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venerdì 10 aprile 2020

Le ultime sette parole.



La Settima Parola 


Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito 

Quando Adamo fu cacciato dal paradiso terrestre, dopo essergli stato imposto il castigo del lavoro, vagava in cerca del cibo che doveva guadagnarsi con il sudore della fronte. Durante la sua ricerca, inciampò sul corpo senza vita di suo figlio Abele. Allora lo sollevò, se lo mise sulle spalle e lo depose sulle ginocchia di Eva. Per quanto Adamo ed Eva parlassero al figlio Abele, questi non rispondeva. Non era mai stato così silenzioso in tutta la sua vita. Alzarono allora la sua mano, ma questa ricadde inerte sul grembo della madre. Non aveva mai fatto così il ragazzo. Lo guardarono negli occhi: erano freddi, vitrei, misteriosamente elusivi. I genitori non lo avevano mai visto così passivamente insensibile. Allora si chiesero cosa fosse successo, ma non sapevano darsi alcuna risposta. Ricordarono poi le parole: «Dall’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gn 2,17). Quella di Abele fu la prima morte nel mondo. 

I secoli trascorsero nell’irrefrenabile ruota del tempo e il nuovo Abele, Cristo, viene ora condannato a morte dai suoi fratelli della razza di Caino, accecati dalla gelosia. La vita emersa dalle profondità infinite ora si prepara a ritornare a casa. La sua sesta parola era stata retrospettiva: «Tutto è stato compiuto. Ho finito l’opera che il Padre mi aveva dato». In cambio, la sua settima e ultima parola è rivolta verso il futuro: «Nelle tue mani consegno il mio spirito». La sesta parola era per il mondo, la settima era invece per il Padre. La sesta parola era un addio al mondo, la settima segna il suo ingresso nel paradiso. Come quei grandi pianeti che giungono al termine della loro orbita dopo molto tempo e, iniziando nuovamente il loro percorso, sembrano voler salutare colui che ha loro tracciato il cammino, così Gesù, che era venuto dal cielo, ha ora terminato il suo lavoro, ha cioè completato il suo percorso, e ritornando al Padre, che aveva tracciato il cammino della grande opera redentrice, lo saluta dicendo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». 

Il figliol prodigo ritorna alla casa del Padre. Non è infatti Gesù come il figliol prodigo? Trentatré anni prima aveva lasciato la casa del Padre suo celeste per andare in un lontano paese, che è il nostro mondo. Allora iniziò a spendere le sue risorse spirituali e lasciare che altri ne usufruissero, disperdendo con infinita prodigalità le ricchezze divine della sua potenza e sapienza, distribuendo con liberalità divina il dono del perdono e della misericordia. In questa sua ultima ora, tutte le sue sostanze vengono dissipate tra i peccatori, donando per la redenzione del mondo fino all’ultima goccia del suo sangue. Non c’è nulla di cui egli possa nutrirsi ora, ad eccezione del guscio della derisione e dell’aceto dell’aspra ingratitudine umana. Ora, però, si prepara a ritornare alla casa del Padre e quando è ancora a una certa distanza, può già vedere il suo volto. Allora prorompe con la sua ultima e perfetta preghiera dal pulpito della croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». 

Intanto Maria è lì, ai piedi della croce. Fra poco il nuovo Abele, ucciso dai suoi fratelli, sarà calato giù dal patibolo della salvezza e adagiato sulle ginocchia della nuova Eva. Sarà la morte della Morte! Quando il tragico momento arriverà, a Maria, che ora piange, sembrerà di essere ritornata a Betlemme. Il capo incoronato di spine che non sapeva dove coricarsi ad eccezione del cuscino della croce, sembrerà, nella visione offuscata di Maria, quella testolina che una volta accostava al suo seno, quando stavano a Betlemme. Quegli occhi, al cui affievolirsi addirittura il sole e la luna si erano oscurati, saranno per lei quegli occhietti che la guardavano tra la paglia di una mangiatoia. I piedi inerti, forati dai chiodi, saranno per lei ancora una volta quelli del bambino ai quali furono deposti oro, incenso e mirra. Le labbra, ora riarse e arrossate dal sangue, torneranno a essere per lei quelle labbrucce rubiconde che, tempo addietro, in quella lontana Betlemme, si erano nutrite dell’eucaristia del suo corpo. Le mani, che ora non potevano più portare nulla, ad eccezione di una piaga, le sembreranno di nuovo le piccole mani del fanciullo che a Betlemme non arrivavano a toccare il muso delle vacche. 

L’abbraccio ai piedi della croce sembra l’abbraccio al lato della mangiatoia . In quella triste ora della morte, che spesso ci fa pensare alla nascita, sembrerà a Maria di ritornare di nuovo a Betlemme. 

Preghiera 

No, Maria, Betlemme non è tornata! Questa non è la mangiatoia, ma la croce; qui non vi è una nascita, ma una morte; questo non è un giorno in cui si gioisce allegramente insieme a pastori e re, ma è l’ora di una morte in compagnia di ladri. No, non è Betlemme: è il Calvario. 

Betlemme è Gesù come tu, madre sua senza peccato, hai saputo darlo al mondo; il Calvario è Gesù come il mondo peccatore ha saputo ridartelo indietro. Qualcosa è intervenuto tra il tuo darlo, presso ima mangiatoia, e il tuo riaverlo, presso una croce: questo qualcosa sono i miei peccati. Maria, questa non è la tua ora, ma la mia; la mia ora di malvagità e di peccato. Se io non avessi peccato, la morte non aleggerebbe ora con le sue oscure ali sopra il suo corpo insanguinato; se non fossi stato pieno di orgoglio, la corona di spine non sarebbe stata mai intrecciata perché lui espiasse al mio posto; se fossi stato meno ribelle nel percorrere la larga via che porta alla distruzione, i suoi piedi non sarebbero mai stati trafitti con i chiodi; se fossi stato più docile alla sua voce di Pastore che mi chiamava per non farmi cadere tra le spine e i cardi, le sue labbra non sarebbero state così riarse; se fossi stato più fedele, le sue guance non sarebbero state infamate dal bacio di Giuda. 

