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mercoledì 24 agosto 2022

MORTE AL CLERICALISMO o RISURREZIONE DEL SACRIFICIO UMANO

 


L' AFFRICA ANTICA


I. 

Portiamoci adesso nell'Affrica, in questa gran fabbrica della schiavitù, e che porta tuttavia la pena del peccato di Cam. Gli storici antichi ed i viaggiatori moderni han provalo che la memoria del peccato del loro antico avolo si è conservata in modo chiarissimo nelle molteplici tribù di questo infelice paese. « Le popolazioni Africane, scrive Charlevoix, le quali abitano fra il capo Bianco e il capo Nero, confessano schiettamente che un sentimento intimo lor dice esser essi una razza maledetta. I più istruiti, come quei del Senegal, hanno appreso da una tradizione, la quale perpetuasi fra di essi, che questa disgrazia è un effetto del peccato del loro Papa-Tam (Cam) che si fé'beffa del padre suo. 1 » 


II

IL Un dotto viaggiatore che ha esplorato l'Africa, non è meno esplicito. « 11 negro ha una coscienza quasi commovente della sua inferiorità. Questa coscienza posa su una tradizione vera, benché un poco alterata. Nel Mozambico, presso la potente tribù dei Machnas, è voce che in principio gli Africani erano intelligenti quanto gli Europei.  Ma un giorno Maluka (il buon Dio) essendosi ubriacato, cadde in mezzo alla strada con le vesti in disordine. Gli Africani che passavano, risero della sua nudità; gli Europei al contrario ebbero pietà di lui: colsero dei fiori, e rispettosamente lo ricoprirono. Perciò Dio puni gli Africani. La medesima tradizione esiste nella Guinea e nell'interno del continente. Dapertutto i negri si dichiaran diseredati e sotto il peso d'una maledizione divina. 


III.

Ne è da poco tempo che il sacrificio umano si pratica nell'Africa; ma in questa parte del mondo come nelle altre rimonta alla più alta antichità. Si é presi da spavento in pensare alle moltitudini innumerabili di vittime umane, che in tutta l'estensione della terra e durante migliaia di secoli, sono state immolate al demonio. Questo calcolo, matematicamente impossibile, può nondimeno servire a misurar 1'odio implacabile che il grande omicida porla all' uomo, perchè fratello del Verbo incarnato.


 IV.

Penetriamo nella Libia. In questo paese dei leoni si offriranno alla vista selvaggi più feroci delle fiere abitatrici degli ardenti suoi deserti.

< I barbari della Libia avevano, dice Porfirio, imitato i sacrifici dei Taurini, e mangiavan la carne degli uomini sacrificati. Fatto questo odioso pasto, montavano in furore contro loro stessi, mordendosi scambievolmente; e non cessarono di nutrirsi del sangue, se non quando i demoni, i quali avevano introdotto questa specie di sacrifici, ebbero distrutta la loro razza 2. »

Rifacciamoci sui nostri passi ed entriamo a Cartagine. La Roma Àfricana è la patria dei grandi uomini di guerra. Essa e popolata da ricchi negozianti e da abili navigatori. Questo incivilimento materiale la sottrarrà alle esigenze tiranniche del demonio? Per rispondere, assistiamo allo spettacolo di cui fu essa un giorno testimone.


 V. 

« Dopo la morte di Alessandro Macedone, e vivendo il primo Tolomeo, scrive Diodoro di Sicilia, i Cartaginesi furono assediati da Agatocle, tiranno della Sicilia. Vedendosi ridotti ali* estremo, supposero che Saturno fosse loro contrario. Il loro sospetto si fondava su ciò, che avendo pel passato avuto in costume d'immolare a questo Dio i fanciulli delle migliori famiglie, più tardi compratine clandestinamente, li allevavano per sacrificarli. Fecero una ricerca, e si scopri che molti dei fanciulli immolati erano stati supposti. 


VI. 

« Prendendo in considerazione questo fatto, e vedendo il nemico accampato sotto le loro mura, furono assaliti da un terrore religioso, per aver trascurato di rendere gli onori tradizionali ai loro dèi. A riparare al più presto questa omissione, scelsero, per via di suffragi, duecento fanciulli delle migliori famiglie e gl'immolarono in un sacrificio solenne. Poscia, quelli stessi che il popolo accusava d'aver frodati gli dèi, offrirono spontaneamente i loro figli in numero di trecento. 


VII. 

Anche il modo del sacrificio era ordinato dagli oracoli. Nulla v'ha che meglio provi la presenza dello spirito infernale, quanto la maniera onde compivasi l'uccisione abominevole di cui abbiam parlato. In un tempio di Cartagine, si trovava una statua colossale di Saturno, la quale era di bronzo. Aveva le braccia tese e inclinate a terra; a'suoi piedi una voragine di fuoco. Il fanciullo posto sulle braccia dell'idolo, non essendo rattenuto da cosa veruna, sdrucciolava nella fornace, dove era consumato fra lo strepito di canti e di suoni„ 


VIII. 

Sotto nomi diversi, questa statua omicida esisteva in Oriente ed in Occidente, presso gli Ebrei e presso i Galli. Essendo l'Africa assai poco conosciuta dagli antichi, ci mancano i documenti del sacrificio umano esistente nelle diverse parti della vasta penisola. Sappiamo solamente che l'Egitto, la contrada più incivilita del paese, offriva vittime umane. Da questo puossi giudicare di ciò che accadeva altrove. E lo si può con gran sicurezza, in quanto che nei tempi moderni, i missionari e i viaggiatori hanno trovato il sacrificio umano in pieno esercizio nell'interno e su tutte le coste orientali e occidentali della terra di Cam. Lo vedremo nei capitoli seguenti.

Monsignor Gaume

sabato 5 febbraio 2022

MORTE AL CLERICALISMO o RISURREZIONE DEL SACRIFICIO UMANO

 


EDITTI CONTRO IL SACRIFICIO UMANO. — IL SACRIFICIO UMANO PRESSO GL' INGLESI.


I. 

