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mercoledì 26 aprile 2023

PANE DI VITA ETERNA E CALICE DELL’ETERNA SALVEZZA

 


Mistero – miracolo


L’Eucaristia è «una singolare abbondanza e varietà di miracoli»; «miracolo massimo nel suo genere».

Leone XIII


1. Che cosa opera?

Nell’Eucaristia Dio Onnipotente opera il mistero e il miracolo. Mistero perché  contiene realtà che oltrepassano la capacità di ogni intelletto creato, anche se gli potessimo  mettere insieme tutti; e miracolo perché oltrepassa ciò che può fare ogni potenza creata,  anche se le potessimo sommare tutte. 

Così Dio, per sua potenza, trasforma tutta la sostanza del pane e del vino in tutta la  sostanza del Corpo e del Sangue del Signore, e acclude ciò che va unito ed essi  inseparabilmente.

a) Mistero

Citando ad Eusebio San Tommaso dice: «“Stando per sottrarre agli sguardi degli  altri il Corpo che aveva assunto per trasferirlo in cielo, era necessario che nel giorno della  Cena consacrasse per noi il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, perché fosse per  sempre onorato nel mistero ciò che una sola volta veniva offerto in riscatto”»[405].

E citando Sant’Agostino: «“Il Salvatore per far capire con più efficacia la grandezza di questo mistero…”»[406]. 

E la Glossa: «L’Apostolo parlando di questo sacramento scrive: “C’è chi resta con  la fame e chi si ubriaca” [1Cor 11,21], e la Glossa commenta: “Rimprovera coloro che  dopo la celebrazione del sacro mistero e la consacrazione del pane e del vino…”»[407].

Così pure il Crisostomo «commentando il testo evangelico “Ne uscì subito sangue e  acqua” [Gv 19,34], scriveva: “Poiché di là hanno inizio i sacri misteri, quando ti accosti al  calice tremendo, accostati come se tu dovessi bere allo stesso costato di Cristo”. E il  Signore medesimo afferma: “Questo è il mio Sangue che per voi sarà sparso per la  remissione dei peccati” [Mt 26,28]»[408].

L’Angelico si pone questa obiezione: «È necessario allontanare dall’uomo ogni occasione di errore, come raccomanda Isaia: “Togliete dalla via del mio popolo ogni  inciampo” [Is 57,14]. Ma taluni errarono pensando che il Corpo e il Sangue di Cristo siano  in questo sacramento misticamente soltanto. Dunque non era opportuno che in questa  forma si dicesse: “mistero di fede”»[409]. Alla quale risponde: «La parola “mistero” è  usata qui non per escludere la realtà, ma per sottolineare il suo occultamento. Perché in  questo sacramento il Sangue stesso di Cristo è presente in modo occulto; e la sua passione  stessa fu occultamente raffigurata nel Vecchio Testamento»[410]. 

Insiste ancora in un’altra difficoltà: «Sopra abbiamo detto che, come il Battesimo è  “il sacramento della fede”, così l’Eucaristia è “il sacramento della carità”. Perciò in  questa forma non “di fede”, ma “di carità” si sarebbe dovuto parlare»[411]. E confuta:  «L’Eucaristia è denominata “sacramento di fede” perché oggetto di fede: che il Sangue di  Cristo infatti sia realmente presente in questo sacramento si crede solo per fede. Inoltre la  passione stessa di Cristo giustifica per mezzo della fede. Il Battesimo invece è detto  “sacramento della fede” in quanto ne è una professione [dichiarazione o confessione  pubblica]. L’Eucaristia è poi “il sacramento della carità” nel senso che la significa e la  causa»[412].

«Il Salvatore infatti per far risaltare con evidenza maggiore l’altezza di quel mistero,  lo volle imprimere per ultimo profondamente nei cuori e nella memoria dei discepoli»[413] alla fine della sua vita.  

«Ora invece, dovendosi più frequentemente celebrare i sacri misteri...»[414].

«Da parte invece di coloro che si comunicano occorre somma riverenza e cautela, perché non accada nulla che offenda un così grande mistero»[415].

«Il Crisostomo afferma: “Giuda, pur partecipando ai misteri, non si convertì. E così  il suo delitto è per ogni verso più enorme: sia perché si accostò ai misteri con quel cattivo  proposito, sia perché dopo averli ricevuti non divenne migliore, né per il timore, né per la  gratitudine né per l’onore”»[416]. 

«S. Agostino ha scritto: “Nella Chiesa cattolica riguardo al mistero del Corpo e del  Sangue del Signore un buon sacerdote non fa niente di più di un sacerdote cattivo...”»[417]. 

«S. Gregorio esclama: “Oh in quale grande illusione cadono coloro che reputano i  divini e occulti misteri poter essere da alcuni santificati di più che da altri: mentre li  santifica l’unico e identico Spirito Santo operando occultamente e invisibilmente”. Ma  questi occulti misteri vengono celebrati nella Messa. [...] Si riferisce alla santità del divino  sacramento»[418]. 

«Veniamo finalmente a considerare il rito di questo sacramento.

…se nella celebrazione di questo mistero ci sia l’immolazione di Cristo. 

…le altre cose che si riferiscono alla celebrazione di questo mistero.

…le cerimonie che si compiono nella celebrazione di questo mistero»[419].

«Nell’Eucaristia si compendia tutto il mistero della nostra salvezza: perciò essa si  celebra con maggiore solennità degli altri sacramenti. E, poiché sta scritto: “Bada ai tuoi  passi nell’avviarti alla casa del Signore” [Qo 4,17], e: “Prima della preghiera disponi  l’anima tua” [Sir 18,23], nella celebrazione di questo mistero innanzitutto si premette una  preparazione che disponga a compiere degnamente gli atti successivi... Il quarto atto  contiene l’orazione che il sacerdote fa per il popolo, affinché i fedeli siano degni di così  grandi misteri»[420].

b) Miracolo

– È la potenza conferita agli accidenti: «Tra le operazioni del pane alcune gli sono  proprie in ragione degli accidenti, p. es., alterare i nostri sensi. E tali operazioni si  riscontrano nella specie del pane dopo la consacrazione a causa della permanenza degli  accidenti stessi. Altre operazioni invece sono proprie del pane, o in forza della materia,  come il potersi convertire in un’altra cosa, oppure in forza della forma sostanziale, come  gli effetti derivanti dalla sua natura, il fatto p. es., di “irrobustire il cuore dell’uomo”. E  tali operazioni si riscontrano in questo sacramento non in quanto rimane la forma o la  materia, ma perché sono concesse miracolosamente agli stessi accidenti...»[421]. 

«...come per virtù divina è concesso alle specie sacramentali di poter sussistere  senza la sostanza, così è concesso loro di poter agire senza la forma sostanziale per  intervento di Dio»[422]. 

«La trasmutazione che porta a un’altra forma sostanziale non viene prodotta dalla  forma sostanziale direttamente, ma mediante le qualità attive e passive che agiscono in  virtù della forma sostanziale. Ora, questa virtù strumentale rimane come prima nelle specie  sacramentali per l’intervento di Dio. Ecco perché codeste qualità strumentalmente possono  mutare la forma sostanziale: allo stesso modo che un dato essere può agire oltre la propria  natura, non per virtù sua, ma per virtù dell’agente principale»[423]. 

«Tuttavia, poiché non sembra ragionevole ammettere miracoli in questo sacramento  se non in dipendenza della consacrazione, la quale non importa né creazione né ritorno di  materia, è meglio asserire che nella consacrazione stessa viene concesso miracolosamente  alla quantità dimensiva del pane e del vino, di essere il primo soggetto delle forme  successive. Ora, questa è una proprietà della materia. Di conseguenza è concesso alla  suddetta quantità tutto ciò che spetta alla materia. E così quanto potrebbe generarsi dalla  materia del pane e del vino se fosse presente, può generarsi dalla suddetta quantità  dimensiva del pane e del vino; non per un nuovo miracolo, ma in forza del miracolo già  compiuto»[424].

«Sebbene [nelle sacre specie] non ci sia la materia per generare qualche cosa, c’è tuttavia la quantità dimensiva a far le veci della materia…»[425]. 

«Le specie sacramentali sono degli accidenti, esse però, secondo le spiegazioni date, hanno le funzioni e le virtù della sostanza»[426]. 

«La quantità dimensiva del pane e del vino conservano la propria natura e ricevono  miracolosamente le virtù e le proprietà della sostanza. Ecco perché essa può convertirsi in  ambedue le cose: in una nuova sostanza e nelle sue dimensioni»[427].

«...il cibo nutre in quanto si converte nella sostanza di chi si alimenta. Ma abbiamo  già detto che le specie sacramentali possono convertirsi in una sostanza che si genera da  esse. Ora, per la stessa ragione per cui possono convertirsi in cenere e in vermi, possono  convertirsi nel corpo umano. Quindi è chiaro che nutrono.

L’opinione di alcuni poi, secondo la quale esse non nutrirebbero in senso proprio  convertendosi in corpo umano, ma ristorando e sostenendo tramite un influsso sui sensi,  come l’odore del cibo può ristorare e l’odore del vino inebriare, risulta falsa alla prova dei  sensi. Infatti un simile ristoro non è durevole per l’uomo, il cui corpo ha bisogno di  compensare le sue continue perdite. E tuttavia l’uomo potrebbe sostenersi a lungo  consumando in grande quantità ostie e vino consacrati.

Similmente non può reggersi l’opinione di chi dice che le specie sacramentali  nutrono mediante la forma sostanziale del pane e del vino, la quale rimarrebbe. Sia perché  essa non rimane, come sopra abbiamo dimostrato, sia perché nutrire non è compito della  forma, ma piuttosto della materia, la quale riceve la forma di chi si nutre e perde quella  dell’alimento. Aristotele infatti osserva che il cibo è dissimile all’inizio, mentre alla fine è  simile»[428]. 

«Dopo la consacrazione si può parlare di pane in questo sacramento in due sensi.  Primo, indicando come pane le specie del pane che mantengono il nome della sostanza di  prima: e in tal senso lo usa S. Gregorio nell’omelia di Pasqua. Secondo, si può chiamare  pane lo stesso Corpo di Cristo che è mistico pane “disceso dal cielo”. Perciò quando S.  Ambrogio dice che “questo pane non finisce nel nostro corpo”, usa il termine pane nel  secondo senso: poiché il Corpo di Cristo non si converte nel corpo dell’uomo, ma ristora il  suo spirito. Egli perciò non parla di pane nel primo senso»[429].

«Le specie sacramentali, sebbene non siano tra le parti costitutive del corpo umano, tuttavia si convertono in esse»[430].

«Le specie sacramentali, pur non essendo sostanza, hanno nondimeno le virtù della sostanza…»[431]. 

«Il luogo dov’è il Corpo di Cristo non è vuoto. Tuttavia non è propriamente  occupato dalla sostanza del Corpo di Cristo, la quale non vi è presente localmente… Ma è occupato dalle specie sacramentali, le quali sono in grado di riempire lo spazio, o in forza  della natura delle loro dimensioni, o almeno miracolosamente, come già miracolosamente  sussistono per modo della sostanza»[432]. 

Gli accidenti restano senza soggetto per la potenza di Dio: «Perciò si deve  concludere che in questo sacramento gli accidenti rimangono senza soggetto. E la cosa è  possibile per virtù divina»[433]. 

