Visualizzazione post con etichetta ROSARIO nella eloquenza di VIEIRA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ROSARIO nella eloquenza di VIEIRA. Mostra tutti i post

martedì 21 luglio 2026

ESTOLLENS VOCEM

 



ROSARIO

 nella eloquenza di 

VIEIRA


Temevo davvero (come ho detto subito) che le prime eccellenze del Rosario, o la sua altezza e altissima qualità, in quanto preghiera vocale, non mi sarebbero state contenute in un solo discorso. Ma nemmeno per questo la necessità di un altro la rende meno nobile. Il non starci è argomento della grandezza delle cose: così accade a quelle notevolmente grandi. Quella macchina greca, prodigio dell'industria del nostro Ulisse, perché non entrava per le porte di Troia, fu necessario che le si rompessero le mura. Lo stesso Cristo, quando entrò in cielo come uomo, entrò per le porte: "Attollite portas, principes, vestras" (2); ma quando discese come Dio, fu necessario che i cieli si rompessero: "Utinam dirumperes coelos, et descenderes" (3). Entrò per le porte in quanto uomo, in quanto Dio non entrò. Non sarebbe stata l'Arca del Testamento figura della Madre di Dio, se fosse entrata nel Tabernacolo di Mosè; perciò Dio aggiunse alla prima idea la seconda, e comandò di edificare il Tempio di Salomone. Là era ristretta la sua grandezza, qui degnamente ostentosa la sua Maestà.

Ma se entrambe le idee erano di Dio, perché fu necessario aggiungere la seconda sulla prima? Perché anche l'intelletto e la mano divina fanno così nelle loro grandi opere. Dio mostrò a Giuseppe le grandi fortune per cui lo aveva destinato, e non in un solo disegno, ma in due: uno nell'aia, l'altro nel firmamento (4). La prima volta adorato nei covoni, che egli legava con i fratelli; la seconda, nel sole, nella luna e nelle stelle, che ugualmente lo adoravano. La grandezza dell'impero di suo Figlio, mostrata già sulla statua dei quattro metalli, anche la mostrò Dio una seconda volta nelle quattro fiere o mostri che rappresentavano le quattro monarchie del mondo. (5) Poiché se il mondo lo creò Dio, e fece in una volta queste altre sue opere, perché non le mostra in una sola visione o figura, ma in due? (6) Perché nel fare, opera Dio secondo le misure della sua onnipotenza; nel mostrare e far conoscere, secondo la capacità della nostra vista. Perché noi non siamo capaci di vedere tutto in una volta, Dio supplisce nella seconda idea ciò che mancò nella prima. Nella prima adorazione di Giuseppe mostrò la bassa condizione degli adoratori: nella seconda, l'altezza e lo splendore dell'adorato. Nel primo abbassamento dei quattro metalli della statua mostrò la ricchezza di alcune monarchie, e la fortezza delle altre: nel secondo dei quattro mostri, non morti come i metalli, ma vivi e feroci; nella vita gli mostrò la durata, e nella ferocia la tirannia.

Mi sembra, signori, di essermi spiegato. Per non contenere le eccellenze del Rosario vocale in un solo discorso, bastava l'insufficienza del predicatore: ma non fu quella la causa principale, bensì l'eminenza della materia, e la sua grandezza. Quando il principe dei predicatori, S. Paolo, sotto il nome del Dio sconosciuto, che gli Ateniesi adoravano, diede loro a conoscere la divinità e l'umanità del Dio vero, dissero nell'Areopago quelli che erano reputati i più sapienti uomini del mondo: "Audiemus te hoc iterum" (7): un'altra volta vi ascolteremo su questo stesso argomento. E come le cose eccessivamente grandi, nemmeno ad Atene si possono ascoltare sufficientemente in una sola volta; un'altra volta anche voi mi dovrete ascoltare sullo stesso punto, che non sarà in tutto dissimile a quello di S. Paolo. Quella devozione degli Ateniesi era così comune, e così volgare, che lo stesso Apostolo disse loro, che passando per una strada della loro città, aveva visto l'altare del Dio sconosciuto con il titolo sopra: "Ignoto Deo" (8): così comune e così volgare è tra noi il Rosario! Ma oggi abbiamo finito di vedere, che non è ancora ben conosciuto nella nostra Atene: e che gli si addice in gran parte (posto che sia così divino) il titolo di ignoto: Ave Maria.

PADRE ANTONIO VIEIRA


martedì 30 giugno 2026

ESTOLLENS VOCEM

 


ROSARIO

 nella eloquenza di 

VIEIRA


ESTOLLENS VOCEM


Resta la terza e ultima parte del nostro discorso, che mi dispiace molto di raggiungere così tardi; ma la mia brevità, e la vostra devozione, renderanno tollerabile questo difetto. Promisi di provare in quest'ultimo punto, quanto alta e altissima è la preghiera vocale del Rosario per l'altezza dell'intercessione, di cui ci serviamo: e questa valenza e intercessione è quella della Vergine Santissima Signora nostra, il cui potentissimo patrocinio tante volte imploriamo, quante sono le Ave Maria del Rosario, ripetendo nello stesso giorno cento e cinquanta volte: "Santa Maria Madre di Dio, prega per noi peccatori". Il tribunale, davanti al quale intercede la Regina degli Angeli, è il supremo concistorio della stessa Maestà divina, a cui presentiamo le nostre petizioni e a cui nella prima parola del Rosario invochiamo con il nome di Padre, come proprio della pietà e misericordia, in cui come peccatori abbiamo posta tutta la fiducia. I titoli, infine, su cui si fonda l'efficacia dell'intercessione che chiediamo, come si vede dalla stessa supplica, sono tre: Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi: che preghi per noi come Santa, che preghi per noi come Maria, che preghi per noi come Madre di Dio. Tutti questi titoli dichiarò l'Angelo nella sua ambasceria con la stessa distinzione, e nello stesso ordine: prima quello di Santa: "Gratia plena": poi quello di Maria: "Ne timeas Maria": ultimamente quello di Madre di Dio: "Paries Filium, et Filius Altissimi vocabitur". E nelle stesse tre parole, se ben noterete, si include interamente tutta la preghiera dell'Ave Maria, riassunta ogni clausola in una sola parola: perché all'Ave Maria risponde Maria: al "Gratia plena" risponde Santa: e al "Benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui", risponde Madre di Dio.

Con ragione diciamo subito, che la preghiera vocale del Rosario, anche per questa intercessione, di cui ci serviamo, è alta e altissima: "Extollens vocem"; perché essendo altissimo nella Signora il titolo di Santa, altissimo quello di Maria, e altissimo quello di Madre di Dio, tutti insieme, e uno sopra l'altro, che altezza faranno? Ora vorrei avere tempo per combinarli, e confrontarli tra loro, e sollevare su di essi altrettante questioni: Se è più forte per intercedere, il titolo di santa, o quello di Maria? Se è più soave per obbligare, il nome di Maria, o quello di Madre di Dio? Se è più potente per conseguire, il rispetto di Madre di Dio, o di santa? Ma sia risoluzione ciò che potrebbe essere disputa. E dico, che ogni titolo nel suo genere comprende, in grado altissimo, le perfezioni di tutti. Quello di santa: perché la santità di Maria, dopo la santità di Dio, è la maggiore santità: quello di Maria; perché il nome di Maria, dopo il nome di Dio, è il maggiore nome; quello di Madre di Dio, perché la dignità di Maria, dopo la dignità di Dio, è la maggiore dignità. Intercedendo dunque per noi, benché peccatori, la maggiore santità, il maggiore nome, e la maggiore dignità, come potrà resistere la Divina Giustizia, né negarsi la sua misericordia a una così forte, così soave, e così potente intercessione?

L'intercessione, come significa il nome stesso, è un mezzo tra due estremi: e per essere potente ed efficace, deve toccare entrambi: a quello con cui intercede, che in questo caso è Dio, e a quelli per cui intercede, che sono i peccatori. E la Signora, posta tra Dio e i peccatori, quanto è vicina a un estremo e all'altro? È così vicina a Dio, con cui intercede, che le manca solo di essere Dio; e così vicina ai peccatori, per cui intercede, che le manca solo il peccato. San Matteo, tessendo la genealogia della Vergine Maria, lo fece con tale artificio, che pose la Signora tra Dio e i peccatori, facendola figlia di peccatori, e Madre di Dio come veramente è. È figlia di peccatori per natura, e madre di Dio per grazia; ma per tale modo di grazia, che la stessa natura che ricevette dai peccatori per essere sua figlia, fu la seconda natura che diede a Dio per essere sua Madre. E essendo intercessora e mediatrice tra Dio, di cui è Madre, e tra i peccatori, di cui è figlia, vedete quale grazia si potrà negare a un'intercessione così stretta per natura? Questa fu la ventura di un ladro, e la disgrazia dell'altro sul Calvario. Cristo stava nel mezzo di entrambi: ma in mezzo della croce di Cristo, e della croce del Buon Ladrone stava la Signora; in mezzo della stessa croce di Cristo, e della croce del Mal Ladrone, non stava. E dove tra il peccatore e Dio mediò la Madre di Dio, si salvò il peccatore; dove non mediò, non si salvò. E questa è la forza della mediazione, di cui ci serviamo, questa l'intercessione altissima, che chiediamo, quando diciamo: "Santa Maria Madre di Dio prega per noi peccatori".