 L'ecatombe umane, che da tanti secoli duravano nella Gallia, aveano- preso tali proporzioni, che gl'imperatori romani Claudio e Tiberio fecero parecchi editti per farli cessare ; ma non vi riusciron completamente. Solo il sacrificio divino potea abolire il sacrifìcio umano. Questo continuò dunque ad offrirsi in segreto, non solo presso i Galli, ma a Roma istessa. 1 Il fatto ci vien rivelato da Tertulliano : Sed 4t nunc in occulto perseverat sacrimi facinus, e dagli altri storici cristiani e profani. Tutti affermano, che i sacrificii umani han continuato, e presso i Galli, e presso gli altri popoli, sino al terzo ed anche al quarto secolo : vale a dire sino a che l'influenza del cristianesimo non si fé' sentire in una maniera efficace.

II 

Ond' è che provasi non so quale indignazione, al sentire gli scrittori di Roma pagana inveire contro la barbarie dei nostri padri, come se potessero esserne assoluti i Romani. Non solo noi poteano quanto al tempo anteriore, ma soprattutto quanto a quello in cui essi scrivevano. Questo tempo è quello che nei collegi sì chiama il secolo d'oro. € I Romani, dicono Tertulliano, Lattanzio, Minuzio Felice ed altri scrittori del secondo e del terzo secolo, non si sono meno abbandonati a tale barbarie che gli altri popoli, perciocché ancora oggi giorno immolano vittime umane a Giove Laziale. 1 » E che cosa possono essi addurre per colorire il terribil sacrificio, che Plutarco descrive coi seguenti termini? « All' appressarsi della guerra dei Galli, sotto la condotta di Yiridomare, i Romani vidersi costretti obbedire a certi oracoli, contenuti nei libri delle Sibille, e si portarono a sotterrar vivi nel mercato de'buoi due Greci, un uomo ed una donna, e due Galli all'istesso modo ; e a causa di questi oracoli fanno ancora di presente, nel mese di novembre, sacrificii tenuti occulti agli occhi del popolo. * »

III.

Tito Livio e Plinio mostransi di assai buona fede, quando confessano, che questo sacrificio fu ordinato e compito più d'una volta nel medesimo luogo, specialmente al cominciar della guerra punica, che segui quella di Viridomare. 4 Esempi di tal fatta si moltiplicherebbero sotto la mia penna, s'io non dovessi tenermi breve. Per quel che resta all' Europa antica, mi contenterò dunque di parlare del sacrifìcio umano presso gì' Inglesi.

IV.

Secondo antiche tradizioni, l'Inghilterra fu popolata dai demoni e dalle druidesse. Checché sia di ciò, l'Inghilterra addivenne per i Galli, quel che era la Toscana o l'Etruria per i Romani: il focolare dell'idolatria. A quella guisa che i Romani spedivano regolarmente in Etruria taluni figliuoli delle migliori famiglie, per farli istruire nei misteri della religione; cosi secondo le relazioni di Cesare, i Galli si recavano in folla nell'Inghilterra, a perfezionarsi nella conoscenza della religione.

 V. 

Come i Galli, gl' Inglesi avevano in gran numero druidi e druidesse. Ma neppur essi, come i Galli, avevan templi. I loro orrendi misteri si compievano nelle oscurità delle foreste. Tacito, descrivendo la discesa dei Romani neir isola di Mona, oggi Anglesey, così si esprime: «Posciachè i Romani se ne resero signori, loro prima cura fu d' abbattere i boschi che i druidi e le druidesse macchiavan sempre col sangue d'umane vittime. 1 » Se quegl'isolani avessero avuto dei templi, i Romani non avrebbero mancato di distruggerli, per quella medesima ragione onde avevan distrutto i boschi. Or, siccome Cesare non fa menzione dei viaggi dei Galli in Inghilterra, che per mostrare che essi si conformavano agi' Inglesi su tutti i particolari della religione, se ne conchiude a ragione che neppure i Galli avevano templi.

VI.

" Àbbiam veduto che i Druidi delle Gallie godevan di grandi privilegi; or non cosi i Druidi d'Inghilterra, almeno quanto a ciò che concerne la guerra. I Druidi delle Gallie ne erano esenti, quei d'Inghilterra v'erano obbligati. N'è prova il fatto seguente, riportato da Tacito: « Sotto l'impero di Nerone, Paolino Svetonio prese a rendersi padrone dell' isola di Mona, situata al nord della Brettagna. « Egli trovò sul lido un fonte, difeso da uomini ben armati. Nelle loro file correvano qua e là donne scapigliate, con in mano la face, e vestite a lutto.

VII.

 « D'altra parte, i Druidi giravano attorno l'armata, levando le mani verso il cielo e vomitando imprecazioni contro i Romani. Questo spettacolo spaventò i nostri soldati , sino a lasciarsi uccidere senza difendersi. Ma alla perfine riprendendo coraggio ed animati dalle parole del generale, fanno avanzar le schiere, uccidon quanti si fan loro avanti, e li bruciano. In seguito fu loro imposto un tributo, e distrutto il bosco sacro, perchè si recavano a dovere di religione di sacrificarvi i prigionieri e di consultare gli dèi nelle viscere degli uomini. 1 » Fa d'uopo aggiungere, che in Inghilterra, come nelle Gallie ed in tutte le parti del mondo antico, il serpente vivo, il serpente in carne ed ossa era religiosamente adorato. Il suo culto stesso era il principio del sacrificio umano. Ecco ov'era arrivata l'Inghilterra avanti la predicazione del clericalismo. Ed oggi vogliono esterminarlo ! E dicono che tutte le religioni sono egualmente buone !

Monsignor Gaume


lunedì 22 novembre 2021

MORTE AL CLERICALISMO o RISURREZIONE DEL SACRIFICIO UMANO

 


CAPITOLO XVIII


 IL SACRIFICIO UMANO PRESSO I GALLI. 


I. 

La Santa Scrittura ci dice che tutti gli dèi dei pagani erano demonii : Omnes dii gentium daemonia. Ora i Galli ne adoravano quattro dei principali, ossia quattro grandi demoni, conosciuti sotto i nomi d'Eso, Tettiate, Taranis, e Beleno. Il primo era il più celebre e il più temuto. Come il suo nome lo indica, sembra essere il Zeus, o il Giove, deus pater, dei Greci e dei Romani. In onore di questi quattro demonii, il sangue umano inondò, durante molti secoli, tutte le Provincie Galliche.

 II. 