«La corruzione delle specie sacramentali non è miracolosa, ma naturale:  presupponendo però il miracolo compiutosi nella consacrazione, e cioè che quelle specie  sacramentali mantengono senza il soggetto l’essere che prima avevano nel soggetto; allo  stesso modo che un cieco guarito in maniera miracolosa ci vede in maniera naturale»[434].

«Innocenzo III in una Decretale dichiara che “gli accidenti si fondono con il vino  aggiunto; perché, se si aggiungesse dell’acqua, essa prenderebbe il sapore del vino.  Accade così che gli accidenti mutano soggetto, come accade anche che il soggetto muta  accidenti. La natura così cede al miracolo e la virtù divina opera fuori dell’ordine  consueto”. Questo però non si deve intendere nel senso che i medesimi accidenti passino  numericamente dal vino consacrato al vino aggiunto, ma tale mutamento avviene a seguito  di un’azione. Infatti gli accidenti del vino che rimangono conservano le attività della  sostanza, come si è detto: e quindi è con una trasmutazione che raggiungono il liquido  aggiunto»[435]. 

«...in questo sacramento la consacrazione della materia consiste in una miracolosa conversione della sostanza, che solo Dio può compiere»[436]. 

San Tommaso si pone questa difficoltà: «I miracoli non vengono compiuti per una  virtù creata qualsiasi, ma solo per virtù divina, come abbiamo visto nella Prima Parte. Ma  la conversione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo è un’opera non meno  miracolosa della creazione, o della formazione del Corpo di Cristo nel seno della Vergine:  cose che non poterono avvenire per nessuna virtù creata. Perciò neppure questo  sacramento viene consacrato per una qualsiasi virtù creata delle parole suddette»[437]. E  risolve la difficoltà in questo modo: «I miracoli nessuna creatura li può fare come agente  principale; tuttavia li può fare strumentalmente, come il contatto stesso della mano di  Cristo guarì il lebbroso. È appunto in tal modo che le sue parole convertono il pane nel suo  Corpo. Nulla di ciò poté invece avvenire nella concezione del Corpo di Cristo al momento  della sua formazione, come se qualcosa derivante dal Corpo di Cristo avesse una virtù  strumentale per la formazione di quel corpo medesimo. Neppure nella creazione c’era un  termine di partenza su cui si potesse esercitare l’azione strumentale della creatura. Perciò  questi paragoni non reggono»[438].


16. Epilogo 

«“Il fuoco del nostro desiderio accendendosi alla fiamma” del sacramento, 

“brucerà i nostri peccati e illuminerà i nostri cuori;

perché partecipando al fuoco divino ardiamo e ci divinizziamo”»[439].

San Giovanni Damasceno



Gentile Lettore: 

Voglia Dio e la sua Madre Santissima donarti la grazia propria di questo sacramentosacrificio che è «una certa delizia attuale di dolcezza spirituale», che è il godere del sapore  incomparabile di questo Pane supersostanziale e di questo Sangue inebriante, come ci ricorda  tante volte l’Angelico: 

«Perciò con questo sacramento, per quanto dipende dalla sua efficacia, l’abito della  grazia e delle virtù non viene soltanto conferito, ma anche spinto all’atto, conforme alle  parole di S. Paolo: “La carità di Cristo ci sospinge” [2Cor 5,14]. Ecco perché in forza di  questo sacramento l’anima spiritualmente si ristora, in quanto rimane deliziata e quasi  inebriata dalla dolcezza della bontà divina, secondo l’espressione dei Cantici: “Mangiate,  amici; bevete, inebriatevi, carissimi” [Cnt 5,1]»[440].

«Effetto dell’Eucaristia, come si disse sopra, non è solo l’aumento della grazia  abituale, ma anche il gusto immediato della dolcezza spirituale. Ora Cristo, sebbene non  abbia ricevuto dalla percezione di questo sacramento una crescita di grazia, ebbe tuttavia  un godimento spirituale nell’istituzione di questo nuovo sacramento, tanto da dire: “Ho  desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi” [Lc 22,15]. S. Eusebio  riferisce questo passo al nuovo mistero del Nuovo Testamento che egli stava per dare ai  suoi discepoli. Perciò Cristo si comunicò spiritualmente e anche sacramentalmente,  prendendo il proprio Corpo sotto il sacramento che volle e istituì come sacramento del suo  Corpo. In modo però diverso da come si comunicano sacramentalmente e spiritualmente gli  altri, perché questi ricevono un aumento di grazia, e perché hanno bisogno dei segni  sacramentali per mettersi a contatto con la verità»[441].

«Si è detto infatti che effetto di questo sacramento non è soltanto la ricezione  della grazia abituale o della carità, ma anche un certo ristoro attuale di dolcezza  spirituale. Ora, questa viene certamente impedita se uno accede all’Eucaristia con lo  spirito distratto dai peccati veniali. Non resta invece impedito l’aumento della grazia  abituale, o della carità»[442]. 

«Chi si accosta a questo sacramento con il peccato veniale in atto compie spiritualmente una refezione abituale, ma non attuale. Quindi riceve l’effetto abituale di  questo sacramento, ma non l’effetto attuale»[443]. 

«Il Battesimo non è ordinato a un effetto attuale, cioè al fervore della carità, come  l’Eucaristia. Infatti il Battesimo è la rigenerazione spirituale che dona la prima perfezione,  che consiste in un abito o forma; mentre l’Eucaristia è un cibo spirituale fatto per produrre  un gusto attuale»[444]. 

Questa «certa delizia attuale di dolcezza spirituale» si accresce perché il sacramentosacrificio è garanzia, fonte e pegno di salvezza eterna, come afferma insistentemente  l’Aquinate: 

«In questo sacramento dobbiamo considerare due cose: il sacramento stesso e  l’effetto del sacramento. Si è detto che l’effetto di questo sacramento è l’unità del Corpo  mistico, senza la quale non ci può essere salvezza: poiché nessuno può salvarsi fuori della  Chiesa, come nel diluvio nessuno si salvò fuori dell’arca di Noè, simbolo della Chiesa,  come insegna S. Pietro [1Pt 3,20-21]»[445]. 

«…senza la fede nella passione di Cristo non ci poté mai essere salvezza, in  conformità alle parole di S. Paolo: “Dio ha prestabilito Cristo quale mezzo di  propiziazione per la fede nel suo sangue” [Ro 3,25]»[446].

«...si addice alla carità di Cristo, il quale per la nostra salvezza assunse un corpo reale di natura umana»[447].

«Agli altri invece che non si comunicano giova come sacrificio, in quanto viene  offerto per la loro salvezza, cosicché nel canone si legge: “Ricordati, Signore, dei tuoi servi  e delle tue serve, per i quali ti offriamo, o che ti offrono questo sacrificio di lode per sé e  per tutti i loro cari, per la redenzione delle loro anime, per la speranza della loro salvezza e  della loro incolumità”»[448]. 

«Ora, è chiaro che tutti sono tenuti a comunicarsi almeno spiritualmente; perché ciò,  secondo le spiegazioni date, significa incorporarsi a Cristo. La comunione spirituale però  include il desiderio di riceverlo sacramentalmente […]; perciò senza il desiderio di ricevere  questo sacramento per l’uomo non ci può essere salvezza. Ma un desiderio sarebbe vano se  non venisse appagato quando l’opportunità lo consente. Di conseguenza è chiaro che l’uomo  è tenuto a ricevere questo sacramento non solo per la legge della Chiesa, ma anche per il  precetto del Signore: “Fate questo in memoria di me” [Lc 22,11; 1Cor 11,24]»[449].

«Questo sacramento, l’abbiamo già detto sopra, si celebra in memoria della passione del Signore, e si riceve per la salvezza dell’anima»[450].

«Nell’Eucaristia si compendia tutto il mistero della nostra salvezza»[451]. 

È il «pane santo di vita eterna e calice dell’eterna salvezza»[452].

È il cuore dei mezzi «con i quali conseguiamo la salvezza»[453].


Padre Carlos Miguel Buela, 

mercoledì 2 novembre 2022

PANE DI VITA ETERNA E CALICE DELL’ETERNA SALVEZZA

 


Dio opera con la sua potenza

– Nella trasformazione della sostanza del pane e del vino nel Corpo e Sangue del  Signore «il Damasceno dice: “Poiché gli uomini hanno l’abitudine di mangiare il pane e di  bere il vino, Dio ha unito a queste cose la sua divinità e le ha fatte Corpo e Sangue suo”. E  più sotto: “Il pane della comunione non è semplice pane, ma è pane unito alla divinità”... 

Dio ha unito “la sua divinità”, ossia la sua virtù divina, al pane e al vino, non perché essi  rimanessero in questo sacramento, bensì allo scopo di farne il suo Corpo e il suo  Sangue»[382]. 

«S. Agostino afferma: “Dio non è la causa della tendenza al non essere”. Ma questo  sacramento si compie per virtù divina. Dunque in essa la sostanza del pane e del vino non  viene annichilata»[383].

Dio realizza una conversione soprannaturale: «Questa conversione però non è simile  alle conversioni naturali, ma è del tutto soprannaturale, compiuta dalla sola potenza di  Dio»[384]. 

La conversione che si realizza in ogni Eucaristia è assolutamente singolare e sempre  e in ogni caso è realizzata dalla potenza infinita di Dio: «È chiaro infatti che ogni ente  opera in quanto è in atto. Ma ogni agente creato è limitato nel suo atto, appartenendo a un  dato genere e a una determinata specie. Quindi l’azione di qualsiasi agente creato si limita  a un determinato atto. Ora, la determinazione di qualsiasi cosa al proprio essere in atto  dipende dalla forma. Perciò un agente naturale o creato non può causare che una  trasmutazione di forma. E quindi ogni conversione, che si compia secondo le leggi naturali,  è un cambiamento soltanto formale. Dio invece è atto infinito, come abbiamo spiegato nella  Prima Parte. Perciò la sua azione si estende a tutta la natura dell’ente. E quindi può  produrre non soltanto delle conversioni formali, in cui in un medesimo soggetto si  succedono forme diverse; ma può trasmutare tutto l’ente, in modo che tutta la sostanza di  un ente si converta per intero nella sostanza di un altro. Ciò appunto avviene per virtù  divina in questo sacramento»[385].

«Questa conversione si compie per una virtù infinita, della quale è proprio operare  istantaneamente […]. E per questi tre motivi la conversione di cui parliamo è istantanea: –  Primo, perché la sostanza del Corpo di Cristo, alla quale termina questa conversione, non  ammette un più e un meno. – Secondo, perché in questa conversione non c’è un soggetto da  preparare gradualmente. – Terzo, perché viene compiuta dall’infinita virtù di Dio»[386].

«...questa conversione non si compie in virtù della potenza passiva della creatura, ma solo in virtù della potenza attiva del Creatore»[387]. 

«Il Corpo di Cristo rimane in questo sacramento, non solo fino all’indomani, ma  anche oltre, finché durano le specie sacramentali. Quando esse cessano, smette di esistere  in esse il Corpo di Cristo, non perché dipenda da esse, ma perché viene a mancare il suo  legame con quelle specie. Allo stesso modo in cui Dio cessa di essere Signore di una  creatura quando questa viene a mancare»[388].