Maria, io mi trovo tra la sua nascita e la sua morte redentrice. Ti avverto, Maria: non pensare che, quando le tue braccia lo abbracceranno, egli sarà bianco come quando venne dal Padre; sarà rosso, poiché viene da me. Fra pochi secondi tuo Figlio avrà consegnato la sua anima al Padre e il suo corpo nelle tue mani. Le ultime poche gocce di sangue stanno cadendo dal grande calice della Redenzione, macchiando il legno della croce e arrossando le pietre, che si spaccheranno inorridite; eppure una sola goccia di questo sangue sarebbe sufficiente per redimere diecimila mondi. Maria, madre mia, intercedi presso il tuo Figlio divino per il perdono dei peccati che hanno cambiato la tua Betlemme in un Calvario. Chiedigli, Maria, in questi ultimi attimi rimasti, di concederci la grazia di non crocifiggerlo più e di non trafiggere più il tuo cuore con sette spade. 

Maria, implora tuo Figlio morente che finché io viva... Maria! Gesù è morto... Maria! 

Mons. Fulton John Seen 

giovedì 2 aprile 2020

Le ultime sette parole.



La Sesta Parola 


Tutto è compiuto 

Da tutta l’eternità Dio volle fare l’uomo a immagine e somiglianza del suo Figlio diletto. Dopo aver dipinto i cieli di azzurro e la terra di verde, Dio creò un giardino stupendo, come solo lui poteva fare. Lì vi pose l’uomo, fatto a immagine di suo Figlio. Però, in un modo strano e misterioso, la ribellione di Lucifero riecheggiò sulla terra e l’immagine di Dio nell’uomo si sbiadì e si rovinò. 

Il Padre celeste, nella sua infinita misericordia, volle ripristinare nell’uomo la sua antica gloria. Per far sì che il ritratto potesse nuovamente essere fedele all’originale, Dio volle mandare sulla terra suo Figlio, secondo la cui immagine egli aveva fatto l’uomo: in questo modo la terra avrebbe potuto vedere di nuovo come Dio aveva voluto che l’uomo fosse. Nella realizzazione di quest’opera, l’Onnipotenza divina poté far uso, come solo Dio poteva fare, di quegli elementi che erano serviti nella sconfitta, trasformandoli in strumenti di salvezza. Nell’economia divina della Redenzione, gli stessi tre strumenti che avevano cooperato alla nostra caduta furono usati per la nostra redenzione. Al posto dell’uomo disobbediente, Adamo, egli pose l’uomo obbediente, Gesù; al posto della donna orgogliosa, Eva, egli pose un’umile vergine, Maria; al posto dell’albero nel mezzo del giardino, egli pose l’albero della croce. La Redenzione era ora completa. Il lavoro che il Padre gli aveva dato era stato compiuto. Così siamo stati comprati e pagati a caro prezzo. Siamo stati riscattati grazie a una battaglia in cui non furono usate le cinque pietre che servirono a David per uccidere Golia, ma le cinque piaghe, le orribili ferite inflitte sulle mani, sui piedi e nel costato di Gesù; una battaglia in cui non fu usata un’armatura luccicante sotto i raggi del sole di mezzogiorno, ma la carne appesa come uno stendardo rosseggiante sotto un cielo tenebroso; una battaglia il cui grido non era: «Schiaccia e uccidi», ma: «Padre, perdonali»; una battaglia in cui non furono usate delle punte d’acciaio, ma gocce di sangue; una battaglia in cui il perdente fu colui che uccise il nemico. Ora questa battaglia era terminata. Durante le ultime tre ore, Gesù si era occupato delle cose del Padre. L’artista aveva dato l’ultimo tocco al suo capolavoro e, con la gioia dei forti, gridò il canto del suo trionfo: «Tutto è compiuto». 

Il suo lavoro era giunto a compimento, ma il nostro? Solo Dio può permettersi di usare quella parola, noi no. Il lavoro di acquisire la vita divina per l’umanità è terminato, ma la distribuzione dei suoi meriti continua. Egli ha compiuto l’opera di riempire i serbatoi della vita sacramentale con le fonti del Calvario, ma l’opera di lasciare che essa inondi le nostre anime non è ancora terminata. Egli ha costruito le fondamenta, noi dobbiamo edificarci sopra. Egli ha terminato l’arca, ha aperto il suo lato con la lancia, si è vestito con il manto del suo preziosissimo sangue, ma ora noi dobbiamo entrare.  

Il Signore è alla porta e bussa, ma la maniglia è solo dal nostro lato e solo noi possiamo aprirla. Gesù ha operato la consacrazione, ma spetta a noi fare la comunione. Solo da noi dipende il compimento dell’opera che ci è stata affidata, dalla nostra capacità di adeguarci alla sua vita, diventando altri “Cristi”. Infatti, il suo venerdì santo e la sua passione non potranno giovarci se non prendiamo la sua croce e lo seguiamo. 

Il peccato è l’impedimento più grande al compimento di quest’opera, e finché regnerà il peccato nel mondo Cristo continuerà a essere crocifisso nei nostri cuori.  

“Vidi il Figlio di Dio passare incoronato di una corona di spine. / «Ma non è già stato tutto compiuto, Signore?», gli chiesi, / «...e tutta l’angoscia che hai già sopportato?». / Egli si volse a me con sguardo solenne e disse: «Non hai ancora capito? Guarda, ogni anima è un Calvario e ogni peccato una croce»” (R. A. Taylor). 

Preghiera 

O Gesù! La Redenzione è opera tua, la riparazione è opera mia, poiché riparare significa diventare una cosa sola con te, con la tua vita, la tua verità e il tuo amore. La tua opera sulla croce è terminata, ma il mio lavoro è quello di farti scendere dalla croce, poiché “Ovunque ci sia silenzio attorno a me, di giorno o di notte, un pianto mi fa trasalire. / Esso viene dalla croce... / La prima volta che lo udii corsi fuori a cercare. / Allora trovai un uomo crocifisso su di un trono / che era una croce. / Gli dissi: «Ti farò scendere di lì». / Provai a togliere i chiodi dai suoi piedi ma l’uomo mi disse: / «Lasciali, non posso scendere di qui finché ogni uomo, ogni donna e ogni bambino / verranno insieme e mi faranno scendere». Ma io risposi: / «Non posso sopportare il tuo pianto. / Cosa posso fare per te?». / «Va’ per il mondo», disse lui, / «di’ a tutti quelli che incontrerai che c’è un uomo appeso a una croce»” (E. Cheney). 