Non posso però non notare molto, che in questo caso invochiamo l'intercessione e il patrocinio della Signora con il nome di Madre di Dio, e non di Madre nostra. Così come già uniamo la fine del Padre nostro con l'inizio dell'Ave Maria: uniamo ora la fine dell'Ave Maria con l'inizio del Padre nostro. Se quando invochiamo Dio, diciamo: "Padre nostro": quando invochiamo la Signora, perché non diciamo anche, "Madre nostra", ma invece, "Madre di Dio"? Abbiamo l'audacia, come abbiamo detto, per chiamare Dio nostro Padre, e non abbiamo la fiducia per chiamare la Signora, nostra Madre? Sì, abbiamo. Non è mancanza di fiducia, è finezza di saper allegare e chiedere. Molto più avanziamo, e valorizziamo l'intercessione che chiediamo, invocando la Signora come Madre di Dio, che come Madre nostra. Perché se intercedesse per noi come Madre nostra, si impegnerebbe per noi come figli suoi: ma intercedendo per noi come Madre di Dio si impegna per noi come figli di suo Figlio, che è molto di più. Quando noi diciamo, "Padre nostro", chi è nostro Padre, e di chi siamo figli? Siamo figli dello stesso Dio, di cui la Signora è Madre; quindi molto maggiore è l'impegno del suo amore intercedendo per noi, in quanto figli di suo Figlio, che in quanto figli suoi. Quando Giacobbe lanciò la benedizione a tutti i suoi figli, applicò la benedizione di ciascuno alla persona dello stesso figlio: quella di Ruben alla persona di Ruben; quella di Simeone alla persona di Simeone; quella di Levi alla persona di Levi, e così per gli altri; ma quando arrivò a Giuseppe, non gli applicò la benedizione a lui, ma ai figli dello stesso Giuseppe, Manasse ed Efraim. Poiché se agli altri li benedisse in se stesso, in Giuseppe perché cambiò stile, e invece di applicargli e dare la benedizione a lui, la dà e applica ai suoi figli? Perché amava Giuseppe più di tutti gli altri; e maggiore impegno e dimostrazione fu del suo amore, il dare la benedizione a Manasse ed Efraim, che erano figli di suo figlio, che se l'avesse data allo stesso Giuseppe che era figlio suo. Dando la benedizione a Giuseppe, soddisfava solo al suo amore, ma dandola ai figli di Giuseppe, soddisfava al suo amore, e più all'amore dello stesso Giuseppe; perché non solo mostrava di amare molto il figlio, ma anche i figli del figlio. Nel nostro caso ancora è maggiore la ragione, e infinitamente maggiore. La Signora, anche se come Madre nostra ci ama molto, come Madre di Dio ama infinitamente molto più Dio: quindi molto più sicura risulta la sua intercessione, e molto più potente ed efficace, intercedendo per noi come figli di suo Figlio, che come figli suoi; perché non solo intercede per noi con il grande amore con cui ci ama noi, ma con tutto l'amore con cui ama Dio. Essendo questo veramente così, e da parte della stessa Madre di Dio, e Madre nostra, con maggiore certezza e affetto, di quanto si possa valorizzare né immaginare; ciò che solo resta, è che tutti ci serviamo dell'altissimo e potentissimo patrocinio di così sovrana intercessore, con quella fiducia che ci assicura la grandezza della sua pietà, e con quella efficacia e insistenza che richiede la grandezza della nostra pretensione. Ciò che in una pretendiamo in tante e così varie petizioni, è il regno del cielo: "Venga il tuo regno" (41). Di conseguire o non conseguire questa pretensione, non è meno ciò che dipende, che la felicità o infelicità eterna. Vedete se è grande l'importanza, e quale deve essere la nostra cura. E posto che il supremo Signore, davanti a cui richiediamo, sia Padre, e invocato come Padre: "Padre nostro, che sei nei cieli"; se ci manca l'intercessione della Madre, molto possiamo temere che non ci valga, né basti il nome di figli. Due figli aveva Davide pretendenti entrambi allo stesso regno. Adonia, e Salomone: e quale portò la corona? Adonia che aveva dalla sua parte la prerogativa di primogenito, la perse; e Salomone fu l'erede del regno, non con altra ragione di preferenza più che l'intercessione di sua Madre: "Uscite, figlie di Sion, e vedete il re Salomone nel diadema, con cui lo coronò sua madre". Così lo lasciò scritto, per eterna memoria del caso, lo stesso Salomone: Uscite, figlie di Gerusalemme e vedete il Re Salomone trionfante con la corona con cui lo coronò sua madre. Si legga la storia dei Re d'Israele, e si troverà che lo stesso Davide, padre di Salomone, fu colui che lo nominò re, e lo mandò a coronare. E questa è la forza della mediazione, di cui ci avvaliamo, questa l'intercessione altissima, che chiediamo, quando diciamo: "Santa Maria Madre di Dio, prega per noi peccatori".

Poiché la Scrittura attesta che il padre incoronò Salomone, come dice lo stesso Salomone che fu la madre a incoronarlo? Se non fosse stato per l'intercessione della madre, egli non avrebbe ereditato il regno. E Salomone, così saggio, comprese che doveva la corona più all'intercessione della madre che alla grazia e alla nomina del padre. E tutto ciò non fu altro che una rappresentazione nel teatro della terra di ciò che accade e ci accadrà nel regno dei cieli? È vero, come crede e confessa la nostra fede, che il regno dei cieli che chiediamo non si ottiene se non per grazia di Dio, che è il Padre; ma lo stesso Dio vuole che comprendiamo che solo per intercessione di sua Madre si ottiene questa grazia in questa vita, e la corona della Gloria nell'altra.


giovedì 11 dicembre 2025

ESTOLLENS VOCEM

 


ROSARIO

 nella eloquenza di 

VIEIRA


ESTOLLENS VOCEM


Ritornando ora e collocandoci nella quarta domanda, che abbiamo riservato per questo luogo, ciò che essa dice è ciò che non si poteva comprendere quando fu pronunciata. Ciò che si comprese allora era che il Signore parlava solo del pane ordinario, consueto, con cui il corpo è sostenuto: ma dopo averlo preso nelle sue mani sante e averlo consacrato, allora fu manifesto che parlava principalmente del suo corpo, che ci ha dato sotto la specie del pane per il sostentamento dell'anima. Per questo motivo san Luca lo chiamò pane quotidiano con il nome comune, e san Matteo con una parola nuova e propria per quel mistero, pane sovrasustanziale: "Panem nostrum supersubstantialem da nobis". (35) Egli lo chiama sovrasustanziale e nostro, anche se il nome nostro non cade, né lo dice propriamente nella stessa domanda in cui lo chiediamo. Ma proprio per questo è nostro, perché è sovrasustanziale. È così sovrasustanziale, perché gli accidenti che vediamo sono del pane; ma la sostanza non è del pane, ma del corpo di Cristo, che è sostanza su ogni sostanza. E poiché questo pane è Cristo, per questo stesso motivo è il nostro pane; perché Cristo stesso era già nostro prima di essere pane. Era pane dopo il Sacramento, ed era già nostro dalla nascita: "Parvultis natus est nobis, et Filius datus est nobis". (36) 

Ma questo stesso pane sovrasustanziale e nostro che chiediamo, perché Cristo lo ha posto nella quarta domanda, o con quale proporzione e mistero gli ha dato questo posto, quando sembra che a tutti gli effetti il ​​primo gli fosse dovuto? Il cardinale Ugo, in questa osservazione, più eminente che mai, notò che tra le sette petizioni del Padre Nostro, la quarta è nel mezzo, e dice con singolare pensiero che il Signore ha segnato questo posto per quel pane sacro, affinché, posto nel mezzo come sul confine e sull'orizzonte di due emisferi, li illuminasse entrambi, e così confinando con le petizioni che sono rivolte al cielo e a Dio, come con quelle che appartengono a questa vita, e a noi, in entrambe ugualmente ci confortasse con la sua virtù divina: "Media petitio, scilicet panem nostru!n da nobis, est communis, et quasi confinium utrarumque confortam, et dirigens transeuntem de vita temporali ad aeternam". Nelle prime tre petizioni ci occupiamo solo del cielo e di Dio, chiedendo la santificazione del suo nome, l'espansione del suo regno e l'esecuzione della sua volontà; nella seconda o ultima tre, ci occupiamo di questa vita e di noi stessi, chiedendogli di perdonare i nostri debiti, di non lasciarci cadere in tentazione e di liberarci dal peccato; e per tutto questo siamo rafforzati, posti in mezzo, dal Divin Sacramento: "Hic panis datur de coelo, et comeditur in terra". Questo pane (continua lo stesso autore) è dato dal cielo e si mangia sulla terra. In quanto è dato dal cielo, ci eleva a Dio; in quanto è mangiato sulla terra, ci conforta: a Dio, affinché soprattutto cerchiamo la sua gloria: a noi stessi. "Qui Soli medium locum tribunt, tres supra eum, totidem infra locando". I pianeti, come tutti sanno, sono sette; e perciò (dice Filone) l'Autore della natura pose il sole al quarto posto e nel quarto cielo, affinché, con tre pianeti sopra e tre sotto, e lui nel mezzo, da lì potesse meglio illuminarli tutti e comunicare loro equamente gli effetti e gli influssi della sua luce. Cristo non è più e non è meno nelle sette petizioni del Padre Nostro. Egli pose al quarto posto, e nel mezzo di esse, la petizione del Santissimo Sacramento: "Panem nostrum supersubstantialem da nobis": affinché da lì potesse ugualmente illuminarli tutti e influenzarli con la virtù della sua luce; "Sanctificetur nomen tuum: Adveniat regnum tuum: Fiat voluntas tua": le tre inferiori sono le ultime che scendono fino a noi: "Dimitte nobis debita nostra: Ne nos inducas in tentationem: Libera nos a mala": e come per i primi ci eleva come pane sovrasostanziale, così per gli ultimi ci conforta come nostro pane. Ha ancora più somiglianza con il sole nel quarto cielo.