La crudeltà era il carattere dei Galli; quindi qual costume barbaro d'offrire agli dèi quasi esclusivamente vittime umane. Tutti gli autori son d'accordo su questo punto. «Quando v'ha de'Galli, dice Cesare, aggravati da malattie, ed  avvolti in guerre ed in pericoli, o immolano per vittime altri uomini, o fan voto d'immolarli. Credono essi che gli dèi si compiacciano di tali sacrifìzii, come più perfetti; e son persuasi non potersi altrimenti placare la possanza degl'immortali dèi, se non se col sacrificare per la vita d'un uomo quella d'un altro uomo. 

III.

 « Hanno essi istituito pubbliche ceremonie, che quando compionsi questi sacrifizii vi ha obbligo di osservare. Hanno simulacri di smisurata grandezza, intessuti di vinchi, i quali riempiono d'uomini vivi, a cui metton fuoco. Le fiamme subitamente si apprendono, e quei miseri tosto soffocati, esalano lo spirito. Il supplizio degli uomini colti in furto, ladroneccio, od altro delitto, il tengono pel più accetto agli dèi immortali; ma, ove non abbiano vittime fra colai gente, non lasciano di eleggerne anche fra gli innocenti.

 IV. 

« I funerali, sono magnifici ; e tutto ciò che in vita credono essere stato caro agli estinti gettano sul rogo, non esclusi gli animali; anzi anche i servi e clienti, che sapevasi essere stati lor prediletti, eran gettati sul rogo ; e si trovavano ancora parenti del defunto che si gettavano volontariamente nel fuoco, sperando vivere con lui nell' altro mondo.* » 

V. 

Un'altra maniera di sacrificare gli uomini era quella di trafìggerli con freccie, o d'inchiodarli in croce, o di farne un olocausto con un certo numero d'ogni sorta di bestie, che facevano bruciare entro una gran macchina col fieno, attaccata ad un piolo. Alcune volte riservavano i rei per lo spazio di cinque anni. Quindi li attaccavano a'pali, costruivano all'intorno un gran rogo, che coprivan delle primizie dei loro frutti, e facevano d'ogni cosa un sacrificio ai loro dèi, 8 

VI.

Per guarentirsi dalla peste, quando n'eran minacciati o assaliti, prendevano un povero, che presentavasi volontariamente, ed il nutrivano un anno intero molto delicatamente e sontuosamente, a spese del pubblico tesoro.

Dopo il qual tempo, lo rivestivano d'ornamenti sacri, l'ornavan di verbene, e dopo averlo condotto per tutta la città caricandolo di maledizioni, e pregando che tutti i mali, da cui erano afflitti o minacciati, cadessero sopra lui, era precipitato dall'alto d'una roccia *. Chi può dire quante volte le grandi roccie della cittadella di Besangon furono testimoni di questo spettacolo ?

 VII. 

Non eran sempre i poveri quelli che servivano per siffatte vittime; procuravasi ancora in tutti i modi di guadagnar qualche persona delle più avvenenti e meglio conformate aliquis de elegantissimis, a forza d'argento, di ricompense e con la prospettiva dell' immortalità fra gli dèi, perchè si sacrificasse per la salute della città o della provincia 2 . E in tal caso si osservavano le medesime cerimonie che si osservavano pe'poveri; ed alla fine d'un anno si ammazzavano fuori le mura a colpi di pietre 3 .

 VIII.

 I sacrificii che si facevan per la nazione,  per la provincia o per la città, rinnovavansi due volte il giorno, a mezzodì ed a mezzanotte. Gli altari erano formati di grandi e larghe pietre or quadrate  tutti i sensi, or più lunghe che larghe. La parte superiore era incavata a guisa di bacino o di canale, per ricevere il sangue delle vittime. Questi altari che si trovano ancora nelle foreste della maggior parte delle nostre provincie, portano il nome di dohnens. Confesso che non si può vederli senza dire ; forse su questa pietra venne immolato uno degli avi miei ; forse io stesso, senza il cristianesimo, vi sarei stato disteso, legato e sgozzato dalle mani d'un drudo. 

IX. 

Ho detto legato; invero se la vittima dovea esser strozzata od accoppata, incominciavansi dal legarla fortemente, per impedirle di muoversi, temendo che il colpo mortale non andasse fallito, perchè era essenziale nel sacrificio che le vittime sembrassero volontarie. Erano tanto rigorosi su questo punto, che allorquando trattavasi d'immolar fanciulli, le madri li tenevano fra le loro braccia colmandoli di carezze per soffocar le loro grida.

X.

Abbiam veduto i Galli offrire vittime umane, sia in espiazione de'pubblici delitti, sia per allontanare i gastighi meritati: eran le Targelie de' Greci. Non è da far le maraviglie se le troviamo a Marsiglia, fondata da una colonia di Focesi. Solamente un lungo soggiorno nelle Gallie avea lor fatto adottare il dio principale de'Galli. Anche dopo la conquista de'Romani, essi adoravano, più o meno pubblicamente, il terribile Eso, con la sanguinaria superstizione delle primitive età. 

XI.

 « Fuori del ricinto di Marsiglia, dice Lucano, eravi un bosco sacro, sul quale non erasi mai osato portar la scure, sin dall' origine del mondo. Gli alberi coronavan co'loro rami la terra ov'eran piantati ; e dappertutto formavano de'pergolati, dove i raggi del sole non potevan penetrare, e dove regnava una frescura ed un' oscurità perpetua. Questo luogo era destinato a barbari misteri. In ogni canto non vedevansi che altari, su'quali si scannavano vittime umane, il cui sangue zampillando sugli alberi mettea ribrezzo.

XII. 

« Le quercie, che mai agitansi al soffio d'un leggiero zefiro, infondon nell' animo un sacro orrore, non altrimenti che l'acqua oscura serpeggiante e scorrente pei diversi canali. Le forme del dio che vi si adora sono senz' arte, e consistono in tronchi rozzi ed informi ; il muschio giallo che li copre da capo a pie ispira quella tristezza, che vedesi impressa sulla loro scorza. È proprio de'Galli non compenetrarsi di rispetto che verso quei dèi che son rappresentati in strane forme, e il lor timore aumenta ip proporzione che ignorano gli dèi che adorano. 

XIII. 

