Visualizzazione post con etichetta NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE. Mostra tutti i post

giovedì 16 aprile 2020

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE



DAL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

1033. "Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: "Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna" (1Gv 3,15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola "inferno".

1034. Gesù parla ripetutamente della "Geenna", del "fuoco inestinguibile", che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l'anima che il corpo. Gesù annunzia con parole severe che egli "manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno... tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente" (Mt 13,4142), e che pronunzierà la condanna: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!" (Mt 25,41).

1035. La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esisenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, "il fuoco eterno". La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

1036. Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l'inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l'uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione. "Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla Vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!" (Mt 7,13-14).
Siccome non conosciamo né il giorno né l'ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l'unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove "ci sarà pianto e stridore di denti".

1037. Dio non predestina nessuno ad andare all'inferno; questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole "che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" (2Pt 3,9): Accetta con benevolenza, o Signore, l'offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti.

(Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

venerdì 3 aprile 2020

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE



LA PENA ETERNA

Monsignor De Ségur (1881) nel suo libro L'Enfer racconta il seguente episodio che apprese direttamente da un parente della dama a cui il fatto si riferisce: "In quel tempo, Natale del 1859, ella era ancora viva. Si trovava a Londra nell'inverno dal 1847 al 1848, vedova sui 29 anni, ricca e appassionata dei divertimenti. Fra le eleganti persone che frequentavano il suo salotto, si faceva notare un giovane signore le cui continue visite la compromettevano non poco. Una notte, la signora stava leggendo a letto un romanzo. Udito suonare il tocco dell'orologio, spense le candele e stava per addormentarsi, quando s'accorse che una luce strana, pallida, sembrava avvicinarsi. Con stupore e sgomento vide aprirsi lentamente la porta ed entrare nella camera quel giovane signore, il quale prima che ella potesse pronunciare parola, le si avvicinò, le strinse il braccio sinistro al polso e con accento disperato le disse: "Vi è l'inferno". Per lo spavento e per il dolore di quella stretta, la signora svenne. Rinvenuta chiamò la cameriera. Costei, entrando, sentì un forte odore di bruciato, e avvicinatasi alla padrona che a stento poteva parlare, vide che aveva intorno al polso una scottatura così profonda che le carni si erano quasi consumate. Osservò pure che dalla porta del salone fino al letto e dal letto alla porta c'era sul tappeto impressa l'orma di un passo d'uomo che aveva bruciato il panno da parte a parte. L'indomani, l'infelice signora venne a sapere, con spavento, come quella notte, verso l'una, quel giovane era caduto ubriaco fradicio e che i servi l'avevano raccolto e portato nella sua camera dove improvvisamente morì". All'epoca in cui quel vicino parente della signora narrava il tragico caso, la sventurata portava ancora al polso sinistro una larga fascia in forma di braccialetto che non toglieva mai.

Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

giovedì 12 marzo 2020

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE



IL DESTINO DEI GIUSTI E DEGLI EMPI

Sono 23 i luoghi nei quali i Vangeli fanno riferimento al fuoco dell'inferno, con espressioni che non attenuano la serietà del castigo annunciato nell'Antico Testamento. Come insegna con evidenza la parola del ricco epulone, il destino dei giusti e degli ingiusti, nella fase escatologica, è differente: "Ecco lui "Lazzaro" è consolato e tu "il ricco" sei in mezzo ai tormenti". La medesima verità viene insegnata in molti altri passi, per esempio: "Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti".
Un'altra pagina che afferma la diversa sorte dei giusti e degli ingiusti, è il cosiddetto discorso escatologico (capitoli 24 e 25 di san Matteo): "Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra". Nel Nuovo Testamento, servendosi costantemente di termini usati dall'Antico Testamento, il Signore e gli apostoli fanno riferimento alla condizione di dannazione eterna con diverse espressioni, oltre a inferno: Geenna, abisso, fornace ardente, tenebre esteriori, luogo di tormenti, morte seconda, ecc. Giovanni Paolo II, in linea con la tradizione teologica e magisteriale, ne offre una linea interpretativa: "Le immagini con le quali la Sacra Scrittura ci presenta l'inferno devono essere interpretate correttamente. Esprimono l'estrema frustrazione e vuoto di una vita senza Dio. L' inferno, più che un luogo, indica la situazione a cui giunge colui che liberamente e definitivamente si allontana da Dio, fonte di vita e di gioia".
Con dichiarazioni della Sacra Scrittura così perentorie, la fede nell'esistenza dell'inferno nel corso della storia della Chiesa è stata costante: i Padri apostolici riprendevano le formule del Nuovo Testamento; e i primi simboli della fede affermavano l'esistenza della condanna, come per esempio quello detto Quicumque o Simbolo atanasiano, nel quale si afferma: "E quanti operarono il bene, andranno alla vita eterna; quanti, invece, il male, nel fuoco eterno".
Nei primi secoli, solo alcuni gnostici negarono l'esistenza dell'inferno, sostenendo invece che coloro che non si salvano, saranno annientati. Ma questo "non stare con Cristo" il Signore non lo spiega come annientamento, bensì come tormento e dolore eterno. Gli avventisti e i testimoni di Geova, basandosi su un'esegesi assai poco fondata, difendono oggi, come anticamente alcuni gnostici, l'annientamento totale di quanti non fanno parte del numero degli eletti. Fra i successivi documenti magisteriali sono da evidenziare le definizioni sull'esistenza dell'inferno date dal Concilio Lateranense IV (anno 1215) (nel quale viene definita anche l'eternità delle pene), dal Concilio di Lione (anno 1274) e da quello di Firenze (anno 1439) (in cui viene dichiarato che la condanna inizia immediatamente dopo la morte).
Le più importanti affermazioni dogmatiche sull'inferno sono raccolte nella Bolla Benedictus Deus di Benedetto XII (anno 1336), nella quale si legge: "Noi inoltre definiamo che, secondo la generale disposizione di Dio, le anime di coloro che muoiono in peccato mortale attuale, subito dopo la loro morte discendono all'inferno, dove sono tormentate con supplizi infernali". Come osserva il cardinale Joseph Ratzinger, la dottrina dell'inferno si scontra con la nostra idea di Dio e dell'uomo, ma è fortemente radicata nell'insegnamento di Gesù. Tanto che non è possibile alcuna incertezza: è un dogma di fede con una base molto solida nel Vangelo e negli scritti apostolici, sia quanto all'esistenza dell'inferno che all'eternità delle pene.
Dicono fra loro sragionando: "La nostra vita è breve e triste; non c'è rimedio, quando l'uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. È un fumo il soffio nelle nostre narici, il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore. Una volta spentasi, questa, il corpo diventerà cenere e lo spirito si dissiperà come aria leggera. Il nostro nome sarà dimenticato con il tempo e nessuno si ricorderà delle nostre opere. La nostra vita passerà come le tracce di una nube, si disperderà come nebbia scacciata dai raggi del sole e disciolta dal calore. La nostra esistenza è il passare di un'ombra e non c'è ritorno alla nostra morte, poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro. Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza. Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte" (Sap 2,1-9).

(Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

sabato 29 febbraio 2020

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE



ASTIENITI DAL FARE IL MALE

Chi ha conosciuto Dio, non deve più operare malvagiamente, ma compiere il bene. Astieniti dal male e non farlo; non astenerti dal bene ma fallo. Poiché se ti astieni dal fare il bene, commetti peccato grave; se invece ti astieni dal fare il male, compi una grande giustizia. Astieniti pertanto da ogni malvagità operando il bene. Ci dobbiamo astenere dall'adulterio e dalla fornicazione, dal bere smodato, dalle malvagie delizie, dalle molte vivande, dallo sfoggio di ricchezza; dalla millanteria e arroganza e superbia, dalla menzogna e maldicenza e simulazione, dal rancore e da ogni bestemmia. Queste azioni sono di tutte le più cattive nella vita degli uomini. Bisogna pertanto che il servo di Dio si astenga da queste azioni; poiché chi non si astiene da queste non può vivere per Dio. Molte cose vi sono, dalle quali bisogna che il servo di Dio si astenga: furto, menzogna, falsa testimonianza, avarizia, mala passione, inganno, vanagloria, ostentazione e quanto vi è di simile a queste cose. Ascolta invece le cose dalle quali bisogna che tu non ti astenga, ma le faccia. Dal bene non astenerti, ma fallo. Le azioni dei buoni, le quali bisogna che tu compia, né te ne astenga, sono anzitutto la fede, il timore del Signore, la carità, la concordia, le parole di giustizia, la verità, la pazienza; nulla di più buono di queste cose vi è nella vita degli uomini. Se uno osserva queste cose né si astiene da esse, beato diventa nella Sua vita.
Ascolta poi quelle che a queste fanno corona: assistere le vedove, visitare gli orfani e gli indigenti, essere ospitale, non contrastar nessuno, essere pacifico, starsene al di sotto di tutti gli uomini, onorare i vecchi, praticare la giustizia, conservare la fraternità, sopportare l'oltraggio, esser paziente, non aver rancore, consolare i travagliati nell'animo, non disdegnare quelli che hanno abbandonato la fede, ma rimetterli nella retta via e renderli fiduciosi, ammonire i peccatori, non opprimere i debitori e i bisognosi (Mand.8, 2-12). (da Il Pastore di Erma - scritto circa 100 anni dopo la morte di Cristo)

(Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

lunedì 10 febbraio 2020

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE



L'INFERNO ESISTE?