Poiché come il sole illumina entrambi i pianeti, non solo di giorno, ma anche di notte; non solo quando è visibile a noi, ma anche quando è eclissato e coperto dalle nubi; così Cristo nel Divino Sacramento, eclissato e nascosto sotto la nube degli accidenti, e nella notte di questo mondo e nell'oscurità della fede, rafforza i nostri affetti in ciò che chiediamo a Dio per noi stessi; e ci comunica e stabilisce gli effetti di ciò che chiediamo a Dio per noi stessi.

Questa fu la prima immagine di questo mistero che Dio dipinse in cielo, che è il suo Tempio; e questa fu anche la seconda, che pose nel disegno della sua Chiesa, che è la nostra. Nel Tempio di Salomone, e davanti ad esso nel Tabernacolo di Mosè, Dio comandò che fosse fatto quel famoso candelabro, che, di fronte al Pane della Presenza, illuminava il Santo dei Santi. La materia era di oro purissimo, la forma simile a quella di un albero artificiale, dal cui tronco, in eguale proporzione, emergevano da entrambi i lati tre rami semiarcuati, alla cui estremità, come anche all'estremità del tronco, che era dritta, ardevano sette luci. Questo candelabro, quindi, dice San Prospero, (37) che significava il Santissimo Sacramento, e lo stesso significato e argomento fu seguito e compreso nei tempi moderni con grande erudizione da Teofilo Rainaudo (38). Si noti, tuttavia, che questo Autore diligentissimo, poiché la Scrittura è molto meticolosa nel descrivere tutti gli artifici e le parti del candelabro, e persino gli strumenti esterni che gli appartenevano, non fa menzione della base: "Praeterit Scriptura basim candelabri, itaut, tametsi atleo solicite reliquas. Candelabri partes quasi dissimilares expresserit, basis ta,"11en nusquam meminerit." Infatti, se questa famosa opera di architettura divina, progettata e ordinata per essere scolpita da Dio stesso, è descritta parte per parte in modo così esatto e accurato, perché non viene menzionata la base, dal momento che ci sono molti luoghi nella Storia Sacra, e non meno di venti, che parlano di questo candelabro? Tornielo, Saliano, Cornelio e gli altri suppongono che il candelabro avesse una base, sforzandosi di indovinare la forma di cui era formato, privandosi persino di una grande prova e della più elegante conferma della loro argomentazione.

Dico dunque che la Scrittura non fa menzione della base del candelabro, perché il candelabro non aveva base: e dico che non aveva base, come Melchisedec non aveva né padre né madre. Di Melchisedec, san Paolo dice che non aveva né padre né madre, non perché non li avesse, ma perché la Scrittura non ne fa menzione (39). E perché la Scrittura non fa menzione del padre e della madre di Melchisedec? Perché Melchisedec era figura di Cristo, che in cielo non ha Madre e in terra non ha Padre. Similmente nel nostro caso. Il candelabro aveva una base, ma la Scrittura non ne fa menzione, come se non avesse base. Perché? Perché il candelabro era figura del Sacramento. E poiché nel Sacramento gli accidenti sono senza soggetto, è la stessa meraviglia che il candelabro sia sostenuto senza base; perciò la Scrittura tace e non fa menzione della base del candelabro, come se non avesse base, affinché la figura possa assomigliare a ciò che è rappresentato. Avendo così dimostrato questa eccellente figura e la grande somiglianza di quel mistero sovrano dell'altare con il candelabro del Tempio, chi non vede nelle sue sette luci ciò che il divino Sacramento compie nelle sette petizioni del Padre Nostro? Proprio come nel candelabro le tre luci da un lato e le tre luci dall'altro provenivano tutte dallo stesso tronco, dove si trovava la luce centrale: così le prime tre petizioni del Padre Nostro, per essere accettate da Dio, e le ultime tre, per esserci utili, ricevono tutta la loro luce e calore, tutto il loro valore ed efficacia dal pane sovrasostanziale che chiediamo nel mezzo di esse. La prima, in cui chiediamo per Dio, nasce da quel santissimo mistero, come sacrificio, il cui fine è il culto divino; e l'ultima, in cui chiediamo per noi stessi, nasce dallo stesso mistero, come Sacramento, il cui fine è il nostro rimedio.

E affinché non mancasse il tratto più particolare e inimmaginabile della stessa figura, oltre al tronco e ai rami del candelabro su cui erano sostenute le luci, quale pensate che fosse l'opera con cui erano adornate? Era un'opera tornita in grani e scolpita in rose: "Sphaerulae per singulos, et lilia" (40). Al posto di "lilia", Vilhalpando e Lipomano leggono rose, e al posto di "sphaerulae" ne rendono altre con maggiore espressione, "globuli", che è il nome stesso dei grani con cui preghiamo. Così che nella stessa figura del candelabro, non mancassero né i grani né le rose nella prima e principale preghiera del Rosario, così come il misterioso numero delle sue petizioni in proporzione e la più alta consonanza delle sue voci: "Extollens vocem".


martedì 11 novembre 2025

ESTOLLENS VOCEM

 


ROSARIO

 nella eloquenza di 

VIEIRA


ESTOLLENS VOCEM


Finalmente, la terza e ultima petizione è altissima nel giudizio. E perché? Perché comprendiamo, giudichiamo e dichiariamo che tutto il male è il peccato, e che tra tutti quelli che comunemente si chiamano mali, solo il peccato è veramente male: e da questo male, chiediamo a Dio che ci liberi, quando diciamo: "Sed libera nos à malo". Oh, se gli uomini finissero di persuadersi e penetrassero completamente, o se si lasciassero penetrare da questa grande verità! Con quale affetto diverso farebbero a Dio questa petizione e desidererebbero ciò che in essa si chiede! 

Tutte le infelicità del mondo, da dove pensate che abbiano la loro prima radice? Tutte nascono dall'equivoco di due nomi: tutte nascono da quell'inganno e errore generale con cui si confondono in tutte le lingue il nome del male e quello del bene. Per questo si lamentava e gridava Isaia: "Vae qui dicitis malum bonum, et bonum malum": (33) Guai a voi che chiamate male il bene! Non c'è altro bene in questo mondo che sia veramente bene, se non la grazia di Dio; né altro male che sia veramente male, se non il peccato. Per questi due articoli di fede si lega la fine del Padre Nostro con l'inizio dell'Ave Maria. Come inizia l'Ave Maria? "Ave gratia plena, Dominus tecum". (34) Dunque, Angelo così ben inteso come benedetto, non avete altro titolo più alto, non avete altro nome di maggiore maestà con cui salutare la vostra Regina? No. Perché nella grazia di cui è piena, si include tutto il bene, così come nel peccato, al quale mai è stata soggetta, è stata libera da ogni male. La grazia non può stare insieme con il peccato; e come Maria, fin dal momento della sua Concezione, è sempre stata piena di grazia, in questa grazia e in questa esenzione dal peccato consiste tutta la sovranità della sua grandezza, ancora maggiore di essere Madre di Dio che io le vengo ad annunciare. Così grande bene è la grazia, così grande male è il peccato. E affinché nessuno dubiti che questo male di cui chiediamo a Dio di liberarci è tutto il male, e non ce n'è altro: ascoltiamo lo stesso Maestro, che così ci ha insegnato a chiedere, e ha chiuso tutte le altre petizioni con questa come la chiave, e più importante di tutte. In quella misteriosa preghiera che Cristo fece al suo Eterno Padre durante l'Ultima Cena, raccomandando molto sotto la sua divina protezione i Discepoli, da cui si allontanava, la clausola con cui concluse la raccomandazione: "serves eos a malo". Non vi chiedo, Padre mio, che li togliate dal mondo, per la cui conversione sono necessari; ma ciò che molto vi prego, è che li guardiate e li liberiate dal male. Questa è stata la preghiera, e sembra veramente che non sia stata ascoltata. Che povertà, che fame, che sete, che persecuzioni, che carceri, che esili, che affronti, che disprezzi, che ignominie, che calunnie, che accuse, che ingiustizie; che flagelli, che tormenti, che martìri, non hanno sofferto quegli stessi Apostoli in tutte le parti del mondo, e in tutti i giorni e ore della vita, fino a perdere infine crudelmente e vergognosamente, alcuni crocifissi come Pietro, altri impalati come Andrea, altri scorticati come Bartolomeo, e tutti, senza eccezione di uno solo, così barbaramente e disumanamente tormentati, quanto era l'empietà e l'odio infernale dei tiranni? Poiché se tutte le fatiche, miserie, disgrazie, afflizioni, pene, disonori; insomma, se tutti i mali del mondo si unirono e si congiurarono contro questi uomini, e si impiegarono e si accanirono su di loro, senza che Dio lo impedisse, né li liberasse, lasciandoli soffrire e morire; come si compì (poiché non poteva non essere ascoltata) la verità della preghiera di Cristo: "Ut serves eos à malo"? Loro soffrirono tutti i mali, e il Padre li liberò da tutto il male? Sì. Perché li confermò in grazia, li liberò dal peccato, e tutti quelli che il mondo chiama mali, non sono mali, solo il peccato è male: "Non dicit, ut serves eos à tribulationibus, ab odiis, à persecutionibus, sed à malo, hoc est à peccato quod simpliciter est malum": dice il Cardinale Caetano: e non era necessario che né lui né altro alcuno lo dicesse.