Tu sei sulla croce, ma noi dobbiamo farti scendere. Sei rimasto appeso lì per troppo tempo ormai! Attraverso il tuo apostolo Paolo ci hai detto che coloro che ti appartengono crocifiggono la loro carne e la loro concupiscenza. La mia opera allora non sarà compiuta, fino a quando non prenderò il tuo posto sulla croce. Finché non ci sarà un venerdì santo nella mia vita, non potrà esserci il mattino di Pasqua; finché non indosserò il manto del folle, non potrò indossare la bianca tunica della saggezza; finché non ci sarà la corona di spine, non potrà esserci la glorificazione del corpo; finché non ci sarà la battaglia, non potrà esserci la vittoria; finché non ci sarà la sete, non potrò essere accolto al banchetto celeste; finché non ci sarà la croce, non potrà mai esserci una tomba vuota. 

Insegnami, o Gesù, a terminare quest’opera, poiché i figli dell’uomo non possono entrare nella gloria eterna se non attraverso la sofferenza. 

Mons. Fulton John Seen

giovedì 26 marzo 2020

Le ultime sette parole.



La Quinta Parola 


Ho sete 

Fra le cinque parole già meditate, questa è la più breve. A differenza della nostra lingua che riporta due parole, in quella originale è una sola. Nel momento in cui il nostro Salvatore ricapitola il suo sermone, non maledice chi lo sta crocifiggendo, non rimprovera i timidi discepoli ai margini della folla, non disprezza i soldati romani, non incoraggia Maria Maddalena, non pronuncia parole d’amore al suo discepolo amato, né parole d’addio alla sua amatissima Madre. In questo momento non si rivolge nemmeno a Dio! Una sola parola affiora dagli abissi del suo cuore e attraversa le sue labbra riarse: «Ho sete». 

Lui, Dio fatto uomo, che aveva lanciato le stelle nelle orbite dell’universo e le sfere celesti nello spazio, che «appese la terra come un ciondolo al suo polso», dalle cui dita rotolarono i pianeti e i mondi; che disse: «Mio è il mare e i fiumi che scorrono tra le migliaia di valli e le sorgenti che sgorgano tra le innumerevoli colline», proprio Lui ora chiede all’uomo dell’acqua! Ma non chiede acqua terrena, bensì un po’ d’amore. Come se dicesse: «Ho sete... d’amore!». L’ultima parola rivelava la sofferenza dell’uomo senza Dio; questa parola rivela la sofferenza di Dio senza l’uomo. Il Creatore non può vivere senza la creatura, il Pastore senza il gregge, la sete d’amore di Cristo senza l’acqua spirituale dei cristiani. Ma cosa ha fatto Gesù per sentirsi tanto in diritto di chiedere il mio amore? 

Quanto mi ha amato Dio? Se volessi sapere quanto Dio mi abbia amato, allora fate che io lasci risuonare la parola «amore» dalle profondità del suo significato, significato così spesso frainteso. Amore vuole dire prima di tutto dare, e Dio ha dato il suo potere al nulla, la sua luce all’oscurità, il suo ordine al caos: è la Creazione. Amore significa rivelare se stessi a chi si ama, e Dio, attraverso le Scritture, ci ha rivelato la sua natura e le grandi speranze che egli nutre per l’umanità caduta: è la Rivelazione. Amore significa soffrire per chi si ama, per questo si parla di frecce e di dardi d’amore, cioè di qualcosa che ferisce, e ora Dio sta soffrendo per noi sull’albero della croce, poiché «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Amore significa anche diventare uno con chi si ama, non solo nell’unità della carne, ma soprattutto nell’unità dello spirito, e Dio ci ha amato tanto da istituire l’Eucaristia, affinché noi possiamo rimanere in lui e lui in noi nell’ineffabile unione del Pane di vita. Amore vuole dire desiderare di rimanere eternamente con chi si ama, e Dio ci ha amato tanto da prometterci una dimora con il Padre, dove regnano una pace e una gioia che il mondo non può dare e il tempo non può portare via: è il paradiso. 

Certamente l’amore si è espresso al massimo. Cristo non avrebbe potuto fare di più per la sua vigna di ciò che ha fatto. Avendo versato tutta l’acqua del suo amore eterno nei nostri poveri e aridi cuori, non ci meravigli che ora sia tanto assetato di amore. Se amare significa reciprocità, allora egli ha tutto il diritto al nostro amore! Perché non rispondiamo? Perché lasciamo che il Cuore divino muoia di sete per l’amore umano? Giustamente egli potrebbe lamentarsi dicendo:  

“Ecco, tutte le cose fuggono da te, / poiché sei tu che ti nascondi da me! / Strane, pietose, futili cose... / Perché ogni piccola cosa può allontanare il tuo amore da me? / «Non vedendo nessuno non voglio affaticarmi per nulla», egli disse. / «L’amore ha bisogno di essere meritato». Come l’hai meritato tu, che fra tutti gli uomini, miseri grumi di argilla, / sei il più meschino? / Ahimè, non lo sai! / Quanto sei poco degno di qualunque amore! / Chi troverai da amare, ignobile come sei? Me, soltanto me” (F. Thompson, The Hound of Heaven). 


Preghiera 

O Gesù! Tu mi hai dato tutto, mentre io non ti ho dato nulla in ritorno. Quante volte sei venuto per raccogliere uva nella vigna della mia anima, eppure hai sempre trovato uva selvatica! Quante volte tu hai cercato, ma non hai trovato nulla; hai bussato, ma hai trovato chiusa la porta della mia anima! Quante volte mi hai chiesto da bere, ma io ti ho dato solo aceto e fiele! 