« La tradizione vuole, che questo bosco spesso si agiti e tremi ; che allora escano dalle caverne voci strepitose; che i tassi abbattuti si raddrizzino; che il bosco sembri andar tutto in fuoco senza consumarsi, e che le quercie siano attortigliate da mostruosi dragoni. Nessun Gallo, pel gran rispetto che ne hanno, oserebbe abitar questo luogo si temuto ; essi il lasciano tutto quanto al Dio. Soltanto a mezzogiorno ed a mezzanotte vi si porta un sacerdote tutto tremante per celebrare i suoi terribili misteri ; ei teme ognora che un qualche dio, a cui il bosco é consacrato, gli s'abbia a presentar dinanzi. 1 » Ecco una foresta come tanti altri luoghi frequentata.

 XIV. 

Sotto una forma più espressiva ancora, quei di Marsiglia avevano le loro Targelie. In tempo di peste, prendevano un povero e il nutrivano delicatamente durante un intiero anno ; desso era una vittima che ingrassavan per Satana. Alla fine dell' anno, prendean quel poveretto, lo conducean per la città; e caricandolo di anatemi, gli dicevano : Sii tu la nostra espiazione : Esto nostrum peripsema, e lo gettavano nel mare. 8 Questo avveniva in Francia, nella nostra cara e bella patria, prima della predicazione del clericalismo. Ed oggi vogliono esterminare il clericalismo ! E dicono, che tutte le religioni sono egualmente buone !

Monsignor Gaume

venerdì 22 ottobre 2021

MORTE AL CLERICALISMO o RISURREZIONE DEL SACRIFICIO UMANO

 


CAPITOL O XVII.


 I DRUIDI. — IL VISCHIO. 

I. 

Due fatti principali distinguevano la religione dei Druidi, e per conseguenza de*Galli: la cerimonia del vischio e il sacrificio umano. Il solo vischio della quercia era l'oggetto del loro culto. Perchè e donde questa strana superstizione? Prima di tutto richiamiamo alla mente che la quercia è stata tenuta da tutti i popoli antichi come un albero sacro, e come tale onorato d'un culto fiducioso ad un tempo e terribile. Non è diffìcile spiegare un mistero di tal fatta. 

II

Satana è la scimmia di Dio. Tutto quel che Dio fa per la sua gloria, egli lo contraffa a suo prò. Oracoli, prestigi, templi, altari, sacrificii, pellegrinaggi, non v' ha cosa santa, di cui non siasi impadronito. L'antica memoria della quercia di Mambre, all'ombra della quale Abramo accolse, sotto la figura di tre angeli, le tre persone della santa Trinità, era un mezzo favorevolissimo per attirare alla quercia di Mambre prima, e poi alle quercie ordinarie, la venerazione de' suoi ciechi seguaci per non conservarne la memoria.

 III.

 La quercia di Mambrc, che vedevasi ancora al quarto secolo, al tempo di san Basilio, fu da tempo immemorabile oggetto di un gran concorso d' ogni sorta genti che venivano dalle diverse parti del mondo, fin dalle più lontane. Questo concorso si cangiò in fiere; e, per dirlo di passaggio, fu in queste fiere che venne venduta una moltitudine d'Ebrei, i quali s'erano ribellati contro i Romani, al tempo dell'imperatore Adriano.

  IV.

 La venerazione che i cristiani portavano a questa quercia, fu tosto cangiata dai pagani in ree superstizioni ed in abominevoli sacrificii. Non potea essere altrimenti. Da una parte Satana sforzavasi di far profanare quel sacro luogo; dall' altra, tutta la contrada era pagana, anche ai tempi d'Abramo. Onde seguì, mercè le ispirazioni gelose dello spirito di menzogna, che i pagani fecero di quella quercia V oggetto principale del loro culto, di cui tutto il fondamento era che il Dio del Cielo s'era mostrato ad Abramo e gli avea parlato sotto quell'albero. Quindi dal credere al far credere agli altri che il Dio del Cielo abitasse sotto quella quercia, era facile il passo : e questo passo fu fatto. 

V. 

Col progresso del tempo e dell' idolatria trasformandosi e corrompendosi le nozioni primitive, avvenne che in mancanza della quercia di Mambre, presero il costume di riguardare la quercia ordinaria, gli uni come un albero dove il Dio del cielo si compiaceva di far suo soggiorno: gli altri come la figura del Dio del cielo; ed altri finalmente come un albero consacrato per sua natura al Dio del cielo. Siccome tutte le nazioni pagane convenivano che Giove fosse il Dio del cielo, cosi tutti convennero che la quercia fosse la dimora, o la figura, o l'albero di Giove. 

VI. 

Cosi spiegasi la religiosa venerazione di tutti i popoli dell'antichità verso la quercia, la quale fu presso i nostri antenati più grande che altrove. Nessun di loro, uomo o donna, osava toccar la quercia colla mano. L'uso costante era di lasciarla infracidire sul suo tronco, di non impiegarla ad uso alcuno, neppure a quello del fuoco, e d'esser presi al suo cospetto da un sacro terrore. Quanto si è detto provasi, tra gli altri, dal fatto seguente. Cesare avea alcuni Galli nel suo esercito. Un giorno ordinò loro d'abbattere alcune quercie. Dovettero obbedire; ma con mani tremanti, e penetrati si vivamente dalla maestà del luogo, da temere che tutti i colpi dati contro le quercie non si rivolgessero contro di loro. 

 VII. 

Ciò non è tutto. I Druidi portavan la loro venerazione alla quercia tant' oltre, che non osavan offrire alcun sacrificio senza la quercia, o senza le foglie, o senza i rami di essa. Giungevano a tale che appendevano e crocifiggevano alle quercie e mai ad altri alberi, se non in mancanza di esse, i prigionieri fatti ai nemici, in modo che il loro supplicio era un sacrifìcio in onore dell'albero sacro.

VIII.

Per sempre più dimostrare il loro rispetto per quest'albero misterioso, i Druidi s'erano, come noi abbiam già notato, fatta una legge di stabilire la loro dimora nei boschi di quercie, di tenervi le loro assemblee, di piantarvi i loro tribunali per render giustizia, d'avervi i loro collegi per l'educazione della gioventù gallica; e tutto ciò col fine di non perder mai di vista la quercia, d'essere ognora in grado di potervi fare i sacrifìcii o di meditar con maggior raccoglimento sulla divinità, di cui la quercia era il rappresentante. 