Questo è il male da cui chiediamo a Dio di liberarci, e questa è la corona con cui Cristo ha concluso la sua preghiera, affinché dicesse la fine con il principio. All'inizio disse: "Pater noster"; alla fine dice: "Sed libera nos a malo": e questo è stato unicamente il male da cui l'Eterno Padre, come Padre, ha liberato unicamente suo Figlio. Non lo ha liberato dalle povertà, né dai lavori, né dalle persecuzioni, né dagli esili, né dagli odi, né dalle ingiurie, né dai flagelli, né dalla morte, e morte di croce; ciò da cui lo ha liberato è stato dal peccato, dando all'umanità di Cristo l'unione ipostatica, con cui la rese impeccabile. E come l'altissimo giudizio di questa ultima petizione mette sotto i piedi tutto quel mondo di orrori, che lo stesso mondo chiama mali, e dicendo: "Libera nos a malo"; riconosce come male solo il peccato, per essere offesa di Dio; né sulla terra, né nel cielo, né dentro lo stesso Dio può esserci concetto più elevato di questo giudizio, né voce più alta di questa petizione: "Extolens vocem".


lunedì 20 ottobre 2025

ESTOLLENS VOCEM

 


ROSARIO

 nella eloquenza di 

VIEIRA


ESTOLLENS VOCEM


Finalmente, la terza e ultima petizione è altissima nel giudizio. E perché? Perché comprendiamo, giudichiamo e dichiariamo che tutto il male è il peccato, e che tra tutti quelli che comunemente si chiamano mali, solo il peccato è veramente male: e da questo male chiediamo a Dio che ci liberi, quando diciamo: "Sed libera nos à malo". Oh, se gli uomini finissero per persuadersi e penetrassero completamente, o se si lasciassero penetrare da questa grande verità! Con quale affetto diverso farebbero a Dio questa petizione e desidererebbero ciò che in essa si chiede! Tutte le infelicità del mondo, da dove pensate che abbiano la loro prima radice? Tutte nascono dall'equivoco di due nomi: tutte nascono da quell'inganno e errore generale, con cui si confonde in tutte le lingue il nome del male e quello del bene. Per questo si lamentava e gridava Isaia: "Vae qui dicitis malum bonum, et bonum malum": (33) Guai a voi che chiamate male il bene! Non c'è altro bene in questo mondo che sia veramente bene, se non la grazia di Dio; né altro male che sia veramente male, se non il peccato. Per questi due articoli di fede si lega la fine del Padre Nostro con l'inizio dell'Ave Maria. Come inizia l'Ave Maria? "Ave gratia plena, Dominus tecum". (34) Dunque, Angelo così ben inteso come benedetto, non avete altro titolo più alto, non avete altro nome di maggiore maestà, con cui salutare la vostra Regina? No. Perché nella grazia di cui è piena, si include tutto il bene, così come nel peccato, a cui mai è stata soggetta, è stata libera da ogni male. La grazia non può stare insieme con il peccato; e come Maria, fin dal momento della sua Concezione, è sempre stata piena di grazia, in questa grazia e in questa esenzione dal peccato consiste tutta la sovranità della sua grandezza, ancora maggiore che quella di essere Madre di Dio, che io le vengo ad annunciare. Così grande bene è la grazia, così grande male è il peccato! 

E affinché nessuno dubiti che questo male di cui chiediamo a Dio di liberarci è tutto il male, e non ce n'è altro: ascoltiamo lo stesso Maestro, che così ci ha insegnato a chiedere, e ha chiuso tutte le altre petizioni con questa, come la chiave, e più importante di tutte. In quella misteriosa preghiera che Cristo fece al suo Eterno Padre durante l'ultima Cena, raccomandando molto sotto la sua divina protezione i Discepoli, da cui si allontanava, la clausola con cui concluse la raccomandazione: "serves eos a malo". 

Non vi chiedo, Padre mio, che li togliate dal mondo, per la cui conversione sono necessari; ma ciò che molto vi prego, è che li guardiate e li liberiate dal male. Questa è stata la preghiera, e sembra veramente che non sia stata ascoltata. Che povertà, che fame, che sete, che persecuzioni, che carceri, che esili, che affronto, che disprezzo, che ignominie, che calunnie, che accuse, che ingiustizie; che flagelli, che tormenti, che martìri, non hanno sofferto quegli stessi Apostoli in tutte le parti del mondo, e in tutti i giorni e ore della vita, fino a perdere infine in modo crudele e vergognoso, alcuni crocifissi come Pietro, altri impalati come Andrea, altri scorticati come Bartolomeo, e tutti, senza eccezione di uno solo, così barbaramente e disumanamente tormentati, quanto era l'empietà e l'odio infernale dei tiranni? Dunque, se tutte le fatiche, miserie, disgrazie, afflizioni, pene, disonori; insomma, se tutti i mali del mondo si sono uniti e congiurati contro questi uomini, e si sono impiegati e concentrati in loro, senza che Dio lo impedisse, né li liberasse, lasciandoli soffrire e morire; come si è adempiuta (poiché non poteva non essere ascoltata) la verità della preghiera di Cristo: "Ut serves eos à malo"? Essi hanno sofferto tutti i mali, e il Padre li ha liberati da tutto il male? Sì. Perché confermandoli nella grazia, li ha liberati dal peccato, e tutti quelli che il mondo chiama mali, non sono mali, solo il peccato è male: "Non dicit, ut serves eos à tribulationibus, ab odiis, à persecutionibus, sed à malo, hoc est à peccato, quod simpliciter est malum": dice il Cardinale Caetano: e non era necessario che né lui né alcun altro lo dicesse. 

Questo è il male di cui chiediamo a Dio di liberarci, e questa è la corona con cui Cristo ha concluso la sua preghiera, affinché dicesse la fine con il principio. All'inizio disse: "Pater noster"; alla fine dice: "Sed libera nos à malo": e questo è stato unicamente il male di cui l'Eterno Padre, come Padre, ha liberato unicamente suo Figlio. Non lo ha liberato dalle povertà, né dai lavori, né dalle persecuzioni, né dagli esili, né dagli odi, né dalle ingiurie, né dai flagelli, né dalla morte, e morte di croce; ciò da cui lo ha liberato è stato dal peccato, dando all'umanità di Cristo l'unione ipostatica, con cui la rese impeccabile. E come l'altissimo giudizio di questa ultima petizione, mette sotto i piedi tutto quel mondo di orrori, che lo stesso mondo chiama mali, e dicendo: "Libera nos à malo"; riconosce solo come male il peccato, per essere offesa di Dio; né sulla terra, né in cielo, né dentro lo stesso Dio può esserci concetto più elevato di questo giudizio, né voce più alta di questa petizione: "Extolens vocem".


giovedì 16 ottobre 2025

ESTOLLENS VOCEM

 


ROSARIO

 nella eloquenza di 

VIEIRA


ESTOLLENS VOCEM


E se questa altissima è per la fiducia di ciò che dice, e di ciò che suppone chiedendo, a quella che segue non è meno alta per la generosità di ciò che chiede e di ciò che non chiede: "Et ne nos inducas in tentationem": e non ci lasciare cadere in tentazione. Notate ciò che chiediamo, e ciò che non chiediamo. Non abbiamo chiesto a Dio di toglierci o liberarci dalle tentazioni; chiediamo che non ci lasci cadere in esse. Nessuna versione ha tradotto meglio il "ne nos inducas" della nostra portoghese. Diciamo cadere, e non abbattere; perché l'abbattere è forza e impulso altrui; il cadere, debolezza o disattenzione propria. Chi dice non ci lasciare cadere, teme più di se stesso che del nemico, chiede aiuto per sé. Ma se nella tentazione c'è il pericolo, non sarebbe più conveniente e più sicuro chiedere a Dio di liberarci dall'essere tentati? No. Il male non sta nell'essere tentati, ma nell'essere vinti. Se fosse meglio non essere tentati, come ben discorre Cassiano, Dio non permetterebbe le tentazioni; ma vuole che ci siano battaglie, perché ci ha preparato la corona. Il soldato generoso stima la guerra perché desidera la vittoria: e non rifiuta il combattimento, perché aspira al trionfo. Per questo Giacomo dice (ed è la prima cosa che dice) che non dobbiamo ricevere le tentazioni con orrore e tristezza, ma con entusiasmo e gioia: "Omne gaudium existimate cum in tentationes varias incideritis". Il cavallo generoso (come si descrive nel Libro di Giobbe, con maggiore eleganza di quanto potesse dipingere Omero) al sentire il segnale della guerra, drizza le orecchie, rompe le briglie, batte la terra, riempie l'aria di nitriti, non contiene gli spiriti dalle narici, trema tutto di fuoco e di coraggio con l'entusiasmo e il vigore di uscire in battaglia. Questo è l'istinto della generosità anche dove manca la ragione; e questa è la ragione che abbiamo per chiedere a Dio, non che non ci lasci tentare, ma che non ci lasci cadere. 

