Visualizzazione post con etichetta IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY. Mostra tutti i post

lunedì 24 febbraio 2025

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY

 


Per la conversione d'Ars:  

II. - La guerra all'ignoranza religiosa. 


*** 

Né minore fu lo zelo del Curato Vianney per istruire colla predicazione i fedeli della sua parrocchia.  

Lavorava nella sagrestia, vicino al coro, e quindi direttamente sotto gli occhi del Sacerdote Eterno. Del vestiario, ove erano i suoi paramenti sacri, usò come di sala di studio ed ivi meditò la Vie des Saints, il Catechismo del Concilio di Trento, il Dictionnaire de Théologie del Bergier, i Trattati spirituali del Rodriguez, i Sermoni di Le Jeune, di Joly, di Bonnardel. Nel febbrile lavoro, suo unico sollievo era il dare ogni tanto uno sguardo al Tabernacolo. Dopo avere studiato si inginocchiava sui gradini dell'altare, per chiedere la necessaria ispirazione, e meditava quello che aveva prima finito di leggere, rappresentandosi la povera gente alla quale doveva: parlare. Era là presente il Maestro, che seppe un giorno esprimere le più alte verità, in modo che i pescatori, i contadini, i pastori fossero capaci di capirlo, ed a Lui si raccomandava, scongiurandolo con le lagrime, di ispirargli gli accenti, ì pensieri che toccheranno e convertiranno il suo popolo.  

Ritornato nella sagrestia, incominciava a scrivere e, campione della verità, scriveva stando in piedi, come un soldato che si prepara a combattere. La sua penna diventata agile, con scrittura delicata, inclinata e rapida riempiva talvolta otto o dieci pagine in una medesima veglia. Qualche volta rimase al lavoro fino a sette ore di seguito, e assai tardi nella notte. Cancellava di rado: lasciava invece, qualche volta, delle parole tronche, testimoni della sua fretta e del suo zelo ardente: il tempo era prezioso e bisognava procedere a costo di qualsiasi sforzo.  

Ma veniva poi il momento di imparare quello che già aveva scritto e qui stava la parte più difficile. La sua memoria non era molto forte e si trattava di ricordare trentacinque o quaranta pagine di un testo scritto di un sol tratto senza alinea e senza apparente divisione. Nella notte tra il sabato e la domenica si sforzava di impararle con la lettura e la ripetizione fatta ad alla voce. Qualche volta, dalla strada che rasenta il cimitero, alcuni passanti in ritardo lo sentivano ripetere la predica del giorno seguente 16. Se il sonno lo sorprendeva, l'asceta ne approfittava per fare penitenza: si sedeva su di un mattone, appoggiando il dorso contro un armadio di quercia, e, per un momento, si assopiva. Queste sono le ore terribili, che saranno ricordate come le più meritorie, ma anche come le più commoventi, della sua esistenza.  

 Il giorno dopo doveva presentarsi al popolo. Se si eccettua il banco messo per i castellani, tra i quali vi era la contessa d'Ars, non vi erano nella chiesa che contadini. Ma erano osservatori, disposti anche allo scherzo, ed alcuni, tra i giovani specialmente, avrebbero certo preferito trovarsi altrove. Ma al Curato d'Ars questo importava poco: tutte erano anime da salvare, ed egli non faceva che compire in pulpito una parte necessaria del suo ministero pastorale. Di questo egli era convinto più che ogni altro, e ciò gli bastava, per dargli il coraggio indispensabile. Ma il povero Curato aveva la testa pesante per il lavoro che durante la notte aveva dovuto sostenere; di più, erano quasi le undici del mattino ed egli era sempre digiuno, anzi non aveva mangiato dal mezzogiorno della vigilia, appunto perché alla domenica doveva cantare la Messa solenne e fare la predica; aggiungiamo poi che ogni sua predica durava un'ora intera.  

Pronunciava i suoi discorsi con voce gutturale, con tono quasi sempre alto, e tuttavia in lui il tono, come il gesto, erano sempre naturali. «Perché gridate così? - gli disse un giorno la contessa di Garets, inquieta pel male che ne poteva venire al santo Curato - abbiate un po' più di Cura di voi». - «Signor Curato - gli chiese un'altra persona - perché quando  pregate dite: così piano, e quando predicate gridate così forte?».  

- «La ragione è questa - rispose - che quando io predico parlo a sordi o ad addormentati: invece, quando prego, parlo a Dio che non dorme» 17.  

Quale meraviglia, se, dopo simile sforzo intellettuale, In alcuni momenti gli veniva meno la memoria? «In pulpito diceva Giovanni Pertinand - perdeva il filo del discorso, e, qualche volta, dovette discendere, senza avere finito» 18. Simile confusione in presenza dei parrocchiani, che forse aveva appena finite di severamente rimproverare, sembrava che, invece di abbattere. il suo coraggio, non servisse che ad aumentare il suo zelo. La domenica seguente lo si vedeva ancora in pulpito, ma, preoccupato dell'insuccesso, che avrebbe potuto diminuire la sua autorità pastorale, egli aveva già pregato e fatto pregare: da allora, non solamente ebbe la memoria necessaria, ma, si sentì anche capace di improvvisare qualche parola.  

Che cosa predicava al suo gregge questo «ignorante nell'arte oratoria»? I suoi doveri soprattutto. Si indirizzava solamente ai suoi parrocchiani senza inutili lodi e senza falsità fuggevoli, ma con chiarezza. Alcune sue disposizioni sembrano eccessivamente rigorose, ma egli insisteva specialmente nei suoi primi anni, perché quanto diceva penetrasse bene. Qualche volta, ed anche di spesso, il suo tono si calmava ed allora diventava dolce, e si commuoveva col vero spirito di un apostolo che non passa solo per convertire, ma che delle anime è pastore e padre. Non vi erano forse nell'uditorio persone il cui cuore aveva bisogno di energia e la volontà di incoraggiamento? Guglielmo Villier, che aveva 19 anni quando il Curato Vianney giunse ad Ars, disse di avere inteso spesso queste parole: «Miei cari parrocchiani, sforziamoci di andare in Paradiso; là vedremo Dio e saremo felici. Andremo tutti in processione, se la Parrocchia diventa buona, ed il vostro Curato sarà alla testa» 19. - «Dobbiamo andare in Cielo -  diceva ancora. - Quale dolore se qualcuno di voi dovesse essere dalla parte opposta» 20. Si compiaceva di ripetere che la salvezza è ben facile alla gente di campagna, che ha la comodità di pregare anche durante il lavoro 21, ed aveva poi appropriate felicitazioni ai giovani ed alle giovani di Ars, che rinunciavano ai disordini e si incamminavano risoluti per la via diritta 22. 

La prima cosa necessaria da ottenersi dai fedeli presenti alla chiesa - gli assenti ed i restii avranno il loro turno - era che il contegno durante le sacre funzioni fosse serio e devoto. In quasi tutti invece si notava una penosa trascuratezza, indice del loro disgusto, con sussurri e rumorosi sbadigli di noia 23. I ritardatari lasciavano sbattere la porta con fracasso; alcuni troppo affrettati uscivano a metà della Messa; i giovani e le giovani guardavano dal basso all'alto, da un angolo all'altro della chiesa, curanti solo di osservare i diversi abbigliamenti. è meglio si comportavano i ragazzi, che gli trapparono questo grido: «Guardate le risa e gli scherzi che si fanno questi piccoli empi, questi piccoli ignoranti» 24.  

Ma queste anime erano come rocce aride, che non si fendono ai primi colpi. Nel loro stesso linguaggio come nelle loro abituali espressioni egli nota la mancanza dello spirito di fede pratica. e qualche volta lo fa in termini così vivi e forti, che solo il suo zelo li spiega e li scusa. Anche a costo di mortificare tal uno in pubblico, secondo l'occasione inveisce, senza ombre, con realismo e crudamente. Le sue rimostranze erano «vive, dirette e personali» 25. - «Riprendili vivamente affinché abbiano una fede sana», aveva detto già S. Paolo al discepolo Tito 26. Nei suoi inizi il Curato d'Ars prese quest'avviso alla lettera, ed in ciò non lo nascondiamo, si tradisce un poco il suo carattere scherzevole e mordente che sarà  corretto colla virtù; il nostro Santo non aveva ancora acquistato a perfezione la virtù della dolcezza. Ma poi l'esperienza sorpassò l'età ed egli comprese che, pure essendo con sé severo fino all'eroismo, era troppo duro il linguaggio che usava con gli altri. In questo subiva l'influsso dell'epoca. L'albero del giansenismo, infatti, quantunque già abbattuto 27, manteneva radici nascoste; e nei d'intorni d' Ars, anche se sui pulpiti non salirono dei grandi Santi, risuonarono eguali accenti.  

Nel governo delle anime non basta sapere sradicare, ma bisogna anche sapere piantare. Docile alle istruzioni del Concilio di Trento, che fa un obbligo al pastore d'anime di spiegare con frequenza i riti della Messa 28 nel loro significato, il Curato d'Ars si sforzò di formare nei suoi parrocchiani che venivano alla chiesa la cognizione vera e l'amore, e di spesso spiegava la necessità, il valore ed i benefizi dell'Eucaristia. Si può dire che l'idea che lo soggiogò per tutta la vita fu quella di staccare le anime dalle preoccupazioni della terra per spingerle verso l'altare. 

Ma in Ars vi erano anche di quelli che all'ora delle funzioni domenicali, invece di andare alla Messa, andavano a trovare qualche vicino, per bere con lui una bottiglia, - di quelli che non avevano difficoltà, trovando un amico in istrada, di condurre a casa l'amico e di lasciare la Messa, - e di quelli ancora, che passavano il tempo della Messa al giuoco od all'osteria, al lavoro, in viaggio o alla danza: tutta gente che viveva sicura, come se non avesse un'anima da salvare 29.  

