoli quello che ha ad essere meglio per loro. E così se vuole che quello che mi accade, sia gustoso all'uomo, o no, se vuole sia dolce o amaro, se vuole sia onorevole o disonore vale secondo il mondo, se vuole sia salutifero o contrario alla salute, questo tengo per meglio, e con esso mi reputo molto più bene, che con qualsivoglia altra cosa. E in questa maniera tengo per buona sorte tutto quello che mi avviene e di tutto rendo grazie a Dio. 

   Teologo: Resta la terza risposta, che mi hai dato, dicendo che non hai mai giorno senza beatitudine. Questa mi sembra molto difficile ad intendere; ma mi persuado che me la renderai tanto chiara, come le altre due. 

   Mendico: Così farò con la grazia di Dio, ma sta attento. Per beatitudine intendiamo tra gli uomini quella di colui che ha ciò che desidera; che in tutto riesce e la cui volontà sempre si adempie senza l'esistenza. Non v'ha uomo nel mondo, che, vivendo secondo quello che vuole, arrivi ad avere questa beatitudine intera: e ciò è manifesto. Nel cielo l'hanno interamente i beati; e la ragione è, perché non vogliono più di quello che vuole Dio. Lo stesso avviene tra gli uomini mortali, quando uno ha mortificati i suoi appetiti ed ha interamente rassegnata la sua volontà a quella di Dio, rallegrandosi di quello che Dio fa, così circa del medesimo uomo, come circa degli altri uomini. 

Questi lo possiamo chiamare beato in terra, perché ha gusti celestiali, vedendo che in tutto si fa la sua volontà, la quale è conforme a quella di Dio. 

   Teologo: Dimmi: come tu poni in opera questo divino insegnamento? 

   Mendico: lo ho determinato di dipendere dalla volontà di Dio in tal maniera che la mia non trapassi mai la sua, e conformandomi tanto intieramente ad essa, che non mi rimanga alcun volere: e in questo modo vivo contento e mi tengo beato, perché quanto fa Dio, mi dà molto particolar gusto, e assai più dolce e soave di quello che ha l'uomo, il quale fa quanto i suoi appetiti desiderano. 

   Teologo: Io ho molto bene inteso in che consiste la tua beatitudine, e mi pare molto grande verità quello che mi dici. Ho però un dubbio intorno alla rassegnazione, che convien fare a Dio della nostra propria volontà; dimmi: Che cosa faresti e diresti se Dio ti volesse gettare nei profondi abissi dell'inferno? 

   Mendico: lo ho due braccia spirituali: l'uno é l'umiltà, che tengo soggetta a Gesù Cristo, con la quale sto unito alla sua sacratissima umanità, e questo braccio é il sinistro: l'altro destro é l'amore, con il quale sto unito e abbracciato con la divinità del medesimo Gesù Cristo, e con questo braccio lo tengo abbracciato tanto stretto, che cadendo io all'inferno senza peccato, non lascerei di stare con Dio: e in questo caso io terrei per cosa migliore andar coll'amicizia di Dio all'inferno, che stare senza la sua grazia nel luogo più delizioso che si possa immaginare. 

Teologo: Già intendo che vuoi dire due cose: la prima é che la profonda umiltà é una scorciatoia divina per andare a Dio. La seconda é, che avendoci Dio obbligati col suo comandamento ad amarlo, non ci comanderà mai altra cosa in contrario. Onde dobbiamo dire a Dio: Signore, purché io ti ami, purché stia in tua grazia, purché non sia privo di lodarti, gettami dove ti piace, perché ogni luogo mi riuscirà buono, stando in tua compagnia. 

   Mendico: Mi. hai inteso bene. Orsù, hai ora alcun altro dubbio? 

   Teologo: Dimmi, fratel mio: giacché stai tanto unito con Dio, dove lo troverò io adesso per unirmi con lui? Perché nessun altro luogo sarà meglio per me, che quel medesimo dove tu lo hai trovato. 

   Mendico: Né tu lo troverai in alcun luogo, né io, né altri, se non dove lasceremo le creature per lui. 

   Teologo: Dove ora hai lasciato Dio? 

   Mendico: Nei cuori puri e negli uomini di buona volontà: in questi l' ho lasciato, e in questi sono per ritrovarlo. 

   Teologo: Non posso non domandarti, chi tu sei, perché vorrei conoscerti e che restasse nella mia memoria il tuo nome, in riguardo dei benefici, che in questo giorno ho da te ricevuti. 

   Mendico: Non ti posso dar più certa risposta, con la quale ti discuopra chi sono, che dirti: io sono realmente re. 

   Teologo: Come è possibile, che tu sii re? Dunque tu hai regno? 

   Mendico: Il regno lo tengo nell'anima mia, perché so reggere tutti i miei sentimenti e potenze interiori ed esteriori, e tengo soggetti alla ragione tutti gli affetti e le potenze dell'anima mia. E veramente, fratello, sopra tutti i regni del mondo, questo è unico, e nessuno ne dubiti. Quindi intendi con quanta ragione mi chiamo re, avendo io per la divina grazia questo regno. 

   Teologo : Vedo che te ne vuoi andare. Ma dove sei per inviarti? Lo vorrei sapere. 

   Mendico : Vado là, donde vengo.  

   Teologo: E donde vieni? 

    Mendico : Vengo da Dio, e però il mio viaggio è da Dio e a Dio, e quegli che viene meco è il medesimo Dio. E se non intendi questo che ti dico, te lo spiego. Essendo Dio presente in ogni luogo, e stando la sua essenza in tutte le creature, ancorché io muti luogo, e siano varie le creature, che vedo e con le quali mi trattengo e parlo, ritrovo in tutto Dio e più lui che quelle, e più vado tra lui che tra quelle. Anzi se esse mi avessero a nascondere Dio o disturbarmi che in esse non lo ritrovassi, fuggirei da esse, come da nemici mortali. 

   Teologo: Fratel mio, come sei arrivato a tanto grande perfezione? 