Se Dio ci lasciasse tentare più di quanto le nostre forze possano, allora avremmo giusta causa di rifiutare le tentazioni; ascolta però il sicuro che ci dà San Paolo: "Fidelis Deus est, qui non patietur vos tentari, supra id quod potestis". Dio è fedele, il quale non permetterà che siate tentati oltre ciò che potete resistere. E dice specificamente l'Apostolo in questo caso, che Dio è fedele: "Fidelis Deus est"; perché il contrario sarebbe una specie di inganno, il metterci Dio nella trappola per cadere in essa. È vero, come nota lo stesso San Paolo, che la nostra lotta nelle tentazioni non è di uomo a uomo, ma di uomini di carne e sangue contro il potere e l'astuzia degli spiriti delle tenebre: "Non est nobis colluctatio adversus carnem, et sanguinem, sed adversus príncipes, et potestates tenebrarum harum contra spiritualia nequitiae". Ma affinché possiamo uscire vincitori in una lotta così disuguale, vedete come Dio uguaglia i partiti e modera loro l'eccesso delle forze, e le misura con le nostre. 

Lottò con Giacobbe quell'Angelo, il quale Origene e altri vogliono che fosse Angelo cattivo; ma, per quanto riguarda le tentazioni, tanto importa essere Angelo, quanto demonio; perché non sono i più brutti quelli che più tentano. Ciò che fa al nostro caso, è che essendo Giacobbe uomo, e l'Angelo con cui lottava, spirito; come può essere che gli potesse resistere e prevalere contro di lui? Molti mila uomini non hanno pari nelle forze con un solo Angelo, come si vide nell'esercito degli Assiri, in cui solo un Angelo in una notte uccise più di centottantamila uomini. Dunque, se le forze di Giacobbe erano così inferiori a quelle dell'Angelo, come lottò con lui così forte e tenacemente, e lo strinse in tal modo, che alla fine lo vinse? La ragione è che Dio non permise all'Angelo di usare tutte le forze naturali che aveva, ma solo in tale misura e proporzione, che Giacobbe con le sue potesse resistere e prevalere. Questo stesso è ciò che dice San Paolo: "Non patietur vos tentari, supra id quod potestis". E questo, e nello stesso modo, è ciò che Dio fa in tutte le tentazioni, non permettendo mai che siano così forti e potenti, che le nostre forze aiutate dalla sua grazia (con cui non manca mai) non possano resistere, e uscire con vittoria. E come da questo punto siamo sicuri, Dio non vuole che gli chiediamo di liberarci dalle tentazioni come timidi e deboli, ma solo che non ci lasci cadere in esse; e che come valorosi e generosi soldati, ci poniamo in campo per il suo servizio, in difesa della sua legge, e per la gloria del suo nome. Agli uomini, o li tenta Dio per provarli, o li tenta il demonio per perderli, o li tentano gli altri uomini per opprimerli. Se Dio non avesse tentato Abramo, come sarebbe stata la sua obbedienza così celebrata? Se il demonio non avesse tentato Giobbe, come sarebbe stata la sua pazienza così gloriosa? Se Saul non avesse tentato Davide, come sarebbe stata la sua carità così eroica, e la sua umiltà così esaltata? Per questo non chiediamo a Dio, né Cristo vuole che gli chiediamo, di liberarci dalle tentazioni, ma solo che non ci lasci cadere: riconoscendo però, e confessando la nostra debolezza: affinché sopra il basso di questo fondamento salga più sicura al alto la voce della nostra preghiera: "Extollens vocem".


domenica 12 ottobre 2025

“Extollens vocem”

 


ROSARIO

 nella eloquenza di 

VIEIRA


ESTOLLENS VOCEM


Ma passiamo anche alle ultime tre petizioni, perché la brevità non ci permette altro, e vedremo che, sebbene in tutte si parli di noi, la voce di ciascuna non è per questo meno forte e alta:

“Extollens vocem”. La prima è altissima nella fiducia, la seconda altissima nella generosità, la terza altissima nel giudizio, e tutte e tre altissime nell'importanza. “Dimite nobis (dice la prima) sicut et nos dimittimus debitoribu3 no:;tris”; perdona i nostri debiti, come noi perdoniamo ai nostri debitori. Chi può dire di parlare con Dio chi parla così? Esiste un modo simile di chiedere? Esiste una risoluzione simile? Esiste una fiducia simile? Questo significa porre noi stessi come esempio a Dio, significa dire a Dio di imitarci e di fare lo stesso che facciamo noi. Così lo nota con parole proprie S. Gregorio Nisseno: “Ut Deus facta nostra imitetur; ut d.icas, ego feci, Domine fac; solvi, solve: dimisi, dimitte”. Non si potrebbe argomentare né esporre meglio. Ma il santo e dottissimo Padre non dice questo per stupirsi della fiducia della richiesta, ma per dichiarare l'altezza a cui Dio ci eleva, comandandoci di pregare in questo modo.

Quando Cristo ci comanda di chiedergli perdono, sostenendo che anche noi abbiamo perdonato, pensavo che fosse lo stesso che fare una richiesta con foglio corso. Tuttavia i Santi che lo comprendono meglio, non vogliono che sia così poco.

San Pietro Crisologo, scrivendo su questa stessa richiesta, dice che quando perdoniamo le offese che ci fanno i nostri nemici, noi stessi ci concediamo il perdono delle offese che abbiamo fatto a Dio: «Homo, intellige, guia remittendo aliis, tu tibi veniam dedisti». Giustamente il Santo ha detto: «Homo intellige»: Uomo, comprendi: perché questo sembra incomprensibile. Dare il perdono dei peccati è giurisdizione, o prerogativa, solo di Dio: «Quis potest dimittere peccata, nisi solus Deus»? Come posso quindi concedere a me stesso il perdono dei miei peccati? «Tutibi veniam dedisti»? Questa frase si basa sulla promessa di Cristo: “Dimittite et demittemini”: perdonate e sarete perdonati. E poiché questa promessa è condizionata, e la condizione dipende da me, quando la soddisfo, sono io a perdonarmi. Dio non può perdonarmi le sue offese senza che io perdoni le mie; e se io perdono le mie, Dio non può non perdonarmi le sue. Da qui deriva che il perdono dipende più da me che da Dio, perché Dio è vincolato alla sua promessa, mentre io non sono vincolato alla condizione. Dio non può mancare al perdono, anche se lo volesse, e io non posso perdonare, anche se lo volessi. Tanto è vero che il cardinale Hugo non ha esitato a formulare una proposizione che non so come possa essere stata accettata dal giudizio di un teologo così dotto e illustre.

Dice che l'uomo che perdona, lo fa Dio suo Signore. Le parole sono queste: «Jubet remittere, ut conscientiam purget; promittit veniam, ut statuat in i-;pe: et facit Dominum suum». Dio ti comanda di perdonare, per purificare la tua coscienza; ti promette il perdono, per confermarti nella speranza: «Et te facit Dominum suum»: e Dio ti fa suo signore. Ma come si può capire, o difendere, che Dio in questo caso renda l'uomo suo signore? La ragione o la sottigliezza di questo pensiero è: che poiché Dio ha posto a se stesso quella legge di perdonare chi perdona, l'uomo rimane libero e Dio obbligato; l'uomo rimane signore della legge e Dio soggetto ad essa. E quando l'uomo è signore della legge, e Dio no, l'uomo diventa in questo modo signore dello stesso Dio: “Te facit Dominum suum” . Hugo spiega il suo detto, aggiungendo in nome di Dio: “Sicut decreveris de eo, et ego de te decernam”: come tu giudicherai chi ti ha offeso, così io giudicherò te. Questo privilegio sembra simile a quello delle chiavi di San Pietro: ma San Pietro giudicava come Vicario, e perdonava come signore, e come signore in questo caso, non di altri, ma dello stesso Dio:

«Te facit Dominum suum». Cioè, in una parola, renderlo Dio signore del suo potere, che non si distingue da lui. E come coloro che recitano il Rosario, dicendo tante volte: “Sicut et nos dimittimus”; rinunciano alla loro signoria che hanno su quella legge, e in questo modo su Dio stesso, vedete se è alto e altissimo il punto a cui sale e si alza la voce della supplica: “Extollens vocem”.


domenica 5 ottobre 2025

“Extollens vocem”

 


ROSARIO

 nella eloquenza di 

VIEIRA


ESTOLLENS VOCEM


Passando alla seconda parte del nostro discorso, vediamo ora come anche la voce o la preghiera vocale del Rosario non sia meno alta e altissima per le petizioni che in esso formuliamo. Quelle del Padre Nostro, prima di arrivare all'Ave Maria (in cui ne facciamo una sola), sono sette; e le tre con cui iniziamo (per poterle meditare insieme) sono molto significative. La prima, “sanctificetur nomen tuum”, in cui chiediamo a Dio la santificazione del suo nome; la seconda, “adveniat regnum tuum”, in cui chiediamo la diffusione universale del suo regno; la terza, "fiat voluntas tua, sicut in coelo, et it• terra", in cui chiediamo l'esecuzione della sua volontà così completamente sulla terra come in cielo. Ma queste richieste, se ben considerate, sembrano non esserlo. Chi chiede a Dio (come ben argomenta qui S. Gregorio Nisseno) o chiede il rimedio alle sue necessità, o il soccorso alle sue fatiche, o l'aumento e la conservazione dei suoi beni, o qualcos'altro suo, e per sé. Ma in queste richieste nulla è nostro, né ci appartiene: tutto è dello stesso Dio, al quale chiediamo: “Nomen tuum”, il tuo nome: “regnum tuum”, il tuo regno: “voluntas tua”, la tua volontà. Poiché se tutto questo è suo, e non nostro, se tutto appartiene a Dio, e non a noi, perché lo chiediamo a lui? Perché questa è l'altissima altezza della preghiera vocale del Rosario: “Extollens vocem”. Il punto più alto a cui può elevarsi e salire la preghiera umana non è chiedere a Dio per noi, è chiedere a Dio per Dio.