A costoro il Curato d'Ars minacciava i castighi dell'altra vita. «Povero mondo! Come siete infelici! Conducete pure la vostra vita solita, non potete aspettarvi che l'inferno» 30. Li prendeva anche dal loro lato debole, che era l'interesse. «Tutti constatano che la maggior parte finisce i suoi giorni miseramente, la fede abbandona il loro cuore; i loro beni Vanno in decadenza, lasciandoli doppiamente infelici»31.  

Ma il predicatore sapeva benissimo che per lo più si dirigeva ad assenti e che le sue parole erano per le mura. Ma vi erano alcune leste solenni, nelle quali, per una tradizione ereditata dagli antenati di maggior lede, si riuniva ancora alla chiesa quasi tutta la Parrocchia, e questa era un'occasione propizia per il giovane Curato di fustigare i vizi, che perdevano tante anime. Il giorno dell'Ascensione li prese tutti di mira32, ed il giorno del Corpus Domini incominciò con un colpo sicuro contro i peccatori che "trascinano ovunque le loro catene ed il loro inferno». Ma poi si riprese, «No, miei fratelli, non andiamo più avanti, questo pensiero contiene già troppi elementi di disperazione, questo linguaggio non ci conviene in questo giorno; lasciamo questi infelici nelle tenebre, poiché ci Vogliono restare, lasciamoli dannarsi poiché non vogliono salvarsi». E parla invece alla parte praticante del suo gregge, "Venite, figli miei! ...» 33. Il giorno della festa patronale anche tutti coloro che passavano poi la giornata e la notte seguente danzando e bevendo, non osavano mancare alla Messa. Il suo piccolo mondo stava quindi davanti a lui, ed egli non lo lascerà sfuggire prima di avergli somministrato una buona lezione, usando contro i ballerini violenti espressioni, «Voi mi direte, parlarci della danza e del male che fa è un volere perdere il proprio tempo». Non importa egli continua la sua requisitoria: «Con questo io eseguisco tutto quello che debbo fare. Non dovete irritarvi per questo, il vostro pastore fa il suo dovere». E flagella ora i giovani e le giovani che si abbeverano alla sorgente dei delitti, ora i genitori così ciechi e riprovati, che hanno loro sì ben tracciata la via 34.  

La lotta è ormai iniziata ed il Curato d'Ars è deciso a non deporre le armi, se Dio gli dà vita, se non dopo di avere ottenuta la vittoria completa.  

Canonico FRANCESCO TROCHU 


giovedì 19 settembre 2024

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY

 


Per la conversione d'Ars:  

II. - La guerra all'ignoranza religiosa.  


Per rendere più bella la vecchia Chiesa. - Il peccato di ignoranza. - L'istruzione religiosa dei fanciulli. - L'istruzione dei fedeli. - Un predicatore eroico. - Gli argomenti preferiti dal Curato d'Ars. - Verso l'altare e l'Eucaristia. - Le apostrofi delle grandi feste.  

 Il Curato d'Ars comprese che alla sua opera si opponeva, come nemico potente, l'indolenza di gente fossilizzata nelle proprie abitudini. Nessuno dei suoi parrocchiani si era opposto alla sua venuta, e quelli che già prima andavano alla Messa avrebbero continuato ad andarvi, ma che egli non pretendesse di più.  

In realtà doveva succedere il contrario: il giovane curato, che sentiva la responsabilità della salvezza di tutte quelle anime, decise di non lasciarle in pace, fino al giorno in cui avrebbe visto cessati nella sua Parrocchia tutti gli abusi; ed in quest'opera unì alla preghiera ed alla penitenza anche la parola e l'azione.  

 Ebbe di mira anzitutto la santificazione della festa, senza di che non vi è vita cristiana. La casa di Dio era abbandonata e per condurvi i fedeli era opportuno renderla migliore. Nel 1818 la chiesa di S. Sisto in Ars, «povera all'interno come all’esterno», comprendeva una sola navata con undici metri di lunghezza per cinque di larghezza ed un coro completamente occupato da un unico altare 1. Anche la decorazione era  modestissima: mura bianche di calce, rivestite in legno dipinto fino all'altezza di un uomo. L'altare maggiore era in legno, ma senza alcuna scultura che lo rendesse attraente. Al di sopra della navata, in luogo della volta vi era un soffitto a sette metri appena dal pavimento ed anche quello ormai si apriva da tutte le parti. I paramenti della chiesa, poveri, logori ed insufficienti, non contribuivano certo alla buona riuscita delle funzioni. «Tale povertà attirava l’attenzione e la compassione anche dei sacerdoti forestieri, che qualche volta si fermavano ad Ars per ivi celebrare la Messa 2.  

Ma questa vecchia chiesa fu subito amata dal Curato Vianney, che la considerò come la sua casa paterna. Nell'opera dei restauri egli ebbe di mira anzitutto l'altare, centro e ragione d'essere di tutto il Santuario, e per rispetto all'Eucaristia, lo volle ornato e ricco. Mancavano i mezzi, ma per questa sua opera, che era anche la prima, non volle battere alla porta delle case della sua Parrocchia: ci mise del suo, e quando venne il momento di collocare il nuovo altare al posto di quello antico, che era stato rimosso, il suo volto raggiava di viva letizia, mentre con le stesse Sue mani aiutava l'opera di esecuzione, Ma, desiderando di arricchirlo ancora di più, si recò a piedi fino a Lione, ove acquistò due piccole teste di Angeli, che collocò ai lati del Tabernacolo; ed infine, nell'intento di sempre meglio adattare il quadro allo sfondo, pensò a ripulire l'assito delle pareti. È facile comprendere che da tutti questi lavori la piccola chiesa acquistò subito decoro e splendore.

Poi per migliorare la economia del buon. Dio, - come egli amava esprimersi nel suo linguaggio lepido ed immaginoso, - visitò a Lione le case di oggetti sacri di culto e di ricamo e vi scelse quanto poté giudicare di maggior valore. «Nei dintorni - dicevano i suoi fornitori, non senza meraviglia - vi ha un curato magro, che si direbbe non avere mai un soldo in tasca, e che domanda per la Sua chiesa tutto quanto vi ha di meglio». Un giorno del 1825, la contessa di Ars lo  condusse a Lione, onde fare acquisto di un paramento per la Messa. Ad ogni modello che gli si presentava ripeteva invariabilmente: «Non è abbastanza bello... ci vuole più bello! ... ». Tutte queste trasformazioni materiali non furono inutili: se non altro, giovarono a dimostrare lo zelo del pastore ed a consolare le anime ferventi; presto però si fece vedere alla chiesa per la Messa festiva anche qualche nuovo viso, - sia pure, forse, spinto più da curiosità che da spirito religioso 3.  

 Il più grave male di questa povera gente era la ignoranza, e per conseguenza «l’indifferenza in materia religiosa»4 e non già l'incredulità, poiché aveva conservato la fede. Il Curato d'Ars, severo ma illuminato, in questa ignoranza vedeva non solo una lacuna, ma un vero e proprio peccato. «Noi siamo sicuri - diceva predicando - che perderà più anime questo solo peccato che non tutti gli altri insieme, perché l'ignorante non sa né il male che fa, né il bene che perde, peccando» 5. Di qui veniva il suo ardore per la istruzione. Una volta lo si aveva visto dissodare il terreno col sudore sulla fronte: quello non era che un sollievo in confronto alla fatica immane che si assunse per la istruzione religiosa.  

 E la istruzione religiosa della gioventù lo entusiasmò per la prima. Ad Ars i fanciulli venivano abituati al lavoro dei campi molto presto: a sei o sette anni erano pastori; a dodici anni ogni fanciullo aiutava suo padre nella semina e nella raccolta, - perché nella Dombes erano rari gli operai-contadini. Ben pochi sapevano leggere: venivano bensì al catechismo nei mesi. piovosi d'inverno, ma di quella istruzione non si interessavano molto, anche perché non erano in grado di studiare. Alla domenica non si vedevano alla Messa, perché venivano  mandati al lavoro dei campi, o perché trattenuti da altre occupazioni. Insomma, vi era tutto da credere che per le cattive compagnie e per la ignoranza religiosa, presto avrebbero preso la via del libertinaggio. Occupati di cose materiali, sempre curvi sulla terra, molti di questi fanciulli vivevano e crescevano come se non avessero avuto un'anima immortale; e la stessa funzione della prima Comunione, nella loro vita, non era che un episodio qualunque.  

Il giovane Parroco cominciò a riunirli al mattino circa le ore sei, tutti i giorni, dalla festa d'Ognissanti fino alla prima Comunione, ed ogni domenica circa l'una del pomeriggio, immediatamente prima dei Vesperi: grazie alle sue industrie ingegnose vi riuscì a meraviglia. «Quando io ero fanciullo - dice Francesco Pertinand, oste e vetturiere di Ars - mi ricordo che ci diceva: “Darò un'immagine a chi arriverà alla chiesa per il primo". Per guadagnare quest'immagine si vide il caso di fanciulli che durante la bella stagione erano già pronti davanti alla porta della chiesa prima delle ore quattro del mattino» 6.  

Il Curato d'Ars non cessò di dare personalmente l'istruzione religiosa se non nel 1845, quando gli fu concesso un coadiutore. - Per ventisette anni compì da solo tutte le funzioni del suo ministero pastorale. «Era lui che suonava per il Catechismo ai ragazzi, - dice l'abate Tailhades. - La preghiera, che precedeva questa istruzione, la recitava in ginocchio e senza mai appoggiarsi. Dapprima cercava di eccitare l'attenzione con alcune riflessioni forti, che generalmente erano così impressionanti che strappavano le lagrime a molti: Si recitava. poi la lezione e, quando questa era finita, seguiva la spiegazione breve, facile e piena di unzione» 7. Voleva che i fanciulli stessero bene attenti, li sorvegliava con assiduità e qualche volta, se fosse occorso, avrebbe inflitto anche benigne punizioni. Ma soprattutto era mirabile in lui l'arte con cui sapeva incoraggiare i fanciulli e cattivarsi, per mezzo di una squisita affabilità, quell'affezione veramente filiale, da cui non  esulava il sentimento della massima venerazione. Voleva che portassero sempre seco la corona del Rosario e lui stesso ne aveva sempre in tasca per darne, a tutti coloro, che avessero perduto la propria 8. Pie persone amavano ricordare, più di settant'anni dopo, questi fatti ben impressi nel loro animo. 