IX. 

Quindi è che i Galli non avevano altri templi che le foreste, e particolarmente le foreste di quercie. « Essi non hanno, dice Tacito, per tempio che una foresta, dove adempiono tutti i doveri della religione. Niuno può avere ingresso nella foresta, se non porta una catena in testimonianza della sua dipendenza da Dio e del sovrano dominio di Dio su lui. « Se gli avviene di cadere, non gli è permesso di rialzarsi, nè è permesso a chicchessia di prestargli aiuto ; fa d' uopo che si strisci sul suo ventre. 1 »  

X.

Veniamo ora alle cerimonie osservate dai Druidi in cogliere il vischio della quercia. Plinio ce ne ha lasciata la descrizione. « I Druidi, die'egli, che sono presso i Galli quel che sono i maghi altrove, non hanno nulla di più sacro quanto la quercia ed il vischio da essa prodotto. Scelgono dunque sempre un legno di quercia. Hanno di quest' albero una si alta idea, che non fanno la più piccola cerimonia senza portare una corona di foglie di quercia. Stimano che tutto ciò che nasce su quest' albero venga dai cieli, e che sia un segno evidente che Dio lo ha scelto.

 XI. 

« Il vischio è difficilissimo a trovarsi. Quando lo si è trovato, i Druidi vanno a prenderlo con profondo rispetto. E ciò fan sempre nel sesto giorno della luna, giorno si celebre per loro, che 1' han preso pel principio dei loro mesi, dei loro anni ed anche de'loro secoli, i quali non sono che di trenta anni. La scelta che fanno di questo giorno, viene da ciò che la luna ha allora molta forza, benché non sia giunta al suo completo accrescimento; finalmente sono tanto prevenuti in favore di questo giorno, che gli danno nella loro lingua un nome che significa: medico di tutti i mali.

 XII.

Allorché i Druidi han preparato sotto l' albero quanto serve al sacrificio ed al banchetto che debbon celebrarvi, fanno avvicinare due buoi bianchi, cui per la prima volta legano insieme per le corna. Poscia un sacerdote rivestito d'un'abito bianco, sale sull'albero, taglia con una falciuola d'oro il vischio e lo riceve in un sagum (tela bianca). Quindi seguono i sacrificii, che i Druidi offrono a Dio, chiedendogli che il vischio formi la felicità di coloro che lo ricevono. « Perchè credono che l'acqua del vischio renda fecondi gli animali sterili, e che sia uno specifico contro ogni sorta di veleni. »

 XIII. 

Pare certo che la cerimonia del vischio non si facesse che nelle foreste del paese di Chartres, e quando v'era l'assemblea generale dei Druidi. Or i Druidi non si riunivano che una volta all'anno, e nel paese di Chartres. La cerimonia del vischio era la più solenne della religione. E dunque naturalissimo che i Druidi scegliessero, per compierla, il momento in cui i Galli di tutte le provincie eran riuniti. Infine, quanto a quel che dice Plinio, che il vischio della quercia era difficile a trovarsi, non potea ciò verificarsi che ne  boschi del paese di Chartres, dove i Druidi si radunavano, e dove senza dubbio era si raro, perchè eravi una legge che vietava di prenderlo altrove che là. Passiamo ora al secondo punto, più importante ancora, della religione de'Galli: il sacrificio.

Monsignor Gaume

martedì 14 settembre 2021

MORTE AL CLERICALISMO o RISURREZIONE DEL SACRIFICIO UMANO

 


CAPITOLO XVI 


EUROPA. 

I. 

I privilegi di cui godevano i Druidi, atti­ravano loro una infinità di discepoli che veni­vano da tutte parti. Gli uni erano mandati da9 genitori; gli altri venivano da per loro stessi.  Tutti, durante i loro studii, menavano una vita  separata dal mondo; perchè i Druidi tenevano  le loro scuole, e dimoravano nelle foreste di  quercie, e qualche volta negli antri. 

IL 

II loro insegnamento religioso .consisteva  in quattro punti principali: l'adorazione degli  dèi, l'immortalità dell'anima, il divieto di far  male ad alcuno, e l'obbligo d'essere coraggiosi.  Quanto alle dottrine umane, insegnavano la me­dicina, l'astronomia, il corso della luna, e in­segnavano a conoscere dal moto degli astri la  volontà degli dèi. 

La dottrina dell' immortalità dell' anima faceva che i Galli, in bruciare i loro morti, mettessero nel rogo o nell'urna funerea, un  conto esatto degli affari del defunto, affinchè  sen potesse servire per essere più felice nel  cielo, o meno infelice nell'inferno. Era anche  una costumanza assai ordinaria fra essi quella  di prestarsi l'argento in questo mondo, con ob­bligazione di restituirlo nell'altro. Di più scriveano lettere ai morti, convinti che i defunti le  avrebbero lette nei loro ozii. 

III. 

Le loro lezioni, come quelle de'Germani,  consistevano principalmente nel fare imparare  a memoria ai loro discepoli una gran quantità  di versi senza scriverli. Ciò richiedeva molto tem­po, e non si permetteva di mettere in iscritto  alcuna cosa. Cosi alcuni de'loro discepoli pas­savano sino a venti anni, occupati unicamente  in questo genere di studii. 

« Io credo, dice Cesare, che essi proibiscano di scrivere per due ragioni; la prima, affinchè  la loro dottrina non fosse conosciuta da nessuno,  e sembrasse più misteriosa. La seconda, affinchè  coloro che sono obbligati ad apprendere questi  versi, non avendo l'aiuto dei libri, siano più  solleciti nel coltivare la loro memoria. » 

IV. 

Oltre alcune verità apprese dalla tradizione,  i Druidi insegnavano delle superstizioni, che  avea comunicato loro il padre della menzo­gna. Ne riferiamo qui due ridicole e celebri si  l'una che l'altra. I Galli si servivano della ver­bena per trarre le sorti e formare i responsi.  I Druidi erano pressoché pazzi per quest'erba.  Pretendevano che stropicciandosela addosso, si  ottenesse tutto ciò che si voleva, che fugasse  le febbri, riconciliasse i nemici, e guarisse ogni  sorta di malattie. 