Quando Cristo nostro Signore aggiunse ai settantadue discepoli il numero degli apostoli, disse loro così: “Messis quidem multa, operariiautem pauci: rogate ergo Dominum messis, ut mittat operarias in roessem suam” (24). Il raccolto che vi mando a coltivare è grande, ma gli operai o i contadini sono pochi: pregate dunque il Signore del raccolto, affinché mandi più operai al suo raccolto, o al suo raccolto: «ln messem suam». Questo suam e quel ergo sembrano non avere una buona conseguenza. Se Cristo è il Signore della messe, “Dominum messis”; se la messe è sua, “ln messem suam”, come ci comanda di pregare e chiedere a lui di mandare operai?

Non è forse lo stesso Signore quel Padre vigile delle famiglie che si è alzato molto presto e in ogni ora del giorno è uscito di persona nella piazza per chiamare e assumere operai per la vigna, non per altro motivo se non perché era sua: “lte et vos in vhieam meam”? (25) Se la coltivazione e il raccolto del suo campo dipendono dalla sua provvidenza e dalla sua cura, perché ci incarica nelle nostre preghiere: “Rogate Dominum messis”? Se il raccolto fosse nostro, allora spetterebbe a noi pregare e chiedere a Dio di darci i mezzi per ottenerlo: ma essendo il raccolto di Dio, dobbiamo pregare Dio stesso, affinché si ricordi della coltivazione del suo raccolto, “Ut mittat operarias in messem suam”? È evidente che lo stesso autore del Padre Nostro è il maestro di questa dottrina. Egli ci comanda che, essendo il campo di Dio e non nostro, siamo noi a pregare per esso: perché la preghiera perfetta e perfettissima non è chiedere per noi stessi, ma chiedere a Dio per Dio. Chiedere per noi stessi significa cercare i nostri interessi; chiedere a Dio per Dio significa chiedere la sua gloria. E questo è ciò che facciamo nelle prime tre richieste del Rosario. Se diciamo sanctificetur; per la gloria di Dio nomen tuum·.se diciamo advenit; per la gloria di Dio ancora una volta, regnum tum: se diciamo fiat; per la gloria di Dio allo stesso modo, voluntas tua. 

C'era un re nel mondo così superbo e folle che voleva tutto questo per sé.

Voleva l'esaltazione del proprio nome, facendosi chiamare Dio; voleva l'espansione del proprio regno, cercando di estenderlo a tutto il mondo; voleva l'esecuzione universale della propria volontà, ordinando che solo essa fosse obbedita e nessun'altra. Sapete già che parlo di Nabucodonosor, più brutale quando entrava in questo pensiero che quando pascolava nei campi. Aveva circondato la città di Betulia, più stretta già dalla sua stessa posizione; Giuditta pregò Dio: ma come pregò? È un peccato che non lo facesse con un rosario tra le mani. Ma per questo san Paolo disse che tutto ciò che si faceva nella vecchia legge era figura della nuova: «Omnia in figura eontingebant illis» (26). La preghiera che fece dopo aver lodato le meraviglie di Dio a favore e in difesa del suo popolo, fu questa: «Erige brachiumtuum sicut ab initio, et allide virtutem illorum in virtute tua, cadat virtuscorum in iracundia tua» (27). Alza, Signore, il tuo braccio onnipotente come un tempo, spezza il potere dei nostri nemici con la tua forza, e fa' che l'orgoglio e la violenza dei loro eserciti subiscano il giusto rigore della tua ira. Questo è ciò che chiede la preghiera di Giuditta; ora seguono i motivi che ella adduce a Dio: «Qui promittunt se violare sancta tua, et polluere tabernaculum nominisi tui, et deficere gladio suo cornu altaris tui» (28): Perché promettono e minacciano di violare il sacro del tuo santuario, di profanare il tabernacolo del tuo santissimo nome, di distruggere e radere al suolo i tuoi altari con il ferro delle loro armi.

Ebbene, Signora, è questo che voi invocate a Dio? Molto di più è ciò che promette, molto di più è ciò che minaccia il nemico, che ha circondato e stretto d'assalto BetuliE.. Minaccia di assalire la città e di conquistarla con la forza; minaccia che a quanti vorranno difenderla non sarà risparmiata la vita, ma saranno tutti passati a fil di spada; minaccia che il sacco e il bottino saranno ricca preda dei suoi soldati, in cui la vostra casa avrà più da rubare: minaccia che i pochi che sfuggiranno alla prima furia, grandi, piccoli, uomini, donne, bambini, rimarranno prigionieri (o non rimarranno) perché tutti saranno portati in catene al remoto esilio della terra degli Assiri. Poiché se questo, e molto altro, è ciò che minaccia l'esercito di Oloferne, e la fama e il terrore del suo nome; come potete voi addebitare a Dio solo i sacrilegi del suo Santuario, le ingiurie del suo Tabernacolo, la desolazione dei suoi altari? Ecco perché nella preghiera di Giuditta, e in queste tre azioni che compie davanti a Dio, sono rappresentate le tre richieste del Rosario. Non chiede nulla a Dio per sé, teme tutto e chiede tutto a Dio per Dio. Proprio come noi diciamo: «Nomen tuum, regnum tuum, voluntas tua». Così Giuditta non dice né rappresenta altro a Dio se non: “Sancta tua, tabernaculum nominis tui, cornu altaris tui”.

E se qualcuno mi dice che siamo umani e non divini: di carne e non di spirito; che soffriamo fatiche, necessità, malattie; e che così come chiediamo a Dio per Dio, dobbiamo anche chiedere a Dio per noi: rispondo che è vero, ma che per questo non dobbiamo perdere la devozione al Rosario, né la pietà verso il Padre nostro. Lasciata la quarta petizione per un posto migliore, così come nelle prime tre, chiediamo solo a Dio, così nelle ultime tre chiediamo solo per noi. Nelle prime tre tutto per Dio; “Nomen tuum, regnum tuum, voluntas tua”: nelle ultime tre, tutto per noi: “Dimitte nobis, ne nos inducas, libera nos”. 

P. Antônio Vieira


mercoledì 24 settembre 2025

“Extollens vocem”

 


ROSARIO

 nella eloquenza di 

VIEIRA


ESTOLLENS VOCEM


E se questa voce o questa preghiera vocale del Rosario si alza così tanto, ed è così alta, quando diciamo: “Qui es in coelis”: chi potrà dichiarare abbastanza bene l'altezza, non solo inaccessibile, ma tremenda, dove si alza e risale la stessa voce, quando con essa la lingua mortale osa pronunciare “Pater noster”? Il grande San Pietro Crisologo, le cui parole, per antonomasia, sono state definite oro, salendo un giorno sul pulpito di Ravenna, dove, come suo arcivescovo, era spesso visto, iniziò in questo modo: “Hodie quod audituri estis, stupent Angeli, ”miratur coelum, pavet terra, caro non fert, auditus con capit, non attingit mens,tota non potest sustinere creatura, ego dicet·e non audeo, tacere nonpossum" (14). Ciò che porto oggi a predicare, e ciò che dovrete ascoltare (dice Crisologo) è un caso che stupisce gli Angeli, che spaventa il cielo, che fa tremare la terra, che fa rabbrividire le carni; è un caso che non entra nelle orecchie, che non raggiunge la comprensione, che non ha spalle per sostenerlo tutta la macchina delle creature, e che io non oso dire, né posso tacere: “Dicere 11011 audeo, tacere non ·possum”.

Aiutami, divino Demostene. E che esordio è questo così insolito? Che caso così nuovo, così inaudito; così tremendo per la terra, così spaventoso per il cielo, e per gli uomini, e così stupendo per gli Angeli? È ancora più grande di quanto ho rappresentato, e più grande di quanto si possa esagerare, né immaginare.

 Equal è? È (conclude il grande teologo ed eloquente oratore) che la lingua umana può osare dire a Dio: “Pater noster”. Poiché Dio aveva detto: Padre nostro, questa voce così breve, questo nome così amorevole, è quel tuono che fa tremare il cielo e la terra, lo stupore degli Angeli, lo sgomento degli uomini, l'orrore di tutte le creature? Sì. E se avessimo la comprensione per capire ciò che diciamo, quando guardiamo in alto, dove si eleva la nostra voce, “Extollens vocem”; prima di pronunciarla, dovremmo tacere e dire come Crisologo: “Dicere non audeo” .