«...in questo sacramento la consacrazione della materia consiste in una miracolosa conversione della sostanza, che Dio solo può compiere»[389].

Qui Dio opera efficacemente e sacramentalmente, cioè per significazione: «Nella  creazione agì la stessa parola di Dio che opera anche in questo sacramento, ma in modo diverso. Infatti qui essa opera sacramentalmente, ossia secondo la forza della  significazione. Perciò è necessario indicare in questa forma l’ultimo effetto della  consacrazione mediante un verbo sostantivo, di modo indicativo e di tempo presente.  Nella creazione delle cose invece la parola di Dio operò soltanto come causa efficiente: e  l’efficienza deriva dal comando della sua sapienza. Ecco perché nella creazione delle  cose la parola di Dio si esprime con un verbo di modo imperativo, p. es.: “si faccia la  luce: e la luce fu” [Gen 1,3]»[390].

– Nel sostentare gli accidenti senza soggetto proprio: «Perciò si deve concludere che in  questo sacramento gli accidenti rimangono senza soggetto. E la cosa è possibile per virtù  divina. Perché, dipendendo l’effetto dalla causa prima più ancora che dalla causa seconda,  Dio, causa prima della sostanza e dell’accidente, con la sua infinita virtù può conservare in  essere l’accidente anche quando sia venuta meno la sostanza, la quale lo conservava in essere  come causa propria; così come può produrre senza le cause naturali altri effetti delle cause  naturali: come formò, p. es., un corpo umano nel seno della Vergine “senza seme  virile”»[391].

– Nel poter agire gli accidenti senza la forma sostanziale: «L’agire della forma  accidentale dipende dall’agire della forma sostanziale, come l’essere dell’accidente  dipende dall’essere della sostanza. Quindi come per virtù divina è concesso alle specie  sacramentali di poter essere senza la sostanza, così è concesso loro di poter agire senza la  forma sostanziale per la virtù di Dio, da cui, come da primo agente, dipende l’agire di ogni  forma sia sostanziale che accidentale»[392]. 

«Poiché l’ente non è un genere, non può l’essere stesso costituire l’essenza della  sostanza o dell’accidente. La frase quindi “ente per sé senza soggetto” non è la definizione  della sostanza. Né è definizione dell’accidente “ente in un soggetto”; ma piuttosto diremo  che alla quiddità o essenza della sostanza “compete di avere essere senza un soggetto”, e  alla quiddità o essenza dell’accidente “compete di avere essere in un soggetto”. Ora, in  questo sacramento non viene concesso agli accidenti di essere senza soggetto in forza della  loro essenza, ma per la virtù divina che li sostenta. Quindi non cessano di essere accidenti;  perché né si toglie ad essi la definizione di accidenti, né compete ad essi la definizione della  sostanza»[393].

«Questi accidenti hanno acquistato la loro individualità dalla sostanza del pane e  del vino e, dopo che questa si è cambiata nel Corpo e nel Sangue del Cristo, si conservano  per virtù divina nella loro individualità di prima. Rimangono perciò singolari e  sensibili»[394]. 

«Rarefazione e densità sono qualità che i corpi derivano dall’avere essi dentro le  loro dimensioni poca o molta materia: al pari di tutti gli altri accidenti esse derivano dai  principii della sostanza. Perciò, come sparendo la sostanza vengono conservati per virtù  divina gli altri accidenti, così sparendo la materia si conservano per virtù divina le qualità  derivanti dalla materia, cioè la rarefazione e la densità»[395]. 

– L’Eucaristia ci unisce a Dio: «Questo sacramento ha di suo la virtù di conferire la  grazia: cosicché nessuno prima di aver ricevuto questo sacramento possiede la grazia, se  non dipendentemente da un qualche desiderio di esso, o personale, come nel caso degli  adulti, o della Chiesa, come nel caso dei bambini, secondo quello che si è già detto. Si deve  quindi all’efficacia della virtù di questo sacramento che con il solo suo desiderio uno possa  conseguire la grazia che lo vivifica spiritualmente. Ne segue perciò che, quando si riceve  realmente il sacramento stesso, la grazia aumenti e la vita soprannaturale raggiunga la sua  perfezione. Diversamente però da quanto avviene nel sacramento della cresima, in cui la  grazia aumenta e si perfeziona per consentirci di resistere contro gli assalti esterni dei  nemici di Cristo. Nell’Eucaristia invece aumenta la grazia e si perfeziona la vita spirituale  in modo che l’uomo sia perfetto in se stesso mediante l’unione con Dio»[396].

«Questo sacramento conferisce spiritualmente la grazia assieme alla virtù della  carità. Per cui il Damasceno paragona questo sacramento al carbone acceso visto da Isaia:  “Come il carbone non è legno soltanto, ma legno unito al fuoco, così anche il pane della  comunione non è pane soltanto, ma pane unito alla divinità”. Ora, come osserva S. Gregorio,  “l’amore di Dio non rimane ozioso, opera bensì grandi cose, se c’è”. Perciò con questo  sacramento, per quanto dipende dalla sua efficacia, l’abito della grazia e delle virtù non  viene soltanto conferito, ma anche posto in attività, conforme alle parole di S. Paolo: “La  carità di Cristo ci sospinge” [2Cor 5,14]. Ecco perché in forza di questo sacramento l’anima  spiritualmente si ristora, in quanto rimane deliziata e quasi inebriata dalla dolcezza della  bontà divina, secondo l’espressione dei Cantici: “Mangiate, amici; bevete, inebriatevi,  carissimi” [Cnt 5,1]»[397].

La Messa si offre a Dio: «in quanto rappresenta la passione di Cristo, nella quale  egli, secondo l’espressione di S. Paolo, “offrì se stesso come vittima a Dio” [Ef 5,2], ha  natura di sacrificio»[398]. 

La potenza dell’Agente principale opera attraverso le altre potenze partecipate e usate  da Lui: «La virtù sacramentale risiede in più elementi e non in uno soltanto: la virtù del  Battesimo, p. es., sta nelle parole e nell’acqua. Perciò anche la virtù di consacrare non  risiede soltanto nelle parole, ma anche nel potere conferito al sacerdote nella sua  consacrazione o ordinazione, quando gli vien detto dal vescovo: “Ricevi il potere di offrire  nella Chiesa il sacrificio tanto per i vivi quanto per i morti”. Infatti la virtù strumentale  risiede nei molteplici strumenti per mezzo dei quali agisce l’agente principale»[399]. 

I fedeli cristiani laici, a motivo del Battesimo, sono resi capaci di offrire sacrifici  spirituali a Dio: «Un laico giusto è unito a Cristo spiritualmente per mezzo della fede e  della carità, ma non per mezzo del potere sacramentale [del Ordine Sacro]. Possiede perciò  il sacerdozio spirituale per offrire le ostie spirituali di cui parla il Salmista: “È sacrificio  dinanzi a Dio un cuore contrito” [50,19]; e anche S. Paolo: “Offrite i vostri corpi come  ostia vivente” [Rm 12,1]. Ecco perché S. Pietro attribuisce a tutti “un sacerdozio santo per  offrire vittime spirituali” [1Pt 2,5]»[400]. 

Ai sacerdoti ministeriali spetta il consacrare e l’offrire: «La distribuzione del Corpo  del Signore appartiene al sacerdote... perché, come si è detto, egli consacra nella persona di Cristo. Ora, Cristo, come consacrò da sé il proprio Corpo, così da sé lo distribuì agli  altri. Quindi come al sacerdote appartiene la consacrazione del Corpo di Cristo, così  appartiene a lui distribuirlo… [e] perché il sacerdote è costituito intermediario tra Dio e il  popolo. Perciò come spetta a lui offrire a Dio i doni del popolo, così tocca a lui dare al  popolo i doni santi di Dio»[401].

Il cattivo sacerdote ha il potere di consacrare, ma non deve accostarsi all’altare: «Il  sacerdote, come abbiamo visto sopra, consacra questo sacramento non per virtù propria,  ma quale ministro di Cristo. Ora, uno non cessa di essere ministro di Cristo per il fatto che  è cattivo; perché il Signore possiede ministri o servi buoni e cattivi. Nel Vangelo infatti il  Signore si domanda “qual è mai quel servo fedele e prudente, ecc.?”; e poi aggiunge: “Se  quel servo cattivo dice dentro di sé, ecc.” [Mt 24,45.48]. E l’Apostolo scrive: “Ci  considerino come ministri di Cristo” [1Cor 4,1]; e tuttavia dice più sotto: “Non ho  coscienza di alcun mancamento, ma non per questo mi sento giustificato” [4,5]. Egli  dunque era certo di essere ministro di Cristo, sebbene non fosse certo di essere giusto. Uno  può dunque essere ministro di Cristo senza essere giusto. E ciò mette in risalto l’eccellenza  di Cristo, perché a lui come a vero Dio servono non solo le cose buone, ma anche quelle  cattive, che la sua Provvidenza indirizza alla propria gloria. È chiaro dunque che i  sacerdoti, anche se non sono buoni ma peccatori, sono in grado di consacrare  l’Eucaristia»[402].

Nella questione 83 San Tommaso utilizza circa 40 volte la parola «Dio» e le sue variazioni, ma credo che possa bastare quello che abbiamo detto.

Padre Carlos Miguel Buela

giovedì 11 agosto 2022

PANE DI VITA ETERNA E CALICE DELL’ETERNA SALVEZZA

 


Dio


«Il sacerdote con il prefazio prepara l’animo dei fratelli, dicendo:

 “Innalziamo i nostri cuori”, affinché con la risposta: “Sono rivolti al Signore” il popolo 

ricordi di non dovere pensare altro che a Dio”»[362].

San Cipriano


Dio – Spirito

Tutto ciò che si dice in rapporto ai sacramenti appartiene alla rivelazione di Dio agli uomini. È qualcosa di superiore, anteriore e trascendente agli uomini. Dunque la  teologia sacramentale dipende dalla Volontà di Dio e dalle prescrizioni concrete che Egli  ha voluto prendere al riguardo. Stabilì i segni che si dovevano usare e, nella Nuova Legge,  stabilì che i sacramenti fossero non solo segni, ma inoltre che fossero anche cause efficaci.  Significano la grazia perché la danno.

Dio li ha dati per la perfezione della nostra natura umana nella dignità di «immagine  e somiglianza» di Dio (cf. Gen 1,26),  come suoi figli ed eredi dell’eternità. E poiché Dio  non è abituato ad agire a colpi e calci, ma si adatta alla natura (la «synkatábasis» greca),  come dice la Sacra Scrittura,  governa soavemente ogni cosa (Sp 8,1), ne consegue che,  come abbiamo visto, si adatta al processo della vita naturale nel processo della stessa vita  spirituale realizzato dai sacramenti: nascere, crescere, nutrire, pulire…

La verità dell’ordine sacramentale si trova in Dio, è di istituzione divina e lo  sappiamo per l’esplicita rivelazione di Dio, in modo che il suo fondamento ultimo è la  determinazione divina, che è definitiva ma non arbitraria, ed opera secondo convenienze  specifiche. Ha voluto che i sacramenti fossero come sono, e lo sono e lo saranno.

Questa realtà è così al punto che anche le stesse famiglie rituali, antiochenobizantina, romana e copta, che prendono origine delle tre sedi primaziali nella Chiesa, in  base al canone VI del Concilio di Nicea[363] sono in rapporto a tradizioni derivanti da San  Pietro, Principe degli Apostoli e primo Papa. 