Ma bisogna coglierla nel momento della  canicola, avanti il levar del sole e della luna,  e dopo aver offerto alla terra fave e miele in  sacrificio espiatorio. Bisognava nel coglierla sca­var la terra all'intorno con un coltello nella  mano sinistra, facendo saltare la terra per aria;  quindi far seccare all'ombra stelo, foglie e ra­dica, separatamente. 

V. 

Questo relativamente alle guarigioni. Quan­to poi al successo degli affari, i Druidi vanta­vano soprattutto una specie d'uovo, conosciuto  da essi soli e da'loro iniziati. Quest'uovo, dicevano, era formato da una quantità prodigiosa  di serpenti, i quali vi deponevan sopra della bava  e della schiuma che usciva loro dal corpo. Gli  si dava perciò il nome d'anguinum. 

Al sibilo dei serpenti, l'uovo si sollevava  in aria, e bisognava raccoglierlo per aria, per  timore che non cadesse a terra. Quegli che aveva  avuto il bene di raccoglierlo, dovea prender  tosto un cavallo e fuggire, perciocché i serpenti  correvano tutti dietro a lui, fino a che fossero  arrestati da una fiumana che loro impedisse il  cammino. 

VI. 

Per farlo valere sempre più, i Druidi dice­vano che bisognava raccoglierlo in un dato  giorno della luna. Colui che avea la gran for­tuna di soddisfare a tutte queste condizioni,  era sicuro di vincere in tutte le liti, e d'aver  sempre libero l'accesso ai re. 

Il demonio, sempre geloso di farsi onorare  nel serpente, avea, pare incredibile, messo in  voga questa superstizione, e le aveva conciliato  credenza. « L'è una superstizione sì grande, dice  Plinio il naturalista, che l'imperatore Claudio  fe' morire un cavaliere romano del Delfinato,  solo perchè portava uno di questi uovi in seno  per vincere una causa. » 

VII. 

Ogni anno i Druidi tenevano un' assemblea  generale in un luogo sacro del paese di Chartres, il qual luogo era un'immensa ed oscura  foresta di quercie. I Galli vi si portavano da  tutte le provincie, per sottometter le loro liti  ai Druidi che le giudicavano senza appello.  Siccome Dio ha lasciato sempre qualche testimo­nianza di se, i Druidi furono alcune volte quel che  eran le Sibille dell'Oriente: annunziarono cioè  alcuni dei grandi misteri dell'avvenire. È più  che probabile aver essi in una di queste riunio­ni generali in mezzo alle oscure foreste di Chartres, che fu come il lor quartier generale, an­nunziato il divin parto della santissima Vergine.  E infatti tra que' boschi famosi, fu trovata la  celebre iscrizione: « Virginiparittirae, Druides:  Alla Vergine che dee partorire, i Druidi. » 

Vili. 

Nelle Gallie, non eranvi solo i Druidi, vi  erano anche le Druidesse. Queste vergini o donne  ammaestrate dai Druidi, partecipavano alla loro  autorità religiosa e civile, e davano de'responsi.  Più ancora degli uomini, sottoposte all'influenza  del demonio, facevano cose straordinarie, che  non si possono negare senza negar la storia. 

V'erano tre sorte di Druidesse : le une custo­divano sempre la verginità, come quelle dell'  isola di Sain sulle coste della Brettagna; altre  sebbene maritate, erano obbligate alla conti­nenza ed a restar sempre nei templi, al cui  servizio erano addette. Quelle della terza classe  non si separavano affatto dai loro mariti, alle­vavano i loro figliuoli, ed attendevano agli af­fari della famiglia. 

IX. 

Secondo che rapporta Tacito,1 i Germani cre­devano che le giovani della loro nazione fossero  dotate di santità e di conoscere l'avvenire. I Galli  avevano la stessa opinione rispetto alle loro. Di qui  l'immensa autorità, onde godevano le Druides­se. Fuvvi un tempo, anteriore alla conquista ro­ mana, in cui le Druidesse decidevan della pace  e della guerra, e dei più importanti affari dello  Stato. Godevano ancora di questo potere sovrano,  e rendevano la giustizia, allorché Annibale passò  le Alpi, per portar la guerra in Italia. 

X. 

Uno degli articoli dell'alleanza conchiusa tra lui e i Galli era, che se un Gallo avesse  da lagnarsi d'un Cartaginese, il Gallo porterebbe la  sua lagnanza davanti ai magistrati che il senato  di Cartagine avrebbe stabiliti in Ispagna; ed al­lorché un Gallo arrecasse qualche torto a un  Cartaginese, la causa sarebbe portata davanti  al tribunale delle donne dei Galli. 

La reputazione delle Druidesse non era punto ristretta ne'confini della Gallia; essa si  estendeva dappertutto e facea sì che le Drui­desse rappresentassero una grande figura nel  mondo. Tutti premurosamente le consultavano,  e teneano per oracoli le loro decisioni. 

XI. 

Sacerdotesse degli idoli, le Druidesse ave­vano il dritto d'offrire sacrifici, ed oimè! offri­vano sacrifi ci i umani. Vestite d'una tunica bianca,  che attaccavan con borchie, e stringevan con una  cintura di rame, co'pie scalzi accompagnavano  gli armati al combattimento. Appena i Galli  avevan fatti dei prigionieri, esse attraversavano  l'armata, con alla mano una spada snudata,  volavano addosso ai prigionieri, li gittavano a  terra, li strascinavano a un labrum, che era una  vasca della capacità di venti anfore. Vicino al labrum era un rialto, sul quale montava la Druidessa sacrificatrice; immergeva un coltello  nella gola di ciascuna vittima, e toglieva i suoi  auguri dal sangue che colava nel labrum. A mi­sura che scannava quegl' infelici, altre Druidesse  gli afferravano, gli sparavano, frugavano nelle  loro viscere, e ne ricavavan predizioni sugli affari  della nazione. 

XII. 

Le Druidesse eran vere maliarde, la cui gene­razione s'è perpetuala lungo tempo nelle Gallie.  Bisogna rimontare ad esse per trovar 1' origine  di quelle assemblee notturne, a cielo scoperto,  presiedute dal demonio, il cui spirito di lussuria  si pasceva di abominazioni tali da far impallidir  la luna. 