Anche dopo che Cristo ci ha comandato di pregare con queste parole, anche dopo che Sua Maestà ci ha concesso questa licenza e il suo amore questa fiducia, guardate il rispetto, la sottomissione, la modestia e il sacro timore con cui lo fa la Chiesa Cattolica: “Praeceptis salutaribus moniti, et divina institutione formati, audemus dicere, Pater noster”. Grazie, Signore, per il tuo precetto, ammoniti dalla tua dottrina e istruiti nella forma della tua divina istituzione, osiamo dirti: cosa? “Pater noster”. Così che invocare Dio con il nome di nostro Padre è una cosa così alta, così sublime, così superiore a ogni capacità umana, che anche dopo essere stati istruiti, ammoniti e obbligati con un precetto a pregare con queste parole e a invocare Dio con questo nome, la Chiesa lo chiama audacia: “Audemusdicere”. Una tale audacia che, se non fosse un precetto, sarebbe la più grande arroganza; e se non fosse fede, la più grande superbia. Così lo intendeva Sant'Agostino quando diceva: “Non ergo hic arrogantia est, sed fides; non superbia, secl devotio”. Invocare Dio con il nome di Padre nostro è grazia e dottrina del suo stesso Figlio: quindi non è arroganza, ma fede; quindi non è superbia, ma devozione. Ma una fede e una devozione così elevate, che la superbia di Lucifero si è precipitada dal cielo, solo perché ha compreso che doveva esserci un uomo che chiamasse Dio Padre. E questa altezza, da cui è caduto, è la stessa a cui noi ci eleviamo: molto alta, quando diciamo: "Qui es in coelis"; ma immensa e infinitamente più alta, quando diciamo: "Pater noster". 

E perché? La differenza è manifesta. Perché quando diciamo "Qui es in coelis", la nostra preghiera sale al cielo fino al trono di Dio; ma quando diciamo "Pater noster", la stessa preghiera sale in Dio fino al seno del Padre. Il seno del Padre è il luogo del suo Unigenito Figlio: "Unigenitus qui est in sinu Patris"; e dove il Figlio ha il seggio per natura, ha voluto che noi avessimo l'accesso per grazia; e che allo stesso Padre, di cui egli è Figlio, noi dicessimo con verità: "Pater noster". Così ci insegna con tutta questa specialità, non meno che l'Apostolo San Paolo: "Non enim accepistis spiritum servitutis iterum in timore, sed accepistis spiritum adoptionis filiorum in quo clamamus: Abbá Pater". L'Apostolo ci esorta a vivere secondo la dignità del nostro stato, non con spirito di timore e servile, come quelli della vecchia Legge, ma con spirito di amore e filiale, come nati nella Legge della grazia: avvertendo (dice) che Dio vi ha elevato al posto del suo stesso Figlio adottandovi come tali, come ben si mostra nella fiducia con cui le nostre voci dicono, o noi diciamo a voce alta, Padre nostro: "In quo clamamus: Abbá Pater". 

Prima di tutto notate il Pater e il Clamamus: il clamamus, che è proprio della preghiera vocale, e il Pater, che è la prima voce del Rosario. Ma se Mosè, Giosuè, Davide, Elia, Eliseo e altri ancora pregavano, e pregavano lo stesso Dio che noi invochiamo, in che consiste questa differenza o eccellenza della nostra preghiera, che San Paolo tanto sottolinea in confronto alla sua? Consiste, come dichiara lo stesso Apostolo, nel fatto che nella nostra preghiera chiamiamo Dio Padre: "In quo clamamus: Abbá Pater". Nella vecchia Legge, né in Dio era conosciuto il nome di Padre, né il Padre aveva comunicato agli uomini l'adozione di figli. Entrambe le cose ha fatto Cristo. Ha fatto conoscere il nome del Padre: "Pater, ego manifestavi nomen tuum hominibus"; e ha dato agli uomini la grazia di poter essere figli dello stesso Padre: "Dedit eis potestatem filios Dei fieri"; e per questo quelli della vecchia Legge, come servi, pregavano Dio come Dio, e noi della Legge della grazia, come figli, preghiamo Dio come Padre.

Grande testo nella stessa persona del Figlio, e con intelligenza poco osservata, e per avventura non conosciuta. Quattro volte pregò Cristo nella sua Passione, ma non con gli stessi termini. Tre volte pregò Dio come Padre, e una volta come Dio. Nell'Orto come Padre: "Pater, si possibile est" (19): quando lo pregava sulla croce come Padre: "Pater, dimitte illis" (20): quando finalmente spirò, come Padre: "Pater, in manus tuas commendo spiritum meum" (21). Tuttavia, quando si lamentò di vedersi abbandonato e lasciato, non chiamò Dio Padre, ma Dio, e Dio ripetutamente: "Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me?" (22) Poiché se Cristo, se il Figlio dell'Eterno Padre in tante altre occasioni lo invocò con il nome di Padre, come ora non lo chiama Padre, ma solo Dio? Maggiore dubbio ancora e più nuovo. A tutte le altre preghiere in cui Cristo usò il nome di Padre, tutte fa riferimento il Testo sacro, sia greco che latino, nella stessa lingua volgare; e solo questa, in cui il Signore usò il nome di Dio, legge l'Evangelio nella lingua ebraica: "Ell, Eli, Lamma sabacthani" (23). Qual è dunque la ragione di una e dell'altra differenza, entrambe così particolari e così notevoli? La prima (torno a dire) perché solo in questa preghiera Cristo chiama Dio Padre? La seconda, perché solo questa preghiera si scrive nella lingua ebraica? Dirò. Cristo Redentore nostro sulla croce, come chi attualmente stava pagando per i peccati di tutto il genere umano, rappresentava nella sua Persona i due popoli, di cui lo stesso genere umano si componeva - il giudaico e il gentile. E come Dio in quell'ora lasciava e allontanava da sé il popolo giudaico, perciò Cristo, mentre rappresentava lo stesso popolo, si lamentava di vedersi abbandonato: "Ut quid dereliquisti me"? Così espone questo Testo Teofilatto, e credo che tutti i dotti comprenderanno che è il senso più proprio e più letterale di esso: "Ut quid dereliquisti me, id est, meum genus, meum populum, qui secundum carnem mihi cognati sunt". E da qui rimangono finalmente risposte entrambe le nostre questioni. La prima si riferisce solo a questo Testo nella lingua ebraica; perché Cristo in quell'occasione rappresentava il popolo giudaico abbandonato e in suo nome si lamentava. E la seconda di pregare allora a Dio come Dio, e come Padre; perché quelli dello stesso popolo, per quanto santi e fervorosi fossero, non parlavano a Dio come Padre, ma come Dio. È precisamente tutto ciò che diceva S. Paolo. Loro, perché vivevano alla legge dei peccatori, "In spiritu servitutis", pregavano a Dio come Dio; noi che viviamo in spirito di figli, "In spiritum adoptionis filiorum", preghiamo a Dio come Padre: "In quo clamamus: Abbá, Pater". E notate ancora una volta la parola, clamamus: che non solo significa voce, ma voce molto alta e levata. Perché quella grande altezza, dove mai poterono arrivare le preghiere e le voci dei maggiori Patriarchi, per essa cominciamo noi oggi con la prima preghiera, e la prima voce del Rosario: "Extollens vocem".

 

venerdì 19 settembre 2025

EXTOLLENS VOCEM

 


ROSARIO

 nella eloquenza di 

VIEIRA


ESTOLLENS VOCEM

Considerando dunque in primo luogo l'altezza della Maestà, a cui presentiamo le nostre petizioni, e cominciando (per maggiore chiarezza) da dove inizia il Rosario; qual è la sua prima voce? La prima voce del Rosario è: "Pater noster, qui es in coelis" (2): Padre nostro che sei nei cieli. È una voce che sale dalla terra al cielo, e al cielo dove si trova Dio, vediamo se è alta e altissima: "Extollens vocem"? Noi non facciamo caso a questa che sembra una banalità; ma il più grande maestro di preghiera, che fu Davide, ne fa grande osservazione: "Voce mea ad Dominum clamavi, et exaudivit me de monte sancto suo" (3). Davide era un grande contemplativo, ma in questa occasione (quando fuggiva da suo figlio) pregò vocalmente. Questo significa, "Vocea mea", preghiera vocale. E ciò che è molto significativo, è che questa sua voce uscendo dalla valle di Cedron, per dove camminava, fosse udita sul Monte Tabor, la gloria, dove Dio ha il trono della sua Maestà: "De coelo, et sublimi throno gloriae suae", commenta Sant'Atanasio. Il cielo, dove Dio ha il trono della sua Maestà, non è uno dei cieli che vediamo, ma un altro cielo sopra questi quasi infinitamente più elevato e sublime: perciò non dicono: "Qui es in coelo", ma "Qui es in coelis". Della stessa frase si servì Cristo, quando disse che gli Angeli che assistono sulla terra nella nostra guardia vedono sempre Dio, che è, non nel cielo, ma nei cieli: "Semper vident faciem Patris, qui in coelis est" (4). E combinando un Testo con un altro, è una prerogativa veramente ammirevole, che dove arrivano gli Angeli con la vista, arrivino gli uomini con la voce. La sfera della voce è senza confronto più limitata di quella della vista. Ma questo si intende della voce con cui parliamo, e non della voce con cui preghiamo. La voce con cui parliamo difficilmente si estende a tutta questa Chiesa, e la vista ha una sfera tanto più grande e alta, che arriva al firmamento dove vediamo le stelle. Tuttavia, la voce con cui preghiamo, non solo arriva al firmamento che vediamo, che è il cielo delle stelle, ma al medesimo empireo, che non vediamo, che è il cielo di Dio. Il cielo che vediamo è il cielo della terra; il cielo dove si trova Dio, è il cielo del cielo: "Coelum coeli Domino" (5). E questo è ciò che ponderava e ammirava Davide nella voce della sua preghiera: "Voce mea ad Dominum clamavi, et exaudivit me de monte sancto suo". 