Antiochia, dove si era dato per la prima volta il nome di «cristiani» (At 11,26) ai  nostri fratelli, era la capitale della Siria, ambito culturale e linguistico in cui si ebbe la  rivelazione di Dio.  

In fine, l’Eucaristia è una realtà che viene da Dio e conduce a Dio.


a) Dio

L’Eucaristia ci rende partecipi di Dio: «Il secondo significato riguarda l’effetto  presente, cioè l’unità della Chiesa in cui gli uomini vengono congregati per mezzo di questo  sacramento. Per tale motivo esso si denomina comunione o sinassi: spiega infatti il  Damasceno, che “si dice comunione, perché mediante l’Eucaristia comunichiamo con il  Cristo, sia in quanto partecipiamo della sua umanità e divinità, sia in quanto comunichiamo  e ci uniamo tra noi vicendevolmente”»[364]. «In greco si dice pure “metalessi”, ossia  assunzione, perché, come spiega il Damasceno, “con essa noi assumiamo la divinità del  Figlio”»[365].

Ci ottiene la salvezza poiché è propiziazione davanti a Dio per la fede nel Sangue di  Cristo: «…senza la fede nella la passione di Cristo non si poteva mai realizzare la salvezza,  in conformità alle parole di S. Paolo: “Dio ha prestabilito Cristo come propiziazione per la  fede nel suo sangue” [Ro 3,25]. Era quindi necessario che in ogni tempo presso gli uomini  qualche cosa rappresentasse la passione del Signore. Di essa nel Vecchio Testamento il  simbolo principale era l’agnello pasquale; tanto che l’Apostolo afferma: “Qual nostra  Pasqua è stato immolato il Cristo” [1Cor 5,7]. Ora, nel Nuovo Testamento lo succedette il  sacramento dell’Eucaristia, che è commemorativo della passione avvenuta, come l’agnello  pasquale era prefigurativo della passione futura. Era quindi conveniente che  nell’imminenza della passione, dopo aver celebrato l’antico, venisse istituito il nuovo  sacramento, come dice il Papa S. Leone»[366]. Deve essere propiziatorio il sacrificio della  Nuova Alleanza, perché noi uomini – per cui si effettua – siamo peccatori. «In quanto poi è  sacrificio, l’Eucaristia ha effetto soddisfattorio»[367]. 

La verità che il Figlio è veramente Dio c’insegna che il Corpo e il Sangue di Cristo  nell’Eucaristia sono veri: «S. Ambrogio afferma: “Come il Signor Cristo Gesù è vero Figlio  di Dio, così è vera Carne di Cristo quella che noi riceviamo, e il suo Sangue è vera  bevanda”»[368].

Per una semplice creatura è impossibile transustanziare: «Per virtù di un agente  limitato non può una forma cambiarsi in un’altra forma, né una materia in un’altra  materia. Ma per virtù di un agente infinito, che opera su tutto l’ente, tale conversione è  possibile; perché ad ambedue le forme e ad ambedue le materie è comune la natura di ente;  e l’autore dell’ente può mutare l’entità dell’una nell’entità dell’altra, prescindendo di ciò  che distingueva l’una dall’altra»[369]. 

L’Eucaristia è la Nuova Alleanza con Dio che deve essere sancita col sangue: «Il  testamento consiste nella disposizione circa un’eredità. Ora, Dio ha disposto di dare agli  uomini l’eredità celeste in virtù del Sangue di Gesù Cristo perché, come dice l’Apostolo:  “Dove c’è un testamento occorre che intervenga la morte del testatore” [Eb 9,16]. Ebbene, il  Sangue di Cristo è stato dato agli uomini in due modi. Primo, in modo figurale: e ciò  nell’Antico Testamento. Perciò l’Apostolo conclude dicendo: “Neppure il primo Testamento  fu inaugurato senza sangue” [Eb 9,18], come si rileva dall’Esodo: “Dopo aver letto ogni  prescrizione della legge, Mosè asperse l’intero popolo e disse: questo è il sangue del  testamento che il Signore ha concluso con voi” [Es 24,7-8]. Secondo, esso fu dato nella realtà: ed è questa la caratteristica del Nuovo Testamento. L’Apostolo così ne parla nel  passo citato: “Il Cristo è il mediatore del Nuovo Testamento, affinché, intervenuta la sua  morte, gli eletti ricevano l’eterna eredità che è stata loro promessa” [Eb 9,15]. Perciò si dice [nella consacrazione] “il Sangue del Nuovo Testamento”, perché questo non è più dato in  figura, ma nella realtà, tanto che si aggiunge: “che sarà sparso per voi”. – L’ispirazione  interiore [della Nuova Legge] poi deriva dalla virtù del Sangue, in quanto veniamo  giustificati dalla passione di Cristo»[370].

Non solo è Nuova l’Alleanza con Dio che si rinnova ad ogni Messa, ma è anche  Eterna, perché così volle Dio, perché l’eredità è eterna e perché il Sangue di Cristo è unito  alla persona del Verbo, che è eterna: «Questo testamento è nuovo perché nuova è la sua  offerta sacramentale. Ed è chiamato eterno, tanto a causa dell’eterno decreto di Dio,  quanto a causa dell’eterna eredità di cui in questo testamento si dispone. Inoltre è eterna la  persona stessa di Cristo, per il cui Sangue è concessa tale disposizione  testamentaria»[371]. « S. Cirillo scrive: “Il vivificante Verbo di Dio unendosi alla propria  carne la rese vivificante. Era dunque conveniente che egli si unisse in qualche modo ai  nostri corpi per mezzo della sua santa Carne e del suo prezioso Sangue, che noi riceviamo  nella vivificante benedizione in pane e vino”»[372]. 


b) Spirito

Oggi è frequente incontrare chi definisce San Tomasso come «statico», dicendo  anche che non enfatizza l’azione dello Spirito Santo o dello spirito in generale. Noi  sappiamo che essi si considerano «dinamici» e «docili» allo Spirito. Ma non è proprio  così.

San Tommaso parla, già nella prima questione e nel primo articolo del Trattato  sull’Eucaristia, dello Spirito Santo: «L’acqua del Battesimo non ha efficacia spirituale in  quanto acqua, ma per la virtù dello Spirito Santo presente in essa, cosicché il Crisostomo  spiegando le parole evangeliche, “Un angelo del Signore di tempo in tempo...” [Gv 5,4], 

osserva: “Nei battezzati non opera la semplice acqua; ma essa lava tutti i peccati dopo che  ha ricevuto la grazia dello Spirito Santo” [In Io, hom., 36]. Ora, come la virtù dello Spirito  Santo sta all’acqua del battesimo, così il vero Corpo di Cristo sta alle specie del pane e del  vino. Quindi le specie del pane e del vino nulla producono se non in virtù del vero Corpo di  Cristo»[373].

«Quando infatti egli [S. Agostino] dice: “Non questo corpo che vedete, avrete da  mangiare”, intende escludere non la realtà del Corpo di Cristo, ma che esso fosse da  mangiarsi nell’aspetto in cui lo vedevano. Con le altre parole poi: “Vi affido un mistero, che  inteso spiritualmente vi arricchirà di vita”, non vuol dire che il Corpo di Cristo è presente in  questo sacramento solo secondo un simbolismo mistico, ma che vi è presente in modo  spirituale, ossia invisibilmente e per la virtù dello Spirito. Perciò commentando l’affermazione  “la carne non giova a nulla”, spiega: “Nel senso inteso da loro. Infatti essi capirono che  dovevano mangiare la sua carne come si strappa a morsi da un cadavere o come si vende alla  macelleria, non come è animata dallo spirito. Si unisca lo spirito alla carne e giova  moltissimo; se infatti la carne non servisse a nulla, il Verbo non si sarebbe fatto carne per  abitare tra noi”»[374]. «Il testo di S. Agostino e altri simili si riferiscono al Corpo di Cristo  fisicamente visibile, al quale accennano le parole del Signore stesso: “Me invece non mi avrete sempre” [Mt 26,11]. Invisibilmente invece sotto le specie di questo sacramento egli è presente  dovunque questo sacramento si compie»[375]. «[…] L’argomento è valido se si riferisce alla  presenza del Corpo di Cristo fisicamente intesa, ossia nella sua specie visibile; ma non se si  riferisce alla sua presenza spirituale, cioè invisibile, secondo il modo e la virtù dello spirito. Di  qui le parole di Sant’Agostino: “Se intendi spiritualmente” le parole del Cristo a riguardo  della sua carne, “esse sono per te spirito e vita; se le intendi in senso carnale, esse sono  ugualmente spirito e vita, ma non lo sono per te”»[376].

Solo la potenza dello Spirito Santo trasforma il pane e il vino: «Il Damasceno afferma: “Solo  per virtù dello Spirito Santo avviene la conversione del pane nel Corpo di Cristo”»[377]. 

Lo Spirito Santo agisce nell’Eucaristia ex opere operato: «S. Agostino ha scritto:  “Nella Chiesa Cattolica riguardo al mistero del Corpo e del Sangue del Signore un buon  sacerdote non fa niente di più di un sacerdote cattivo: perché il mistero si compie non  secondo i meriti del consacrante, ma per la parola del Creatore e per la virtù dello Spirito  Santo”»[378].

Quando si domanda se il sacerdote peccatore possa celebrare l’Eucaristia cita San  Giovanni Damasceno e Papa Gelasio: «Il Damasceno afferma che “il pane e il vino per  l’intervento dello Spirito Santo si convertono soprannaturalmente nel Corpo e nel Sangue  del Signore”. Ma il Papa Gelasio si domanda: “Come potrà intervenire lo Spirito celeste,  invocato per la consacrazione del divin sacramento, se il sacerdote che ne implora la  presenza si rivela pieno di atti peccaminosi?”. Perciò l’Eucaristia non può essere  consacrata da un cattivo sacerdote...». E risponde: «Prima di quelle parole il Papa Gelasio  aveva scritto: “La santa religione che segue la disciplina cattolica, esige tanta riverenza  che nessuno deve osare di venire ad essa se non con pura coscienza”. Da questo appare  evidente che egli intendeva distogliere il sacerdote peccatore dall’accedere a questo  sacramento. Perciò le parole seguenti: “Come potrà intervenire lo Spirito celeste...?”, sono  da intendersi nel senso che lo Spirito interviene comunque non per merito del sacerdote, ma  per la virtù di Cristo, le cui parole vengono proferite dal sacerdote»[379].

«S. Gregorio esclama: “Oh in quale grande illusione cadono coloro che reputano i  divini e occulti misteri poter essere da alcuni santificati di più: mentre li santifica l’unico e  identico Spirito Santo operando occultamente e invisibilmente”. Ma questi occulti misteri  vengono celebrati nella Messa...»[380].

«La virtù dello Spirito Santo, che mediante l’unione della carità rende  intercomunicanti i beni delle membra di Cristo, fa sì che il bene privato, presente nella  Messa di un buon sacerdote, giovi anche agli altri»[381].

Padre Carlos Miguel Buela

martedì 11 gennaio 2022

PANE DI VITA ETERNA E CALICE DELL’ETERNA SALVEZZA

 


Unità

 

«La custodia e la promozione della comunione ecclesiale è un compito di ogni fedele, che  trova nell’Eucaristia, quale sacramento dell’unità della Chiesa, un campo di speciale sollecitudine»[337].