Quante volte, o Gesù, ho temuto di possederti, perché sapevo che avere te significava non avere altra cosa. Io dimentico che, avendo il fuoco, dovrei dimenticare la scintilla; avendo il sole del tuo amore, dovrei dimenticare la candela del cuore umano; avendo la pienezza della tua gioia, dovrei dimenticare la parzialità delle gioie terrene. O Gesù, la mia è la triste storia di non saper ricambiare cuore per cuore, amore per amore. Al di sopra di tutti i doni che può avere l’uomo, dammi il dolce dono di essere compassionevole con te. 

“ Io sono una pietra e non una pecorella, per questo posso stare ai piedi della tua / croce, o Cristo, / e contare, goccia dopo goccia, / il tuo sangue che scende lentamente senza piangere! / Non così ti amarono quelle donne che con grande dolore si abbandonarono al lamento; / non così ti amò Pietro che rinnegandoti versò lacrime amare; non così ti amò il ladrone che pentitosi si sciolse in lacrime di compassione; / non così il sole e la luna che nascosero il loro volto dietro un cielo privo di stelle. / Che orrore di impenetrabile oscurità nel mezzo del giorno! / Solo io non provo nulla. / Ma tu non ci badare / e cerca la tua pecorella, / tu che sei il vero Pastore del gregge. / Tu che sei più grande di Mosè, voltati, guardami, / e ancora una volta colpisci la roccia” (Ch. Rossetti). 

Mons. Fulton John Seen

lunedì 2 marzo 2020

Le ultime sette parole



La Quarta Parola 


Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 

Le prime tre parole pronunciate dal pulpito della croce erano dirette alle tre categorie predilette da Dio: nemici, peccatori e santi. Le prossime due parole lasciano invece intravedere il dolore dell’Uomo-Dio sulla croce. La quarta parola simboleggia le sofferenze di coloro che si sentono abbandonati da Dio; la quinta parola simboleggia le sofferenze di Dio abbandonato dall’uomo. 

Quando il Signore pronunciò la quarta parola dalla croce, si fece buio su tutta la terra. Si pensa comunemente che la natura rimanga indifferente al dolore dell’uomo. Una nazione può morire di fame, eppure il sole e le stelle continuano a volteggiare sui campi inariditi. L’uomo può levarsi contro suo fratello in una guerra fratricida e trasformare i campi di fiori in campi di sangue, ma un uccello, scampato al fuoco e al furore della battaglia, canta la sua dolce melodia di pace. I nostri cuori possono spezzarsi dal dolore per la morte di un carissimo amico, tuttavia l’arcobaleno appare festoso nel cielo anche se i suoi sgargianti colori contrastano con la cupa agonia sulla quale egli risplende. Ora, però, il sole si rifiuta di brillare sulla tragedia della crocifissione! Forse per la prima e ultima volta, la luce che governa il giorno si spegne come una candela, sebbene, secondo le previsioni umane, avrebbe dovuto continuare a brillare. La ragione di tutto questo sta nel fatto che, davanti a quell’atto supremo dell’iniquità dell’uomo, cioè l’uccisione del Creatore della natura, la stessa natura non poteva rimanere indifferente. Se l’animo del Signore si trovava nell’oscurità, allora anche il sole, che egli aveva creato, doveva esserlo. 

In realtà, tutto era nell’oscurità! Egli si era privato di sua Madre e del suo discepolo amato, donandoli l’uno all’altra, e ora anche suo Padre nei cieli lo aveva abbandonato. «Eli, Eli, lamà sabactàni». «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»: è il pianto, in quel misterioso linguaggio degli Ebrei, che esprime il terribile mistero di un Dio abbandonato da Dio stesso. Il Figlio chiama suo Padre, Dio. Che contrasto con quella preghiera che egli un giorno aveva insegnato: «Padre nostro, che sei nei cieli...»! Stranamente e misteriosamente, la sua natura umana sembra separarsi dal Padre celeste, eppure non è così: come potrebbe altrimenti invocarlo dicendo: «Dio mio, Dio mio»? Come la luce e il calore del sole sembrano scomparire quando si frappongono le nuvole, sebbene il sole rimanga nel cielo al di là delle nuvole, così è ora per Gesù: il volto del Padre celeste sembra scomparire in quel terribile momento in cui egli prende su di sé i peccati del mondo. Gesù assume questa sofferenza per ognuno di noi, affinché possiamo capire che cosa terribile sia per la natura umana essere privati di Dio, della sua consolazione e salvezza divine. Era l’atto supremo di espiazione per tre classi di persone: coloro che abbandonano Dio, coloro che dubitano della presenza di Dio e coloro che sono indifferenti nei confronti di Dio. 

La sua espiazione era prima di tutto per gli atei, per quelli che, in quell’oscuro mezzogiorno, credettero a Dio solo parzialmente, come parzialmente credono oggi coloro che vivono nella notte. Espiò poi per tutti coloro che, pur conoscendo Dio, vivono come se non lo avessero mai conosciuto; per coloro i cui cuori sono come i bordi di una strada, dove l’amore di Dio getta i suoi semi che verranno però calpestati da tutti; per coloro i cui cuori sono come terreni sassosi, dove i semi dell’amore di Dio cadono per essere presto dimenticati; per coloro i cui cuori sono come rovi di spine, dove i semi dell’amore di Dio vengono soffocati dalle preoccupazioni terrene. Espiò per tutti quelli che avevano la fede e la persero, per tutti quelli che prima erano santi ma ora sono divenuti nemici. Era l’atto divino di redenzione per tutti quelli che abbandonano Dio: infatti, nel momento in cui fu abbandonato, acquistò per noi la grazia di non essere mai abbandonati da Dio. È stato un atto di espiazione anche per coloro che rinnegano la presenza di Dio; per tutti quei cristiani che abbandonano ogni sforzo quando non sentono la vicinanza di Dio; per tutti coloro che identificano l’essere buoni con lo star bene; per tutti gli scettici, iniziando da coloro che gli avevano chiesto: «Chi ti ha mandato?». Gesù stava espiando per tutte quelle domande accattivanti di un mondo che continuamente si chiede: «Perché esiste il male?». «Perché Dio non risponde alle mie preghiere?». «Perché Dio si è portato con sé mia madre?». «Perché... perché... perché?». L’espiazione per tutte queste domande si compì nel momento in cui Dio stesso chiese un perché? a Dio. 

