Quali sono i suoi ricordi più vividi di quei quattro anni?
Il viaggio in Giappone è stato un momento indimenticabile. L'11 marzo 2011 un forte terremoto di magnitudo 9, seguito da uno tsunami, ha colpito la regione di Sendai, nella parte orientale del Tohoku, provocando la morte di diverse migliaia di persone, gravi danni in tutto il nord-est di Honshu e l'incidente nucleare di Fukushima.
Sono arrivato nel paese il 13 maggio 2011. Due mesi dopo la catastrofe, tutto era ancora da fare. Mi ha colpito l'accoglienza della popolazione, prevalentemente buddista, che era desolata e, allo stesso tempo, piena di forza. In quei giorni ho capito che le persone che visitavo non si aspettavano da me solo un contributo materiale: nonostante le differenze delle nostre credenze religiose, volevano che portassi loro la speranza che viene da Dio. Per questo, dopo aver distribuito l'aiuto logistico ed economico del Papa tra una popolazione sottoposta a una prova così dura, la cosa più importante che dovevo fare era pregare. Non potevo che rivolgermi a Dio chiedendo per quegli orfani dallo sguardo così triste, per quegli uomini e donne che cercavano di ricostruire le loro case, per quegli anziani esausti. Sono partito da lì molto commosso, perché sapevo che solo Lui poteva aiutare i giapponesi penetrando nel profondo dei loro cuori. Il denaro è necessario, ma esiste una tenerezza che proviene solo da Dio.
Mi ha profondamente commosso la lettera che una giovane buddista mi ha scritto due mesi dopo il mio ritorno dal Giappone, in cui mi diceva: «Dopo il terribile tsunami in cui abbiamo perso molti membri della nostra famiglia e quasi tutti i nostri beni, volevo suicidarmi. Ma dopo averla ascoltata in televisione, dopo la pace e la serenità che ho ritrovato vedendola pregare per i sopravvissuti e per i morti, e l'impatto del suo raccoglimento e della sua preghiera silenziosa accanto al mare; dopo il suo gesto emotivo di gettare dei fiori in acqua in memoria di tutti coloro che sono stati inghiottiti dal mare, rinuncio a suicidarmi. Grazie a lei ora ho capito e so che, nonostante questo disastro, c'è qualcuno che ci ama, che vive accanto a me e condivide la nostra sofferenza, perché dobbiamo valere molto ai suoi occhi. Quel qualcuno è Dio. Attraverso il Santo Padre e attraverso di lei ho sentito la sua Presenza e la sua compassione. Non sono cattolica, ma le scrivo queste righe per ringraziare lei e il Santo Padre Benedetto XVI per l'immenso conforto che ci hanno portato. So che, come me, altre persone hanno ricevuto quel prezioso aiuto spirituale di cui tutti abbiamo bisogno, soprattutto nei momenti di prove così tremende e immense come questa».
Non conoscevo la persona che mi ha scritto quella lettera, che non aveva ricevuto da me un aiuto materiale concreto. Ma questa giovane buddista mi ha fatto capire meglio che la carità possiede un valore in sé stessa in quanto testimonianza di Dio, al di là della sua efficacia tecnica, economica, politica o sociologica. Fa parte della missione della Chiesa, che consiste nel manifestare l'amore e la tenerezza di Dio, nel far riscoprire la presenza, la compassione e l'amore misericordioso del Padre in mezzo alle nostre sofferenze. Quella giapponese mi è stata di grande aiuto per assumere la mia missione come presidente del Pontificio Consiglio Cor unum.
Il vero conforto che dobbiamo portare ai poveri e alle persone che soffrono qualche prova è, oltre a quello materiale, quello spirituale. Dobbiamo manifestare loro l'amore, la compassione e la vicinanza di Dio. Nella prova, Dio è con noi. Cammina al nostro fianco sulla via di Emmaus, la via della delusione, del dolore e dello scoraggiamento.
Alcune organizzazioni cattoliche si vergognano e rifiutano di manifestare la propria fede. Non vogliono più parlare di Dio nelle loro attività caritatevoli, scusandosi con il pretesto che sarebbe proselitismo. Tuttavia, nell'Evangelii gaudium, Papa Francesco scrive con ancora maggiore fermezza: «Poiché questa Esortazione è rivolta ai membri della Chiesa cattolica, desidero dire con dolore che la peggiore discriminazione che i poveri subiscono è la mancanza di attenzione spirituale. La stragrande maggioranza dei poveri ha una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo smettere di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L'opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un'attenzione religiosa privilegiata e prioritaria».
Alcuni mesi fa, nei campi profughi siriani in Giordania, un bambino musulmano di sette anni mi ha gridato: «Allah esiste? Allah esiste? Perché ha permesso che uccidessero mio padre?». Infatti, suo padre era stato sgozzato dai ribelli islamisti davanti agli occhi del bambino, che ne era profondamente traumatizzato. Per cercare di alleviare il suo trauma, abbiamo cercato di parlargli di un Dio buono, padre e creatore di tutte le cose meravigliose, che detesta il male. Non posso dimenticare un dolore come quello, derivato dalla barbarie di uomini che hanno pervertito la religione. Quel bambino aveva tutto l'aiuto materiale necessario, non gli mancava nulla: né vestiti, né cibo, né cure sanitarie, né alloggio. Ma nulla di tutto ciò era sufficiente per consolarlo. Solo la vicinanza di Dio e l'esperienza che ci ama e soffre con noi, in noi, rivelano il mistero del dolore e portano consolazione e pace interiore.
Ad Haiti, nel 2010, dopo i terremoti la popolazione ha dovuto affrontare violenti uragani. Nel corso della mia vita ho assistito a molte situazioni di estrema povertà. Conservo il ricordo di tante tragedie che si sono verificate in Africa con una regolarità spaventosa. Ma posso affermare di non aver mai visto tanto dolore come ad Haiti, dove ho incontrato un popolo completamente sopraffatto dalle catastrofi naturali che si abbattevano su di esso. La tristezza sembrava impregnare l'anima di un'intera nazione. Ho lavorato molto per rendere il nostro aiuto il più efficace possibile. E ho anche scoperto una popolazione che conservava una fede immensa e una fiducia totale in Dio in mezzo a tanta sofferenza.
Se sappiamo praticare la carità, sapremo rendere culto a Dio e intraprendere il cammino dell'eternità. Attraverso la carità permettiamo a Dio di compiere la sua opera in noi. Attraverso la carità ci abbandoniamo totalmente a Dio. Ed è Lui che opera in noi, e noi operiamo in Lui, per Lui e con Lui.
Non esiste relazione più autentica con Dio che nell'incontro con i poveri. Lì sta l'origine della vita in Dio: la povertà.
Nostro Padre è povero. Forse è un volto di Dio che ci sfugge e ci ripugna perché non abbiamo veramente incontrato il «Figlio dell'Uomo, [che] non ha dove posare il capo» (Mt 8,20).

Nessun commento:
Posta un commento