Giovanni Paolo II


L’Eucaristia significa e causa l’unità della Chiesa. Il secondo effetto del sacramentosacrificio, la res tantum, è tale ineffabile realtà.

«L’Apostolo scrive: “Poiché uno è il pane, noi, benché molti, siamo un medesimo  corpo, partecipando tutti di un medesimo pane e di un medesimo calice” [1Cor 10,17]. Da  ciò risulta evidente che l’Eucaristia è il sacramento dell’unità ecclesiastica»[338]  .

«L’effetto di questo sacramento [res sacramenti] è l’unità del Corpo mistico, senza la  quale non ci può essere salvezza: poiché nessuno può salvarsi fuori della Chiesa, come nel  diluvio nessuno si salvò fuori dell’arca di Noè, simbolo della Chiesa, come insegna S.  Pietro [1Pt 3,20-21]. Ma abbiamo detto sopra che l’effetto di un sacramento si può ottenere  prima di ricevere il sacramento, per mezzo del voto stesso di accostarsi al sacramento.  Perciò prima di ricevere questo sacramento può l’uomo trovare salvezza dallo stesso  desiderio di riceverlo, così come prima di ricevere il Battesimo, in virtù del desiderio di  ricever il Battesimo...»[339].

«Come dice S. Agostino spiegando il testo evangelico citato, “per questo cibo e per  questa bevanda”, che sono la sua Carne e il suo Sangue, “vuole intendere la società del  suo Corpo e delle sue membra che è la Chiesa, formata dai suoi santi e dai suoi fedeli,  predestinati, chiamati, giustificati e glorificati”. Per cui, com’egli stesso altrove fa  osservare, “nessuno deve avere il minimo dubbio che ogni fedele diviene partecipe del  Corpo e del Sangue del Signore nel momento in cui col Battesimo diviene membro del  Corpo di Cristo: e dopo essere stato inserito nell’unità del Corpo di Cristo uno non rimane  privo della comunione di quel pane e di quel calice anche se, formando parte della unità  del Corpo di Cristo, parte da questo mondo prima di mangiare quel pane e di bere quel  calice”»[340].

«Il Battesimo è il sacramento della morte e della passione di Cristo, in quanto  l’uomo viene rigenerato in Cristo per virtù della sua passione. L’Eucaristia invece è il  sacramento della passione di Cristo in quanto l’uomo viene reso perfetto in unione a Cristo  che ha patito. Ecco perché mentre il Battesimo viene denominato “il sacramento della  fede”, la quale è il fondamento della vita spirituale; l’Eucaristia viene chiamata “il  sacramento della carità”, la quale è il “legame perfetto”, secondo l’espressione di S. Paolo [Col 3,14]»[341].

«Il secondo significato riguarda l’effetto presente, cioè l’unità della Chiesa in cui gli  uomini vengono congregati per mezzo di questo sacramento. Per tale motivo esso si  denomina “comunione” o “sinassi”: spiega infatti il Damasceno, che “si dice comunione  perché mediante l’Eucaristia comunichiamo con il Cristo, sia in quanto partecipiamo della  sua carne e divinità, sia in quanto comunichiamo e ci uniamo tra noi vicendevolmente  mediante essa”»[342].

S. Tommaso si pone la seguente obiezione: «Questo sacramento unisce gli uomini a  Cristo come membra al capo. Ma Cristo è il capo di tutti gli uomini, anche di quelli che  vissero all’inizio del mondo, come si disse sopra. Dunque l’istituzione di questo sacramento  non doveva essere differita fino alla Cena del Signore». E risponde: «L’Eucaristia è il  sacramento perfetto della passione del Signore in quanto contiene il Cristo stesso che ha  patito. Non poté perciò essere istituita prima dell’incarnazione: quello invece era il tempo  dei sacramenti che dovevano prefigurare la passione del Signore»[343].

Fu molto conveniente che nostro Signore istituisse come materia del sacrificio  incruento il pane e il vino «in rapporto all’effetto relativo a tutta la Chiesa, la quale,  secondo la Glossa posta a commento delle parole di S. Paolo: “Molti siamo un solo corpo” 

[1Cor 10,17], è costituita dalla diversità dei fedeli “come il pane deriva da chicchi diversi e  il vino è spremuto da diversi grappoli d’uva”»[344] «Le carni degli animali uccisi,  quantunque rappresentino la passione di Cristo in modo più espressivo, tuttavia sono meno  indicate per l’uso comune di questo sacramento e per esprimere l’unità della Chiesa»[345].

Anche l’aggiunta di qualche goccia d’acqua al vino fatta nell’offertorio contribuisce a  questa significazione, «poiché ciò concorre a esprimere l’effetto di questo sacramento, che è  l’unione del popolo cristiano con Cristo; come infatti spiega il papa Giulio I, “nell’acqua è  raffigurato il popolo, mentre nel vino si ha il Sangue di Cristo. Quando dunque nel calice si  aggiunge l’acqua al vino, il popolo si unisce a Cristo”»[346]. 

L’effetto del sacramento si può scoprire anche dalle specie nelle quali è donato: «…

l’effetto di questo sacramento si desume dalle specie sotto le quali ci viene dato. Osserva S.  Agostino in proposito: “Il Signore nostro ci affidò il suo Corpo e il suo Sangue servendosi  di sostanze che devono la loro unità a una pluralità di cose: la prima infatti”, cioè il pane,  “diviene un’unica sostanza da molti grani; la seconda”, cioè il vino, “lo diviene dal  confluire di molti chicchi di uva”. E per questo altrove esclama: “O sacramento di pietà,  segno di unità, o vincolo di carità!”. Ora, considerando che Cristo e la sua passione è la  causa della grazia, e che la refezione spirituale e la carità non si possono avere senza la  grazia, risulta da quanto abbiamo detto che questo sacramento conferisce la grazia»[347].

Perciò: «Questo sacramento conferisce spiritualmente la grazia assieme alla virtù  della carità. Per cui il Damasceno paragona questo sacramento al carbone acceso visto da  Isaia: “Come il carbone non è legno soltanto, ma legno unito al fuoco, così anche il pane  della comunione non è pane soltanto, ma pane unito alla divinità”. Ora, come osserva S.  Gregorio, “l’amore di Dio non rimane ozioso, opera bensì grandi cose, se c’è”. Perciò con questo sacramento, per quanto dipende dalla sua efficacia, l’abito della grazia e delle virtù  non viene soltanto conferito, ma anche spinto al atto, conforme alle parole di S. Paolo: “La  carità di Cristo ci sospinge” [2Cor 5,14]»[348].

Adesso l’unità e la pace si ottengono in modo imperfetto; non così nella gloria:  «Altrettanto si dica della refezione di questo cibo spirituale e dell’unità significata dalle  specie del pane e del vino: tali effetti si hanno, è vero, al presente, però in maniera  imperfetta; perfettamente essi si ottengono nello stato di gloria. Osserva in merito S.  Agostino a commento delle parole di Gesù, “la mia carne è vero cibo” [Gv 6,55]: “Gli  uomini che col mangiare e col bere desiderano di togliersi la fame e la sete, non ci riescono  propriamente se non con questo cibo e con questa bevanda, che rende i suoi consumatori  immortali e incorruttibili nella società dei santi, dove sarà pace e unità piena e  perfetta”»[349].

«Come sacramento l’Eucaristia produce il suo effetto in due modi: primo,  direttamente per virtù del sacramento; secondo, quasi per una certa concomitanza, come si è  detto a proposito di quanto è contenuto nel sacramento. In virtù del sacramento essa ha  direttamente l’effetto per il quale è stata istituita. Ora, l’Eucaristia non è stata istituita al fine  di soddisfare, bensì al fine di nutrire spiritualmente per l’unione con Cristo e con le sue  membra, ossia come il nutrimento si unisce a chi se ne ciba. Compiendosi però tale unione  mediante la carità, per il cui fervore si ha la remissione non solo della colpa ma anche della  pena, per una certa concomitanza con l’effetto principale l’uomo ottiene anche la remissione  della pena. Non di tutta però, ma in misura della sua devozione e del suo fervore.

In quanto poi è sacrificio, l’Eucaristia ha effetto soddisfattorio. Ma nella  soddisfazione pesa più la disposizione dell’offerente che la grandezza della cosa offerta,  cosicché il Signore dice che la vedova mettendo due spiccioli “aveva messo più di tutti”.  Perciò, sebbene questo sacrificio per la grandezza dell’offerta basti alla soddisfazione di  ogni pena, tuttavia diviene soddisfattorio per coloro per cui si offre, o per coloro che  l’offrono, in misura della loro devozione, non già di tutta la pena loro dovuta»[350].

«In questo come negli altri sacramenti, quel che è il rito sacramentale è segno del  effetto prodotto dal sacramento [res sacramenti]. Ora, la realtà prodotta dal sacramento  dell’Eucaristia è duplice, come sopra abbiamo detto: la prima, significata e contenuta nel  sacramento, è Cristo stesso; la seconda, significata e non contenuta, è il Corpo mistico di  Cristo, ossia la società dei santi. Chi dunque si accosta all’Eucaristia, per ciò stesso dichiara  di essere unito a Cristo e incorporato alle sue membra. Ma questo si attua per mezzo della  fede formata [dalla carità], che nessuno ha quando è in peccato mortale. È chiaro dunque che  chi riceve l’Eucaristia con il peccato mortale commette una falsità nei riguardi di questo  sacramento. Perciò si macchia di sacrilegio come profanatore del sacramento. E quindi  pecca mortalmente»[351].

«Cristo, apparendo visibilmente nella sua specie, non si lasciava toccare dagli  uomini in segno della loro unione spirituale con lui, come invece si offre per essere assunto  in questo sacramento. Perciò i peccatori toccandolo nella sua propria specie non  commettevano un peccato di falsità contro le cose divine, come lo commettono i peccatori che ricevono questo sacramento.

Inoltre Cristo possedeva allora una carne “simile a quella di peccato”: perciò era  giusto che si lasciasse toccare dai peccatori. Ma una volta eliminata dalla gloria della  resurrezione la somiglianza con la carne di peccato non volle essere toccato dalla donna,  che mancava di fede nei suoi riguardi, dicendole: “Non mi toccare, perché non sono  ancora salito al Padre mio” [Gv 20,17]; cioè “nel tuo cuore”, come spiega S. Agostino.  Così i peccatori, che nei riguardi di lui mancano di fede formata [dalla carità], sono esclusi  dal contatto di questo sacramento»[352].

Riguardo a coloro che sono separati dalla fede cattolica: «è più grave l’impedimento  della carità stessa che l’impedimento del suo fervore. Di conseguenza il peccato  d’incredulità che separa radicalmente l’uomo dall’unità della Chiesa, parlando in senso  assoluto, indispone l’uomo più di ogni altro peccato a ricevere l’Eucaristia, che è il  sacramento di tale unità, come si è detto. Quindi un incredulo pecca più gravemente  ricevendo questo sacramento che un credente peccatore, e più gravemente oltraggia Cristo  presente in questo sacramento, specialmente se non crede alla sua reale presenza; perché,  per quanto dipende da lui, sminuisce la santità di questo sacramento e la virtù di Cristo  che opera in esso: ciò equivale a disprezzare il sacramento in se stesso. Il fedele invece,  che si comunica cosciente di essere in peccato, non profana questo sacramento in se  stesso, ma ne profana l’uso, ricevendolo indegnamente. Ecco perché l’Apostolo, dando la  ragione di questo peccato, dice: “Non distinguendo il Corpo del Signore” [1Cor 11,19],  cioè “non facendo differenza tra esso e gli altri cibi”; e ciò lo fa massimamente chi non  crede alla presenza di Cristo in questo sacramento»[353]. 