   Mendico: Con tre cose: continuo silenzio, alti pensieri, unione con Dio, perché in nessuna cosa, che sia sotto di Dio, ho potuto ritrovar riposo, né quiete. Perciò adesso riposo e riposerò nel mio Dio in somma pace, perché l'ho ritrovato. E però, se tu vuoi farti un tesoro di perfezione e avere vero riposo, non lo cercare nelle altre creature, né portar loro rispetto, quando t'impediscano l'avvicinarti a Dio. Esercitati molto di proposito in quelle tre cose sopradette: osserva perfetto silenzio, fuggi la conversazione degli uomini, che impedisce per lo più la pace e l'allegrezza, che con Dio guadagna il silenzio; i tuoi pensieri non siano bassi, ma alti, non di cose temporali, ma eterne, non umane, ma divine, non di carne, ma di spirito, non della terra, ma del cielo; l'unione con Dio sia la tua vita: distaccati da tutto il creato, come se non fossero creature nel mondo, procura di tenere il mondo per morto, rimiralo come una casa, nella quale è acceso il fuoco e si abbrucia, dalla quale fuggono quelli che non vogliono perire in essa. E in questa maniera ti hai a sbrigare dal mondo e ti ritroverai più disposto per unirti con Dio, per aver pace e riposo con lui, il quale supplico che ti dia la sua grazia e ti disponga a far così come ti ho insegnato. 


P. EUSEBIO NIEREMBERG, S. J. 

giovedì 29 giugno 2023

Si deve seguire la volontà di Dio in ogni cosa.

 


 LA VOLONTÀ DI DIO O STRADA REALE E BREVE  PER ACQUISTAR LA PERFEZIONE

 

   Questo negozio di tanto grande importanza non si deve intraprendere trascuratamente, né per  parti, trattando a metà con Dio, facendo in parte la nostra volontà e in parte la divina, dedicando  qualche cosa a Dio e riserbando qualche cosa per noi. Questa donazione deve esser totale, poiché  non comporta il dominio assoluto; e massime quello di Dio, compagnia di due padroni. È grande  inganno il temere che uno ha di darsi del tutto a Dio, senza riserbarsi niente, parendogli cosa molto  amara e orrenda la determinazione di non darsi gusto in nulla. 

   Non ha costui che temere, anzi di sé stesso deve grandemente temere, se in qualche cosa cerca sé  medesimo, perché un affetto, per piccolo che sia, lo potrà rovinare, dando il cuor di lui intero in  pegno al demonio, che con un solo desiderio disordinato lo terrà strettamente imprigionato. Una  minima affezione immortificata è bastante ad indebolire tutta la forza dell'animo; non in altra  maniera di quello che S. Doroteo dice dell'aquila, che se tiene solamente un'unghia attaccata al  laccio, ancorché abbia libero tutto il corpo, resta presa. Non è, a dire il vero, cosa piccola, tralasciar  le cose piccole, perché non si deve guardar tanto alla cosa, che par poca, in cui ci lasciamo vincere,  quanto a questo, che anche in quel così poco non vogliamo rompere la nostra volontà per amor di  Dio. 

   Il che è assai e ci dovrebbe parere tanto maggiore ingratitudine, quanto la cosa è minore. Oltre di  ciò, uno può disperare di godere i privilegi e gusti, che dicemmo godere quelli che adempiono la  volontà di Dio, se non l'adempie in tutto, e non l'adempirà in tutto, se non nega in tutto la sua.  Dimodochè, se, per timore di vivere con afflizione e tristezza, uno lascia di far di sé a Dio offerta  generale, commette errore manifesto; anzi se non la fa di questa maniera, non godrà di quella  dolcezza e soavità celeste che Dio comunica a quelli, quali adempiono la sua volontà, che è una  partecipazione del gusto che Dio ha riposto nell'adempimento di essa. Perché già non adempie tutta  la volontà di Dio, chi non l'adempie in tutto, negando in tutto sé medesimo; perché la volontà di Dio  è che in niente ci governiamo secondo il nostro volere, ma in tutto secondo il voler suo; perché  questo solo a noi conviene, e però chi manca in questo e non adempie il gusto di Dio, non ha diritto  di godere i suoi privilegi né titolo per quel contento che riempie i santi, perfettamente mortificati e  morti a sé stessi. Perciò diceva il P. Baldassare Alvarez, che siccome i Martiri, secondo come canta  la Chiesa, mortis sacrae compendio vitam beatam possident, così i giusti ben mortificati, con  un'altra breve morte della loro propria annegazione, acquistano il riposo, che nella terra si può  acquistare. E perché non poniamo mai l'ultima mano alla nostra abnegazione, andiamo sempre  gemendo e portiamo la croce senza morire in essa, che è proprio degli ipocriti. 

   Questo negozio dunque della perfetta mortificazione e conformità con la volontà divina non  consiste in cosa, che si possa dividere, né si contenta di meno che di tutto; perché non sarà mai vero  che uno sia mortificato, se mai non gli mancano tutte le azioni della vita, e per una sola, che gliene  rimanga non si potrà dir che sia morti? Al medesimo modo per una sola cosa che uno voglia fare di  sua volontà, non adempie perfettamente la divina, né è morto con Cristo. Il che dichiarò Gesù stesso  con quel paragone del granello di frumento, che, se non è morto, non dà frutto. E quelle altre  somiglianze con le quali ci comandò la mortificazione e a cui paragonò il regno dei cieli, tutti ci  raccomandano questo medesimo, che la mortificazione e rassegnazione sia totale. Così fu quella  similitudine del tesoro nascosto e della gemma preziosa, per comprar la quale quel mercante vendé  tutte le cose e chi dice tutte, non eccettua niuna. 

   È cosa molto lacrimevole che alcuni, avendo fatto gran spesa in mortificarsi in cose maggiori,  mancano in alcune piccole, per cui restano senza questa gioia. Che diremmo di un uomo, il quale  avendo dati mille scudi per un incomparabile tesoro, dipoi si ritirasse dall'accordo, per non dar di più un solo quattrino, che gli restava? Il granello di senape, che è il più piccolo seme, e che cresce  più di tutte le altre piante, chi non s'accorge che ci ammonisce che cose molto piccole contengono  grandi effetti, e però non si devono disprezzare? La stima delle cose è per l'ordinario più per la loro  virtù che per la loro quantità. Per il che uno deve generosamente lasciar del tutto sé medesimo e  abbracciarsi solo con Cristo, adempiendo in tutto la volontà del suo Padre, persuadendosi che la  difficoltà dura solamente finché si vinca bene e sia adempita del tutto la volontà di Dio; perché è  vero quello che disse un santo monaco antico: «Mentre uno andrà vincendo, se la passerà cori  tristezza e travaglio; ma quando si trova Cristo, non travaglia più, ma fiorisce come una rosa.» E  come quando, è nuvolo, ogni cosa è mesta, e quando è sereno ogni cosa si rischiara e rallegra, così  succede a quello che ritrova questa preziosa serenità, la quale rischiara e rallegra il cuore, e toglie  tutte le tristezze di questa vita. E chi fa altrimenti, non adempie perfettamente gli obblighi, che deve  al supremo dominio di Dio, il quale per tanti titoli ha infinito diritto che noi facciamo in niente la  nostra volontà, ma la sua. E sebbene uno può adempire quello che coi soavi precetti gli domanda  Dio, non può però far tanto che se gli dimostri grato di tutto quello che ha ricevuto e riceve dalla  sua divina mano. 