Quando andavamo al Catechismo - diceva nel marzo 1895 il signor Drémieux a Mons. Convert - il Curato Vianney, aspettando che tutti fossero giunti, pregava in ginocchio nei banchi dell'antico coro, sotto le campane 9. Pregava …. ed ogni tanto levava i suoi occhi al Cielo con un sorriso: io credo che allora egli vedesse qualche cosa! 10.  

 

 La signora Drémieux, interrogata sul modo con cui il Curato d'Ars istruiva i fanciulli, lo descriveva passeggiante in mezzo ad essi, pronto a dare ogni tanto qualche scappellotto «ma non forte ... era così buono!» ai piccoli troppo irrequieti. Toccava la guancia col suo catechismo, nel quale segnava la pagina con un dito 11. Alla domenica erano ammessi anche gli adulti ad assistere al catechismo dei fanciulli, ed in queste circostanze la signora Verchère, che, dopo pranzo, aveva il sonno molto facile, più di una volta si fece chiamare all'ordine nel modo stesso dei fanciulli. Ella ne era tuttavia ugualmente contenta, e non sembrava punto offesa da un tale procedimento 12.  

Per le infaticabili ripetizioni del santo Curato, i ragazzi di Ars divennero i meglio preparati in catechismo, in confronto di quelli dei paesi vicini, - come ebbe occasione di proclamare Mons. Devie, amministrando ivi la Cresima. E più tardi i sacerdoti, successi al Curato Vianney nel ministero della Parrocchia, furono spesso meravigliati e nel medesimo tempo edificati, delle conoscenze di religione, che trovavano in quei semplici fedeli, dando ad essi gli ultimi Sacramenti 13  

La ragione era una sola: da fanciulli avevano ricevuto le lezioni di un Santo.  

Ma è anche doveroso aggiungere, che non tutti approfittarono nello stesso modo di queste lezioni: il Curato Vianney esigeva il catechismo parola per parola, e vi erano delle memorie labili, che si ribellavano a questo esercizio. Per uno scrupolo di coscienza che sembrava legittimare il rigorismo eccessivo di alcuni moralisti o più anziani di lui o suoi contemporanei, l'abate Vianney seppe imporre ad alcuni giovani parecchi anni di istruzione supplementare, ritardando così anche la loro prima Comunione, in una maniera incredibile 14.  

Le confidenze del signor Drémieux hanno offerto dei dati precisi:  

 Pietro Cinier, Stefano Perroud, Cinier di Gardes fecero la loro prima Comunione quando avevano già compiuto i sedici anni. Cinier di Gardes vi fu ammesso ad Ambérieux, ed io fui condotto a Mizérieux. Non era certo un piacere l'andare al Catechismo in età così avanzata!... 15.  

***

sabato 18 maggio 2024

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY

 


Per la conversione d'Ars:  

I. - Preghiere e penitenze. 


*** 

La quaresima del 1818, fu per il nostro asceta occasione eccellente per iniziare quel digiuno rigoroso che non cesserà che colla sua vita. Aveva già una preoccupazione di meno, avendo rinunciato alla domestica, ma riuscì anche a ridurre al minimo i suoi bisogni materiali. «Non ebbe mai molta regolarità nei suoi pasti» 15, ma il primo anno del suo ministero pastorale, nelle penitenze, aveva sorpassato ogni misura. Egli stesso più tardi, chiamerà questi eccessi «follie della sua gioventù», (fortunato chi non ne fa d'altre!) ammettendo anche che, in un certo senso, aveva passato i limiti: «Quando si è giovani - diceva ad un prete - si fanno delle imprudenze» 16. 

Circa quindici giorni dopo il suo ingresso ad Ars, arrivava da Dardilly sua sorella Margherita, in compagnia della vedova Bibost, diventata cucini era onoraria della cura d'Ars. L'accoglienza dell'abate Vianney fu cordialissima, ma nulla più. «Cosa devo darvi?» - disse familiarmente alle due visitatrici. «Non ho niente». Dopo un momento di riflessione, pensò alla sua riserva personale, e si ricordò che gli rimanevano alcune patate un poco ammuffite, che egli stesso aveva fatto cuocere. Margherita, raccontando quel fatto ci ha detto: «Noi non abbiamo avuto il coraggio di mangiarne; egli invece ne prese due o tre e le mangiò davanti a noi, dicendo: «Non sono guaste, le trovo ancora buone». Poi aggiunse: «Mi aspettano alla chiesa e bisogna che vada: cercate di aggiustarvi come potete».  

Gothon e la madre Bibost avevano avuto la felice idea di comperare un poco di pane nel villaggio di Trévoux. Trovarono poi nella casa un poco di farina, alcune uova, del burro che una persona caritatevole aveva portato al Curato e che egli aveva dimenticato in un angolo e ne fecero dei matefaims 17,  - che sapevano di suo gradimento; - di più, uccisero due piccoli piccioni, che beccavano l'erba nella corte e li misero allo spiedo. Quando verso mezzogiorno il giovane Curato ritornò dalla chiesa trovò sulla tavola l'arrosto inatteso ed esclamò: «Povere bestie!... Le avete dunque uccise!... Volevo disfarmene, perché fanno danno ai vicini, ma non bisognava farle cuocere». Non volle prenderne e si accontentò di un matefaim 18.  

Lo visitò anche il fratello Francesco, ma, meno previdente della sorella, venne senza alcuna provvista, e, per il pranzo, fu obbligato a raccogliere lui stesso le patate nel giardino ed a farle cuocere nella marmitta del presbiterio 19. Verrà tuttavia un tempo, come noi vedremo, nel quale l'abate Vianney si industrierà di trattare meglio i suoi famigliari.  

Questo periodo di inizio, nel quale «egli era quasi solo, in balia di sé stesso» 20, fu certo il più austero della sua vita 21. Qualche volta, nel fervore della sua penitenza, lasciò passare anche due o tre giorni senza prendere nulla: così pure, durante un'intera Settimana Santa - forse quella del 1818 - non mangiò che due volte 22. Presto si abituò anche a non fare più alcuna provvista e non si mise mai in pena per il cibo del giorno seguente 23.  

La vedova Bibost, prima di ritornare ad Ecully, aveva pensato di farsi sostituire dalla vedova Renard, la quale, nell'intento di prendere sul serio il suo ufficio, aveva portato nel presbiterio buon pane fresco; ma si accorse presto che il santo Curato, senza neppure averlo gustato, lo aveva distribuito ai poveri, accettando da quelli, e qualche volta comperando, quei pezzi di pane che essi avevano trascinato nelle loro bisacce 24.  

La madre Renard gli preparò dei matefaims, e patate bollite che egli mangiava quando ne aveva tempo; ma più di una volta la buona donna «dovette ritornarsene in lagrime, piena di compassione col suo piatto ricolmo». Quando sapeva che era ritornato dalla chiesa andava a battere alla sua porta, ma egli non rispondeva: alle di lei insistenze, senza aprire la porta, gridava: «Non ho bisogno di nulla... non voglio nulla...». Molte volte le disse: «Non verrete più prima della tale data...» e si trattava sempre dello spazio di molti giorni. Quando la cuciniera, non ostante i suoi ordini precisi, veniva qualche giorno prima del tempo fissato, egli rimaneva inflessibile 25. La stessa, cosa doveva accadere ad altre persone, una delle quali diceva sospirando: «È molto difficile servire un santo» 26.  

 Alcune volte egli stesso fece cuocere nella sua marmitta, diventata leggendaria, le patate per un'intera settimana: le collocava in una specie di paniere di ferro, che sospendeva al muro e quando la fame lo tormentava, ne prendeva una o due (la terza, secondo lui, sarebbe stata per il piacere) 27 e le mangiava così, fredde, anche quando la provvista era quasi finita e le poche restanti si coprivano di muffa 28. Altra volta faceva cuocere un uovo nella cenere calda 29, oppure in una: casseruola dal manico lungo, si preparava indigesti matefaims, fatti con un pugno di farina, un po' d'acqua ed un po' di sale.  

 Continuò questo regime fino al 1827, epoca nella quale fu organizzata la casa della Provvidenza: da quel giorno l'abate Vianney prenderà i suoi pasti in questa casa. «Come stavo bene quando ero solo! - diceva scherzosamente. - Quando aveva bisogno di nutrimento cucinavo tre matefaims; quando mangiavo il primo, cuocevo il secondo; quando mangiavo il secondo, cuocevo il terzo e mangiavo il terzo mentre pulivo la mia casseruola e spegnevo il fuoco. Poi bevevo un buon bicchiere d'acqua e ne avevo abbastanza per parecchi giorni» 30.  

Al mezzogiorno della domenica era più trascurato ancora e si accontentava di tre o quattro grammi di pane benedetto, senza per questo permettersi, alla sera, un nutrimento un po' più abbondante 31. Un giorno in cui la fame si faceva sentire più imperiosamente del solito, il «sublime imprevidente» trovò il suo paniere vuoto. Passando presso un vicino fu tradito dal suo aspetto anormale: «Cos'avete, Signor Curato?» gli domandò questi un po' spaventato. «Amico mio, è da tre giorni che non mangio più!». Il buon parrocchiano s'affrettò a portargli la metà di un pane 32. Un giorno in cui faceva visita alla casa di Giovanni Cinier, all'ora del pranzo, si portarono in tavola patate fumanti. «Sono molto belle» disse prendendone una, e dopo averla guardata un istante la rimise nel piatto. Antonio Cinier, uno dei figli presenti a questa scena, ha detto: «Era una penitenza che si imponeva» 33.  