A questo punto è indispensabile ricordare l’enciclica di Giovanni Paolo II Ecclesia  de Eucharistia, e citare alcuni paragrafi: «La celebrazione dell’Eucaristia, però, non può  essere il punto di avvio della comunione, che presuppone come esistente, per consolidarla e  portarla a perfezione. Il Sacramento esprime tale vincolo di comunione sia nella  dimensione invisibile che, in Cristo, per l’azione dello Spirito Santo, ci lega al Padre e tra  noi, sia nella dimensione visibile implicante la comunione nella dottrina degli Apostoli, nei  Sacramenti e nell’ordine gerarchico. L’intimo rapporto esistente tra gli elementi invisibili e  gli elementi visibili della comunione ecclesiale è costitutivo della Chiesa come sacramento  di salvezza [cfr. CDF, Communionis notio, 4: AAS 85 [1993] 839-840]. Solo in questo  contesto si ha la legittima celebrazione dell’Eucaristia e la vera partecipazione ad essa.  Perciò risulta un’esigenza intrinseca all’Eucaristia che essa sia celebrata nella comunione,  e concretamente nell’integrità dei suoi vincoli […].

La comunione ecclesiale dell’assemblea eucaristica è comunione col proprio  Vescovo e col Romano Pontefice. Il Vescovo, in effetti, è il principio visibile e il fondamento  dell’unità nella sua Chiesa particolare [LG, 23]. Sarebbe pertanto una grande  incongruenza se il Sacramento per eccellenza dell’unità della Chiesa fosse celebrato senza  una vera comunione col Vescovo. Scriveva sant’Ignazio di Antiochia: “Si ritenga sicura  quell’Eucaristia che si realizza sotto il Vescovo o colui a cui egli ne ha dato incarico” [PG  5,713]. Parimenti, poiché “il Romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e  visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli” [LG, 23], la comunione con lui è un’esigenza intrinseca della celebrazione del Sacrificio  eucaristico. Di qui la grande verità espressa in vari modi dalla Liturgia: “Ogni  celebrazione dell’Eucaristia è fatta in unione non solo con il proprio Vescovo ma anche  con il Papa, con l’Ordine episcopale, con tutto il clero e con l’intero popolo. Ogni valida  celebrazione dell’Eucaristia esprime questa universale comunione con Pietro e con l’intera  Chiesa, oppure oggettivamente la richiama, come nel caso delle Chiese cristiane separate  da Roma” [CDF, Communionis notio, 14: AAS 85 [1993] 847].

L’Eucaristia crea comunione ed educa alla comunione. San Paolo scriveva ai fedeli di  Corinto mostrando quanto le loro divisioni, che si manifestavano nelle assemblee  eucaristiche, fossero in contrasto con quello che celebravano, la Cena del Signore.  Conseguentemente l’Apostolo li invitava a riflettere sulla vera realtà dell’Eucaristia, per farli  ritornare allo spirito di comunione fraterna [cfr. 1Cor 11,17-34]. Efficacemente si faceva eco  di questa esigenza sant’Agostino il quale, ricordando la parola dell’Apostolo: “Voi siete  corpo di  Cristo  e  sue  membra”  [1Cor 12,27],  osservava: “Se voi siete il suo corpo e le  sue membra, sulla mensa del Signore è deposto quel che è il vostro mistero; sì, voi ricevete  quel che è il vostro mistero” [Sermo 272: PL 38, 1247]. E da tale constatazione deduceva:  “Cristo Signore [...] consacrò sulla sua mensa il mistero della nostra pace e unità. Chi riceve  il mistero dell’unità, ma non conserva il vincolo della pace, riceve non un mistero a suo  favore, bensì una prova contro di sé” [Ibid., 1248]»[354].

Ancora alcuni bellissimi testi di San Tommaso in merito: «L’Eucaristia è il  sacramento dell’unità della Chiesa, la quale risulta dal fatto che molti sono “una sola cosa  in Cristo” [Gal 3,28]»[355].

«La virtù dello Spirito Santo, che mediante l’unione della carità rende  intercomunicanti i beni delle membra di Cristo, fa sì che il bene privato, presente nella  messa di un buon sacerdote giovi anche agli altri. Invece il male privato di una persona  non può nuocere ad altri, se questi, come spiega S. Agostino, in qualche modo non vi  consentono»[356], perché «“la malizia del ministro non può ridondare sui misteri di  Cristo”»[357].

«Il Corpo vero di Cristo è figura del suo Corpo mistico... L’unità del Corpo mistico è  frutto della comunione del vero Corpo di Cristo. Ora, quelli che si comunicano o  l’amministrano indegnamente perdono codesto frutto…»[358].

«…si dispone il popolo mediante la pace, che viene data invocando l’“Agnello di  Dio”: l’Eucaristia è infatti il sacramento dell’unità e della pace…»[359]. 

«L’Eucaristia è il sacramento della perfetta unità della Chiesa. Quindi  particolarmente in questo sacramento più che negli altri si deve rammentare tutto ciò che si  riferisce alla salvezza della Chiesa intera»[360].

La Messa è l’inno trionfale della Chiesa Una: «La Chiesa, mentre è pellegrinante qui in terra, è chiamata a mantenere ed a promuovere sia la comunione con Dio Trinità sia la  comunione tra i fedeli. A questo fine essa ha la Parola e i Sacramenti, soprattutto  l’Eucaristia, della quale essa “continuamente vive e cresce” [LG, 26] e nella quale in pari  tempo esprime se stessa. Non a caso il termine comunione è diventato uno dei nomi  specifici di questo eccelso Sacramento.

L’Eucaristia appare dunque come culmine di tutti i Sacramenti nel portare a  perfezione la comunione con Dio Padre mediante l’identificazione col Figlio Unigenito per  opera dello Spirito Santo. Con acutezza di fede esprimeva questa verità un insigne scrittore  della tradizione bizantina: nell’Eucaristia, “a preferenza di ogni Sacramento, il mistero [della comunione] è così perfetto da condurre all’apice di tutti i beni: qui è l’ultimo termine  di ogni umano desiderio, perché qui conseguiamo Dio e Dio si congiunge a noi con  l’unione più perfetta” [N. Cabasilas, La vita in Cristo, IV, 10: Sch 355, 270]. Proprio per  questo è opportuno coltivare nell’animo il costante desiderio del Sacramento eucaristico. È  nata di qui la pratica della “comunione spirituale”, felicemente invalsa da secoli nella  Chiesa e raccomandata da Santi maestri di vita spirituale. Santa Teresa di Gesù scriveva:  “Quando non vi comunicate e non partecipate alla messa, potete comunicarvi  spiritualmente, la qual cosa è assai vantaggiosa... Così in voi si imprime molto dell’amore  di nostro Signore” [Cammino di perfezione, c. 35]»[361].

Padre Carlos Miguel Buela

lunedì 8 novembre 2021

PANE DI VITA ETERNA E CALICE DELL’ETERNA SALVEZZA

 


L’Eucaristia «...è propriamente il sacramento  del Corpo di Cristo… più che il sacramento della sua divinità»[299].

San Tommaso


1º. La fede della Chiesa

Insegna il Concilio di Trento: «Sempre vi è stata nella Chiesa di Dio questa fede,  che, cioè, subito dopo la consacrazione, sotto l’specie del pane e del vino vi è il vero Corpo  di nostro Signore e il suo vero Sangue, insieme con la sua anima e divinità: il Corpo è sotto  la specie del pane e il Sangue sotto la specie del vino, e l’anima sotto l’una e l’altra specie;  ma in forza di quella naturale unione e concomitanza, per cui le parti del Cristo Signore,  che ormai è risorto dai morti e non muore più, sono unite tra loro. Inoltre la divinità è  presente per quella sua mirabile unione ipostatica col corpo e con l’anima. È quindi  verissimo che sotto una sola specie è contenuto tanto, quanto sotto entrambe. Cristo, infatti,  è tutto e integro sotto la specie del pane e sotto qualsiasi parte di questa specie, e tutto  anche sotto la specie del vino e sotto ogni sua parte»[300]. 

In forza del sacramento, delle parole o della doppia conversione (transustanziazione),  sotto la specie del pane c’è solo il Corpo del Signore e, separato, sotto la specie del vino  solo il Sangue del Signore. 

Ciò avviene per se[301], directe[302].


Di per se e direttamente nell’Eucaristia non ci sono: 

1.     Né il Sangue sotto la specie di pane; 

2.     Né il Corpo sotto la specie di vino; 

3.     Né l’anima di Cristo;

4.     Né la divinità; 

5.     Né la quantità dimensiva propria del Corpo o del Sangue, cioè le dimensioni e  gli accidenti che accompagnano la quantità come il peso, il volume, ecc.;

6.     Né le qualità del Corpo e del Sangue di Cristo, come sono la forma, la figura, il 

colore, ecc.;

7.     Né le qualità passibili che gli permettono di subire alterazioni;

8.     Né gli accidenti azione e passione. Il Corpo nel quale termina per se la  transustanzione del pane non è soggetto di passioni che gli vengano da un agente  estrinseco: non può essere visto, né toccato, ne triturato, né patire, né essere  ucciso;

9.     Quindi, non si trovano direttamente e per se i diversi stati che seguono alla  natura visibile del Signore, cioè lo stato passibile, esangue, inanimato e mortale,  neppure lo stato immortale e glorioso. Ma si parla di stato di vittima: Cristo è una  vera vittima e si trova in uno stato di vittima. Questo avviene tuttavia non perché  sia sotto la azione di un agente che gli stia causando una passione, un dolore o la  morte, bensì per un altro motivo: per la duplice consacrazione che pone separate  la sostanza del Sangue dalla sostanza del Corpo. 


2º. La differenza tra «ex vi sacramenti» e «ex vi concomitantiae» è fondamentale

Occorre avere in grande considerazione ciò che diremo, perché ci troviamo davanti al problema centrale dell’Eucaristia come sacrificio. 

 

Lo esprimeremo in cinque argomenti equivalenti:

1. Per se >< Per accidens. San Tommaso insegnò: «Il modo di essere di qualsiasi  cosa è determinato da ciò che le appartiene per se, e non da ciò che le appartiene per  accidens: come un corpo è presente nell’occhio in quanto è bianco e non in quanto è dolce,  sebbene il medesimo corpo possa essere bianco e dolce. E così la dolcezza è nell’occhio  secondo il modo della bianchezza, e non secondo il modo della dolcezza. Ora, dato che in  forza del sacramento è presente nell’Eucaristia la sostanza del Corpo di Cristo, mentre le  sue dimensioni vi si trovano per concomitanza e quasi per accidens, tali dimensioni sono  presenti in questo sacramento non nel modo loro proprio [della quantità] [...], ma secondo  il modo della sostanza...»[303].