   E per tanto con meno, né soddisfa alla gratitudine che deve a Cristo per i benefici, coi quali ci ha  obbligati; né merita quell'onore che gli angeli dànno a quelli che vedono crocifissi insieme con  Gesù, perché vedono in lui alcune cose del suo nemico, che è l'amor proprio; né godrà della soavità  di questo calice, che nel principio è di amarezza, ma nel fondo è di miele; e chi non lo vuota affatto,  né lo tramanda allo stomaco, non gusta tutta la sua soavità; anzi tiene in mano il veleno, che gli darà  la morte, poiché ritiene la sua propria volontà, la quale sola ci fa più danno che tutto l'inferno  insieme unito; né ritroverà Cristo, poiché non ha cominciato a cercarlo davvero, né lo raggiungerà,  poiché non l'ha incominciato a seguire, essendo il primo passo, come ci insegnò il medesimo  Signore, il negare sé stesso e pigliar la sua croce. 

   Ah! non perdoniamo a fatica nel cercare e possedere Dio, poiché tanto ci importa, siccome egli  cercò noi, ancorché non gli importassimo nulla. Con diligenza e ogni spesa cerchiamo la preziosa  margarita, giacché così egli cercò la minuta dramma. «È cosa notabile, dice S. Tomaso, che non  disse «la comprò», ma che la « trovò», ancorché il genere umano, che vien significato nella  dramma, gli costò il suo sangue prezioso e tanto amara passione. E la causa è, perché di tal maniera  desiderò la nostra salute, che gli parve sia stato un ritrovarla il poter liberare l'uomo dalla potestà  del demonio e guadagnarlo per la beatitudine eterna, per la quale fu creato. Similmente è cosa da  notare, che invita tutti gli angeli a congratularsi non con la dramma ritrovata, cioè non coll'uomo,  ma con sé medesimo, come se l' uomo fosse Dio del medesimo Dio, e dipendesse la salvezza di Dio  dall' aver ritrovato l'uomo perduto, e come se non potesse senza l'uomo essere Dio beato.» Sin qui il  santo Dottore. 

   Or io voglio riprendere la nostra ingratitudine e tiepidezza. Se tanto davvero ci cercò Cristo,  perché abbiamo noi a cercar lui tanto per burla? Se tutto quello, che egli patì, non gli parve niente in  riguardo di quel tanto, che desiderò per il nostro bene, perché a noi quello che è niente pare assai,  per procurare non solo il nostro medesimo bene, ma anche quel che è molto più, la sua divina  gloria, la quale è l'adempimento della sua volontà? Iddio si diede tutto a noi, perché dunque noi  dobbiamo dare a lui la metà? Oh intollerabile superbia di noi altri uomini, che non con parole ma  con le opere diciamo questa gran bestemmia, che vogliamo il doppio più di Dio! Poiché non  vogliamo condiscendere ad un tanto giusto e lucroso contratto, che l'uomo si dia tutto a Dio, poiché  Dio si diede tutto all'uomo. Oltre di questo, come potrà uno mortificarsi in cose grandi, se non si  avvezza a vincersi nelle piccole? E perciò Riccardo Vittorino disse che, giacché il demonio  s'affatica di vincerci in cose minime affinché indebolendoci ci vinca in cose maggiori, quanto è  giusto che noi ci affatichiamo di mortificarci in cose piccole, acciocché gli serriamo la strada donde  possa vincerci in cose grandi. 

P. EUSEBIO NIEREMBERG, S. J. 

domenica 11 settembre 2022

LA VOLONTÀ DI DIO O STRADA REALE E BREVE PER ACQUISTAR LA PERFEZIONE



Pratica di questo esercizio di adempire la volontà divina. 

   Ho voluto inculcare tanto diffusamente l'obbligazione, soavità e importanza che è in soggettarsi  alla volontà divina, perché in questo consiste tutta la perfezione e unione con Dio; e importa  sommamente formar un alto concetto e stima di questo esercizio per conseguirlo più brevemente. Io  penso che se uno fin da principio penetrasse vivamente l'obbligazione e l'importanza che vi è di far  solo la volontà di Dio e non la propria, abbrevierebbe molto il viaggio; perché se subito si  applicasse ad esso, avrebbe il mezzo più efficace per far bene gli altri esercizii e mettere in opera  tutte le altre virtù. È chiaro che se uno si determinasse con una perpetua e invincibile risoluzione «io  devo fare e volere in tutto e per tutto quello che Dio vuole da me, e non ho da attendere al mio gusto  né al mio affetto,» questi sarebbe mortificato, vedendo che Dio vuole quello da lui; sarebbe umile,  paziente, divoto, ritirato, astinente, casto, perché questo è quello che pretende da noi Iddio, e come  dice S. Paolo: «Questa è la volontà di Dio, la nostra santificazione» (Tess. 1.4. 3); e così farebbe un  grande avanzamento. 

   Per il che io raccomando a tutti e chieggo, per amor di Gesù Cristo, principalmente ai religiosi e  alla gente di spirito che, giacché essi si danno ad alcuni particolari esercizi e cercano di riuscire in  una o in un'altra virtù, facendo prove e diligenza particolare per conseguirla, pongano  principalmente tutte le loro forze e ingegno, e la loro mira particolare in fare stima della volontà di  Dio, in conoscerla ed eseguirla, senza indugio, né risparmio di cosa alcuna; la quale sollecitudine  devono porre nella direzione dello stato e occupazione della loro vita in generale, ma in tutte le  azioni particolari e singolari per piccole che siano, riguardando in ciascuna a Dio e fissando gli  occhi nella sua santissima volontà; la quale devono avere per unica regola di tutte le loro azioni,  considerando in ciascuna opera: Questo vuole Dio ch'io lo faccia, o no? E se conosce che non è  volontà di Dio, non lo fare per tutto il mondo; ma se è cosa che Dio gusta che si faccia, come sono  le opere di virtù, si deve subito volere e fare ciò Dio vuole che si faccia. Pongo l'esempio  dell'orazione. Con quale riverenza, umiltà, fervore, attenzione vorrebbe Dio ch'io la facessi? E  procurar di farlo così. 