Infine, era l’espiazione per tutta l’indifferenza di un mondo che vive come se non ci fossero mai state una mangiatoia a Betlemme e una croce sul Calvario; per tutti coloro che giocavano ignaramente a dadi mentre si stava consumando il dramma della redenzione; per tutti coloro che si sentono degli dei al di sopra di ogni dovere, di ogni religione, di ogni rito, credendosi privi di ogni legame. Penso che dopo questi duemila anni l’indifferenza del mondo moderno sia più dolorosa delle pene del Calvario. Non bisogna credere che la corona di spine e il metallo dei chiodi fossero più terribili per il corpo del Nostro Salvatore dell’indifferenza di oggigiorno, che non si cura né di offendere né di lodare il suo Cuore. 


Preghiera 

O Gesù! Tu stai espiando per quei momenti in cui non siamo né caldi né freddi, né cittadini della terra né del cielo, giacché tu ora stai soffrendo fra cielo e terra: abbandonato dall’uno e rigettato dall’altra. Tuo Padre ti ha nascosto il suo volto, perché tu non volevi abbandonare l’umanità nel suo peccato. Ma, poiché sei rimasto fedele al tuo Padre celeste, l’umanità peccatrice ti ha voltato le spalle: in questo modo tu hai trovato il giusto cammino per unire l’umanità al Padre in una santa alleanza. Nessuno potrà più dire che Dio non conosce ciò che significhi sentirsi abbandonati, visto che tu sei stato abbandonato. Nessuno potrà più dire che Dio non conosce le ferite e la perplessità di un cuore che si interroga quando non sente più la presenza divina, visto che per te, ora, quella stessa presenza sembra nascondersi. Gesù, ora capisco il dolore, l’abbandono e la sofferenza, poiché vedo che anche il sole si è eclissato. Ma perché, Gesù, trovo così difficile imparare? Come tu non ti sei costruito la tua propria croce, fa’ sì che anch’io non mi costruisca la mia. Insegnami ad accettare quella che tu hai preparato per me. Insegnami a capire che tutto nel mondo è tuo, ad eccezione di una cosa, la mia volontà: poiché questa è l’unica cosa veramente mia, è l’unico vero dono che io possa farti. Insegnami a dire: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Anche quando non ti vedo, dammi la grazia di dire: «Anche se tu mi uccidessi, io continuerò a sperare in te». Dimmi, Signore: per quanto tempo ancora ti lascerò a contorcerti sulla croce? 

Mons. Fulton John Seen

lunedì 17 febbraio 2020

Le ultime sette parole.



La Terza Parola 


Donna, ecco tuo figlio 

Un angelo luminoso lasciò il grande Trono della Luce e discese sulle pianure di Esdrelon e, ignorate le figlie dei grandi regni e imperi, discese lì dove si trovava un’umile vergine in preghiera e le disse: «Salve, piena di grazia!». Queste non erano soltanto parole che venivano annunciate, ma era il Verbo stesso che «si faceva carne». Questa era la prima annunciazione. 

Nove mesi dopo, un angelo luminoso discese nuovamente dal grande Trono della Luce su dei pastori che si trovavano fra le colline della Giudea e insegnò loro la gioia del Gloria in excelsis, invitandoli ad andare ad adorare colui che il mondo intero non può contenere, un «bimbo avvolto in fasce che giace in una mangiatoia». L’Eterno era divenuto tempo, la Divinità si era incarnata, Dio si era fatto uomo; l’Onnipotenza si era fatta impotente. Secondo le parole di san Luca, Maria «dette alla luce il suo primogenito... e lo depose in una mangiatoia». Questa era la prima natività. 

Poi venne Nazaret e la bottega del falegname. Possiamo immaginare il bimbo divino, aspettando il tempo in cui sarebbe stato battezzato con un battesimo di sangue, costruire una piccola croce, anticipazione di quella grande croce che un giorno sarebbe stata sua sul Calvario. Possiamo anche immaginarcelo, alla fine di un lungo giorno di lavoro, stiracchiare le sue braccia esauste, mentre gli ultimi raggi di sole tracciavano sulla parete opposta l’ombra di un uomo sulla croce. Ancora, possiamo immaginare sua Madre percepire in ogni chiodo il ricordo di quella profezia secondo la quale gli uomini avrebbero inchiodato sulla croce colui che aveva fabbricato l’universo. 

Da Nazaret al Calvario, dai chiodi della bottega di un falegname a quelli della malvagità umana. E fu proprio dalla croce che egli portò a compimento la sua volontà e il suo testamento. Aveva già donato il suo sangue alla Chiesa, le sue vesti ai suoi nemici, il paradiso a un ladro e presto avrebbe abbandonato il suo corpo alla tomba e la sua anima al Padre eterno. A chi dunque avrebbe potuto donare i suoi due tesori da lui più amati: Maria e Giovanni? Li avrebbe donati l’uno all’altra, un figlio a sua Madre e una Madre all’amico. «Donna!». Era la seconda annunciazione! L’ora oscura della notte, la stanza silenziosa e la preghiera estatica l’avevano condotta fino al Calvario, dove il cielo si era trasformato in tenebra e il figlio moriva appeso a una croce. Eppure che consolazione! La prima annunciazione era stata fatta solo da un angelo, ma la seconda da Dio stesso, con la soavità della sua voce. 

«Ecco tuo figlio!». Era la seconda natività. Maria aveva dato alla luce il suo primogenito senza dolori di parto, nella grotta di Betlemme; adesso dà alla luce il suo secondogenito, Giovanni, tra i dolori del Calvario. Solo adesso Maria sperimenta i dolori del parto, non solo nel dare alla luce il suo secondogenito, Giovanni, ma anche nel dare alla luce tutti coloro che, nelle ere cristiane, sarebbero nati da lei come «figli di Maria». Ora possiamo capire perché Gesù fu chiamato suo «primogenito». Non perché Maria avrebbe avuto altri figli secondo la carne e il sangue, ma perché avrebbe partorito altri figli attraverso le doglie del suo cuore. La condanna divina inflitta a Eva è ora rinnovata in Maria, la nuova Eva, poiché essa partorisce i suoi figli con dolore. 