È chiaro dunque che il modo di essere di una cosa si stabilisce da ciò che la riguarda essenzialmente, non da quanto avviene come per accidens. Se vediamo ad es. una caramella  bianca, la vediamo perché è bianca, non perché è dolce, anche se la caramella bianca è  dolce. Giacché pure la dolcezza è nella vista alla maniera tipica del biancore, non a quella  della dolcezza. Analogamente, in forza del sacramento sotto la specie del vino c’è solo la  sostanza del Sangue separata dal Corpo del Signore, con il suo valore sacrificale, e ciò  riguarda l’Eucaristia essenzialmente. C’è anche il suo Corpo, ma ciò avviene solo come per  accidens, poiché avviene per concomitanza; e nelle nostre Messe, cioè realizzate dopo la  resurrezione del Signore, vi è il Corpo glorioso, ma non al modo proprio del Corpo glorioso,  bensì al modo proprio del sacrificio sacramentale. 

2. Directe >< non fit per se. Tutto quanto avviene per concomitanza, adesso  nell’Eucaristia, è unito indisso-lubilmente al Corpo e al Sangue del Signore, però in relazione  a quanto vi è per virtù del sacramento gli avviene come per accidens[304], cioè, al modo  come gli accidenti sono nella sostanza, realizzati non direttamente, ma indirettamente, in  modo che «la virtù delle parole sacramentali ha il compito di produrre e rendere presente  nel sacramento il Corpo [e il Sangue]… siano quelli che siano gli accidenti che esistano in  esso realmente»[305]. Dom Vonier dice che quest’ultima frase è un colpo di genio!  Letteralmente «un vero lampo di genio»[306]. 

3. L’aspetto glorioso non distrugge la realtà sacrificale. Ciò che è per accidens non  entra nella divisione del genere[307], quindi analogamente ciò che avviene nel sacramento come per accidens, a motivo della concomitanza, non si deve considerare come se fosse un  altro genere diverso da quanto accade nel sacramento «per se» e «directe», tramite la  conversione sacramentale, per la quale si realizza essenzialmente e direttamente il sacrificio  sacramentale del Nuovo Testamento.

4. Ciò che è sostanziale non dipende tanto di ciò che è accidentale, quanto questo  di quello. Come è noto, ciò che è accidentale dipende dalla sostanza – da ciò che è  essenziale – più di quanto la sostanza dipenda dall’accidente[308], per cui analogamente  dobbiamo pensare che nell’Eucaristia ciò che vi è come per accidens dipende da quanto vi è essenzialmente più di quanto ciò che vi è essenzialmente dipenda da ciò che vi è come per  accidens. Le due cose avvengono allo stesso istante, ma ciò che è per concomitanza accade  soltanto se c’è il Corpo e Sangue del Signore. Lo stato glorioso di Cristo pertanto non  impedisce in alcun modo che si offra in stato di Vittima. L’Eucaristia è, dunque, direttamente ed essenzialmente, sacrificio.

Quando diciamo quasi per accidens vogliamo indicare un modo di essere di una cosa  in un’altra, al modo come gli accidenti sono nella sostanza, l’accompagnano, le sono  concomitanti, quasi per accidens. Ma non si parla di accidente metafisico perché tutto ciò  che si trova sotto la specie del pane dopo la consacrazione, concomitante al Corpo di Cristo, quasi per accidens, metafisicamente parlando può essere un accidente (come la quantità  dimensiva) o una parte sostanziale (come il Sangue) o una sostanza incompleta (come  l’anima) o una sostanza completa (come la Divinità). Ma tutte queste realtà sono quasi per  accidens nel Corpo dopo la consacrazione.

5. Ogni cosa è ciò che ha di principale, il resto aderisce a ciò. Chiarisce San  Tommaso: «Bisogna notare che ogni cosa è in modo massimo ciò che in essa è principale,  tutte le altre cose invece, aderiscono a ciò che è principale, e in certo qual modo sono  assunte da essa, in quanto ciò che è principale si serve delle altre cose secondo la sua  disposizione. Questa affermazione si può riscontrare sia nella società civile, nella quale i  principi sono quasi tutta la città, ed essi si servono degli altri d’accordo alla loro  disposizione, come se fossero membri che a loro aderiscono; sia pure in una unione naturale.  Infatti, sebbene l’uomo consta naturalmente d’anima e corpo, tuttavia l’anima è più  principale, alla quale il corpo aderisce, eppure l’anima si serve di esso per le operazioni  convenienti. Così pure nell’unione fra Dio e la natura umana non è la divinità attirata verso  l’umanità, piuttosto al contrario, la natura umana è assunta da Dio, non nel senso che essa  diventi Dio, bensì in quanto aderisce a Dio, e così l’anima e il corpo, in certo qual modo  sono assunte dallo stesso Dio, al modo come le parti del corpo sono assunte dall’anima,  come se fossero membra della stessa anima»[309]. In modo analogo possiamo applicare  questa dottrina all’Eucaristia, nella quale ciò che è principale è il sacrificio, il resto si aderisce  ad esso, e ciò che è principale si serve del resto secondo la propria disposizione. 

3º. Lo stato glorioso non è incluso direttamente, per se, nella natura del sacramento 

Come diceva S.S. Pio XII, Gesù sta nell’Eucaristia «con segni esteriori che sono indizi di morte»[310], come il Sangue separato dal suo Corpo. San Pietro Giuliano Eymard  affermava con una bella espressione: «Egli prende dalla morte ciò che può, cioè prende la  condizione di morte e così lo vediamo come Agnello immolato per noi»[311]. Perciò S.  Tommaso insegna: L’Eucaristia «…è propriamente il sacramento del Corpo di Cristo,  concepito senza corruzione, più che il sacramento della sua divinità...»[312], e rimanda i  suoi lettori più avanti, dove parla del modo della presenza, a motivo della concomitanza,  dell’anima e della divinità nell’Eucaristia[313].

Lo stato glorioso non s’include per se nella natura del sacramento, come neanche glia  altri stati del Corpo di Cristo; «essi non entrano direttamente nella natura del sacramento  come tale, il sacramento li trascende; il sacramento è ugualmente vero, ugualmente  potente, ugualmente diretto…»[314] in qualunque stato Cristo si trovi. Si è fatto già notare  che nei nostri tempi quasi tutta la letteratura eucaristica e buona parte del culto e della  devozione al Ssmo. Sacramento si fondano più sugli elementi concomitanti che su quelli  sacramentali di essa, così che spesso si offusca la realtà sacrificale dell’Eucaristia[315].

Negare la differenza tra ciò che nell’Eucaristia è ex vi sacramenti e ciò che è ex vi  concomitantiae, pur non essendo di fede, sarebbe erroneo e temerario, non solo per  l’autorità del Concilio di Trento, che per chiarire maggiormente il mistero usa queste frasi,  ma anche perché la differenza di cui parliamo deriva chiaramente dai principi della  fede[316].

4º. L’unione ipostatica fa parte della concomitanza

Certi teologi sono arrivati a dire che il pronome possessivo mio, nella formula della  consacrazione sia del pane che del vino, significherebbe l’unione ipostatica e, quindi, la  divinità si troverebbe nell’Eucaristia in forza del sacramento. Ma non è così, perché le  parole «Questo è il mio Corpo» significano solo «il Corpo di Cristo in quanto uomo e,  perciò, in quanto corpo umano, perché né la sussistenza né l’unione ipostatica sono della  sua essenza e nemmeno sono le sue parti integranti; e il Corpo di Cristo Signore fu ucciso e  offerto in quanto umano, benché veramente unito alla divinità. Quindi la divinità viene  significata in esse [nelle parole della formula] solo in via secondaria e  consequenziale»[317], concomitantemente, «non avendo mai la divinità lasciato il Corpo  che assunse»[318].

Affermava S. Tommaso: «Con il pronome “mio”, che implica l’indicazione della prima  persona, cioè di quella che parla, è sufficientemente espressa la persona di Cristo, nella quale  si proferiscono le parole, come si è detto»[319].

5º. Mai si ha il Corpo senza il Sangue, né viceversa

Il caso di concomitanza che di solito provoca più difficoltà è questo: «Attualmente né  il Corpo è mai senza il Sangue, né il Sangue senza il Corpo nel sacrificio eucaristico. Per  molta buona gente questa verità dogmatica ha fatto dimenticare la nozione fondamentale del  sacrificio eucaristico. Sembra che esse abbiano l’impressione che, per l’inseparabilità del  Corpo e del Sangue, l’Eucaristia non sia un’immolazione abbastanza energica a meno che si  cerchino altrove le caratteristiche di un vero sacrificio [...]. Non offriamo a Dio nel sacrificio eucaristico le due cose che Egli ama di più in questo mondo: il Corpo e il Sangue del Figlio  suo? Che questo Corpo e questo Sangue siano circondati di ogni sorta di gloria, che siano  anche collegati l’un l’altro non diminuisce certamente la perfezione del dono, né la sua  precisa natura. Non vi sarebbe sacrificio se il dono fosse qualcosa di meno del Corpo e del  Sangue; ma perché la presenza di maggiori glorie nel Corpo e nel Sangue impedirebbe il  sacrificio? Purché noi ci avviciniamo a Dio presentandoGli la Carne e il Sangue della  vittima per mezzo del nostro ministero sacramentale noi compiamo un atto sacerdotale  esplicitamente qualificato. Che Dio si degni di fare dei nostri doni qualcosa di più ricco di  quel che potrebbe fare il nostro solo ministero, non può creare confusione. In queste regioni  sublimi della vita divina le realtà sono inseparabili: si accompagnano le une con le altre,  senza distruggere reciprocamente la loro realtà individuale»[320]. 

Fin qui l’incomparabile sfogo di un cuore appassionatamente sacerdotale che dà un  argomento ad hominem, al suo livello, di molto valore. Noi tuttavia pensiamo che la risposta  scientifica alla difficoltà deve essere, ripetiamo, questa: il modo di essere di una cosa si  stabilisce da ciò che la riguarda essenzialmente, non per quanto avviene come per accidente.  Se vediamo una caramella bianca, la vediamo perché è bianca, non perché è dolce, per quanto  la caramella bianca sia dolce. Poiché anche la dolcezza sta nella vista al modo proprio della  bianchezza, non al modo della dolcezza. Analogamente, a motivo del sacramento c’è solo la  sostanza del Sangue separata dal Corpo del Signore con il suo valore sacrificale, e questo è  adeguato all’Eucaristia essenzialmente. C’è pure il suo Corpo, con il suo Sangue per  concomitanza, e il Sangue con il Corpo, per concomitanza, ma questo avviene come per  accidens, perché avviene per concomitanza. L’uno e l’altro si avranno per concomitanza non  al modo proprio di ciascuno, ma al modo proprio dell’altra realtà sacramentale, cioè il Sangue  sotto la specie di pane e il Corpo sotto la specie di vino, e ciò accade non di per sé, ma come  per accidens.

Sembra che San Tommaso lo intenda così. Due volte almeno esprime la differenza  esistente tra i diversi modi di essere nel sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, modi  di essere che dipendono dalla virtù del sacramento (ex vi sacramenti) o dalla reale  concomitanza (ex naturali concomitantia). 