   Se è opera particolare, che il superiore comanda, considerare con quale obbedienza vuole Dio ch'  io adempisca questo, con quale semplicità, fervore, prontezza, fortezza, gusto, perseveranza. E così  nelle altre opere aver riguardo alla loro sostanza, se sono di gusto di Dio; e subito considerare le  circostanze, con le quali vuole Iddio che si facciano. E se l'opera sarà per sé stessa indifferente o  sarà necessario il farla, procuri di coronarla con questa buona intenzione e di farla per amor di Dio,  perché con questo innalzerà l'opera, che per sé stessa non varrebbe niente, a grado molto alto di  merito. E non si deve perdere tanto gran guadagno per trascuratezza d’offerire le opere a Dio e  regolarle secondo il suo santissimo volere, col quale opereremo sopranaturalmente le azioni  naturali, e le virtuose di minori virtù si faranno tutte di carità. Stiamo sempre apparecchiati ad  adempire il gusto divino, e in nulla la propria nostra volontà, così nelle opere esteriori, come nelle  interiori, così nelle grandi, come nelle piccole, anche nel più piccolo pensiero e movimento del  cuore, dirizzandole e livellandole con questa unica regola di vera prudenza, che è quello che Dio  vuole e facendo sempre quello, che dice Davide: Siccome gli occhi di una serva stanno fissi nelle  mani della sua padrona, così i nostri occhi stanno posti nel Signore (Salm. 122. 2). Se avessimo  mille intelletti e mille occhi, in questo dovremmo occuparli: così fanno gli angeli e quei sacri  animali dell'Apocalisse e i sovrani Cherubini pieni di occhi di dentro e di fuori. Onde con mille  avvertenze, con mille intenzioni e sollecitudini, dobbiamo andar considerando il beneplacito divino,  tenendo sempre tesi gli occhi per vedere quello che Dio vuole, ripetendo molte volte quello che  disse S. Paolo: «Signore. che volete ch'io faccia?» In questo adunque si ponga particolare attenzione; di questo si faccia l'esame particolare; a questo abbiamo divozione principale; questo sia  l'occupazione delle nostre potenze; questo sia il lavoro di tutta la nostra vita. 

   Non si aspetti, quando usciremo di qua; ma fin d'ora facciamo con gran fervore e amor di Dio  quello che dobbiamo continuare per una eternità; facciamo in terra quello che fanno i Beati in cielo,  che è quello che ogni giorno domandiamo nel Pater noster, siccome lo faceva S. Geltrude, a cui non  usciva mai altro dalla bocca e dal cuore che «non si faccia la mia, ma la tua volontà». La qual  divozione gliela insegnò Cristo nostro Redentore, incaricandola di consacrare a lui tutte le opere.  ripetendo quelle parole più spesso che poteva; e non solo in generale quello che leggeva e scriveva,  ma ciascuna parola e lettera da per sé; né solo il mangiare e il bere, ma ciascun boccone e sorso che  faceva; e tutte le parole che diceva, tutti i passi che faceva, tutte le volte che respirava, affinché in  questa maniera stesse sempre intenta a non far che la volontà divina. 

   Con questo esercizio vivrà l'anima divota con una eccellente, fruttuosa e facile presenza di Dio,  non stancando l'intelletto e l'immaginazione, ma deliziando il cuore con fini atti di amore; perché  non solo andrà amando il suo Creatore con amore di carità assai unitivo, ma operando  continuamente con amor di Dio, che é l'ultimo termine dell'amore. E così praticherà continuamente  la mortificazione, che é la prova del fino amore, negando sempre la sua volontà, secondo il detto di  Cristo: Se alcuno vuol venire dietro di me, rinneghi sé stesso (Matt. 16. 24; Luc. 9. 23). E oltre  all'uso della mortificazione, avrà un continuo esercizio di perfetta rassegnazione, annichilazione,  unione e trasformazione, stando disposto ad ogni cosa e tutto rimesso nelle mani e gusto di Dio e  spropriato totalmente del suo, unendosi ogni giorno più col suo Creatore, poiché si spoglia di se  stesso e di ogni suo volere, per fare il volere di Dio. Avrà parimenti una grande purità di cuore,  perché non vi può essere alcun affetto disordinato dove non si attende ad altro se non al gusto di  Dio, col lume del quale si riconosce subito qualsivoglia disordine. Finalmente in questa conformità  nella divina volontà consiste la Somma della perfezione e di tutte le virtù, ed è la strada più breve,  più universale, più sicura, più meritoria di tutte, ed è la regola universale dell' altre, e il compendio  della disciplina e vita spirituale, che in un dettame e in una regola sola comprende tutta la sua  dottrina 

   Ultimamente si deve, avvertire, come importerà grandemente che le orazioni giaculatorie (le  quali, secondo il consiglio dei santi, bisogna fare tra il giorno) siano quelle, le quali, abbiamo detto,  raccomandò Nostro Signore a S. Geltrude e ad altri santi e generalmente a tutta la Chiesa  nell'orazione che ci insegnò, e il medesimo Signore aveva costume di ripetere spesso, come fece  alcune volte nell'orto, dicendo al Padre che si facesse la sua volontà e come egli voleva. E così noi  dobbiamo sempre avere nella bocca e nel cuore queste parole: Padre nostro, sia fatta la tua volontà  così in terra come in cielo, le quali parole, perché siano dette con frutto, non si devon dir solo per  modo di lode e di benedizione a Dio e di affetto amoroso di conformità a lui, ma anche per modo di  preghiera e di petizione, nata da zelo della gloria di Dio e dell'amor del prossimo, supplicando in  essa Dio che tutti gli uomini in terra facciano la sua santissima volontà, poiché pei nostri fratelli non  possiamo chiedere cosa migliore. Con ciò si unirà insieme in questa breve orazione la carità di Dio  e del prossimo. Dimodochè per mezzo di esso l'anima si starà unendo e conformando con pio,  lodandolo, benedicendolo, e magnificandolo, e insieme starà facendo bene al prossimo, orando  continuamente per i suoi fratelli, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo, chiedendo per ciascuno e  per tutti quella cosa che possa esser per loro di maggior bene, e quello di che hanno più bisogno ed  è loro più importante; il che è un atto di avvantaggiato merito. 

P. EUSEBIO NIEREMBERG, S. J. 


venerdì 27 maggio 2022

LA VOLONTÀ DI DIO O STRADA REALE E BREVE PER ACQUISTAR LA PERFEZIONE

 


Esempi e sentenze notabili dei Gentili, che insegnarono come dobbiamo adempire la volontà  di Dio e conformarci ad essa. 


