Dopo questo ebbi un’altra mortificazione, e fu il dover cambiare confessore, perché essendo lui religioso fu chiamato in convento. Io ero contenta di lui e la maggior parte di quei fracassi 71 detti di sopra succedevano quando lui stava in campagna, specialmente l’ultimo anno che fu confessore, per il colera che stava nel paese, e vi dimorò sei mesi.
Onde il mio Confessore non faceva tante parti 72; mi faceva stare un giorno in quello stato di sofferenze e poi veniva. [89] Quindi non stette neppure un mese dacché si era ritirato dalla campagna e si intese che se ne partiva. Questo fu doloroso per me, non perché ci avessi attaccamento, ma per la necessità che avevo. Onde andai dal Signore e gli dissi la mia pena, ed Egli mi disse: “Non volerti affliggere per questo; o sono il padrone dei cuori e posso volgerli e rivolgerli come a Me pare e piace. Se lui ti ha fatto del bene, non è stato altro che un porgitore, che riceveva da Me e lo dava a te. Così farò degli altri: di che temi dunque? Mia cara, fino a tanto che tu avrai l’occhio ora a destra, ora a sinistra, e lo lascerai posare ora sull’una e ora sull’altra cosa e non avrai l’occhio fisso in Me, non potrai camminare spedita per la via del Cielo, ma andrai sempre zoppicando e non potrai seguire l’influsso della Grazia. Perciò voglio che con santa indifferenza guardi tutte le cose che intorno a te succedono, stando tutta intenta a Me solamente”.
[90] Onde dopo queste parole, il mio cuore acquistò tanta forza, che poco o niente soffrii una tanta perdita di chi tanto bene aveva fatto all’anima mia.
Così successe che cambiai confessore e ritornai al Confessore che mi confessava quando ero piccola 73. Ma sia sempre benedetto il Signore, che si serve di quelle stesse vie che sembrano a noi contrarie e quasi che dovrebbero portare danno all’anima nostra, per il maggior bene nostro e per la sua gloria. Così avvenne che incominciai ad aprire l’animo mio, ché fino a quel punto non avevo detto niente a nessuno; per quanto sforzo facessi, non ci riuscivo, anzi, più impotente mi vedevo a dire le cose del mio interno. Era tanto il rossore che sentivo al solo pensare di dire queste cose, che vedevo essere più facile dire i più brutti peccati 74. Donde procedesse, non so dirlo: da parte [91] del Confessore credo di no, perché egli era tanto buono, fiducioso, dolce, paziente nel sentire; prendeva una cura esattissima dell’anima, aveva l’occhio su tutto, affinché si potesse camminare dritto. Da parte mia, neppure, perché mi sentivo un intoppo sull’animo e avevo tutta la volontà di liberarmi e di sentire almeno come la pensava il Confessore, ma mi sentivo impossibilitata a farlo. Per me, credo che ci fu una permissione del Signore.
Onde, trovandomi col nuovo Confessore, incominciai a poco a poco ad aprire il mio interno. Il Signore molte volte mi comandava che manifestassi al Confessore ciò che Lui mi diceva, e quando io non lo facevo, il Signore mi riprendeva, mi rimproverava severamente e delle volte giungeva a dirmi che se ciò non avessi fatto, Lui non sarebbe più venuto. Questa è per me la pena più amara, [92] che tutte le altre pene, confrontate con questa, non mi sembrano altro che fili di paglia. Perciò, era tanto il timore che ancora veramente non ci venisse, che facevo quanto più potevo a manifestare il mio interno. È vero che delle volte mi costava molto, ma il timore di perdere il mio caro Gesù mi faceva superare tutto. Da parte del Confessore ero pure spinta a dirgli donde procedesse un tale stato, che cosa mi succedeva quando stavo in quell’assopimento, quale ne era la causa. Ora mi comandava di manifestarlo, ora mi costringeva coi precetti d’ubbidienza ed ora mi metteva innanzi il timore che potessi vivere nell’illusione e nell’inganno, vivendo a me stessa, mentre se avessi manifestato al Sacerdote, avrei potuto stare più sicura e tranquilla, perché il Signore non permette mai che il sacerdote s’inganni quando l’anima è obbediente. Così Gesù Cristo mi spingeva da una parte, il Confessore dall’altra. Mi pareva delle volte che se la intendessero [93] tutti e due insieme, il Confessore e Gesù Cristo. Così riuscii a manifestare l’animo mio. Ciò non faceva il Confessore passato, non mi faceva nessuna domanda, non cercava di sapere che cosa mi succedeva in quello stato di assopimento, donde io stessa non sapevo come uscire a parlare di queste cose. La cura che si prendeva era che stessi rassegnata, uniformata al volere di Dio, a sopportare la croce che il Signore mi aveva dato, tanto che, se delle volte mi vedeva un po’ infastidita, ne soffriva grande dispiacere.
Dunque, avvenne che passai circa un altro anno con questo Confessore nello stesso stato detto di sopra. Onde, siccome il Confessore sapeva donde procedesse quello stato di sofferenza, mi diceva che quando Gesù Cristo volesse che mi venissero le sofferenze, andassi da lui a chiedere l’obbedienza.

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