La sua vicina di casa ottenne il permesso di pascolare la vacca nel giardino del presbiterio, che era affatto trascurato. Un giorno sorprese in esso l'abate Vianney, che coglieva dell'acetosa. «Mangiate dunque erba?» gli domandò. Infastidito di essere stato scoperto, rispose: «Sì... provai a vivere d'erba, ma non potei continuare» 34.  

 A parte quanto poté dire in proposito nel villaggio la buona donna, il volto dimagrito diceva abbastanza agli abitanti d'Ars le penitenze che si imponeva il loro pastore. Per intuizione quest'anima mistica sapeva che lo spirito del Male esercita un potere tirannico sulle anime impure ed erano queste che egli doveva liberare. «Questo genere di demoni - dice  il Vangelo - non si scaccia se non col digiuno e con la preghiera» 35. Il Curato d'Ars aveva preso la sua parola d'ordine dalle labbra del Maestro. Venti anni più tardi, il 14 ottobre 1839, in un colloquio confidenziale coll'abate Tailbades, giovane prete di Montpellier, che venne da lui per alcune settimane, onde formarsi all'apostolato direttamente alla sua scuola, rivelò così il segreto delle sue prime conquiste:  

Amico mio, il demonio fa poco conto della disciplina e di altri strumenti di penitenza: lo turba invece la privazione volontaria nel bere, nel mangiare e nel dormire. Non c'è altra cosa che il demonio abbia maggiormente in orrore, che questo genere di penitenza, che, per conseguenza, è più gradito a Dio. Oh! quanto l'ho esperimentato! Quando ero solo nei primi otto o nove anni, ed ero libero di fare a mio piacimento, passavo giornate intere senza prendere nessun cibo, ed allora ottenevo da Dio tutto quello che domandavo per me e per gli altri.  

 Così dicendo, le lagrime gli cadevano dagli occhi. Poco dopo riprese:  

Ora non è più la stessa cosa. Se rimango lungo tempo senza cibo, mi viene a mancare la parola. Ma come vivevo felice quando ero solo! Comperavo dai poveri i pezzi di pane che essi ricevevano in elemosina, passavo la maggior parte della notte in chiesa e non aveva tanti fedeli da confessare come al presente …. Ed il buon Dio mi faceva grazie straordinarie …. 36.  

 Così per il giovane Curato l'epoca delle grandi penitenze fu anche l'epoca delle grandi consolazioni. 


venerdì 18 agosto 2023

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY

 


Per la conversione d'Ars:  

I. - Preghiere e penitenze. 


l Curato d'Ars, coll'amore di Dio e del prossimo, aveva nel sangue quello che si può chiamare «l’istinto della conquista» 1. Energico ed intraprendente per carattere, egli aveva sognato un'esistenza laboriosa e praticamente utile, e, collocato in questa minuscola parrocchia, nella quale non gli sarebbe stato difficile moltiplicare gli svaghi, noi lo vedremo tosto all'opera, per prepararsi, fin dalle prime settimane, giornate veramente ben impiegate e feconde.  

Prima ancora che si scorgessero le incerte luci dell'aurora, quando nel villaggio d'Ars tutti riposavano tranquilli, si sarebbe potuto vedere un bagliore tremolante, che attraversava il cimitero. Era l'abate Vianney, che passava dalla casa alla chiesa, con una lanterna in mano, era il «buon soldato di Cristo» che si recava al luogo proprio della sua preghiera di intercessore. Giunto alla chiesa, passava immediatamente al coro, si prostrava a terra e dava pieno sfogo ai sentimenti del, suo cuore, già così gonfio di desideri e di sofferenza; ad alta voce, nel silenzio solenne della notte, pregava Iddio che usasse  pietà al suo popolo ed al Pastore. «Mio Dio, - esclamava il santo Curato - datemi la conversione della mia parrocchia. lo acconsento a soffrire tutto ciò che vorrete, per tutto il tempo della mia vita!... Anche i dolori più atroci per cento anni, purché il mio popolo si converta» 2. E le sue lagrime cadevano sul pavimento. Allo spuntar del giorno, il povero pastore era ancora là, come indicava la languida luce che si rifletteva sui vetri della chiesa 3.  

Il Curato Vianney trascorreva poi la sua mattinata in eguale occupazione, ogni volta che le opere di ministero non gli imponevano di uscire; e chi aveva bisogno di lui per gli ammalati sapeva che lo si doveva cercare non alla casa, ma in chiesa. Vi furono dei giorni nei quali non uscì se non dopo l'Angelus della sera 4.  

Di solito però, nel pomeriggio, faceva una breve passeggiata attraverso la campagna, anche se non aveva famiglie da visitare, approfittando di questo tempo per pregare con semplici slanci del cuore o con la recita del suo breviario. Cercava l'occasione di dire una parola ai contadini, e poi, col suo rosario in mano, si perdeva nelle strade della foresta o penetrava tra gli alberi, con piena consolazione della sua anima di mistico, anelante alla pace della solitudine, mentre il suo petto, abituato ai puri effluvi della brezza, si dilatava fra questo incanto di natura. Aveva ben ragione di approfittarne, perché era ormai vicino il tempo nel quale non avrebbe più conosciuto un'ora di calma, costretto a vivere quasi sepolto fra le mura della sua chiesa, senza aria e senza sole. Di questo nuovo San Francesco d'Assisi si è detto che allora preferiva andare nel bosco, per fare le sue preghiere, perché là, solo con Dio, meglio contemplava le sue grandezze e si  serviva di tutto, perfino del canto degli uccelli, per elevarsi fino a Lui 5.  

Ma se aveva pensieri di gaudio non gli mancavano pensieri di tristezza. Un giorno Mandy padre, mentre attraversava il bosco della Papesse, sorprese l'abate Vianney inginocchiato. Il giovane Curato, che non si era accorto di lui, piangeva a calde lagrime, e ripeteva: «Mio Dio, convertite la mia parrocchia». Non osando interrompere quella preghiera commovente il pio contadino si allontanò con tutta precauzione 6.  

Il pio pastore prediligeva le magnifiche ombre del castello di Cibeins. Seguiva le sponde del Fontblin, inoltrandosi sotto le grandi querce, e là, credendosi non osservato da alcuno, si prostrava a terra ripetutamente, - almeno a ogni Gloria Patri, delle sue Ore - 7. Similmente, quando recitava il suo breviario cammin facendo, si inginocchiava sempre al principio ed alla fine, qualsiasi fosse stato il tempo od il luogo in cui si trovasse 8.

Univa alla preghiera la penitenza, e perché nessuno fosse testimonio delle sue spaventevoli austerità, per tutta la vita, volle restare solo nel suo vecchio presbiterio. Se qualcuno avesse pagato per i poveri peccatori il prezzo del riscatto, Dio avrebbe perdonato loro più presto, e, secondo quanto fu detto: «salvare le anime, costa» 9.  

Fin dal giorno del suo ingresso, aveva offerto il materasso a gente bisognosa. Ne rimanevano due altri, non ancora distribuiti, ma stavano tuttora in una sala sopra delle sedie. Aveva forse bisogno di un letto? Per molte settimane si accontentò di distendersi per alcune ore su poveri sarmenti, in una sala umida al pianterreno, e questo genere di penitenza gli  causò nevralgie facciali che lo tormentarono per quindici anni 10; allora, invece di migliorare la sua camera, passò a riposarsi nel solaio. Un uomo di Ars che era venuto a 

cercarlo di notte per un moribondo lo intese discendere da quella incomoda dimora 11, ove si accontentava di distendersi sul nudo pavimento, piegando il capo sopra di una trave. La vedova Renard e sua figlia, che abitavano vicino al presbiterio, più volte lo hanno udito muovere, prima di uscire, questo cuscino di nuovo genere 12  

 Ma non di rado questo riposo sommario era preceduto da una penitenza più dura ancora. Alla sera, appena giunto nella camera, si toglieva la veste talare dalle spalle, ed armatosi di una disciplina con punte di ferro, diventava inesorabile verso il suo cadavere, verso questo vecchio Adamo, come egli chiamava il suo corpo. Alcune notti una persona di Lione, che dimorava presso la madre Renard, lo intese flagellarsi per più di un'ora; aveva ogni tanto un po' di sosta, ma poi si riudivano i colpi insistenti. «Quando finirà dunque?» - si chiedeva la vicina piena di compassione 13. Fabbricava lui stesso o, per lo meno, aggiustava e perfezionava i suoi strumenti di penitenza. Al mattino, riassettando la sua camera, si trovavano sotto i mobili resti di catene e di piccole chiavi, con pezzi di ferro e di piombo, sfuggiti durante la disciplina. Ne consumava una ogni quindici giorni. «Faceva pietà - ha detto Caterina Lassagne - vedere la spalla sinistra della sua camicia sdrucita e macchiettata di sangue» 14. Più volte perdette i sensi e cadde contro il muro macchiandolo di sangue. In un angolo della sua camera, nascosto dalle tende che cadono dal cielo del suo letto, si vedono sulla parete a tinta gialla, segni ben visibili di gocce di sangue. L'impronta delle sue spalle sta in tre grandi macchie brune, dalle quali il sangue è sgocciolato fino al pavimento. Altri segni delle dita e delle palme delle mani furono lasciati dal Santo quando si appoggiava per alzarsi.  

***

Canonico FRANCESCO TROCHU


martedì 31 gennaio 2023

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY

 


Parroco ad Ars (1818-1859).