Per ultimo voglio proporre alcuni esempi e sentimenti di quelli, che mancarono del lume della  fede e non ebbero molto chiaro quello della ragione: ma con tutto ciò arrivarono a conoscere che  non vi era cosa più giusta, né più fondata in ragione, né più generosa, né più utile che l'adempire e il  fare la volontà di Dio; affinché noi ci vergogniamo di noi medesimi di non arrivare dove arrivarono,  e di non sentire quello che sentirono uomini senza legge e senza il conoscimento dell'obbligazione,  che porta seco il vedere un Dio morto, crocifisso per noi. 

   Cleonte, maestro di gran filosofi, diceva, benché gentile: «Guidami, Dio mio, e conducimi dove ti  sarà di gusto: ché io ti obbedirò, adempiendo la tua volontà, ancorché sia con gran travagli, ed io  che sono cattivo, farò, ancorché fosse, gemendo e affaticando, quello che deve fare un uomo  giusto.»  

   Demetrio, insigne filosofo, ancorché si ritrovasse in gran povertà e nudità, diceva: «Di questo solo  io mi posso lamentare, o Dio immortale, che prima d'ora non mi abbiate notificata la vostra volontà,  perché io sarei giunto prima a queste cose, alle quali io sto al presente prontissimo. Volete levarmi i  figliuoli? Per voi li ho allevati. Volete alcun membro del mio corpo? Pigliatelo, e non fo gran cosa  ad offrirvelo, avendo a lasciarli tutti assai presto. Volete la vita? E perché non ve l'ho a dare? Non ci  sarà alcun indugio a restituirvi quello che mi deste. Tutto quello che domanderete, lo riceverete da  me, che io lo do volentieri. Dunque di che mi lamento? Di quello che avrei voluto dare con  volontaria offerta, piuttosto che per restituzione? Che necessità v'era di levarmi quello che potevate  da me ricevere? Sebbene non potete voi levarmi cosa alcuna, perché non si leva se non a quello che  la ritiene. Io in nulla sono sforzato e niente patisco contro il mio gusto, né in questo fa a voi  servizio. Io mi conformo con la vostra volontà, perché conosco che tutte le cose corrono con, una  certa legge, che è promulgata per sempre.» 

   Socrate ancora, nel passo più arduo, quale è quello della morte, che patì ingiustamente, si mostrò  tanto conforme con la volontà divina, che disse: «Se Dio vuole così, così si faccia, perché tutti i  miei accusatori e nemici non mi potranno far danno.» E Simplicio disse che la vera perfezione  dell'anima consisteva in questa unione e conversione di volontà a Dio. 

   Epitetto, illustre stoico, faceva a Dio questa generosa offerta: «Adoprami, Signore, per  qualsivoglia cosa, che vuoi: con te ho il medesimo sentimento e il medesimo animo. Non ricuso  niente di quello che a te pare: vengo dietro a te: incamminami dove vorrai. Vuoi ch'io comandi,  ch'io tenga vita privata, ch'io sia sbandito, povero, ricco? Mi acquieto al tuo gusto, alla presenza  degli uomini, per tutte le cose.» 

   Il medesimo filosofo disse una cosa che gli passava per la mente, molto meravigliosa e !'insegnò e  predicò pubblicamente: «Nessuna cosa, diceva, ch'io voglia, mi può essere impedita, né disturbata  da uomo nato; ed a nessuna cosa, ch'io non voglia, non può sforzarmi potenza umana. Dirai: Come  può essere questo? Ti dico che è perché soggettai la mia volontà a Dio. Se Dio vuole ch'io abbia la  febbre, io ancora la voglio; se vuole ch'io faccia alcuna cosa, io non mi scuserò; se mi comanderà  che io prenda qualche cosa, non la rifiuterò; se vorrà ch'io la conseguisca, non la rinuncierò; se egli  non vorrà, io ancora non vorrò; se vuole ch'io muoia, chi distoglierà questo desiderio all'anima mia  e qual forza potrà disturbarlo? Nessuno potrà per certo far più violenza a me, che al medesimo Dio:  la causa e la volontà è la medesima. I viandanti, che hanno. qualche prudenza, fanno il medesimo;  perché se alcuno sente che vi sono assassini per la strada, non se ne va solo, ma aspetta compagni o  si unisce con persone principali mandate da qualche proconsole o questore, con la cui compagnia  sia sicuro. Non in altra maniera fa il prudente, perché nella strada di questa vita ci sono molti luoghi  infestati da assassini, ci sono molti tiranni, molte e varie temo peste e difficoltà e morti fra quelli  che grandemente amiamo. Che rifugio ci sarà per evitare tanti mali e per non cadere negli assassini? 

Che compagnia aspetterai per passar sicuro? Con chi ti unirai? Forse con un uomo ricco e facoltoso  o con alcun magistrato? Ma che profitto potrai cavar di qui? E che farai, se questi stesso sarà  spogliato e si lamenterà della sua disgrazia, o l'istesso appunto, che tu scegliesti per compagnia e  per guardia, potrà spogliarti come un ladro? Che farai? Procurerai forse di essere amico del  medesimo Cesare? Ma per ottenere questo, è necessario patire, soffrire gran cose, ed essere molte  volte spogliato. Oltre di che quel Cesare è uomo mortale, e mi può mancare, e dato anche che non  muoia, può mutarsi, odiarmi, e così bisognerà andare in altra parte. Dove adunque andrò, per essere  difeso? A un eremo, nel deserto? Ma forse ci sarà porta serrata, acciocché non giunga qui vi una  febbre o altra infermità? Qual rimedio dunque ci sarà? È possibile che ancora non si possa ritrovare  una compagnia sicura, fedele, stabile e senza insidie? La ritrovò veramente il Savio, considerando  che se si accosta a Dio, si farà il viaggio sicuro. Domanderai: Che cosa è questo che noi diciamo  accostarsi a Dio? È che quello che Dio vuole, si voglia anche dall'uomo, e che quello che egli non  vuole, si abbomini nella medesima maniera da lui? Ma come si potrà far questo? Non in altra  maniera, che stando intento alla volontà di Dio e considerando la sua prudenza.» Tutto questo è del  filosofo Epitetto. 

   Ancora Platone condanna quel modo di parlare: Iddio ti dia tutto quello che desideri, ti conceda  quello che vuoi. «Prega Dio, dice Platone, che non te lo conceda, ma faccia che tu voglia quello che  egli vuole, perché questo è un purissimo culto e una divina religione l'unirsi e legarsi in questa  maniera con Dio.» 