Un dotto canonista del dodicesimo e tredi­cesimo secolo, Burchard, riferisce i numerosi  decreti che eransi fatti sino a'suoi giorni, per con­dannar queste assemblee notturne. Quindi si leva  con energia contro le donne del suo tempo, tratte dai demonii, trasformati in uomini, daemonum turba, in similitudinem hominum transformata, i quali entravano in società con tutte  le femmine disposte a seguirli. 

« Demonii e donne, die' egli, sen vanno durante la notte a cavallo a far grandi corse neir aria, avendo alla lor testa Diana, da cui  bisogna dipendano senza riserva, obbedendole  ciecamente. La frotta o società appellasi Olila. 

Le donne tuttora coricate al fianco dei mariti,  escono à porte chiuse, si sollevali nelle nuvole,  attraversano  l'aria, uccidono senza arma visi­bile uomini battezzati e riscattati dal sangue di  Gesù Cristo; fan cuocere le lor carni e le man­giano. Queste corse sono alcune volte intraprese  per combattere altre donne simili, e ferirsi scam­bievolmente. Del resto, esse affermano che non  possono dispensarsi dal trovarsi a queste assem­blee nel modo che è detto: Se affirmant neces­sario et exprecepto facere debere. » 

XIII. 

Alcuni statuti manoscritti dell' antico vesco­vado di Conserans, del tredicesimo o quattordice­simo secolo, fanno anche menzione delle femmine  che faceano il mestiere d'andare a cavallo durante  la notte con Diana, e facevano iscrivere i loro  nomi nel catalogo di tutte quelle del loro sesso,  le quali passavano per dee. 

XIV. 

Ecco l'origine delle Tregende, la cui realtà è messa fuor di dubbio, non solamente dalle co­ stituzioni dei nostri re, dalle testimonianze dei  teologi ; ma ancora dalle recenti opere de' si­ gnori de Mireville, Des Mousseux, Bizouard,  de Lancre, e particolarmente dal fatto giuridi­camente provato, che ha avuto luogo in Isvezia  alcuni anni sono. Se affermare non è provare,  anche negare non è rispondere ; e il negar senza  ragione è una stoltezza.1 

Monsignor Gaume

martedì 10 agosto 2021

MORTE AL CLERICALISMO o RISURREZIONE DEL SACRIFICIO UMANO

 


CAPITOLO XV. 

EUROPA — UNIVERSALITÀ DEL SACRIFICIO UMANO. — GALLI — DRUIDI. 

I. 

Per non ripetere nella storia di ciascun popolo i sanguinosi particolari, di cui abbiam rapidamente delineato un quadro, diremo in generale che il sacrificio, siccome l'adorazione del serpente, ha fatto il giro del mondo antico, e che ha duralo fino alla predicazione del clericalismo. Ci basterà studiarlo più a fondo presso i popoli che c'interessano particolarmente: i Galli ed i Germani. 

II

Quanto alla generalità del sacrificio umano, Satana, re e dio del mondo antico, lo ha voluto su tutta la faccia della terra. La sua sete di sangue umano, insaziabile come il suo odio, non fu giammai spenta. Sotto mille forme differenti, presentasi alle adorazioni de'figli di Adamo, e domanda il loro sangue, il sangue di ciò che essi han di più caro. 

Gli Ebrei, i Fenici, i Moabiti, i Siri, i Giapponesi, i Tartari, gli Arabi, gli Egiziani, i Ciri, i Cartaginesi, gli Ateniesi, gli Spartani, gl'Ioni, i Pelasgi, gli Sciti, i Traci, i Taurini, i Germani, i Romani, gli Spagnuoli, gl'Inglesi ed i Galli hanno, per lunghi secoli, portati agli altari i loro simili ed i loro proprii figli.

 III. 

Tutti gli storici, pagani e cristiani, fan testimonianza di questo fatto mostruoso ed affatto inesplicabile al di fuori delle idee cristiane. Possiamo tra gli altri citare Manetone, Sanconiatone, Filone di Biblo, Erodoto, Platone, Pausania, Giuseppe, Filone l'Ebreo, Diodoro di Sicilia, Dionigi d'Alicarnasso, Cicerone, Cesare, Porfirio, Strabone, Macrobio, Plutarco, QuintoCurzio, Plinio, Lattanzio, Arnobio, Minuzio Felice, S. Cipriano; la più parte dei poeti greci e latini: Ennio, Virgilio, Sofocle, Silio Italico ed altri ; e di più alcuni Padri della Chiesa : Tertulliano, Lattanzio, S. Agostino, S. Girolamo.

IV. 

Veniamo ai Galli. La loro conoscenza ha per noi un interesse particolare, atteso che furono i nostri padri. Nel vedere la sanguinosa barbarie, nella quale essi erano immersi avanti la predicazione del clericalismo, la parola ci verrà meno per qualificare quei tra i loro discendenti, che grandemente rei contraccambiano oggi con moneta d'ingiurie, d'odii, di calunnie e di persecuzioni, il cristianesimo, cui son debitori dei lumi, della libertà, della civiltà e fin della vita.

V. 

Presso i Galli esisteva una casta famosa, formidabile tanto per la sua potenza, quanto per la sua crudeltà; la casta dei Druidi, che è pregio dell' opera far conoscere. I Druidi erano i sacerdoti dei Galli. Scelti tra i nobili della nazione, tutto dipendeva da essi. Formavano un corpo numeroso, distribuito in quasi tutte le province della Gallia, dove avevan collegi per istruir la gioventù, sopratutto la più nobile, la quale spesso abbracciava la loro professione. Fra tutti i privilegi di cui godevano, il principale era di creare ogni anno, in ciascuna città, quello che dovea governarla coli'autorità, e qualche volta col titolo di re. Il potere che continuavano ad esercitare sopra di lui era tale che egli niente potea fare senza di loro, neppure convocare il suo  consiglio. Cosicché a vero dire i Druidi regnavano, ed i re, benché assisi su troni d'oro, tra le pareti di superbe magioni, e nutriti splendidamente, non eran che ministri dei Druidi. 

VI. 