***

Nel misero campo a lui affidato dalla Provvidenza l'abate Vianney seppe scoprire il buon grano, che però era così frammischiato con la zizzania da rendergli la prima impressione particolarmente penosa, tanto più che egli si formò la prima idea della parrocchia, guidato dalla delicatezza della sua coscienza e dall'orrore grande che aveva per il peccato. Per questa direttiva egli scoprì delle colpe che sarebbero completamente sfuggite ad un altro sguardo. Senza perdere il suo tempo in inutili e sterili lamenti, si mise tosto all'opera, non con la pretensione di convertire l'universo intero, ma almeno questa piccola parrocchia che la Provvidenza gli aveva affidato. È da questo punto di vista che bisogna giudicare gli insegnamenti e gli atti dell'abate Vianney fin dai primi anni del suo apostolato in Ars. Collocato in Ars, parlerà per gli abitanti di Ars, tuonerà contro gli abusi di Ars, ma non v'è dubbio che se gli si fosse affidato un altro ambiente la sua azione sarebbe stata ben diversa. Si trattava di combattere abusi e colpe che si ripetono ovunque, sia pure con sfumature differenti, ed egli non cercherà nuove vie di risurrezione morale, ma semplicemente applicherà gli antichi rimedi nelle forme tradizionali.  

Il suo programma era stato meditato ai piedi del Tabernacolo, ed era quello di un pastore zelante per la salvezza del suo gregge: prendere contatto col suo popolo al più presto possibile ed assicurarsi la cooperazione delle famiglie migliori; perfezionare i buoni, richiamare gli indifferenti e convertire i peccatori; ma soprattutto pregare Dio, dal quale vengono con abbondanza tutti i doni, e santificare se stesso, per riuscire a santificare gli altri; infine, fare penitenza per i peccatori colpevoli. Prima di cominciare il suo lavoro si sentiva debole ed insufficiente, ma aveva con sé fin da allora la forza misteriosa della grazia, e quella umiltà che Dio sceglie per abbattere le potenze dell'orgoglio: un santo prete compie grandi cose con mezzi apparentemente insufficienti.  

 L'abate Vianney non era che Vicario-Cappellano di Ars, ma i parrocchiani lo chiamavano Curato, come già avevano fatto con i suoi antecessori. Del resto, egli aveva ricevuto l'investitura con questo nome, la domenica 13 febbraio, quando tutta la parrocchia, fatte poche eccezioni, era là riunita. La cerimonia semplice ma significativa, interessò molto i fedeli. Il vecchio parroco di Mizérieux, abate Ducreux, al quale non era sconosciuto l'abate Vianney 34, seguito dalle autorità venne a riceverlo al presbiterio, ed alla porta della chiesa gli consegnò la stola pastorale, simbolo della sua missione e della sua autorità. Indi lo condusse all'altare ove il giovane sacerdote aprì il Tabernacolo; di là si passò al confessionale, al pulpito, al fonte battesimale. Poi il novello pastore disse al popolo le sue prime parole, nelle quali non trascurò di affermare l'amore che loro portava ed il desiderio che sentiva del loro bene: infine cantò la sua prima Messa solenne per il popolo. Nella rustica chiesa risuonarono poveri canti ... ma quel giorno Ars era in festa.  

Durante la funzione i parrocchiani esaminarono con curiosità il loro nuovo parroco, che già avevano visto, - la maggior parte almeno - quando aveva attraversato la piazza e si era fermato davanti al cimitero; era sembrato di mediocre statura, di andatura un poco inclinata verso sinistra, colla sua veste talare di panno ordinario e le rozze scarpe da campagnolo. Ma quando lo contemplarono all'altare, trasfigurato, celebrando con una maestà imprevedibile 35, sentirono nascere nel cuore la più sincera venerazione per lui, ed una voce favorevole fu l'epilogo della funzione: «Abbiamo una povera chiesa - diceva il sindaco di Ars, autorevole e sicuro portavoce di tutti i dipendenti, uomo di distinto buon senso, che fu capo del comune per 20 anni, - abbiamo una povera chiesa, ma abbiamo un santo Curato» 36   

 L'abate Vianney non si curò punto di abbellire o rendere più comoda la sua casa, e per le disposizioni assolutamente necessarie, incaricò la madre Bibost, in quest'opera più esperimentata di lui. L'aveva condotta seco perché fosse la sua domestica, ma non la ritenne molto ad Ars, perché ben presto seppe fare a meno anche della persona di servizio 37.  

Il presbiterio aveva cinque locali, rischiarati ciascuno da una finestra. Al pianterreno vi era la cucina ed una sala; al primo piano, al quale si giungeva per una scala di pietra, erano tre stanze: una per il curato e due per gli ospiti. Il mobilio era sufficiente e buono. L'inventario che fu allestito in quell'epoca 38 ci parla di sei sedie a braccioli, dallo schienale grande e di una poltrona del medesimo stile; di un'altra poltrona coperta di stoffa siamese verde e rossa, di una tavola da sala con quattro assi di aggiunta, di due letti con baldacchino bleu e bianchi, di un piumino di taffetà celeste e bianco, di due materassi di tela nuova a disegni quadrati e di altri oggetti più o meno ordinari, che erano stati posti a disposizione del Curato. Tutto questo era stato portato al presbiterio a prestito affatto gratuito, da parte dei Signori del castello.  

L'abate Vianney, già ricco per il vecchio letto, che aveva ricevuto in eredità dall'abate Balley, non volle conservare se non il necessario, ed approfittò di una visita al castello per dire alla contessa di Garets che volesse riprendersi tutte queste belle cose, di cui egli non sentiva la necessità. Che cosa ne farebbe degli utensili per l'arrosto? Il suo metodo di vita: sarebbe sempre molto semplice. Piuttosto, se si fosse d'accordo, conserverebbe un letto, due vecchie tavole, una modesta biblioteca, qualche armadio, alcune sedie di paglia, una marmitta di terracotta, una pentola ed altri oggetti utili alla sua minuscola azienda domestica.  

Tutta questa semplicità fece al popolo la più felice impressione. Tale povertà cercata era un rimprovero per tutti quegli abitanti più agiati o ricchi possidenti che trovavano penoso dare un soldo ai poveri, e che si meravigliavano che il loro Curato non tenesse nulla per sé: questo solo fatto bastò perché ai loro occhi fosse conosciuto come il vero uomo di Dio. Di più, i mendicanti, ai quali egli distribuiva l'elemosina con somma liberalità, non cessavano di dire le sue lodi. Da Ecully era venuto con una discreta somma di denaro, ma non gli durerà lungo tempo 39.   

 Pure nella sua semplicità, non si adattò a pensare che la sola sua presenza sarebbe stata sufficiente a fare scomparire ogni disordine dalla sua parrocchia, ma subito nelle prime settimane dopo il suo ingresso, vero conquistatore di anime, si mise in cerca delle sue pecorelle; e prima di tutto cercò acquistare la stima di quel popolo dal Cuore duro e rozzo, nel quale, più che la malizia, regnava l'ignoranza, e guadagnarsi gli animi.  

La visita di sessanta focolari era poca cosa, ma egli ne conosceva il segreto. Verso mezzogiorno, col suo grande berretto, che portava quasi sempre sotto il braccio, usciva dal presbiterio, ben sicuro che a quell'ora avrebbe trovato a casa tutti i membri di ciascuna famiglia. L'incontro non fu ovunque egualmente entusiasta, ma alla maggior parte della popolazione, subito in quel primo saluto non sfuggì - secondo la testimonianza di Guglielmo Villiers, contadino di allora diciannove anni 40, - la sua bontà, la sua giocondità, la sua affabilità: tuttavia non lo si avrebbe immaginato così profondamente virtuoso 41. In quella prima visita non parlò quasi che dei loro interessi materiali, dei lavori della stagione, del raccolto che si attendeva... Cercò di conoscere la situazione delle famiglie,  il numero e l'età dei figli, le diverse relazioni di parentela. Prima di partire aggiungeva un richiamo spirituale e la risposta che otteneva gli era sufficiente per farsi un'idea del maggiore o minor spirito religioso che regnava in ciascuna famiglia.  

Ahimè! Quante lacune e quante miserie! Constatò con dolore che in un certo numero di famiglie da lui dipendenti, specialmente fra coloro che erano cresciuti nell'epoca turbinosa della rivoluzione, cioè i giovani e le giovani, gli uomini e le donne dai venticinque ai trentacinque anni, non si conoscevano neppure le più elementari nozioni di religione, e si dava impunemente lo scandalo della corruzione. Né mancavano quelli che giungevano perfino a vantarsene, affermando che nel ballo, nella profanazione della domenica ... non vi era alcun male 42.  

Come richiamare all'ovile queste anime folli? Il giovane pastore sentì tutto il peso della sua impotenza, ma non si perdette di coraggio; gli rimanevano ancora due cose: Dio e l'avvenire ...  

Canonico FRANCESCO TROCHU


venerdì 14 ottobre 2022

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY

 


Parroco ad Ars (1818-1859).


L'arrivo ad Ars ed il primo contatto.

***

Durante il secolo XVIII Ars era stata una parrocchia sentitamente cristiana e non sarebbe giusto ritenere, in base a racconti esagerati, che l'abate Vianney abbia trovato Ars come un paese di missione, con una popolazione assolutamente senza fede e senza costumi. Nel 1724 aveva già avuto un sacerdote giovane, dotto, licenziato in teologia e diritto canonico, dotato di una grande attività e di zelo illuminato per la salvezza delle anime 13. Questo prete, di nome Francesco Hescalle, ci ha lasciato nei registri dell'archivio di Ars un quadro della vita religiosa della popolazione in quell'epoca. «I fedeli stessi - ci dice - l'hanno dapprima pregato e poi costretto. ad istituire nella loro chiesa la Confraternita del SS. Sacramento, del Rosario e dello Scapolare» 14. La prima domenica di ogni mese questi buoni parrocchiani facevano insieme nella loro chiesa una meditazione sulla morte 15. Il 24 giugno 1734 l'intera parrocchia, guidata dal suo pastore, si era recata alla città per acquistare l'indulgenza del Giubileo di San Giovanni 16. È noto del resto, che in tutta questa parte della Dombes erano in onore le processioni ed i pellegrinaggi che si facevano alla Cappella dei Minimi a Montmerle, il giorno di S. Marco, a Sainte-Euphémie il giorno di San Giorgio, a Rancé il martedì dopo Pasqua. Ma alcuni parroci erano inquieti riguardo al modo col quale si facevano queste incursioni nelle altre parrocchie, e ne fecero rimostranza all'Arcivescovo, notando che, causa il bere, i divertimenti e la danza, tali feste da religiose erano diventate profane. Quasi a porre un rimedio comparve il decreto di Mons. di Neuville, che metteva in guardia il clero contro tali abusi. Allora però il parroco di Ars poteva scrivere, con piena soddisfazione, nei suoi registri: «Io non posso dire che questi abusi siano stati commessi dai miei parrocchiani».  