   Seneca, dando ragguaglio a un amico dei segreti del suo cuore e del costume che aveva in  sopportare le avversità, disse: «In tutte le cose, che paiono avverse e dure, mi diporto in questa  maniera: che non tanto obbedisco a Dio, quanto accommodo il mio sentimento al suo, e voglio il  medesimo che egli vuole e lo seguo di cuore e di buona volontà, e non perché ciò sia di necessità. E  però non mi occorre mai cosa, ch'io sopporti con tristezza, né di mala voglia; perché non posso dare  di mala voglia quello che devo come tributo, essendo tutte le cose, per le quali piangiamo e ci  spaventiamo, tributo di questa vita.» 

   Lo stesso consiglia che per adempire la volontà divina, si deve correggere il giudizio umano in  tutte le cose, che ci paiono ardue e ci molestano, ripetendo molte volte fra sé stesso: «A Dio pare  un'altra cosa: Iddio giudica meglio così.» E in un altro luogo dice che il meglio che uno possa fare,  è sopportare le cose avverse allegramente e ricevere tutto nella medesima maniera, come se egli per  suo gusto e per sua volontà lo cercasse e pigliasse; e che si deve voler così e pigliar le cose con  nostro gusto e volentieri, poiché vengono dalla volontà di Dio. È quello stesso che insegnò S. Doroteo, che uno poteva andar sempre adempiendo la sua volontà, mentre non aveva altra volontà  se non quella del suo superiore. Non ho riportato questo, perché ai servi di Dio siano necessari  questi consigli dei filosofi; ma perché noi ci vergogniamo che, dopo la dottrina di Cristo e l'esempio  e morte sua, non arriviamo con l'opera a quello che dalla forza della ragione naturale furono sforzati  a dire i ciechi gentili. 

P. EUSEBIO NIEREMBERG, S. J. 

giovedì 2 dicembre 2021

LA VOLONTÀ DI DIO O STRADA REALE E BREVE PER ACQUISTAR LA PERFEZIONE

 


Si prova con esempi l'importanza di far la volontà di Dio. 

   Basterebbe ciò che fu detto per persuadere questa divina occupazione di fare la volontà di Dio e  non la nostra: ma per molti non serve tanto la ragione né l'autorità delle parole, quanto l'esempio  delle opere: perciò non voglio lasciare di proporne alcuni, che noi possiamo imitare. Chi ci diede  maggior esempio in questo, fu il nostro Maestro e Redentore Gesù, che solo avrebbe potuto senza  pericolo fare la sua volontà, per averla egli libera da sinistri affetti e passioni e impossibilità di  peccare, e che non poteva errare in quello che eleggesse: tuttavia non volle allontanarsi punto dalla  volontà dell'eterno Padre. Egli stesso confessò che non venne al mondo a fare altra cosa, e che il suo  cibo e la sua bevanda erano questo. E nel periodo doloroso della sua passione, quantunque avesse  potuto fare la Redenzione con meno costo, e la natura si spaventasse di tormenti sì inauditi che  l'aspettavano, non volle chiedere assolutamente a suo Padre che da essi lo liberasse, ma volle  mettersi nelle sue mani, chiedendo che si facesse la sua volontà, non domandando quello che il suo  naturale difetto voleva, ma quello ch'era di gusto a suo Padre. E perciò la sua morte fu per adempire  la volontà divina e per non allontanarsi punto da essa, sebbene per redimere il mondo non era  necessario che morisse. E le ultime parole dette sulla croce, con le quali spirò, furono  raccomandarsi nelle mani di suo Padre, per insegnare a noi a rimetterei nelle mani di Dio e non  volere altra cosa, se non quello che egli vuole, ancorché solamente per questo perdessimo la vita e  patissimo tutti i tormenti del mondo: poiché egli, senza altra ragione, né altra necessità che di fare la  volontà di Dio, avrebbe patito molto più. 

   Questa legge e amore della volontà di suo Padre fu profetizzata singolarmente da Davide, quando  disse nella sua persona: Nel principio del libro fu scritto di me, che facessi la tua volontà: Dio mio,  così ho voluto, e tengo la tua legge nel mezzo del mio cuore (Salmo 39. 8-9). Degli altri giusti disse  Davide che tenevano nel cuore la volontà e la legge di Dio; ma del giusto dei giusti, Gesù, disse che  l'aveva non solo nel cuore, ma nel mezzo. di esso, come cosa che più di tutte stimava e voleva.  Finalmente tutta la vita e tutti i travagli di Gesù furono per adempire lui e far ad altri adempire la  volontà di suo Padre, essendogli obbediente fino alla morte e morte tanto penosa, quanto quella di  croce: affinché noi ci ricordassimo che l'opera, con la quale ci ha redenti è stata di soggezione e  conformità alla volontà divina, e però avessimo in maggior stima quella conformità e l'imitassimo  in essa con tale costanza, come se ci fosse impossibile il fare ogni altra cosa. Riferendo gli  Evangelisti l'orazione che fece il nostro Salvatore nell'orto, uno scrive che disse: Padre, se, volete,  passi da me questo calice; e l'altro disse: se è possibile, (Matt. 26. 39; Marc. 14. 36) affinché  intendessimo che ci deve essere la medesima cosa tanto il non gustar Dio d'una cosa, quanto l'essere  impossibile. 