1º. Presentandosi la difficoltà di capire che quanto già è stato fatto non può farsi di  nuovo: «Quello che già è stato fatto, non può farsi ormai. Ora, il Corpo di Cristo è già  presente in questo sacramento per la consacrazione del pane. Non può dunque  incominciare ad esserci una seconda volta per la consacrazione del vino. Quindi sotto le  specie del vino non sarà contenuto il Corpo di Cristo, e di conseguenza non sarà in esso  contenuto tutto il Cristo. Perciò in ognuna delle due specie non è contenuto Cristo nella sua  integrità»[321]. Al che risponde: «Il Corpo di Cristo, come si è detto, non è nelle specie del  vino in forza del sacramento [ex vi sacramenti], ma solo per concomitanza. Quindi con la  consacrazione del vino si renderà presente il Corpo di Cristo non direttamente [per se], ma  per concomitanza»[322].

2º. Quando presenta la difficoltà che vi sarebbe il Corpo senza il Sangue, prima della  consacrazione del vino: «Come per la consacrazione del pane comincia ad essere presente il Corpo di Cristo sotto questo sacramento, così per la consacrazione del vino incomincia a  essere presente il Sangue. Se dunque le parole della consacrazione del pane avessero il  loro effetto prima della consacrazione del vino, succederebbe che in questo sacramento il  Corpo di Cristo comincerebbe ad essere presente privo di Sangue. Il che non è  ammissibile»[323]. Argomento che scioglie in questo modo: «Dalla ragione esposta nella  difficoltà sembra che siano stati ingannati quanti tennero la suddetta opinione. Si deve  dunque ricordare che, dopo la consacrazione del pane sono presenti nella specie del pane  sia il Corpo di Cristo in forza del sacramento [ex vi sacramenti], sia il suo Sangue in forza  della reale concomitanza; invece dopo la consacrazione del vino, nelle specie del vino il  Sangue di Cristo è presente in forza del sacramento, e il Corpo di Cristo per naturale  concomitanza, cosicché tutto il Cristo è presente sotto l’una e sotto l’altra specie, come si è  detto sopra»[324].

Come dice Dom Vonier: «sopratutto l’aspetto sacrificale dell’Eucaristia può  essere salvaguardato solo se si dà l’importanza che conviene a tutto ciò che si trova  nell’Eucaristia “in virtù del sacramento” (vi sacramenti). Dal punto di vista dogmatico  inoltre questa distinzione è di importanza vitale se si vuol difendere la fede antica [...].  Ricordiamoci, dal momento che Cristo è tutto in questo sacramento (benché non in virtù  del sacramento), vi è per modum sacramenti, cioè non secondo il modo di essere naturale,  ma secondo un modo d’essere interamente nuovo, il modo di essere  sacramentale…»[325]  . E San Tommaso arriva a dire che c’è un  doppio modo di essere  del Corpo di Cristo: un modo di essere secundum se e un altro nel sacramento, uno  secondo il suo essere naturale, e un altro secondo la sua presenza sacramentale: «Ora, per  Cristo non è la stessa cosa essere in sé ed essere nel sacramento: poiché dicendo che egli  è nel sacramento, si indica una sua relazione con questo sacramento»[326]  . 

Indirettamente questo è anche confermato da un’altro argomento di San Tommaso: 

«quanto più grande è ciò contro cui si pecca, tanto più grave è il peccato. E poiché la divinità  di Cristo è superiore alla sua umanità e l’umanità stessa è superiore ai sacramenti della sua  umanità, i peccati più gravi sono quelli che si commettono direttamente contro la divinità,  come i peccati d’incredulità e di bestemmia. Al secondo posto per gravità vengono i peccati  che si commettono contro l’umanità di Cristo, tanto che si legge: “chi pecca contro il Figlio  dell’uomo, otterrà il perdono; ma chi pecca contro lo Spirito Santo, non otterrà il perdono né  in questo secolo né in quello futuro” [Mt 12,32]. Al terzo posto ci sono i peccati che si  commettono contro i sacramenti, i quali si ricollegano all’umanità di Cristo. Dopo di essi  vengono gli altri peccati contro le semplici creature»[327]. Distinguendo tra umanità di Cristo  e suo sacramento.

Tornando alla differenza tra sacramento e concomitanza, il Card. Billot affermava:  «tale affermazione, contenuta nel Concilio di Trento, è di grande importanza per la  comprensione di tutto il mistero [eucaristico]. – Perché da una parte, affermando che vi  sacramenti sotto la specie del pane c’è solo il Corpo del Signore, e sotto la specie del vino  solo il Sangue, si gettano le fondamenta della dottrina del sacrificio della Messa»[328].

Ho la netta impressione che la dimenticanza di questo chiarimento del mistero dell’Eucaristia, che getta le fondamenta della dottrina della Messa come sacrificio, ha  indotto molti sacerdoti a cadere, benché involontariamente, nelle corruttele e devianze  liturgiche che desolano tanti cristiani e cristiane che, con serenità e semplicità, continuano a  combattere la buona battaglia della fede di sempre riguardo al Santo Sacrificio.

Accantonare questa dottrina è rendersi volontariamente incapace di stare sempre pronti  a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi (1Pt 3,15), cadendo in  un fideismo eucaristico perché si è incapace di dare ragione del perché la Messa è sacrificio. 

6º. L’insegnamento di Pio XII

Vogliamo ora ricordare quanto insegna Pio XII nella sua enciclica Mediator Dei sulla natura del Sacrificio Eucaristico:

a) Non è una semplice commemorazione

«L’augusto sacrificio dell’altare non è, dunque, una pura e semplice  commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio,  nel quale, immolandosi incruentamente, il sommo sacerdote fa ciò che fece una volta sulla  croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima. “Una... e identica è la vittima;  quello stesso che adesso si offre per il ministero dei sacerdoti, si offrì allora sulla croce; è  diverso soltanto il modo di fare l’offerta” [Trento, sess. 22, c.2]».

b) Confronto con quello della Croce

1) Stesso sacerdote

«87. Identico, quindi, è il sacerdote, Gesù Cristo, la cui Sacra Persona è rappresentata  dal suo ministro. Questi, per la consacrazione sacerdotale ricevuta, assomiglia al Sommo  Sacerdote e ha il potere di agire in virtù e nella persona di Cristo stesso [cfr. S. Th., III, 22,  4]; perciò, con la sua azione sacerdotale, in certo modo “presta a Cristo la sua lingua, gli  offre la sua mano” [S. Giovanni Crisostomo]».

2) Stessa Vittima

«88. Parimenti identica è la Vittima, cioè il Divin Redentore, secondo la sua umana natura e nella realtà del suo Corpo e del suo Sangue».

3) Diverso il modo

«89. Differente, però, è il modo col quale Cristo è offerto. Sulla Croce, difatti, egli  offrì a Dio tutto se stesso e le sue sofferenze e l’immolazione della Vittima fu compiuta per  mezzo di una morte cruenta liberamente subìta; sull’Altare invece, a causa dello stato  glorioso della sua umana natura, “la morte non ha più dominio su di Lui” [Rom 6,9] e  quindi non è possibile l’effusione del Sangue; ma la divina Sapienza ha trovato il modo  mirabile di rendere manifesto il sacrificio del Nostro Redentore con segni esteriori, che sono simboli di morte. Per mezzo della transustanziazione del pane nel Corpo e del vino  nel Sangue di Cristo, come si ha realmente presente il suo Corpo, così si ha il suo  Sangue; le specie eucaristiche poi, sotto le quali è presente, simboleggiano la cruenta  separazione del Corpo e del Sangue.

Così il ricordo della sua morte reale sul Calvario si ripete in ogni sacrificio  dell’altare, perché per mezzo di simboli distinti si significa e dimostra che Gesù Cristo è in  stato di vittima»[329].

Con la duplice consacrazione sempre, inesorabilmente, si significa e si mostra la morte  di Cristo in croce, realizzandosi la mactatio [o immolazione] mystica[330]. Perciò la Messa è di per se sacrificio e, ancor più, lo sarà sempre, nonostante quelli che affermano il contrario.

Per ciò anche Paolo VI insegnava: «I segni sacrosanti dell’Eucaristia […] 

contengono Lui, Cristo, vivo e vero […], ma qui rappresentato nell’atto del suo  sacrificio…»[331].

7º. La gloria della Vittima non annulla il sacrificio

Il fatto che attualmente, a motivo della concomitanza, vi sia il Cristo risorto non  distrugge il fatto che sacramentalmente sia contenuto il Christus passus. Non c’è né può  esservi contraddizione, perché si trovano sotto aspetti diversi[332]. E che nell’Eucaristia sia  contenuto il Christus passus non altera il fatto che a motivo della concomitanza vi sia il  Cristo risorto, glorioso e immortale. Penso che, analogamente a come le sante piaghe del  Corpo glorioso del Signore lungi dallo sminuire la realtà della Resurrezione la esaltano in  quanto ci parlano della grande opera del Sacrificio della Croce, così pure il fatto che il  Sangue separato dal Corpo nell’Eucaristia rappresenti la Passione del Signore non sminuisce  in nulla la dignità del Signore resuscitato, ma anzi la esalta, e viceversa. 

Perciò nella Messa diciamo: «Annunciamo la tua morte, proclamiamo la tua Resurrezione».

La Resurrezione non annulla il sacrificio che fu la sua anteprima, né il sacrificio annulla la Resurrezione, che ne fu il culmine. 

In modo assolutamente splendido l’Eucaristia comprende i due grandi misteri della  Pasqua del Signore, come le due facce della stessa moneta. È il Mistero Pasquale della  morte e resurrezione di Gesù Cristo!

L’ignoranza di questa distinzione fondamentale dei due modi della presenza del  Signore nell’Eucaristia, ex vi sacramenti – ex vi concomitantiae, sanzionata dal Concilio di  Trento[333], induce molti a oscurare, distorcere, dimenticare o negare la realtà sacrificale  dell’Eucaristia, a non riuscire a rendere compatibile il fatto che realmente vi è «il Corpo  dato o offerto» (Lc 22,19; cfr. 1Cor 11,24) e «il Sangue versato» (Mt 26,28; Mc 14,24; Lc 22,20) dal punto di vista del sacramento, col fatto che dal punto di vista della concomitanza  vi è il Signore glorioso e immortale.  Diceva Dom Vonier: «...è grazie a questa distinzione  fra la virtù del sacramento e la concomitanza che può essere mantenuto l’aspetto  sacrificale dell’Eucaristia»[334].   

Questo è emerso nell’ultimo Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia. L’Instrumentum  laboris ci fa sapere che, in risposta ai Lineamenta, da più parti si è chiesto un chiarimento  dell’Eucaristia come sacrificio: «Si riscontra nelle risposte e nelle osservazioni ai Lineamenta una diffusa esigenza di approfondire la natura sacrificale dell’Eucaristia e si  chiede di esporre tale verità della nostra fede con sempre maggiore chiarezza, seguendo il  recente Magistero della Chiesa»[335].

Non dimentichiamo mai che l’Eucaristia «...è propriamente il sacramento del Corpo  di Cristo... più che il sacramento della sua divinità...»[336]. Lo è stato per duemila anni e lo  sarà fino alla fine del mondo. 

San Paolo, che lo aveva ricevuto dal Signore, continua a insegnarci: «Ogni volta che  mangiate questo pane e bevete questo calice annunciate la morte del Signore, fino alla sua  venuta» (1Cor 11,26).

Padre Carlos Miguel Buela,