Al parroco Hescalle successe l'abate Claudio Garnier, che  resse la parrocchia di Ars dal 1740 al 1775. Durante la sua presenza e precisamente negli anni 1762-1763 si fece il campanile in pietra che sostituisse quella specie di gabbia di legno, che vi era fino a quel momento, ma quando venne l'abate Vianney ad Ars questo campanile non esisteva più, per l'opera nefasta del «sanculotto» Albitte, che lo aveva raso al suolo nel 1794.  

Nel 1775 venne ad Ars Sinforiano Eymard, che vi stette fino al 1788. Del suo passaggio ad Ars rimangono poche tracce, all'infuori delle registrazioni sul libro dei battesimi, matrimoni e funerali. Solo alla fine delle annotazioni del 1780 ci fa sapere che cinque dei suoi parrocchiani avevano piantato una vigna, - certamente perché aveva interesse a far risaltare, lui che prendeva a cuore la sorte morale e materiale dei suoi dipendenti, - che il miglioramento del suolo aveva già dato buoni risultati.  

 Il 31 gennaio 1788 venne come parroco Stefano Saunier di 28 anni, sacerdote di Lione e baccelliere alla Sorbona, - secondo quanto dice di sé medesimo sui registri della parrocchia di Ars. - Nel 1791 aveva prestato il giuramento costituzionale e poté rimanere al suo posto, almeno fino al principio del 1793 17. Nel marzo dell'anno seguente fu saccheggiata la chiesetta di Ars da una banda di energumeni, venuti da Trévoux 18. Quantunque avesse prestato il giuramento, venne arrestato, ma fu lasciato presto in libertà: per salvarsi aveva consegnato le sue carte di ordinazione 19.

Nell'ottobre del 1793 non ebbe rossore di comparire in Ars, come mercante, egli che di Ars era stato il pastore legittimo 20. L'umile chiesa fu convertita in un ritrovo, ove si riunivano le più influenti personalità del villaggio per discutere gli affari comuni, e servi anche per luogo di riunione nelle feste delle decadi. Secondo «una tradizione locale, tuttora viva, il cittadino Ruf, antico usciere di Trévoux, si era presentato in: questa regione della Dombes come il missionario ridicolo della Dea ragione» 21.  

Ma nella regione vi erano ancora dei preti travestiti, fedeli alla propria missione. Così dal libro dei battesimi, allestito sulle testimonianze dei padrini e delle madrine, deduciamo che nella parrocchia di Ars in questo tempo passarono anche l'abate Chauas, parroco di Trévoux (1793), il P. Giovanni Battista, cappuccino (1794), gli abati Blanc e Condamin (1795). È probabile che questi preti abbiano celebrato la S. Messa ed amministrati i Sacramenti in due luoghi su cui si riafferma un'antica tradizione: presso i Dutang, alla masseria dell'Epoux 22,  ed al castello dei Garets; si trattava però sempre di visite che questi confessori della Fede facevano, passando per il villaggio ad epoche prestabilite, solo per utilità di alcuni gruppi scelti, senza che la massa della popolazione neppure se ne accorgesse 23. Nessuna meraviglia quindi che ancora nel 1801, quando nella Francia intera si ricominceranno a riparare i danni causati dalla rivoluzione, la parrocchia di Ars, quanto a fede e costumi, sia stata. in piena decadenza.  

 Ma è vero che, anche dopo lungo tempo, le anime si risvegliano ancora. Così quando nel 1801 un altro sacerdote, un antico certo sino, di nome Giovanni Lecourt, che si diceva «missionario delegato dal Consiglio», venne a predicare una missione a questa povera gente, che era stata troppo tempo affatto abbandonata, ottenne buoni risultati: se guardiamo i registri della parrocchia, troviamo che in quella occasione poté battezzare molti fanciulli, già grandicelli, e regolare anche dei matrimoni. Ma, appena finita la missione lascia Ars per evangelizzare altre località. Il 30 maggio 1803, il consiglio municipale di Ars - questo villaggio rimaneva tuttavia comune, anche se non era più parrocchia - votò una somma di franchi 1800 per riparare la chiesa, pagare l'affitto della casa parrocchiale, avere un Vicario residente, e comperare dei paramenti ed una campana 24.  

L'amministrazione diocesana tenne calcolo di queste buone disposizioni, ed in principio del 1804 mandò ad Ars l'abate Lecourt, col titolo di Vicario 25. Questo sacerdote riprese l'attività degli antichi missionari, in cerca delle pecorelle smarrite; ma disgraziatamente si fermò troppo poco nella parrocchia e non poté svolgere un’azione organizzata e duratura. L'anno seguente fu trasferito alla parrocchia di Jassans e fino al 1806 Ars, unito direttamente a Mizérieux, non ebbe altro servizio  religioso oltre quello che poteva prestargli l'abate Amato Verrier, che doveva provvedere contemporaneamente anche a Mizérieux, Toussieux, Sainte-Euphémie, Saint-Didier-de-Formans.  

Venne in seguito come vicario a Mizérieux l'abate Berger, che amministrò la cappellania di Ars 26 col medesimo titolo. Il 22 aprile 1807 conduce a Trévoux 85 persone di AI'S, cioè un terzo della popolazione, che ricevettero il Sacramento della Cresima dalle mani del Cardinal Fesch. Ad Ars la contessa di Garets lo stimava molto ed avrebbe desiderato di averlo stabilmente, ma egli stesso domandò la sua traslazione e nell'ottobre del 1817 passò a Sury-le-Comtal, come vicario.  

Nel dicembre vi fu nominato un giovane prete di 26 anni, l'abate Déplace, che morì poco dopo il suo ingresso. Gli abitanti di Ars, presi da compassione, vedendolo arrivare così malaticcio nel cuor dell'inverno, - secondo la testimonianza dei Garets, - fecero a gara a portargli chi quattro, chi quindici, chi anche cinquanta fascine... prova questa della stima che essi avevano per il loro Curato e del desiderio che si trovasse bene in mezzo a loro 27.  

Ma, - è doveroso notarlo - in questi ultimi venticinque anni Ars non si distinse affatto dal punto di vista religioso, causa l'invadenza del paganesimo, che penetrava nelle anime, portando, se non la perdita della fede, almeno il suo indebolimento. «C’era nella parrocchia una certa noncuranza e negligenza»; - ha detto un testimonio ben informato. - «Non credo v: fossero eccezionali disordini, ma almeno una deplorevole indifferenza per le pratiche religiose» 28.  

Alla domenica si mancava alla Messa per i più futili moti vi è con la più strana indifferenza, e per di più si lavorava anche senza alcuna necessità, specialmente al tempo della raccolta del fieno e del grano. Negli uomini, nei giovani ed anche nei fanciulli vi era l'esecrabile vizio della bestemmia. «Ars aveva quattro osterie, ove i padri di famiglia andavano a consumare la loro fortuna» 29, e specialmente alla sera della domenica e del lunedì non mancavano gli ubriachi che turbavano la pace del villaggio. Le giovani erano appassionate per la danza; le veglie, a lungo protratte nella notte, diventa vano la sorgente di gravi peccati.  

Oltre a questo, regnava molta ignoranza. I fanciulli non erano assidui al catechismo, e pochi, del resto, lo sapevano leggere, cosa che non deve fare meraviglia ove si ricordi che ad Ars non vi era scuola e che si trattava di persone le quali, almeno durante la bella stagione, erano obbligate a passare ai campi quasi intera la loro giornata. Al sopraggiungere dell'inverno, un maestro improvvisato apriva una scuola per i fanciulli e le fanciulle, ma i figli dei poveri non erano ammessi e vagabondavano senza ricevere nessuna istruzione.  

Il quadro non si presentava quindi soverchiamente lusinghiero, ma Ars non era né peggiore, né migliore dei paesi vicini. Non che ci fosse odio contro il sacerdote: al contrario esisteva un fondo di religione, ma mancava la pratica della vera pietà 30. Diremo che per avere un'idea giusta di quello che era Ars a quel tempo basta dare uno sguardo alle prediche che l'abate Vianney teneva allora al suo popolo, tanto più che la maggior parte dei discorsi che ancora si conservano, sono precisamente quelli che egli stesso scrisse nei primi anni di apostolato; in questi discorsi è chiaramente dipinta la mentalità di quegli abitanti, per i quali prima di tutto e sopra tutto stavano gli affari materiali.  

 Ma, grazie a Dio, insieme alla zizzania vi era anche il buon grano; vi era ancora in Ars la Confraternita del SS. Sacramento, istituita dall'abate Hescalle e non mancavano le famiglie, che tutt'ora mantenevano abitudini esemplarmente cristiane. Fin da principio il giovane Curato nella sua opera di restaurazione ebbe come fedeli alleati il sindaco Antonio Mandy e Michele Cinier, consigliere municipale, le famiglie dei quali, come del resto anche le famiglie Lassagne, Chaffangeon, Verchère erano assidue alle funzioni domenicali. Un seminarista originario di Ars, l'abate Renard, studiava al collegio di Sant'Ireneo 31, a Lione. Al castello stava Maria-Anna-Colomba Garnier dei Garets, meglio conosciuta col nome di contessa d'Ars, che occupava il suo tempo tra le cure della casa, la visita ai poveri e le pratiche di una pietà un po' meticolosa. Secondo un'abitudine ereditata dalla madre, ogni giorno recitava il suo breviario con un vecchio servo fedele, che in paese era conosciuto col nome riverente di signor Saint-Phal.  

