Quanto sia vera questa Comunanza e
quanto per noi gloriosa. –Gran Dio! quale
parola, quale nuova gloria per noi, e insieme
quale mistero! l'accrescimento di Dio! come
mai queste due parole possono andare congiunte? Non è Dio infinito ed insieme immutabile? Se è infinito, come può ricevere aumento? E se potesse crescere, come rimarrebbe
poi immutabile? E posto ancora che l'Infinito
possa crescere, e l' Immutabile patir cangiamento, come lo potrà ripetere da esseri così
meschini quali siam noi?
Ciò sembra un cumulo d' impossibilità; eppure il detto dell'Apostolo è chiaro
ed ispirato. Di noi, sì certamente, egli parla,
e di ogni cristiano incorporato a Gesù Cristo
per lo battesimo e tuttavia rivestito della sua
grazia ; attribuendo a tutti il potere, non solo
di crescere in Gesù Cristo, In quo totum corpus crescit, ma ben anche di far crescere Dio
in se medesimi, Crescit in augmentum Dei.
Quindi ci addita, qual effetto della nostra
unione col Cuore di Gesù, due accrescimenti
che vanno inseparabili di pari passo, l'accrescimento nostro in Dio, e l'accrescimento di
Dio in noi. Sono queste due maniere di guadagno, prodotte dalla società cui piacque a
Dio di stringere con noi in Gesù Cristo suo
Unigenito, Ut societas nostra sit cum Patre
et Filio eius Jesu Christo (I. Jo., I, 3). Membri di tale società sono dall'un lato la santissima Trinità, famiglia di Dio; dall'altro la povera umanità, famiglia di Adamo; Gesù Cristo, Dio e Uomo, è il vincolo di queste due famiglie, il sigillo vivente della società che le congiunge, e per lui le ragioni di
amendue sono talmente commiste insieme che
le ricchezze loro aumentano in una costante
proporzione. E fino a che fedelmente si mantengano le leggi della società, niuno dei membri può far guadagno, senza parteciparne gli
altri; laonde quanto noi guadagniamo in perfezione ed in merito, altrettanto Iddio guadagna in gloria; e quanto Iddio acquista in
gloria, altrettanto si aggiunge alla nostra
eterna beatitudine. Così alla triplice comunanza di vita, di azione, di fine, che a lui già
ci univa sì strettamente, accompagnasi la
comunanza di vantaggi e di scapiti, di perdite e di guadagni.
A bene intenderlo, riduciamoci a mente
ciò che la ragione e la fede concordemente
c' insegnano. Dio non può acquistare niente
in sè, perchè immutabile ed infinito; ma
nondimeno ha diritto di riscuotere dalle sue
creature una gloria, che senza punto aggiungere alla sua perfezione e beatitudine, gli è
pur dovuta, nè può essergli negata senza peccato. Siffatta gloria è un bene divino, e perciò
infinito; e benchè Iddio possa farne a meno,
come potea fare a meno di produrre niente
fuori di sè, pure dall' istante che si compia
que comunicarci l' essere, non potea lasciare
d' imporci l' obbligazione di ricambiarlo con
questa gloria. Perocchè l' operare per altro
fine fuori di lui, e il non esigere dalle creature a lui debitrici dell' esistenza che a lui
riferissero le proprie azioni, sarebbe stato un
rinnegar se medesimo, che essendo necessariamente primo principio di tutte le cose, così ne dev'essere anche ultimo fine. È questo il
solo vantaggio cui possa Iddio aver di mira
nelle opere della sua potenza, e lo ha specialmente avuto nell' opera divina per eccellenza della incarnazione del suo Figliuolo. La
gloria di Dio consiste nella manifestazione dei
suoi attributi: ora tutti questi, la potenza, la
sapienza, la santità, la liberalità, l'amore sopratutto e la misericordia, in nessun'altra
opera si manifestano con isplendor comparabile a quello che sfavilla dal volto e dal
Cuore del Verbo incarnato, dal suo presepio,
dalla sua croce. Per tali annientamenti ineffabili, per la suprema sua esaltazione, per la
ignominiosa sua mortee gloriosa risurrezione,
questo Salvatore divino procurò al Padre e
a sè una gloria senza confronto maggiore di
quella, che avrebbe potuto arrecargli una serie innumerevole di mondi quanto si voglia
più perfetti dell'abitato da noi.
Ebbene: sta in nostra mano l' accrescere
o diminuire questo tesoro, a misura che riceveremo in noi con più o meno abbondanza la
comunicazione delle ricchezze di Gesù Cristo.
Mercecchè quanto noi acquistiamo in perfezione e santità, tutto evidentemente si acqui
sta dal corpo intero di cui siam membri, e
in conseguenza da Gesù Cristo che ne è capo,
e tanto più vien glorificato egli, manifestata con
più splendore la sua vita, più sensibile la sua
divina virtù, quanto più il corpo si svolga e
ciascuno dei membri acquisti più vigore e
più bellezza. Alla stessa guisa dal maggior
numero di grappoli pendenti dai tralci della
mistica vite, più n'è ammirato il ceppo, ed
il celeste agricoltore se ne compiace, come di
propria bocca ci afferma Gesù Cristo: In que
sto è glorificato il Padre mio, che portiate
gran frutto, In hoc clarificatus est Pater meus,
ut fructum plurimum afferatis (Jo., XV, 8).
Dunque non ha punto esagerato l'Apostolo
dicendo, che possiam far crescere Dio in noi;
essendo vero che possiamo crescere in Gesù
Cristo, ed ogni nuovo grado di perfezione,
acquistato da noi in questo divin Salvatore,
fa crescere lui stesso come nostro capo, e fa
crescere del pari la gloria di Dio suo Padre.
Vera è dunque doppiamente la parola, Crescit
in augmentum Dei.
Qual cosa è più valevole a dilatarci il
cuore, animandolo di ardentissimo zelo per la
propria santificazione, di questa certezza di
arricchir Dio arricchendo noi, e di farci in
certo modo suoi benefattori, a misura della
fedeltà colla quale ci gioveremo de' suoi benefici ! Qual cosa è più gloriosa per miserabili creature come noi di questa inseparabile
unione dei nostri beni coi beni dell' Onnipotente !
ENRICO RAMIÈRE S. J.