Ma da qui si vede, che l'altezza di questa voce è ancora più meravigliosa in coloro che pregano il Rosario. Davide dice che clamò e gridò con la sua voce: "Voce mea ad Dominum clamavi": e nel Rosario non è necessario clamare, né ancora suonare. Anna, madre di Samuele, fu un'eccellente figura di coloro che pregano il Rosario. Di lei dice il Testo sacro, che moltiplicando le preghiere, si vedevano solo muovere le labbra, ma la voce non si udiva in alcun modo: "Cum multiplicaret preces coram Domino, tantum labia illius movebantur, et vox penitus non audiebatur" (6). Lo stesso accade qui puntualmente. Anna moltiplicava le sue preghiere; e chi prega il Rosario, le moltiplica anch'esso, perché ripete molte volte la stessa preghiera. Ad Anna si vedevano solo i movimenti della bocca, ma la voce non si udiva; e voi pregate il vostro Rosario con una voce così interiore (e perciò più devota che né quelli che sono molto vicini vi sentono, né voi stessi vi sentite). E quando voi non udite la vostra stessa voce, essa è così alta, e sale così in alto, "Extollens vocem", che arriva dove si trova Dio: "Qui es in coelis". 

Non mancherà però chi dica, che questa circostanza di pregare Dio, mentre è nel cielo, sembra una cerimonia superflua, e non solo non necessaria, ma nemmeno conveniente. Commentando Sant'Agostino queste parole, che nel suo tempo non erano ancora del Rosario, ma erano le stesse, dice così: "Non dicimus Pater noster, qui es ubique, cur, et hoc verum sit, sed Pater noster, qui es in coelis". Dio, per la sua immensità, è ovunque, e non solo con noi, ma in noi, in qualsiasi luogo ci troviamo. Quindi non è necessario invocare Dio mentre è nel cielo, poiché lo abbiamo anche sulla terra; tanto più che invocarlo nel cielo, sembra allontanare Dio da noi, e pregare da lontano, quando sarebbe più conveniente e più conforme all'affetto della devozione farlo da vicino. Non è più conveniente parlare con Dio, dove lui è, e noi siamo, che dove lui è, e noi non? Lo stesso Davide, così grande maestro di quest'arte, chiedeva a Dio che la sua preghiera arrivasse molto vicino al suo divino sguardo: "Appropinquet deprecatio mea in conspectu tuo" (7). E il Rosario, prima che le Ave Maria convertite in rose gli dessero questo nome, si chiamava il Salterio della Vergine; perché quello di Davide si compone di cento e cinquanta Salmi, e quello della Signora di un numero altrettanto di saluti angelici. Dunque se Davide, nel suo Salterio, chiede a Dio che la sua preghiera arrivi molto vicino a lui, "Appropinquet deprecatio mea in conspectu tuo"; come noi, nel Salterio della Vergine, ci poniamo così lontani da Dio, o Dio così lontano da noi, quanto va dalla terra al cielo: "Qui es in coelis"?

Dico che il nostro dettame non è diverso, se non lo stesso di Davide. E perché? Perché quanto più colui che ora si allontana da Dio, tanto più la sua preghiera si avvicina a lui. La preghiera e colui che prega, si pongono davanti a Dio, come in due bilance: e quanto più colui che prega si umilia e si allontana, tanto più la preghiera si innalza e si avvicina: lui più lontano per rispetto, e lei più vicina per accettazione. Due uomini andarono al Tempio a pregare, dice Cristo, un Fariseo e un Pubblicano. Il Fariseo, come Religioso di quel tempo, si avvicinò molto all'altare e al Sancta Sanctorum, e lì rappresentava a Dio le sue buone opere. Il Pubblicano, al contrario, si mise molto lontano, "Stans a longe"; e senza osare alzare gli occhi al cielo, si batteva il petto e chiedeva perdono dei suoi peccati. Questa fu la differenza tra i pregatori e le preghiere: e qual è stato il risultato? "Descendit hic justificatus ab illo". Colui che si avvicinò molto all'altare e a Dio, la sua preghiera rimase molto lontana, perché fu riprovata; e colui che si mise molto lontano, "Stans a longe", la sua preghiera si avvicinò molto a Dio, perché fu accettata. Lui lontano per rispetto, e la sua preghiera vicina per gradimento: lui lontano per reverenza, e lei vicina per accettazione: "Non audebat appropinquare, ut Deus ad eum appropinquaret": dice il venerabile Beda. E questo è ciò che facciamo fin dall'inizio del Rosario. Anche se Dio è ovunque, non lo invochiamo da vicino, mentre assiste sulla terra per immensità, ma da lontano, e molto lontano, mentre presiede nel cielo per Maestà: "Qui es in coelis"; e quanto più, come è ragione, ci umiliamo, tanto più la voce della nostra preghiera si innalza: "Extollens vocem". 

È vero, come ponderava Sant'Agostino, che per l'efficacia di questa preghiera bastava pregare Dio sulla terra, ma per la dignità no. Perché Dio sulla terra è solo per presenza come immenso, nel cielo è per Maestà come Altissimo. Questa fu la differenza che considerò e distinse il Prodigio nella sua preghiera: "Peccavi in coelum, et coram te": peccai contro il cielo e alla tua presenza. E perché quel giovane, già ben compreso, fece questa differenza di luogo in luogo e di Dio a Dio? Perché sulla terra riconosceva la sua presenza, e nel cielo contemplava la sua Maestà. Nel "coram te", confessava la presenza offesa; nel "peccavi in coelum" la Maestà lesa. E come Dio sulla terra è solo per presenza come immenso, e nel cielo per Maestà come Altissimo: "Tu solus Altissimus in omni terra"; perciò il divino Autore di questa divina preghiera, affinché conoscessimo il modo di pregare altissimo, che ci insegnava, ci ordinò di pregare a Dio, non in quanto è per presenza in ogni luogo, ma in quanto è per Maestà nel cielo dei cieli: "In coelis". Il Pubblicano che pregò bene, ma a modo della Legge antica, dice l'Evangelista, che nemmeno osava alzare gli occhi al cielo: "Nolebat nec oculos ad coelum levare": mentre il Maestro Divino della Legge della grazia, non solo vuole che alziamo gli occhi e le mani al cielo, ma che fin dall'inizio della nostra preghiera la presentiamo nel cielo dei cieli davanti al Divino accoglimento, e che dove Dio assiste per Maestà come Altissimo, là la nostra preghiera entri con fiducia, e là salga e si innalzi la nostra voce: "Extollens vocem".


mercoledì 17 settembre 2025

ESTOLLENS VOCEM

 


ROSARIO

 nella eloquenza di 

VIEIRA


ESTOLLENS VOCEM

Per comprendere l'eccellenza e l'altezza di qualsiasi preghiera vocale, si devono considerare tre aspetti, o tre parti essenziali. Ciò che si chiede, a chi si chiede e per chi si chiede: cosa, a chi e per chi. Questa stessa distinzione è stata osservata dalla donna del Vangelo. La sua preghiera è stata panegirica e laudatoria, e nella voce che ha alzato, "Estollens vocem", ha toccato i medesimi tre punti, e i più alti, a cui poteva arrivare il più elevato spirito. Ciò che ha lodato è stato il mistero altissimo dell'Incarnazione; a chi ha lodato è stata la persona dello stesso Verbo incarnato; e per chi lo ha lodato, è stata per la Madre che lo ha concepito nelle sue viscere e lo ha creato ai suoi seni: "Beatus venter qui te portavit". Non potremmo desiderare, né miglior testo per dividere il nostro discorso, né miglior guida per seguirlo. La preghiera vocale del Rosario si distingue da quella del Vangelo per il fine: perché il fine di questa preghiera, come panegirica, è lodare; e quella del Rosario, come deprecatoria, è chiedere. Quella voce è stata altissima nella considerazione di ciò che ha lodato, a chi ha lodato e per chi ha lodato: e allo stesso modo è altissima la voce del Rosario nella considerazione di ciò che chiede, a chi chiede e per chi chiede. E queste saranno le tre parti del nostro discorso. Alta e altissima la preghiera vocale del Rosario per l'altezza delle petizioni che in essa facciamo: "Estollens vocem": alta e altissima per l'altezza della Maestà, a cui le presentiamo: "Estollens vocem": e alta infine, e altissima per l'altezza dell'intercessione, di cui parliamo: "Estollens vocem". Ascoltino ora con attenzione i devoti del Rosario, e con invidia e pentimento quelli che non lo sono.

P. Antônio Vieira)