La contessa d'Ars aveva allora 64 anni; era piccola di statura, ma distintissima 32. Della sua prima educazione alla casa di Saint-Cir, aveva conservato certi modi un po' antiquati, dell'antico regime, ma prettamente francesi, che davano alla sua conversazione tanta giocondità e tanta grazia. - La Rivoluzione l'aveva lasciata indisturbata, insieme a sua madre; e questo basta a dirci tutta la simpatia che ella stessa si era ivi acquistata 33. Fu pronta ad aprire la porta delia sua casa a quei preti che avessero voluto nascostamente celebrare la Messa; né sembra che alcuna noia sia venuta ad essa da questo vero delitto antirivoluzionario. - La contessa d'Ars era molto amata dai poveri per i quali pagava pigioni e comperava vitto e vestiti, come affermano i suoi «Pro Memoria», nei quali teneva nota di tutte le sue elemosine anche minime. La sua influenza tuttavia non era stata molto considerevole fino al momento in cui giunse ad Ars l'abate Vianney. Se ne viveva sola nella sua vecchia casa, talvolta visitata dalle famiglie nobili del paese; un suo fratello, il visconte Francesco,  viveva a Parigi, al boulevard Saint-Germain, e non faceva che rare visite ad Ars: era stato capitano dei dragoni nel reggimento di Penthièvre e cavaliere di San Luigi, ed aveva sposato una giovane di Bondy, dalla quale non ebbe figli.  

* * *  

Canonico FRANCESCO TROCHU

sabato 30 luglio 2022

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY

 


Parroco ad Ars (1818-1859).


L'arrivo ad Ars ed il primo contatto.  

Ars ebbe lungo i secoli nomi diversi. Fu chiamata Artis villa, Arte, Arz, ed infine Ars 1. Sembra sia una località di origine molto antica, perché una pietra druidica che si vedeva ancora, non molti anni or sono, a poca distanza dalla borgata, lascia comprendere che da antichissima data vi furono abitanti in questa regione, tuttavia non ci è dato trovare il nome di Ars nei documenti anteriori al secolo X; solo da uno scritto dell'anno 980 sappiamo che ad Ars era stata costruita una chiesa e che la parrocchia era già organizzata 2. Rimase però sempre un villaggio di poca importanza.  

Ars è collocata a 35 km. al nord di Lione 3, nel distretto e nel circondario di Trévoux, sull'altipiano della Dombes. La Dombes, altrove montuosa e folta di alberi, nella regione dell'Ain diventa una pianura argillosa, favorevole alle acque stagnanti, senza foreste, con boschi di betulle o querce, e filari di olmi, allineati ai margini delle vie e dei prati, ed alberi di noci e salici sulle sponde dei ruscelli. 

I monti tranquilli del Beaujolais limitano ad occidente l'orizzonte di Ars; tutta la campagna dà l'aspetto di ondulazioni a larghe pieghe sulle quali si elevano dispersi alcuni boschetti di alberi. Non vi è più il piano ampio e monotono delle acque stagnanti, ma non vi sono ancora i ricchi colli che piegano verso la Saòne.  

Ars sta sul pendio di una valle al cui fondo scorre il fiume Fontblin, piccolo torrente in inverno, e che si cambia in estate in un minuscolo getto d'acqua che si profila tra i ciottoli bruni. L'anno 1818 il villaggio di Ars era meschino e di triste aspetto: contava una quarantina di case basse, costruitte con materiale argilloso e sparse in mezzo ai frutteti; a mezza costa stava, la chiesa, - se con questo nome poteva essere indicata una costruzione dall'aspetto giallastro con finestre comuni, sormontata da quattro travi che dovevano sostenere una campana fessa 4. Secondo l'antica abitudine, le croci del cimitero erano applicate ai muri esterni della chiesa. Di fuori era una piccola piazza sulla quale si elevavano ventidue magnifiche piante di noci. Vicino alla chiesa stava il presbiterio, (allora in affitto ad un contadino), preceduto da una corte di poca superficie.  

In fondo alla valle, solitario in mezzo a grandi alberi, sorgeva il castello dei Garets d'Ars, costruito nel secolo XI, come abitazione feudale, con vicina una torre, circondato da fossi, ed abbellito di merli: al presente tutto questo apparato guerresco era scomparso e l'antica abitazione aveva l'aspetto di una grande casa di campagna, quieta e melanconica, lontana da ogni rumore di caccia e dai divertimenti di altri tempi.  

Le strade erano impraticabili, ed Ars sembrava sperduta  in una solitudine inaccessibile: se ne parlava come di un buco, nel vero senso della parola. Gli abitanti erano contadini e non uscivano quasi mai da Ars.  

Ars è situato a trenta chilometri da Ecully. Il nuovo pastore vi veniva a piedi con minuscolo equipaggio, accompagnato dalla madre Bibost, che aveva avuto cura del suo piccolo corredo di scolaro. A poca distanza, in una carrozza, guidata non si sa da chi, seguivano alcuni utensili, un letto ed i libri ereditati dall'abate Balley.  

Il parroco novello stentò a scorgere la sua parrocchia; nascosta da fitta nebbia, che si spandeva su tutta la campagna, e non trovò nessuno che gli indicasse la via; per cui, passato il villaggio di Toussieux, si smarrì e viaggiò un poco alla ventura. Sulla prateria scorse alcuni fanciulli che custodivano le loro pecore e li avvicinò domandando che gli indicassero la via che conduceva al castello d'Ars, che credeva situato nel villaggio stesso; ma questi pastori, che parlavano solamente il dialetto del loro paese, non riuscendo a capirlo, l'obbligarono a ripetere più volte la medesima interrogazione. 

Finalmente il più intelligente di quei fanciulli, di nome Antonio Givre, poté comprenderlo e riuscì ad indicare agli sconosciuti la via giusta. «Amico mio, - gli disse allora il sacerdote con riconoscenza, - tu mi hai indicato la via per Ars ed io ti indicherò la via per il Paradiso» 5.  

Il giovane pastore spiegò anche al Curato Vianney che là erano i confini della parrocchia di Ars, ed allora il Santo Curato si pose in ginocchio e pregò ... 6.   

 La piccola comitiva si mise in viaggio per il nuovo sentiero indicato, discendendo il pendio che conduce fino al fiume Fontblin. L'abate Vianney scorse presto alcune casupole, riunite attorno ad una piccola cappella 7, e, vedendo al calare della  notte queste case basse, coperte di paglia, pensò: «Come è piccolo!». Ma poi collo sguardo del profeta, con un presentimento soprannaturale, aggiunse: «Questa parrocchia non potrà contenere tutti coloro che più tardi verranno qui!» 8. Si inginocchiò di nuovo ed invocò l'Angelo Custode della sua terra 9, poi fece la sua prima visita alla chiesa.  

 Ars riceveva un buon prete nel senso più esteso della parola 10, un prete santo di cui nessuno forse poteva prevedere nulla, un prete che un giorno sarà onorato sugli altari. Fino a questo momento, il mondo aveva ignorato quasi completamente le sue virtù, ma le alte virtù non sono necessariamente la santità. Quantunque fosse già molto zelante e mortificato, l'abate Vianney non aveva ancora realizzato in sé stesso, a quest'epoca della sua vita, «quell’ineffabile dolcezza» 11, quella meraviglia di penitenza e di abnegazione, che dal 1925 in poi, dovevano collocarlo fra i più grandi ed i più popolari di questi eroi, che noi chiamiamo i Santi.  

Il mattino del 10 febbraio la campana della chiesetta di Ars diede il segnale della Messa, e la popolazione si accorse di avere un pastore. Vi furono delle anime pie che se ne rallegrarono, ma la massa del popolo non ne fece gran caso. «Ci fu meraviglia, quando si sentì suonare per la Messa - ha detto la Contessa di Garets - e si diceva: "Sentite!... è arrivato un parroco nuovo! …» 12  

* * * 

Canonico FRANCESCO TROCHU 

lunedì 13 dicembre 2021

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY

 


I nostri due cenobiti nella casa di Ecully, vivendo in comune, in conformità di quanto prescrivevano gli statuti di Lione, godevano di una intimità senza nubi. Facevano insieme i loro esercizi di pietà e qualche volta anche i loro pellegrinaggi a Nostra Signora della Fourvière... così poveri che dovevano ripararsi sotto l'unico ombrello della casa parrocchiale 30. Di mutua intesa, copiavano preghiere che poi divulgavano fra le anime pie della parrocchia 31, ed insieme composero quel piccolo Rosario dell'Immacolata Concezione, che ad Ars si recita ancora prima della preghiera della sera 32.  

Così passarono l'anno 1816 e le prime settimane del 1817. 

L'abate Balley non aveva che sessantacinque anni, ma aveva vissuto da proscritto durante il tempo del Terrore e gli anni di persecuzione raddoppiano l'età. Nel mese di febbraio, ammalato da un ulcere ad una gamba, fu costretto a mettersi a letto, e da allora non poté quasi più alzarsi, né sembra abbia avuto molta parte nel ministero della parrocchia di Ecully: vi è un solo atto che porta ancora la sua firma ed è una sepoltura del 5 giugno 1817. Era dunque il suo devoto vicario che suppliva a tutto in questo periodo di tempo segnato con tante amarezze. L'abate Balley non perdeva la sua calma: soffriva volentieri i dolori causati dall'ulcere, che, colla decomposizione lenta del sangue, preparava la cancrena. I medici lo visitarono e dichiararono che non sarebbe più guarito. Il 17 dicembre, dopo di essersi confessato al suo «caro prete», al suo figlio di predilezione, e dopo di avere ricevuto da lui il Viatico e l'Estrema Unzione, il venerato pastore di Ecully, pieno di meriti, volò al Signore 33.  