   Dopo Cristo il più bel esempio ce l' ha dato la sua santissima Madre, la quale meritò di essere tale  per l'obbedienza e sommissione alla volontà divina. Per questo ella medesima si chiamò la serva del  Signore: e per un atto, che fece, di conformità alla volontà divina, entrò subito il Verbo eterno nel  suo seno a vestirsi di nostra carne. Dimodochè le due opere maggiori di Dio, che apportarono  stupore ai Serafini, che son l'Incarnazione e la Redenzione, si effettuarono con atti di conformità col  gusto divino, perché non ci è cosa più grata a Dio. E ora nel cielo stando la Vergine, coronata regina  degli angeli tiene per Sua maggior grandezza il soggettare la propria volontà a quella di Dio, e si  compiace in atti di conformità con il gusto divino. Quindi è che un monaco cistercense, come  racconta Cesario, udì la dolce voce di questa Signora, la quale, passando avanti di lui in una nuvola  molto risplendente, diceva: «Facciasi la tua volontà così in terra, come in cielo.» Il che diceva con  tanta dolcezza, che tutte le volte che quel monaco si ricordava la dolce melodia, si scioglieva tutto  in lacrime. E non v'ha dubbio veruno che in questo la Vergine dà esempio ai Serafini più ardenti nell'amore del suo Creatore. Onde non è adesso gran cosa dire che la maggiore eccellenza e il  maggior titolo che conobbe Davide negli angeli, per invitarli a lodare Dio, come più puri, e più a  proposito per supplire i suoi mancamenti, sia l'adempimento della volontà di Dio, e però dice:  «Benedite il Signore, voi tutti angeli suoi, che siete potenti in eseguire con gran valore la sua parola,  subito in quell'istante che udite la voce del suo parlare» ; o secondo l'esplicazione più letterale: «Per  questo solo fine. di obbedire e adempire la voce che udite delle sue parole, benedite il Signore voi  tutte, virtù sue,» cioè tutti gli eserciti del Cielo, Arcangeli, Principati, Dominazioni, Troni,  Cherubini e Serafini, che siete creati da Dio, e che fate la sua volontà. Dimodochè la maggior  nobiltà e il maggior cuore degli Spiriti celesti, sebbene siano beati, viene da Davide misurata con  questo solo impiego di adempire puntualmente la divina volontà con grande sforzo e valore e con  gran purità d'intenzione, non per altro fine che per sé stessa e per obbedirla e adempirla. E di questo  si compiace tanto Iddio, che ad essi volle imporre nel cielo esercizio di obbedienza, affinché la loro  sommissione e annegazione della propria volontà fosse maggiore; non solo obbedendo a Dio  immediatamente, ma anche ad altre creature per Dio, ordinando che alcuni angeli a stessero ad altri  soggetti, come figliuoli a padri, come S. Paolo afferma della paternità, che riferisce essere nel cielo.  E quello che comanda Iddio, non lo comanda a tutti gli angeli da sé medesimo, ma per mezzo di  altri. Per cui gli angeli ricevono l'ordine di quello che devono fare, immediatamente dagli altri  Spiriti di più alta gerarchia. 

    Ed è chiaro che è maggior esercizio d'obbedienza obbedire ad una creatura per amor di Dio, che  non a Dio immediatamente; ed è maggior cosa in certo modo star soggetto alle creature e a Dio, che  non a Dio solo in sé medesimo. Questa obbedienza adunque hanno gli angeli, rimirando con tal  rispetto e con conformità della loro propria volontà gli angeli superiori, come se fossero il  medesimo Dio, e ascoltando le loro parole come se fossero del medesimo Dio. E però disse Davide  di tutti generalmente che ascoltavano la parola e la voce di Dio; non perché tutti l'udissero per sé  stessi, ma perché in quella medesima maniera riputavano e adempivano qualsivoglia ordinazione  degli altri spiriti superiori, come se quelli fossero il medesimo Iddio.  

   Agli Apostoli ancora comandò il loro umile Maestro Gesù Cristo, che si diportassero come servi,  non solo rispetto a Dio, ma anche tra di loro; non solo perché facessero la volontà divina, ma anche  perché non facessero la propria e piuttosto volessero fare la volontà di un altro uomo, rimirando  quello come signore, e sé medesimi come schiavi, per non far mai la propria volontà né assecondare  il proprio gusto. E quando volle significare uno stato di maggior perfezione a quell'Apostolo, che  egli elesse per capo della sua Chiesa, lo fece con dirgli che altri lo cingerebbe e lo condurrebbe  dove non voleva, cioè che non farebbe la sua volontà. E quando ebbe a sollevare uno al principato  della sua Chiesa e al comando e governo dei suoi, non lo fece se non nella persona di chi si  chiamava obbediente (ché questo vuol dire Simone, che era il nome di S. Pietro). E quando ridusse  e sollevò a quell'altra colonna della Chiesa, la prima parola, che volle udire da quella bocca fu di  conformità e di soggezione alla volontà sua, avendo detto S. Paolo subito convertito: Signore, che  volete ch'io faccia? (Atti 9, 6); parole che non si dovrebbero mai partire dalla bocca e dal cuore. 

   Né di ciò fu contento il Signore, ma affinché questo nuovo gigante del cielo maggiormente  s'abbassasse e soggettasse la sua volontà, lo rimise ad Anania, il quale fosse suo padre e maestro di  spirito, volendo così che si assoggettasse anche alla volontà d'un altro uomo, perché tanto meno  facesse la sua. Nel che si deve avvertire, per nostra consolazione che non disse il Signore: Egli ti  dirà quello che io voglio che tu faccia, ma egli ti dirà quello che ti conviene fare; e questo disse per  farci intendere che Dio non vuole altra cosa se non quello che ci conviene e ci sta bene; e ancorché  gli uomini non ci parlino manifestamente come vicari di Dio, né certi della sua volontà, nondimeno,  quando la cosa non è cattiva, dobbiamo far la volontà d'altri, anche se non è superiore, piuttosto che  la nostra, la quale sempre deve avere l'ultimo luogo, o per dir meglio, nessun luogo. I Santi, i quali  rinnovarono lo spirito degli Apostoli, posero ogni loro studio in questo medesimo esercizio. 

   S. Teresa di Gesù fece voto di non far cosa che non fosse volontà di Dio, di suo maggior gusto e  compiacenza, non volendo fare il suo gusto in nulla. Un somigliante voto fece la venerabile vergine  donna Luisa di Caravascial, cioè di far sempre in tutte le cose quello che intendesse essere di maggior perfezione e di maggior gusto nel divino cospetto. Il ferventissimo padre Diego di Saura,  della Compagnia di Gesù, scrisse e confermò lo stesso voto col sangue cavato si vicino al cuore. Un'  altra anima aveva tanto gusto in non fare la propria volontà, ma quella di Dio, che desiderava che  anche il serrare e l'aprire gli occhi e il movere un dito fosse precetto divino. 

   S. Ignazio non si contentò di cercar il solamente in tutto il più perfetto e la maggior gloria di Dio e  di fare la volontà del suo Creatore, ma quello che più gustava a sua Divina Maestà. Né solo si  contentò di fare in niente la sua propria volontà, ma in tutto cercava quello che era meno di proprio  gusto: dimodoché diceva che se si fossero date due cose di ugual gusto di Dio o gloria divina, egli  avrebbe eletta la più penosa e travagliosa, non tanto per fare la volontà di Dio, quanto per far meno  la sua: quindi é che per vincere la sua volontà, patendo di più e per essere oltraggiato di più, si finse  alcune volte pazzo. 