Maria, quindi, non è solo la madre di Gesù Cristo, ma è anche madre nostra. Questo non le è dato semplicemente come titolo di cortesia; non si tratta nemmeno di una finzione giuridica o di un linguaggio figurato. Siamo veramente figli suoi e lo siamo a pieno diritto, poiché essa ci ha partoriti nel dolore ai piedi della croce. All’ombra dell’albero del bene e del male, Eva aveva perso il titolo di Madre dei viventi, a causa della sua debolezza e della sua disobbedienza. Ora, invece, ai piedi dell’albero della croce, Maria, grazie al suo coraggioso sacrificio e alla sua fedele obbedienza, ha riacquistato il titolo di Madre dei viventi. Che destino meraviglioso avere come madre la Madre di Dio e come fratello Gesù! 

Preghiera 

O Maria! Come Gesù è nato nella carne nella tua prima natività, così noi siamo nati nello spirito nella tua seconda natività. In questo modo tu ci hai partorito in un mondo nuovo, dove possiamo comunicare spiritualmente con Dio, nostro Padre, con Gesù, nostro Fratello e con te, nostra Madre! Se una madre non potrà mai dimenticare il figlio del suo seno, allora, Maria, tu non potrai dimenticarci mai, poiché siamo tuoi figli. Nello stesso modo in cui tu sei co-redentrice nell’acquisizione della grazia della vita eterna, sii anche co-mediatrice nella sua elargizione. Nulla ti è impossibile, poiché tu sei la Madre di colui che tutto può. Se tuo Figlio non ha rifiutato la tua richiesta al banchetto di Cana, non rifiuterà nemmeno le tue preghiere al banchetto celeste, dove tu regni come Regina degli angeli e dei santi. Intercedi, dunque, presso il tuo Figlio divino, affinché egli possa trasformare l’acqua della mia debolezza nel vino del coraggio. Maria, tu sei il rifugio dei peccatori! Prega per noi, prostrati ai piedi della croce. Madre santa, santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen. 

Mons. Fulton John Seen

sabato 8 febbraio 2020

Le ultime sette parole. - Oggi sarai con me nel paradiso



La Seconda Parola 

Oggi sarai con me nel paradiso 

Secondo una leggenda, durante la fuga in Egitto per sfuggire all’ira di Erode, Giuseppe e Maria, con il fanciullo divino, si fermarono in una sperduta locanda. La Vergine Madre chiese alla padrona della locanda dell’acqua per lavare il bambino. La donna allora le chiese di poter bagnare il proprio figlioletto, che era lebbroso, con l’acqua in cui aveva lavato Gesù. Appena il piccolo lebbroso toccò l’acqua che era stata battezzata dalla presenza divina, fu guarito. Il piccolo crebbe, ma divenne un ladro. Il suo nome era Dimas e fu crocifisso a lato del Signore. 

Non sappiamo se durante l’agonia sulla croce Dimas ricordò questa storia della sua infanzia, raccontatagli probabilmente da sua madre, e se questo lo portò a guardare Gesù con favore. Forse il suo primo incontro con il Signore risaliva a quel giorno in cui il suo cuore si era riempito di pentimento nell’ascoltare la storia di un certo uomo che, venendo da Gerico, era stato assalito da malfattori. Oppure possiamo supporre che si rese conto di stare patendo a lato del Redentore quando, voltando il capo, lesse l’iscrizione che portava quel nome: «Gesù», la sua provenienza: «Nazaret», il suo crimine: «Re dei Giudei». 

Comunque siano andate le cose, ora, sull’altare del suo cuore, si era accumulato sufficiente combustibile tanto da trasformarsi in una fiaccola ardente di fede non appena una scintilla cadde su di esso dalla croce di Gesù. Dimas vede una croce, ma l’adora come un trono; vede un uomo condannato a morte, ma lo invoca come un re: «Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Il Signore era stato finalmente riconosciuto per ciò che era! Fra il clamore della folla delirante e il tetro sibilo del peccato universale, in quella terribile e folle rivolta dell’uomo contro Dio, nessuna voce si era elevata in riconoscimento e lode, ad eccezione di quella di un condannato a morte. Era un grido di fede in colui che era stato abbandonato da tutti, ed era solo la testimonianza di un ladro. Se il figlio della vedova di Naim, che era stato risuscitato dai morti, avesse gridato una parola di fede nel Regno di colui che tale Regno stava apparentemente perdendo; se Pietro, che aveva visto il suo volto risplendere come il sole e le sue vesti biancheggiare come la neve sul monte della Trasfigurazione, lo avesse confessato come Signore; se il cieco di Gerico, che aveva riavuto la vista, avesse proclamato la sua divinità, non ne saremmo sorpresi. Perché se solo uno di essi avesse gridato la sua fede, forse i suoi timidi discepoli e i suoi amici si sarebbero rianimati, forse gli scribi e farisei gli avrebbero creduto! Ma in quel momento, quando la morte era ormai prossima e la sconfitta sembrava palese, l’unico, al di fuori del piccolo gruppo ai piedi della croce, che lo riconobbe come Signore del Regno e Capitano delle anime, era un ladro crocifisso alla sua destra. 

Nel momento in cui fu data la testimonianza del ladro, il Signore stava vincendo la più grande battaglia che possa essere vinta e stava emanando da se stesso un’energia molto più grande di quella prodotta da una potente cascata d’acqua; stava infatti perdendo la sua vita e salvando un’anima. In questo giorno, in cui nemmeno Erode, con tutta la sua corte, era riuscito a farlo parlare, né le potenze di Gerusalemme erano riuscite a farlo scendere dalla croce, né le ingiuste accuse in tribunale erano riuscite a fargli rompere il silenzio, in cui nemmeno la folla che lo scherniva dicendo: «Hai salvato gli altri, ora salva te stesso!» era stata capace di ottenere una risposta da quelle labbra di fuoco, ora egli rompe il silenzio volgendosi a quella vita trepidante a suo fianco, e salva un ladro: «Oggi sarai con me nel paradiso». Nessuno prima di lui aveva ricevuto una tale promessa, nemmeno Mosè o Giovanni o Maddalena, nemmeno Maria. 