Si racconta che quando fu terminata la cerimonia e furono partiti i parrocchiani, il Curato morente, rimasto solo col Vicario, diede al suo «caro Vianney» gli ultimi consigli, raccomandandosi alle sue preghiere. Poi, ritirando dal capezzale i suoi strumenti di penitenza, glieli consegnò, mormorando a bassa voce: «Prendi, figlio mio, e nascondi tutte queste cose: se, dopo la mia morte, si scoprissero questi oggetti, si crederebbe che ho sufficientemente espiato i miei peccati e mi sì lascerebbe in purgatorio fino alla fine del mondo» 34. La disciplina ed il cilicio dell'abate Balley servirono ancora 35.  

L'abate Vianney lo pianse come un padre a cui tutto doveva e conservò di lui un ricordo imperituro; amava ripetere: «Ho visto anime belle, ma non più belle della sua». I lineamenti di quella fisionomia si erano stampati nella sua mente in modo tale che dopo molto tempo, anche negli ultimi anni della sua vita, diceva: «Se fossi pittore ne potrei ancora fare il ritratto». Ne parlava spesso colle lagrime agli occhi 36, ogni mattina lo ricordava nel Canone della sua Messa e fino alla morte, lui, così distaccato da tutte le cose, amerà conservare sul suo camino uno specchio dell'abate Balley, perché aveva riflesso il suo volto 37. Anche in Ecully e nei dintorni la memoria di questo prete rimase in venerazione 38  

* * * 

Era appena stato sepolto il Curato Balley, che i parrocchiani di Ecully fecero all'Arcivescovado un passo che dimostra di quanta stima fosse già circondato in mezzo a loro l'abate Vianney, cioè lo domandarono come curato. La loro richiesta non ebbe però esito felice 39 e d'altronde l'interessato medesimo forse non avrebbe accettato, perché più tardi dirà: «Io non avrei voluto essere parroco di Ecully, perché è una parrocchia molto importante» 40. Il Vicario generale, al posto dell'abate Balley, mandò l'abate Tripier, ed il vicario rimase al suo posto.  

L'abate Tripier non si credette obbligato in coscienza a seguire le orme del suo predecessore, né intendeva fare della sua casa un convento di trappisti o di certosini; anche il suo vicario gli parve presto esagerato, specialmente quando si rifiutava di seguirlo nelle visite ai confratelli od alle famiglie più distinte, col volgare pretesto che aveva una veste poco conveniente per una compagnia decorosa 41. Fu forse l'abate Tripier che domandò un altro vicario? È possibile, perché l'amministrazione diocesana non tardò ad occuparsi dell'abate Vianney.  

Dal 21 gennaio 1818, per la morte del titolare abate Antonio Déplace, giovane prete di ventisette anni, che soccombeva consunto, dopo un ministero di ventitré giorni 42, era vacante Ars, piccola cappellania del dipartimento dell'Ain 43, di duecentotrenta anime appena 44. Ci si doveva mettere ancora un prete? Si dubitava e la conclusione affermativa si appoggiava sulla ragione che Ars distava da Mizérieux, centro religioso, ben tre chilometri. Si aveva bensì pregato il parroco di Savigneux, abate Durand, di assumere l'assistenza interinale di questa cappellania, ma ne era seguito che, per varie settimane, Ars parve dimenticata. La decisione dei Vicari Generali deve poi essere stata sollecitata da un interessamento personale della contessa di Garets, che si ostinava a ritenere come urla vera parrocchia la Cappellania di Ars 45.  

In principio del mese di febbraio l'abate Giovanni Maria Battista Vianney veniva a sapere che il piccolo villaggio di Ars nella Dombes era affidato alle sue cure. Il giovane prete non si inquietò per sapere se Mons. Courbon mandava nel dipartimento dell'Ain, che era diventato una specie di Siberia per il clero della diocesi di Lione, i preti che gli sembravano presentare il minor grado di garanzia46; ma con tutta semplicità andò a trovare il Vicario Generale, che gli rimise l'atto di nomina dicendogli: «Non c'è molto amor di Dio in quella parrocchia, ma voi ce ne metterete»47. L'abate Vianney rispondeva che quello era appunto il suo desiderio. Ma il Vicario Generale aveva anche creduto di dovere incoraggiarlo: gli si affidava certo una parrocchia delle più umili, quasi senza risorse, con solo una prebenda annua di franchi cinquecento, insomma quella di un vicario 48. Ma Iddio non lo avrebbe abbandonato nella sua lontana parrocchia; Ars aveva la fortuna di possedere un castello ove abitava una buona donna che lo aiuterebbe col suo denaro e colla sua influenza 49. Così parlava Mons. Courbon a questo prete di trentadue anni.  

Il 3 febbraio 1818, l'abate Vianney compiva ad Ecully il suo ultimo atto di ministero ed il giorno 9, di buon mattino, si metteva in viaggio alla volta di Ars.  

Canonico FRANCESCO TROCHU 

martedì 26 ottobre 2021

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY

 


Il Vicariato d'Ecully (1815-1818).  

* * * 

Quando il Vicario generale Courbon disponeva dell'abate Vianney per la parrocchia di Ecully, il suo affezionato maestro otteneva di averlo vicino a sé, nella casa sua, per aiutarlo a  continuare gli studi di teologia. Così nei momenti lasciati liberi dalle occupazioni pastorali, si riprese il Rituel de Toulon, ed il maestro poté spiegare in un modo più pratico il dogma, la morale e la liturgia. Quando uscivano insieme, il Curato Balley proponeva al suo discepolo casi di coscienza più o meno imbrogliati, dei quali il giovane vicario doveva dare la soluzione, precisando le ragioni che lo inclinavano a preferire una soluzione piuttosto che un'altra 18.  

Ma la casa parrocchiale di Ecully non era stata scelta da Dio per il nostro giovane sacerdote solamente perché fosse per lui la più sicura dimora: quella era anche una vera scuola. di santità.  

Ben presto, tra l'abate Balley, sacerdote di straordinaria mortificazione, ed il suo giovane vicario, si impegnò una spaventosa emulazione di austerità 19; secondo la espressione del canonico Pelletier, parroco arciprete di Treffort, «si aveva un santo vicino ad un altro santo» 20. Più tardi l'abate Vianney farà questa confessione di una commovente umiltà: «Avrei finito per essere un po' buono anch'io, se avessi avuto la fortuna di rimanere sempre coll'abate Balley. Nessuno mi ha mai fatto comprendere meglio di lui fino a quale punto l'anima può liberarsi dai sensi e l'uomo può rendersi simile ad un angelo. Per sentirsi spinti ad amare Dio, bastava sentirlo ripetere: Mio Dio, vi amo con tutto il mio cuore.» 21.  

 L'abate Balley portava il cilicio ed il nostro Santo chiese segretamente alla madre Bibost ed alla figlia di lei, Claudina, di preparargli un farsetto di crine che egli avrebbe indossato sulla carne 22. Quando non arrivavano ospiti a turbarli nelle loro piccole abitudini era una gara tra Curato e Vicario nel mortificarsi: mai vino 23, qualche patata con pane bigio era riputata sufficiente, ed il pezzo di carne, dopo ripetute comparse sulla  tavola, diventava nero ... 24. Questo modo di mortificarsi fu poi portato a tale punto che alcuni buoni fedeli di Ecully credettero bene di avvisarne il superiore. Rispondeva l'abate Courbon: «Siete ben fortunati voi, parrocchiani di Ecully, che avete due preti che fanno penitenza per voi! ...» 25. Più ancora, il Curato denunciò il Vicario all'autorità, perché passava i limiti ed il Vicario denunciò il Curato per eccessi di mortificazione: l'abate Courbon li congedò entrambi con benevolo sorriso 26.  

Vi erano, però, anche delle eccezioni alla regola ordinaria dell'austerità, poiché, quando si trattava di ricevere ospiti, tra i quali vi fu qualche volta l'abate Groboz coi Vicari generali, la tavola lasciava la sua figura severa ed il «menu» era migliore e più vario 27.  

 Si teneva precisamente uno di questi pranzi, quando, in un mezzogiorno del mese di ottobre, giunse una contadina, vestita secondo il costume della Forez, che chiedeva di vedere Giovanni Maria. La domestica riferì che stava a tavola con vari ospiti, ma ciò non turbò la pia donna, che non temette neppure di turbare la festa. Era la madre Fayot. Forte nel suo desiderio di vedere l'abate Vianney, entrò nella sala ove erano anche i Vicari Courbon e Bochard: e conobbe tosto il suo «buon figliuolo». L'abate Vianney si era già alzato e pieno di rossore si avanzava verso la sua «buona madre», che, abbracciandolo, stampò sulle sue guance due baci sonori 28.  

 L'austerità e la penitenza dell'abate Balley non lo avevano reso né misantropo né insocievole. Conservava relazioni ed amicizie, visitava con frequenza la famiglia Loras ed era favorevolmente conosciuto dal signor Antonio Jaricot, distinto industriale, che aveva comperato a Tassin, vicino ad Ecully, una casa di campagna, lasciata presto alla sua figlia maggiore, passata a nozze col signor Perrin. La sorella di costei, Paolina  Jaricot, di allora diciotto anni, nella bella stagione veniva ad abitare a Tassin. Per qualche tempo era stata inclinata ad una mondanità, della quale non poteva neppure supporre il pericolo, ma presto la si aveva vista rinunciare ai vani ornamenti, per diventare un modello di pietà. Il castello vide qualche volta riuniti colla famiglia Jaricot ed il clero della parrocchia, anche altri ecclesiastici molto distinti, tra i quali il futuro Cardinale Villecourt e l'abate Wurtz, vicario a Saint-Nizier di Lione e confessore di Paolina.  

Fu in queste riunioni di Tassin che per la prima volta l'abate Vianney, umilmente seduto ad un lato della tavola come Paolina Jaricot, sentì parlare della giovane Santa Filomena, Vergine e Martire, il cui corpo era stato scoperto da appena pochi anni in una delle catacombe romane e che, secondo quanto si diceva, moltiplicava i miracoli. Il nostro Santo allora non immaginava certo quale parte avrebbe avuto nella sua vita e nel suo cuore la piccola Santa, immolata ai primi tempi della cristianità 29.  

***

Canonico FRANCESCO TROCHU