   S. Pandolfo gustava tanto della volontà di Dio, che, divenuto cieco, se ne rallegrava con indicibile  contento e consolava quelli che di lui avevano compassione, e restituendo la vista a tutti i ciechi,  che venivano a lui, non volle curare sé stesso, né chiedere a Dio che lo sanasse: e però con questo  esercizio di non aver volontà, (se non la divina) ascese a un altissimo grado. 

   A S. Geltrude disse il suo sposo Gesù: «In questa mano porto la sanità, in quest'altra l'infermità:  eleggi, figliuola, quello che più ti piace.» Ma la santa, avendo gran desiderio di patire per Cristo,  non ardì di scegliere a suo giudizio, ma incrocicchiando le braccia avanti il petto e ponendosi in  ginocchio, disse: «O Signore mio, quello di che io vi supplico con ogni efficacia, é che non  guardiate la mia volontà, ma la vostra; e però, per essere pronta e disposta a qualsivoglia cosa di  quelle due, non ne eleggo alcuna. A voi, Signor mio, tocca di vedere quale di esse mi volete dare.»  Il che piacque tanto allo sposo celeste, che le disse: «Chiunque desidera ch'io entri molte volte nella  sua casa, mi dia la chiave della sua volontà e non me la voglia mai più levare.» Ammaestrata con  questo S. Geltrude faceva ogni giorno trecentosessantacinque volte questa orazione: «Amantissimo  Gesù mio, non si faccia la mia volontà, ma la tua.» 

   All'arbitrio di S. Francesco Borgia lasciò Iddio il vivere o il morire di sua moglie; ma il santo  ricusò umilmente di farne la scelta a suo gusto, rispondendo al Signore: «Signore, Dio mio, perché  rimettete al mio arbitrio quello che é solo della vostra volontà? Per me è bene il seguire il vostro  santissimo volere e il non avere io volere alcuno. Chi sa meglio di voi, Dio mio, quello che deve  essere bene per me? Facciasi,  Dio mio, la vostra volontà, la quale io domando che si adempia in me  e in tutte le cose.» Quanto giovi questo esercizio per avanzarsi in gran merito, lo dichiara bene  un'istoria che racconta Cesario di un monaco di Castello, il quale faceva gran miracoli, senza notarsi  in lui differenza di vita degli altri. Al solo toccare degli abiti di lui risanavano gli infermi, e se  qualsiasi altro monaco si poneva la sua cinta o altra cosa del suo vestito, subito restava sano; onde l'  abbate; avendo notato il molto, che quel monaco valeva presso Dio, e che non faceva maggiori  esercizi che gli altri monaci, stava di ciò meravigliato: e tiratolo un giorno da parte, gli disse:  «Dimmi, figliuol mio, qual é la causa di tanti miracoli che fai?» Rispose il monaco: «Non lo so,  poiché io non sto in orazione più degli altri fratelli, né voglio di più, né digiuno di più, né fatico di  più. Solo una cosa potrei avere più degli altri, ed é che mi curo tanto poco delle cose della terra, che  non v'ha prosperità né contento che m'innalzi, né avversità che mi abbatta e faccia impressione  alcuna nell' animo mio, sia nelle cose che toccano la mia persona, sia in quelle che toccano ad altri.»  Gli replicò l'abbate: «Non ti sdegnasti, né turbasti, quando quel cavaliere ci bruciò il nostro  podere?» Ed egli: «No, per certo: perché rimisi il tutto a Nostro Signore Iddio; poiché se m'é dato  poco, ne rendo grazie a Dio e lo ricevo; e se mi è dato assai, parimenti lo ricevo, rendendo grazie a  Dio, perché non voglio se non che si adempisca la sua volontà.» Allora conobbe l'abbate che la  causa dei miracoli, che faceva quel monaco, era l'amor grande di Dio e il meraviglioso disprezzo  delle cose temporali, per conformarsi in tutte le sue azioni alla volontà divina. 

   Per insegnarci parimente a fare tutte le cose con purità d'intenzione, è molto a proposito quello  che successe a due monaci che vivevano insieme nell'eremo con grande perfezione. Il demonio  apparve al più vecchio, in forma di angelo, facendogli sapere da parte di Dio, come il suo compagno  era prescito; e però tutte le sue opere buone, travagli e penitenze non gli dovevano giovare a nulla. 

Restò il vecchio molto mesto per questa rivelazione; durandogli il suo sentimento per molti giorni,  se ne accorse il monaco giovane, il quale, a forza di prieghi e di importunità, ottenne da lui, che gli  dicesse la causa del suo dolore. Sentendo che la causa era l'avergli Dio rivelato che si aveva a  dannare e che vane erano le sue fatiche, il santo giovane molto allegro gli disse: «Non ti turbi  questo, o padre, né ti affligga, perché sempre ho servito a Dio non come mercenario per il cielo e  per il pagamento, ma come figliuolo o come chi deve fare per essere Dio sommo bene, al quale  devo quanto sono, ed egli può far di me tutto quello che gli parrà.» Con la qual risposta il vecchio si  consolò: e molto più, quando di poi con vera rivelazione seppe da un altro angelo buono, come il  demonio l'aveva ingannato e che per quell’atto che aveva fatto e per 1'animo tanto puro e generoso,  che aveva di venire a Dio o di fare la sua volontà, aveva acquistato meriti molto grandi ed era  piaciuto singolarissimamente al Signore. 

   Di un altro servo di Dio racconta Gersone che faceva grande penitenza e stava assai in orazione; o  il demonio, avendo invidia di opere tanto buone, per distornarlo da esse, l'assalì con una tentazione,  dicendogli: «perché ti stanchi tanto? Già non ti hai a salvare, né andare alla gloria.» Ma egli rispose:  «Io non servo a Dio per la gloria, ma per essere egli chi è, por adempire la sua volontà.» E con  questo restò il demonio confuso. 

   Non voglio tralasciare di far memoria dell'esercizio ammirabile di conformità con la volontà  divina, che ebbe il servo di Dio, Gregorio Lopez, del quale si dice che il Signore gli insegnò come  esercizio di orazione e presenza di Dio il ripetere queste parole: «Si faccia la tua volontà, così nella  terra, come nel cielo: amen: Gesù!» Ed egli abbracciò con tanta diligenza e amore questa divina  orazione, che la ripeteva moltissime volte il giorno: e di essa usava per infervorarsi nell'amor di  Dio, e per difendersi contro le tentazioni del demonio. E volendo che anche gli altri provassero la dolcezza e la forza di questo esercizio, lo consigliava per ordinario ad  altrui. 

P. EUSEBIO NIEREMBERG, S. J.