Nella Costituzione Lumen gentium, il concilio Vaticano Il ricorda con parole della Scrittura l'alto destino verso il quale siamo incamminati: "Con verità siamo chiamati, e lo siamo, figli di Dio, ma ancora non siamo apparsi con Cristo nella gloria (cf Col 3, 4), nella quale saremo simili a Dio perché lo vedremo qual è. Oltre ad affermare questo destino glorioso, il Concilio non manca di segnalare il grande rischio che corre l'uomo, se usa male della libertà: "Siccome poi non conosciamo né il giorno né l'ora bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente affinché, finito l'unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati" (cf Mt 25,31-46), né ci si comandi, come ai servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno nelle tenebre esteriori dove "ci sarà pianto e stridore dei denti".
Prima di regnare con Cristo glorioso, noi tutti compariremo "davanti al tribunale di Cristo, perché ciascuno ritrovi ciò che avrà fatto quando era nel suo corpo sia in bene che in male", e alla fine del mondo "ne usciranno, chi ha operato il bene a risurrezione di vita, e chi ha operato il male a risurrezione di condanna" (Gv 5,29).
Tutti risusciteremo, come insegna il Signore nelle parole riferite da san Giovanni: "chi ha operato il bene a risurrezione di vita; chi ha operato il male, a risurrezione di condanna": alcuni per il cielo e altri per l'inferno. La verità di fede dell'inferno, rivelata varie volte nel Nuovo Testamento, dev'essere accettata alla luce di un'altra verità centrale della nostra fede: il Signore ha manifestato il suo desiderio che "tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità".
Davanti alla realtà dell'inferno e al concetto che l'uomo ha di Dio, spesso sorge la perplessità nel cuore dell'uomo. "Se Dio desidera così" la salvezza dell'uomo, possiamo domandarci con Giovanni Paolo II, "se Dio per questa causa dona suo Figlio..., può l'uomo essere dannato, può essere respinto da Dio? Può Dio, il quale ha tanto amato l'uomo, permettere che costui lo rifiuti così da dover essere condannato a perenni tormenti? E, tuttavia, le parole di Cristo sono univoche. In Matteo egli parla chiaramente di coloro che andranno al supplizio eterno". Come si coniugano queste due verità? Come possiamo affermare la nostra fede in un Dio che è Amore e che desidera salvare, e che è al tempo stesso Giustizia definitiva e non ammette che restino impuniti i crimini degli uomini? Non sono domande nuove: hanno turbato i pensatori nel corso della storia, da Origene, nel III secolo, fino ai nostri giorni.
Domande alle quali si risponde facendo ricorso alla Rivelazione e accettando l'esistenza del mistero: il mistero dell'Amore di Dio e della sua Giustizia, e il mistero del peccato e dell'indurimento del cuore dell'uomo.
Nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro il Signore affronta un argomento che ha preoccupato nei secoli precedenti: come mai a volte all'empio le cose vanno bene in questa vita e al giusto vanno male. Nell'Antico Testamento viene progressivamente rivelata la soluzione al problema: anzitutto viene affermato che qui in terra, alla fine, il Signore fa giustizia. E la risposta che troviamo, per esempio, nel Salmo 36: "Sono stato fanciullo e ora sono vecchio, non ho mai visto il giusto abbandonato, né i suoi figli mendicare il pane... Ho visto l'empio trionfante... Sono passato e più non c'era, l'ho cercato e più non si è trovato". Nel libro di Giobbe, gli amici insistono sul fatto che le sofferenze di Giobbe dipendono dai suoi peccati: soffri?, dunque hai peccato, per questo vieni castigato. Nella seconda parte si fa un passo avanti: un altro personaggio, Elifaz, parla del mistero della provvidenza divina: non possiamo chiedere spiegazioni a Dio, che è troppo grande perché lo possiamo comprendere. E Giobbe, da parte sua, manifesta la sua speranza nell'aldilà, dove si risolve il problema della retribuzione. Nella parabola del ricco epulone, il Signore usa l'espressione "seno di Abramo".
Nell'Antico Testamento era stata data una rivelazione progressiva sulla sorte di coloro che muoiono: in principio si afferma l'esistenza dello Sheol, dove riposano i morti, tanto i giusti quanto gli ingiusti; i profeti stabiliscono come dei gradi nello Sheol: gli empi stanno nella sua parte più profonda. Al tempo della predicazione di Cristo, gli ebrei sapevano dai salmi che il giusto spera da Dio la liberazione dallo Sheol, che non è più un dormitorio comune ma significa l'inferno in senso stretto.
Già dal libro della Sapienza la diversa sorte degli uni e degli altri nell'aldilà era stata posta in maniera sempre più chiara: il destino dell'empio è la morte la permanenza nello Sheol; i giusti hanno la vita eterna in comunione con Dio. Questi stanno nel seno di Abramo, che non è un luogo di tormento, ma di gioia. È importante anche l'affermazione di Daniele: anche l'empio risusciterà. Gli uni risusciteranno "alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna".

(Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

giovedì 23 gennaio 2020

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE



GLORIA DI DIO E’ L’UOMO VIVENTE


"Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi, il figlio dell'uomo perché te ne curi?" (Sal 8,5). L'uomo è un gran mistero per lui stesso. Spesso esalta se stesso come norma assoluta di tutte le cose, oppure si abbassa fino al punto di disperare (GS 129. Con la sua arte e la sua industria egli ha operato meraviglie che allietano l'immaginazione; nello stesso tempo, però, la storia umana è anche un intreccio di peccati e di dolori, un implacabile susseguirsi di marosi che corrodono il rispetto dell'uomo verso se stesso. Grandezza e miseria, santità e colpa, speranze e timori contrassegnano il mistero della sua realtà. Ma la fede cattolica proclama che "tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo come a suo centro e a suo vertice" (GS 12). Ancor più, l'uomo è oggetto dell'amore di Dio stesso. "L'hai fatto poco meno di un dio, e di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani; tutto hai posto sotto i suoi piedi" (Sal 8,6-7).
Nel primo capitolo della Genesi, là dove il primo racconto della creazione del mondo raggiunge il suo vertice, Dio è raffigurato nell'atto di creare l'uomo quale corona e gloria di tutto quello che aveva fatto. "Allora Dio disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza e domini..." (Gn 1, 26). Gran parte della Sacra Scrittura dalle prime pagine poetiche della Genesi, che annunciano tante verità fondamentali riguardanti l'umanità, sino ai Vangeli, nei quali gli uomini conoscono in Cristo molto più a fondo il segreto della loro natura, non è che una delucidazione del significato dell'uomo. Poiché l'uomo è `l'immagine di Dio', ciò che abbiamo detto di Dio ci aiuta a scoprire che cosa noi siamo; quello che noi sappiamo dell'umanità, ammaestrati e aiutati dalla fede, ci istruisce nei riguardi di Dio. Sia nel proprio essere individuale che nella sua realtà sociale l'uomo riflette Dio che l'ha fatto.
In ogni uomo vivente si fondono intimamente la realtà fisica e quella spirituale. Fatto "con polvere del suolo" (Gn 2,7), degli stessi elementi di cui si compone la terra, l'uomo è il portavoce e il sacerdote di tutta la realtà materiale. L'uomo sintetizza in sé, per la sua stessa condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi, attraverso di lui, toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore. L'uomo è essenzialmente una creatura corporea, e non gli è lecito disprezzare la sua vita corporale. Come il corpo di Cristo è perfettamente santo per i cristiani. così pure vi è una sacralità nella dimensione corporea di ogni vita umana.
L' uomo tuttavia è maggiormente immagine di Dio nelle sue qualità specificamente umane. È il principio spirituale di ciascun uomo che fa di lui la carne vivente che egli è. È questo principio spirituale, o anima, che lo rende aperto alla comprensione e all'Amore infinito che l'ha chiamato alla vita. L'uomo non è un composto di corpo e di spirito, quasi si trattasse di due esseri distinti; non è soltanto un'anima che ha un corpo. Anima e corpo formano una singola persona vivente. L' anima non è estranea al corpo, al contrario, essa è il principio vitale che fa sì che il corpo sia la carne umana, una carne che deve essere cara all'uomo ed è parte del suo essere.
Nel Cristianesimo non c'è l'odio per la materia. Esso è una religione d'incarnazione. L'anima dell'uomo non è materiale, ma è creata per dare vita umana al corpo che costituisce con essa l'uomo vivente. L'anima dell'uomo non preesiste al corpo. Dio crea immediatamente ogni anima individuale al momento stesso in cui la persona umana comincia ad essere. Nemmeno è destino dell'uomo di vivere per sempre semplicemente come un'anima, allorché la morte dissolve il corpo. È vero, l'anima continua ad esistere come realtà spirituale dopo la morte di una persona e Dio chiama a sé gli uomini e sostiene in lui il loro essere e la loro gioia prima della risurrezione finale (cf Fil 1,23). Ma la salvezza di un uomo non è la salvezza dell'anima soltanto, ma quella di tutto l'uomo, ed essa sarà completa soltanto nella risurrezione del corpo, e nella vita di uomini pienamente viventi, riuniti insieme nella gioia del Signore.

(Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

lunedì 30 dicembre 2019

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE



LOTTA TRA BENE E MALE

"Siate sobri, vigilate! Il vostro avversario, il diavolo, come un leone ruggente va in giro, cercando qualcuno da divorare" (1Pt 5,8). Fedele alla dottrina della Sacra Scrittura, la Chiesa insegna che gli spiriti decaduti, come pure gli uomini decaduti, esistono realmente e si comportano maliziosamente nel mondo. La Chiesa non insegna il terrore di Satana. Essa raccomanda soltanto un santo timore di Dio, e il timore di compiere il male deliberatamente. Infatti, l'influsso di Satana è subordinato in modo decisivo alla potenza di Dio. Come il Concilio Vaticano II ha più volte ripetuto, Cristo "ci ha liberati dal potere di Satana" (SC 6, cf GS 2,22; AG 3,9). Grazie all'opera redentrice di Cristo, il demonio può nuocere soltanto a coloro che liberamente gli permettono di farlo. I Vangeli parlano di possessioni diaboliche, mostrano Cristo in atto di espellere demoni e di istruire i suoi apostoli a fare altrettanto. Più grave, però, del male fisico che Satana potrebbe causare, è il male morale. La Sacra Scrittura presenta Satana anche come una fonte di tentazione (Mt 4,1-11).
E' "il seduttore perfido e astuto, che si insinua in noi attraverso i sensi, l'immaginazione, la concupiscenza, la logica utopica, i contatti sociali disordinati nel dare e prendere la vita, per introdurre deviazioni...". La stessa storia mondiale è sotto l'influsso del demonio. "Tutta intera la storia umana è, infatti, pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; la lotta, cominciata fin dall'origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno (cf Mt 24,13). San Paolo dice: "la nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti" (Ef 6,12).
Chi percepisce le profondità insondabili e amare del mistero del male difficilmente è portato ad un ottimismo superficiale, a credere, cioè, che il male è soltanto un difetto accidentale del mondo in evoluzione verso giorni migliori. Ci sono tracce di malizia così profonda da lasciare perplessi. L'oscuro mistero di Satana è che vi sono nel mondo degli esseri personali che agiscono, poco conosciuti a noi, pieni di malizia e sempre pronti a compiere il male, irrevocabilmente allontanatisi da Dio e a Lui ostili (cf Mt 25,41).
Che la storia umana sia segnata spesso da corsi tragici ed irrazionali è dovuto in parte a tali influenze. Dio rimane il Signore di ogni cosa. Qualunque potere ha il demonio trova i suoi limiti nei disegni della Provvidenza. Alla fin fine, tutte le cose sono state fatte per concorrere al bene di coloro che amano Dio. Satana e gli altri spiriti caduti sono essi pure semplici creature. È Dio che li ha creati, benché non li ha fatti per essere malvagi o sorgente di male. "Il Diavolo, infatti, e gli altri demoni sono stati creati da Dio buoni per loro natura, ma essi da se stessi divennero cattivi".
La struttura rimane. Dio ha fatto ogni cosa buona. Ha proibito la malizia e l'egoismo, ma ha fatto anche le persone libere, e non costringe nessuno a rimanergli fedele. Quelli che orgogliosamente resistono a Dio si pervertono e portano il male nell'universo. Dio permette il male, non già perché è impotente ad impedirlo, ma perché Egli, l'Onnipotente, ama la libertà. Egli è capace di ricavare i maggiori beni da ogni sorta di mali, come il maggior bene della fedeltà di fronte alle avversità, della pazienza, della carità resa perfetta in prove amare.
"L'uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l'ombra e mai si ferma. Tu, sopra un tale essere tieni aperti i tuoi occhi e lo chiami a giudizio presso di te? Chi può trarre il puro dall'immondo? Nessuno. Se i suoi giorni sono contati, se hai fissato un termine che non può oltrepassare, distogli lo sguardo da lui e lascialo stare finché abbia compiuto, come un salariato, la sua giornata! Poiché anche per l'albero c'è speranza: se viene tagliato, ancora ributta e i suoi germogli non cessano di crescere; se sotto terra invecchia la sua radice e al suolo muore il suo tronco, al sentore dell'acqua rigermoglia e mette rami come nuova pianta. L'uomo invece, se muore, giace inerte; quando il mortale spira, dov'è? Potranno sparire le acque del mare e i fiumi prosciugarsi e disseccarsi, l'uomo che giace più non si alzerà, finché durano i cieli non si sveglierà, né più si desterà dal suo sonno" (Gb 14, 1-12).

(Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

venerdì 6 dicembre 2019

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE



LA COMPARSA DEL PECCATO

I1 primo uomo peccò, e i suoi discendenti l'hanno imitato, ma Dio rimane misericordioso. "Se noi manchiamo di fede, Egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso" (2Tm 2,13). La Chiesa si rallegra per questa fedeltà misericordiosa di Dio: "E quando, per la sua disobbedienza, l'uomo perse la tua amicizia, tu non l'hai abbandonato in potere della morte, ma nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro, perché coloro che ti cercano ti possano trovare. Molte volte hai offerto agli uomini la tua alleanza, e per mezzo dei Profeti hai insegnato a sperare nella salvezza".
Nella Genesi, il racconto del primo peccato si conclude con la profezia di una redenzione divina. Lì vediamo Dio che si rivolge al tentatore e gli dice: "Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno" (Gn 3,15). La fede della Chiesa ha visto in queste parole la prima di tutte le profezie, secondo cui Cristo sarebbe venuto a salvarci. Gesù è la "stirpe" o la "progenie" della donna, e "la ragione per cui è apparso il Figlio di Dio fu per distruggere le opere del diavolo" (1 Gv 3,8).
Lungo i secoli della storia della salvezza anteriori a Cristo, Dio ha ripetutamente chiamato gli uomini al pentimento, ad una rinnovata grandezza, e alla salvezza. Non ha mai dimenticato di essere stato Lui che ha creato l'uomo, e ha fatto l'uomo non solo perché fosse la sua creatura, ma anche perché partecipasse della Sua vita divina e della Sua amicizia. Più e più volte si               parla del Suo amore per il Suo popolo eletto, paragonandolo all'amore di un marito per la sua sposa, un amore che perdura anche se costei lo tradisce; il Suo è un amore insondabile ed eterno, che alla fine la porterà alla fedeltà: "Io la attirerò a me... parlerò al suo cuore... essa risponderà come nei giorni della sua giovinezza... E ti fidanzerò a Me per sempre; ti fidanzerò a Me nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore" (Os 2, 16-17, 21).
Dio, intendendo e preparando nel suo grande amore la salvezza del genere umano, si scelse con singolare disegno un popolo, al quale affidare le sue promesse. Infatti dapprima concluse un'Alleanza con Abramo e poi col popolo d'Israele per mezzo di Mosè. Con questa Alleanza, Dio si è impegnato di assisterli e di salvarli; in cambio richiese che impegnassero se stessi ad essergli fedeli.
Dopo averli liberati dalla schiavitù dell'Egitto, Dio parlò loro per mezzo di Mosè: "Voi stessi avete visto... come ho sollevato voi su ali di aquila e vi ho fatto venire fino a Me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia Alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli (Es 19,4-5). E quando Mosè "riferì tutte queste cose, come gli aveva ordinato il Signore, tutto il popolo rispose insieme e disse: Tutto quanto il Signore ha detto noi lo faremo" (Es 19,7-8). E, tuttavia, essi e i loro discendenti caddero ripetute volte nel peccato, e fecero l'amara esperienza delle pene e dei castighi, conseguenze del peccato. Ma la misericordia incessante di Dio diede loro possibilità di pentimento, e rinnovò l'Alleanza, sempre di nuovo: con Giosuè, con Davide, al tempo di Esdra. Le Alleanze di Dio con gli uomini sono un segno della libertà e della ricchezza del Suo amore. Con esse il Signore di tutta la creazione liberamente lega se stesso agli uomini. Egli entra in alleanza con coloro che liberamente decide di favorire con speciali doni. Allo stesso tempo, tuttavia, il suo amore permane universale: è rivolto a tutti. Anche a quelli che ha scelto in modo particolare. Egli dichiara apertamente che sono stati scelti per essere coloro per mezzo dei quali Egli vuol portare la salvezza a tutti. Così, Egli disse ad Abramo: "Io ti benedirò... e per la tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra" (Gn 22,17- 18).
Dio, per mezzo dei profeti da Lui inviati, ha insegnato al suo popolo la maniera di vivere in attesa della sua misericordia redentrice. "Israele, parlando Dio stesso per bocca dei profeti, comprese il suo piano con sempre maggiore profondità e chiarezza". Questi profeti non erano solo uomini sinceri ed entusiasti. Erano i rappresentanti di Dio. Dio li aveva chiamati e poteva far sì che gli altri li riconoscessero come suoi profeti. Tuttavia le parole dei Profeti non furono sempre bene accolte, perché essi richiedevano la fede personale e la conversione interiore, e insistevano sulla fedeltà a tutta la legge di Dio. I Profeti insegnarono agli uomini a sperare nella salvezza che il Messia avrebbe portato. Difatti, il Vangelo, che Cristo ingiunse agli apostoli di predicare, era stato prima promesso per mezzo dei Profeti. Cosi, i profeti dei tempi antichi parlarono della grazia della salvezza futura, la Buona Notizia di Cristo, che era già la salvezza per coloro che aspettavano fedelmente il loro Salvatore.
La salvezza di questi ultimi è menzionata nel Nuovo Testamento, nella Lettera agli Ebrei, dove è detto di quelli che furono favoriti col dono della fede nel tempo dell'Antico Testamento: "Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano... Per questo Dio non disdegna di essere chiamato loro Dio: ha preparato, infatti, per loro una città" (Eb 11, 13-16).
Fin dai primordi della Chiesa, il compimento delle profezie dell'Antico Testamento ha guidato gli uomini verso la fede, o ha confermato la loro credenza. Tale compimento non è solo la realizzazione, nella vita di Cristo, di eventi particolari predetti dai Profeti.
È l'Antico Testamento nel suo insieme: sono tutte le sue promesse e le sue attese che si vedono realizzate in Cristo. Il compimento supera di molto le attese; non sarebbe possibile avere un quadro dettagliato del mistero di Cristo soltanto dalle promesse dell'Antico Testamento. Ma se alla luce della venuta di Cristo si getta uno sguardo retrospettivo sull'Antico Testamento, ci si rende conto quanto sovrabbondantemente si siano realizzate in Lui tutte le promesse e tutte le speranze.
Non si può negare che nella profezia ci sia una certa oscurità, perché essa tratta di un mistero e si rivolge alla fede. Inoltre, il linguaggio dei Profeti è sovente un linguaggio di simboli e di immagini poetiche. Ma anche così, durante i secoli anteriori alla venuta di Cristo, le promesse profetiche di questo evento confermavano il popolo nella speranza, e, al tempo di questa venuta, diedero testimonianza a Cristo. La Chiesa insegna che le profezie dell'Antico Testamento riguardanti Cristo, come le profezie proprie di Gesù nei Vangeli, sono "segni certissimi della divina rivelazione".

Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

venerdì 22 novembre 2019

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE



LE DOMANDE DELL'UOMO

L’uomo ha da sempre verificato che, per poter sopravvivere e per poter crescere elevandosi positivamente, deve risolvere i molti problemi che giorno dopo giorno gli si presentano. E’ nato con l'uomo, come in ogni altra creatura, l'istinto di conservazione. Questo istinto lo ha aiutato a risolvere prima di tutto quei problemi direttamente collegati alla propria sopravvivenza. Spesso vi è riuscito, ma proprio in questa sua impresa l'uomo ha capito di non essere il più forte all'interno del mondo esistente; allora ha incominciato a porsi diversi interrogativi riguardo al senso della vita. Ed ecco che hanno fatto la loro comparsa i problemi dell'esistere: Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Che senso ha la mia vita? Perché esiste la morte? Perché esistono il dolore, il male, la malattia?
Nel corso dei secoli si sono evidenziate soprattutto tre possibilità di soluzione: la religione naturale; la religione rivelata dalla fede; l'ateismo. Si parla di religione o di religione naturale quando l'uomo, per cercare una risposta agli interrogativi fondamentali della vita, riconosce l'esistenza di Qualcosa-Qualcuno a lui superiore e pensa di incontrarlo nelle forze della natura. Si dice allora che l'uomo attribuisce poteri divini ad animali, vegetali, persone. Queste divinità però, essendo state inventate dagli uomini, non possono essere più grandi della loro scatola cranica. Essi, infatti, anche se l'uomo attribuisce loro poteri inesauribili e caratteristiche di immensa grandezza e anche l'immortalità, corrispondono sempre e solo alle aspettative dell'uomo. Egli da sempre osserva l'ambiente in cui vive. La natura gli parla e gli fa scoprire, al di là di ciò che vede e tocca, una dimensione diversa: la dimensione trascendente (che va al di là del mondo sensibile) e spirituale (che riguarda lo spirito, ciò che dà vita, senso alle realtà del mondo). Questa dimensione si esprime nelle esperienze religiose.

Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

domenica 3 novembre 2019

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE



NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE

Dio aveva collocato Adamo ed Eva in un luogo delizioso detto Paradiso terrestre, che comunemente, si ritiene che sia quella regione che ora viene detta Armenia, perché la Sacra Scrittura accenna a quattro fiumi che in esso scorrevano: il Fison, il Geon, il Tigri e l'Eufrate. Tutte le ricchezze della terra vennero da Dio concesse all'uomo perché ne usasse e ne disponesse. Un'unica eccezione fece però il Signore nel concedere l'elevazione alla vita soprannaturale. Proibì, cioè, di mangiare il frutto di un albero misterioso che si trovava al centro del Paradiso terrestre e che Dio stesso denominò della scienza del bene e del male".
Ecco le parole di Dio: "Mangia del frutto di qualunque albero del Paradiso. Ma dell'albero della scienza del bene e del male non mangiare; perché in qualsiasi giorno tu ne avrai mangiato, di morte morirai!". Ma il demonio, invidioso della felicità degli uomini primitivi, che erano stati da Dio destinati a prendere in Cielo il posto da lui perduto, si presentò ad Eva sotto l'aspetto di astuto e insidioso serpente, e così le parlò: "Per qual motivo Dio v'ha comandato di non gustare di qualsivoglia albero del Paradiso?". Eva rispose: "Del frutto degli alberi che sono nel Paradiso, noi ne mangiamo; ma del frutto dell'albero che è in mezzo al Paradiso, Dio ci ha comandato di non mangiare e di non toccarlo, ché non abbiamo a morirne" .
Ma il demonio assicurò Eva con queste parole: "No davvero, che non morirete. Dio però sa che in qualunque giorno ne mangerete, vi s'apriranno gli occhi e sarete come dèi, sapendo il bene ed il male". Ella guardò il frutto con avida curiosità, vide che era bellissimo, stoltamente credette alle parole del demonio, s'avvicinò all'albero e con leggerezza colse il frutto proibito, che poi presentò ad Adamo. Ne mangiarono insieme. I loro occhi s'aprirono e conobbero d'aver peccato! Il primo peccato dell'umanità, che si chiama peccato originale, fu dunque un peccato d'orgoglio e di disubbidienza. I nostri progenitori infatti presuntuosamente avevano creduto di poter diventare come Dio, ed avevano disubbidito al comando divino. L’uomo è simile a Dio soprattutto per le capacità che possiede in quanto persona. Riflette Dio nella sua intelligenza, nella sua attitudine verso il bene e verso il male, nella sua libertà e nel suo destino immortale. Nella sua intelligenza l'uomo è immagine di Dio. Con le sue arti e le sue doti tecniche l'uomo ha trasformato mirabilmente il mondo materiale, creato da Dio e affidato a lui come a padrone (cf Gn 1,26). Ma l'uomo deve stimare di più lo spirito di saggezza che non la tecnologia. In realtà, quanto più aumenta il suo potere tecnico tanto più ha bisogno di saggezza. Questa presuppone la capacità di afferrare il senso delle cose e di capire che cosa ha veramente valore. Dio ha creato gli uomini capaci di porsi dei problemi, di filosofare e di raccogliere importanti intuizioni sulla creazione e sulle sue finalità. Tuttavia, è principalmente tramite la Rivelazione che Dio illumina le intelligenze umane con la saggezza necessaria per modellare sapientemente il mondo. Anche la coscienza rende l'uomo simile a Dio.
All’opposto di altri esseri viventi, l'uomo ha una costante preoccupazione per ciò che è veramente buono e cattivo, anche se sovente non è stabile in questa preoccupazione. "L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il suo cuore". Anche la libertà rende l'uomo simile a Dio, che è sommamente libero. Gli uomini non sono guidati unicamente da forze cieche o da istinti. Essi sono responsabili e liberi. "Se vuoi, tu puoi osservare i comandamenti; agire con fedeltà dipenderà dalla tua propria decisione" (Sir 15,15).
Anche nella sua condizione decaduta, l'uomo conserva la libertà di fare le sue proprie scelte, la libertà di agire o di non agire, di fare questo o quest'altro. La libertà umana non è cosi piena e perfetta come quella di Dio. La pressione delle circostanze può limitare parecchio la libertà e la responsabilità di una persona. Tuttavia, finché una persona ha la facoltà di vivere in una forma autenticamente umana, conserva un certo ambito di questa libertà.
Creando l'uomo, Dio gli concesse ancora un'altra libertà, quella che fu restituita a noi da Cristo. È la libertà di vivere nell'amicizia di Dio, di compiere, con l'aiuto della grazia, le buone opere che il nostro cuore desidera, e di soddisfare le aspirazioni radicate da Dio nei nostri cuori. Nessun altro essere vivente fatto di materia, se si esclude l'uomo, ha una conoscenza personale di Dio, né è immortale. È chiaro che l'uomo è mortale. Gli uomini muoiono. Ma essi non muoiono completamente. "È stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, e poi viene il giudizio" (Eb 9,27). Ciò che noi chiamiamo morte non è una cessazione completa dell'essere. È piuttosto un passaggio ad un altro stato di vita. "Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata". Chi ama Cristo al momento della morte non trova la morte del tutto terribile. Morire per Cristo è "partire ed essere con Cristo" (Fil 1,23).
Tuttavia, la morte è un grande nemico che gli uomini naturalmente paventano e odiano. Nonostante che il suo principio spirituale sopravviva alla morte e possa essere con il Signore, tuttavia non è cosa buona per l'uomo abbandonare questa carne che è parte di se stesso. L'immortalità dell'uomo non è solo quella dell'anima, ma anche quella del corpo nella vita eterna, nella risurrezione, quando "la morte sarà stata assorbita nella vittoria" (1Cor 15,54). Ogni uomo è simile a Dio in quanto è destinato a vivere per sempre. Ecco perché qualsiasi persona deve essere trattata con sommo rispetto, sia essa giovane o vecchia, sia essa utile o inutile, secondo l'ottica delle possibilità terrene.
In molti scritti di pastorale e di spiritualità cattolica è spesso usata l'espressione "salvare la propria anima" (cf Mt 16,26). Nelle lettere di San Paolo la "carne" si oppone sovente allo "spirito". Non dobbiamo vivere "alla maniera della carne", ma secondo lo spirito (cf Rm 8,13).
Il termine "carne" è usato nella Sacra Scrittura in significati diversi. A volte se ne parla come di un principio al quale bisogna opporsi. In questo caso, come in tanti altri, si tratta di qualcosa di più della realtà fisica dell'uomo. Si tratta dell'uomo così come lo conosciamo, dell'uomo nella sua condizione di peccatore, non ancora compiuta in lui l'opera della redenzione. In altri passi scritturistici, "carne" equivale semplicemente a "uomo". Così, il Verbo di Dio "si è fatto carne" (Gv 1,14), cioè è divenuto un uomo con un corpo umano e un'anima umana.
"Salvare la propria anima" ha il significato di salvare completamente se stesso, salvare tutto il proprio essere per la vita eterna. Preoccuparsi della propria anima non significa affatto curare qualche parte interiore di se stesso, ma piuttosto badare a tutto il proprio essere alimentando l'amore di Iddio e del prossimo, e corrispondendo alle grazie che rendono capaci di avere quell'amicizia con Dio, che fiorisce nella vita eterna. Uno raggiunge la piena salvezza solo quando il corpo e l'anima insieme sono uniti nella gioia della risurrezione, quando la famiglia di Dio gioisce alla Sua presenza nella vita eterna.

(Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

venerdì 1 novembre 2019

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE



L’INFERNO E IL MISTERO DEL MALE

Seguendo l'esempio di Cristo, la Chiesa ha ammonito i fedeli, durante tutto il corso della sua storia, "della triste realtà della morte eterna". La Sacra Scrittura parla di questo castigo eterno e ci mette in guardia contro la malizia deliberata che distrugge una persona interiormente e conduce alla morte eterna. C'è un nesso essenziale tra l'inferno e il mistero del male, e in ultima analisi, tra l'inferno e la libertà dell'uomo. Il rifiuto di credere all'inferno equivale al rifiuto di prendere Dio sul serio, e anche al rifiuto di considerare seriamente l'uomo, la sua libertà e la sua responsabilità di compiere il bene. Per questa ragione, una certa conoscenza dell'inferno è necessaria per comprendere come si conviene il senso dell'uomo e il suo posto in questo mondo, secondo il piano di Dio.
Nelle prime tappe della storia della salvezza, la realtà dell'inferno non è stata concretamente intuita come lo fu invece nella rivelazione posteriore. Si concepiva lo "Shéol" come il luogo ove sia i buoni che i cattivi dimoravano dopo morte, e dove avevano una forma di esistenza oscura e insoddisfacente. Si capiva che Dio avrebbe severamente punito chi era ostinatamente cattivo, ma molti restavano perplessi, perché i malvagi parevano prosperare tanto quanto i giusti. La rivelazione che lo "Shéol" fosse un luogo di punizione riservato ai malvagi non avvenne che gradualmente. Da essa deriva una comprensione più piena della responsabilità personale di ciascuno riguardo ai suoi atti. Il castigo divino del male nulla ha a che fare con la vendetta; è piuttosto una questione di giustizia e di misericordia da parte di un Dio amante e onnipotente, che mantiene e ristabilisce un ordine universale che qualunque colpa di qualsiasi uomo scompiglia. L'uomo deve prendere se stesso sul serio, perché Dio lo prende sul serio. Col passare del tempo ci fu una crescente comprensione del genere di castigo dovuto al peccato.
All'inizio del tempo dell'Antico Testamento, il castigo era concepito sotto forma di immagini materiali, come malattie, prove, accorciamento della vita. Solo a poco a poco divenne chiaro che il castigo più grave era implicito nella natura stessa del peccato; che rifiutare Dio voleva dire separare se stesso dalla infinita bontà di cui il cuore ha una fame insaziabile (cf Sal 62, 1). Nell'Antico Testamento, con l'idea dell'inferno, era unita l'immagine del fuoco fisico, con riferimento alla "Geenna", la "Valle di Ben-Hinnom", dove, in sacrifici umani interdetti, alcuni bambini erano stati consumati dal fuoco. Più tardi, i rifiuti della città erano bruciati in detta valle, ove il fuoco era alimentato giorno e notte. Isaia allude a questa valle, senza tuttavia nominarla, come al luogo dove giaceranno i corpi di coloro che si sono ribellati contro Dio (cf Is 66,24). Nella letteratura rabbinica, la "Geenna" divenne il pozzo di fuoco dove i cattivi sono puniti dopo la morte.

Gesù Cristo ha parlato spesso dell'Inferno. Quando parlò "dell'inferno... il fuoco inestinguibile" (cf Mt 25,31), Egli lo fece spinto da un senso di compassione, per mettere in guardia gli uomini da questa tragedia irreparabile, da questa "seconda morte" (Ap 21,8), con la sua permanente separazione dalla vita eterna di Dio, per la quale l'uomo è stato creato.
Cristo parlò energicamente con immagini comuni in quel tempo, di "inferno, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue" (Mc 9,47-48). Usando tali immagini Cristo non stava dandoci una descrizione letterale dell'inferno, perché il male della separazione da Dio non può mai essere adeguatamente descritto. Cristo invece voleva richiamare alla necessità della conversione ed avvertire che quelli, che deliberatamente persistono nel male, andranno alla completa rovina.
Il Nuovo Testamento frequentemente si è riferito al castigo infernale come castigo senza fine. "E se ne andranno, questi al supplizio eterno e i giusti alla vita eterna" (Mt 25,46). Questo ha fatto parte dell'ordinario insegnamento della Chiesa fin dal principio. Alcuni teologi antichi, soprattutto Origene al terzo secolo, hanno affermato che tutti i peccatori, Satana compreso, avrebbero potuto eventualmente essere portati alla salvezza. Ma la Chiesa ha sempre respinto vigorosamente questo modo di pensare ed altri simili come incompatibili con la verità rivelata, ed ha solennemente confermato la dottrina secondo cui il castigo infernale è eterno.

Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)