Era l’ultima preghiera di un ladro, e forse anche la prima . Bussò una sola volta, una sola volta cercò e chiese, ma quell’unica volta mise tutto in gioco per questo, in un’unica volta ottenne tutto. Quando i nostri spiriti si affiancano a Giovanni sull’isola di Patmos, possiamo vedere le bianche schiere delle milizie celesti seguire Cristo nella sua vittoria; quando ci affianchiamo a Luca sul Calvario, vediamo colui che fu il primo di quel corteo trionfante. Cristo, che era povero, morì ricco. Le sue mani furono inchiodate alla croce, eppure fu capace di aprire le porte del cielo e trionfare su di un’anima. Cristo fu scortato al cielo da un ladro. Possiamo veramente dire che questo ladro morì da ladro: rubò infatti il paradiso! 

Dove potremmo trovare una dimostrazione più eloquente della misericordia di Dio? La pecorella perduta, il figliol prodigo, la Maddalena pentita, i ladroni perdonati! Questo è il rosario della misericordia divina. La nostra salvezza preme più a Dio che a noi stessi.  

Un giorno il Signore apparve a san Girolamo e gli disse: «Girolamo, vorrei la cosa a cui tie.ni di più». Allora Girolamo rispose: «Signore, ti darò tutti i miei scritti». Ma il Signore rispose: «Non mi basta». «Ti darò la mia vita di sacrifici e mortificazioni», replicò, ma ancora una volta il Signore rispose: «Non mi basta, Girolamo». «Cos’altro mi rimane da darti, Signore?», si spazientì Girolamo. Allora il Signore gli disse: «Girolamo, dammi i tuoi peccati!». 

Preghiera 

O Gesù! La tua misericordia per il ladrone pentito mi fa ricordare quelle parole dell’Antico Testamento: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana» (Is 1,18). Dalle tue parole al buon ladrone ho capito cosa intendevi dire quando dicesti: «Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori... Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati... Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione». Ora capisco perché Pietro sia stato fatto tuo vicario sulla terra solo dopo essere caduto per tre volte: affinché la Chiesa, di cui è il capo, potesse capire cosa sono la misericordia e il perdono. Gesù, comincio a comprendere che se non avessi mai peccato, non avrei mai potuto invocarti come «Salvatore». Il ladro non è l’unico peccatore. Anch’io lo sono! Ma l’unico Salvatore sei tu. 

Mons. Fulton John Seen

martedì 21 gennaio 2020

Le ultime sette parole. - Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno



Vi sono tre elementi che, alleandosi, creano un grande messaggio: il pulpito, gli ascoltatori e la verità. Queste tre cose erano presenti nei due messaggi più importanti della vita di Nostro Signore, il primo e l’ultimo che egli donò al mondo. Il pulpito del suo primo messaggio erano i monti; gli ascoltatori erano gli illetterati galilei; la sua verità, le beatitudini. L’ultimo messaggio che Egli consegnò al mondo fu pronunciato dal pulpito della croce; i suoi ascoltatori erano gli scribi e i farisei che lo bestemmiavano, i sacerdoti del tempio che lo deridevano, i soldati romani che tiravano a sorte le sue vesti, pochi timidi discepoli pieni di paura: Maddalena con il suo pianto, Giovanni con il suo amore e Maria con la sua afflizione di madre. Maddalena, Giovanni e Maria: penitenza, sacerdozio e innocenza, i tre tipi di anima che si troveranno sempre ai piedi della croce di Cristo. Il sermone che questo pubblico ascoltò, dal pulpito della croce, sono le sette parole, il testamento di un Salvatore che, morendo, sconfisse la morte. 
Nei quattromila anni di storia giudaica, vengono ricordate le ultime parole di tre uomini soltanto: Giacobbe-Israele, Mosè e Stefano. Forse il motivo di questo sta nel fatto che nessun altro è stato considerato così importante e significativo come questi tre uomini. Israele era stato il primo israelita; Mosè, il primo sotto la Legge; Stefano, il primo martire. Con le ultime parole di ognuno di loro ha inizio qualcosa di sublime nella storia del rapporto di Dio con gli uomini. Non così per le ultime parole di Pietro, di Paolo o di Giovanni, che non sono entrate a far parte della nostra tradizione spirituale, perché nessuno spirito ha ispirato una penna che rivelasse il segreto che usciva dalle loro labbra morenti. Ancor oggi il cuore dell’uomo desidera vivamente conoscere i pensieri e lo stato d’animo vissuti in quel momento così comune e tuttavia così misterioso che si chiama morte. 
Nella sua bontà, Nostro Signore, morendo, ha voluto lasciarci i suoi ultimi pensieri; egli rappresenta l’umanità ancor più di Israele, di Mosè e di Stefano. In quest’ora sublime, dunque, egli chiama tutti i suoi figli al pulpito della croce e ogni sua parola viene trascritta affinché possa essere conosciuta eternamente ed eternamente consolare. Non vi è mai stato un predicatore come il Cristo morente. Non vi è mai stata un’assemblea come quella che si radunò ai piedi della Croce. Non è stato mai pronunciato un sermone come quelle ultime sette parole. 
Quelle sette parole, a differenza di quelle di qualsiasi mortale, non moriranno mai. Esse vennero accolte dai numerosi ascoltatori e poi echeggiate fra le colline di Gerusalemme, percorsero i labirinti della mente umana, risuscitarono persino i morti dalle loro tombe. Ancora oggi esse vengono accolte dai nostri poveri cuori che dovranno decidere, ancora una volta, se lasciarsi tentare dall’amore di quel Salvatore. 
Il Calvario è il nuovo monte della tentazione, dove però non è Satana a tentare Cristo, ma Cristo che tenta noi, chiedendoci di amare l’Amore che manca in ogni nostro tentativo di amare. 


La Prima Parola 

Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno 

Sembra essere una realtà della psicologia umana che, quando si avvicina la morte, il cuore dell’uomo esprima parole d’amore a coloro che gli sono più vicini e più cari: non vi è ragione di pensare che fosse stato diverso per il Cuore dei cuori. Se egli parlò secondo una sequenza graduale a coloro che amò maggiormente, allora possiamo aspettarci di trovare le sue prime tre parole secondo l’ordine del suo amore e affetto. Le sue prime parole erano rivolte ai suoi nemici: «Padre, perdonali...»; le seconde, ai peccatori: «...oggi sarai con me nel paradiso»; le terze, ai santi: «Donna, ecco tuo figlio...». Nemici, peccatori e santi: questo è l’ordine dell’Amore divino e della sua sollecitudine. 

Gli spettatori aspettavano ansiosi la sua prima parola. I suoi carnefici aspettavano le sue grida, come avevano fatto tutti coloro che erano stati appesi alla croce prima di lui. Seneca racconta che coloro che venivano crocifissi maledivano il giorno della loro nascita, i loro carnefici, le loro madri; sputavano persino su chi li guardava. Cicerone ci dice che a volte era necessario tagliare loro la lingua, per frenare le loro terribili bestemmie. Quindi i carnefici di Gesù si aspettavano di udire un grido, ma certo non quel tipo di grido che di fatto udirono. Anche gli scribi e i farisei si aspettavano delle grida ed erano sicuri che Gesù, che aveva predicato l’amore verso i propri nemici e di fare del bene a chi ci odia, avrebbe dimenticato questo suo vangelo quando gli sarebbero stati forati le mani e i piedi. Essi pensavano che la terribile e straziante sofferenza avrebbe disperso al vento la forza d’animo che Gesù avrebbe potuto darsi per salvare le apparenze. Tutti, insomma, si aspettavano di sentirlo gridare ma nessuno, ad eccezione dei tre ai piedi della croce, pensava di ascoltare quel grido. Come quegli alberi profumati che lasciano il loro profumo sulla scure che li abbatte, così il grande Cuore appeso all’albero dell’amore esalò dal più profondo di se stesso non un grido, ma una preghiera. La soave, dolce, umile preghiera del perdono: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». 

Perdonare chi? Perdonare quali nemici? Il soldato nel palazzo di Caifa che lo schiaffeggiò; Pilato, l’uomo politico che preferì condannare Dio per poter rimanere amico di Cesare; Erode, che avvolse la Sapienza con il manto della stoltezza; i soldati che innalzarono il Re dei re su di un albero, fra cielo e terra: perdonarli? Perdonarli, perché? Perché sanno quello che fanno? No, perché non sanno quello che fanno. Se avessero saputo quello che stavano facendo e tuttavia avessero persistito nel farlo, se avessero saputo quale terribile crimine stavano commettendo condannando la Vita a morte; se avessero saputo quale perversione della giustizia era stata quella di aver scelto Barabba al posto di Cristo; se avessero saputo che crudeltà era quella di prendere quei piedi, che avevano camminato sulle colline eterne, per inchiodarli su di un albero; se solo avessero saputo ciò che stavano facendo e tuttavia avessero persistito nel farlo, incuranti del fatto di sapere che quel sangue che stavano versando poteva redimerli, non sarebbero mai stati salvati! Perché? Perché se non fossero stati ignari di quanto terribile fosse quell’azione che stavano commettendo, crocifiggendo Cristo, sarebbero stati dannati eternamente! È solo grazie alla loro inconsapevolezza della gravità del crimine che stavano commettendo che poterono rientrare nell’ambito di coloro che udirono quel grido dalla croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza! 

Non vi è redenzione per gli angeli caduti; quei grandi spiriti capeggiati dal «Portatore della luce», Lucifero, dotato di un’intelligenza tale che la nostra, comparata alla sua, sembrerebbe quella di un bambino, conoscevano così chiaramente le conseguenze di ogni loro decisione, quanto noi sappiamo che due più due fa quattro. Il prendere una decisione era per loro una cosa irrevocabile; non vi era nessuna possibilità di tornare indietro, per questo per gli angeli non vi può essere redenzione. Poiché sapevano ciò che facevano furono esclusi dal numero di coloro che ascoltarono il grido di perdono che veniva dalla croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza! 

Allo stesso modo, se noi sapessimo che cosa terribile sia il peccato e, malgrado ciò, continuassimo a peccare; se sapessimo quanto amore vi è nell’incarnazione e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutarci di nutrirci del Pane di vita; se sapessimo quanto amore espiatorio ci sia stato nel sacrificio sulla croce e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutare di riempire il calice del nostro cuore con il suo amore; se sapessimo quanta misericordia vi sia nel sacramento della penitenza e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutarci di piegare il ginocchio davanti alla mano che ha il potere di sciogliere i nostri peccati sia in cielo che in terra; se sapessimo quanta vita ci sia nell’eucaristia e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutare di mangiare il Pane che dà la vita eterna e rifiutassimo di bere il Vino che genera e alimenta i vergini; se conoscessimo tutta la verità che si trova nella Chiesa, il corpo mistico di Cristo e, malgrado ciò, le voltassimo le spalle come fece Pilato; se fossimo consapevoli di tutte queste cose e tuttavia rimanessimo lontani da Cristo e dalla sua Chiesa, saremmo perduti! Non è la conoscenza che ci salva, ma l’ignoranza! L’unica cosa che può giustificarci di non essere dei santi è la nostra inconsapevolezza di quanto buono sia Dio! 

Preghiera 

O Gesù! Non voglio avere la sapienza del mondo; non voglio conoscere come vengono forgiati i fiocchi di neve o dove si nascondono le tenebre o dove si trova il grembo da cui nascono i ghiacci; non voglio sapere perché l’oro cade pesantemente in terra, mentre il fuoco si eleva leggero al cielo; non mi interessano né la letteratura né la scienza, non m’importa conoscere le quattro dimensioni dell’universo in cui viviamo; non voglio sapere quanti anni luce misura l’universo, non voglio conoscere l’ampiezza della danza che compie la terra attorno al carro solare; nemmeno la distanza delle stelle, quelle piccole, nivee candele notturne; non intendo sapere quanto sia profondo il mare, né conoscere i segreti dei suoi abissi. Voglio ignorare tutto questo pur di conoscere la lunghezza, l’ampiezza, l’altezza e la profondità dell’amore del nostro Salvatore e Redentore, morto sulla croce. Voglio essere ignorante di tutto quello che riguarda il mondo, pur di conoscere te, Gesù. Allora, per un oltremodo strano paradosso, possederò la vera sapienza! 

Mons. Fulton John Seen