A loro apparteneva esclusivamente il dritto di regolare tutto ciò che riguardava la religione. Essendo la religione presso i Galli, come lo era presso tutti gli antichi, l'anima della vita pubblica non men che della vita privata, i Druidi esercitavano un' autorità indipendente. Essi erano giudici nati ed arbitri assoluti de'diversi interessi della nazione, sì pubblici, che privati. Se mai insorgeva questione per qualche delitto, uccisione, eredità, i Druidi eran quelli che vi pronunziavan sopra senza appello. Se qualcuno, fosse anche de'più nobili, si rifiutava di stare alla loro sentenza, gì' interdicevano i sacrifica, nel che presso i Galli consisteva la maggior pena. Colui che era così scomunicato, veniva ritenuto siccome un empio ed uno scellerato. Non era più ammesso a far da testimonio nelle cause; gli erano interdette tutte le cariche o dignità; ciascuno lo fuggiva, per timore che il suo incontro o la sua conversazione non gli arrecasse disgrazia. 

VII. 

I Galli non facevano sacrificii, senza chiamare i Druidi che li offrissero. Questo, non solamente perchè i Druidi erano per condizione sacrificatori, e sacerdoti ; ma eziandio perché erano stimati siccome perfettamente istruiti intorno alla volontà degli dèi, co'quali si credeva tenessero un intimo commercio. Quindi, allorché i Druidi volean por termine a una guerra, bastava si presentassero. Fosse anche stato in mezzo alla mischia, essi arrestavano immantinente 1' ardor dei soldati. 

VIII. 

Potentissimi ad arrestare i combattimenti, non lo erano meno ad eccitare alla guerra. La storia ne ha conservato un esempio memorabile. I Druidi non potevano soffrire il giogo de'Romani, che aveano fatto perdere alla nazione la libertà, e ad essi l' autorità. La morte dell' imperatore Vitellio parve loro un' occasione favorevole per rialzarsi. Il perchè fan sollevare tutta la Gallia, promettendo, sulla fede d'un oracolo, che ricupererebbe la libertà. Oracolo funesto di cui conobbesi la falsità pel triste successo della rivolta. 

IX. 

Nulladimeno i Druidi non andavan mai alla guerra. Ne erano essi esenti come da'tributi. Ma dipendevano da un capo supremo, o gran sacerdote scelto tra essi e che godeva della piena autorità. Dopo la sua morte il più degno gli succedeva. Se v'erano più concorrenti, l'elezione si faceva per mezzo de' suffragi, dove solamente i Druidi davano il voto. Se accadeva che non si potessero accordare, si veniva alle armi, ed il più forte era nominato. 

X. 

Pare che i Druidi vestissero di stoffe dorate, rigate di porpora, e portassero collari e braccialetti alle mani ed alle braccia, come tutti i Galli sollevati alle prime dignità. È almeno certo che nelle cerimonie religiose, eran sempre bianco vestiti, con una corona di quercia sul capo, ed ai piedi sandali di legno pentagoni per distinguersi. 

Monsignor Gaume


domenica 30 maggio 2021

MORTE AL CLERICALISMO o RISURREZIONE DEL SACRIFICIO UMANO

 


CAPITOLO XIV. 

EUROPA. — I ROMANI 

I. 

Dopo la nostra rapida escursione nell' antica  Asia, dirigiamo il nostro viaggio verso l'Europa.  Senza dubbio questa parte del mondo privile­giata fra tutte, non ci offrirà lo spaventevole  spettacolo dei sacrifici umani. I Romani almeno,  oggetto d'ammirazione pe' collegi, pe' licei ed  anche per certi piccoli seminarii, ebbero costan­temente in orrore una simigliante barbarie. La  educazione classica non li accusa mai d'avervi  preso parte, è vero; ma l'educazione classica  non è la storia. Questa ci aprirà i sanguinosi  annali, e ci mostrerà che cosa fossero, non solo  sotto il rapporto de' costumi, ma anche della  crudeltà, que' Romani cosi vantati, che un cri­stiano non teme di scrivere, doversene adorar  le reliquie. 

IL 

È noto che i Romani avean ricevuto dai  Greci una parte delle loro istituzioni, tra le quali quella del sacrifìcio umano. I Romani  dunque avevano, come i Greci, i loro pubblici  espiatori, vittime, cioè, scelte e consacrate an­ticipatamente agli dèi. Nelle pubbliche calamità  andavano a prenderle, affin di sgozzarle, nel  luogo doveran nutrite, come il beccaio a pren­ dere nel pascolo il bue per condurlo al macello1 

III. 

Ecco, secondo Dionisio d'Alicarnasso , in  qual modo andavan le cose : « Gli antichi Ro­mani offrivano a Saturno delle vittime conforme  a quelle che i Cartaginesi non cessarono di  offrire per tutto il tempo che stette in piedi la  loro repubblica, e conforme a quelle ancora of­ferte ai nostri giorni presso i Galli ed altri popoli  dell'occidente, cioè a dire immolavano vittime  umane, fanciulli. 

« Non so per qual ragione, questa specie di sacrificio fu surrogata dalla seguente: invece  degli uomini, che legati piedi e mani, eran  precipitati nel Tevere per placare la collera  degli dèi, fecero delle immagini simili a'me­desimi uomini, rivestite nella stessa maniera. 

Poco dopo l'equinozio della primavera, agl'idi  di maggio, i pontefici, le vestali, i pretori e  quelli che hanno il diritto d' assistere ai sacrificii religiosi, gettano nel Tevere dall' alto del  ponte sacro trenta immagini o fantocci rappre­sentanti uomini che essi chiamano Argivi o  Greci. Quest' uso i Romani han conservato sino  a' tempi miei. »  

IV. 

I Romani non si contentaron mai di questi  simboli di vittime umane, nè di alcune vittime  isolate. Primieramente, ogni volta che davansi  nell' anfiteatro i giuochi in onore di Giove La­ziale 2 o Laziare, la festa cominciava col sacri­ficio d'una vittima umana. La festa si rinnovava  ogni anno, e durava quattro giorni. 

« Anche adesso, dice Lattanzio, Giove La­ziale è onorato col sangue umano. » 

Prudenzio, Dione Cassio e Tertulliano testi­ficano il medesimo fatto. Il grande apologista  cosi si esprime : « Ecco che in quella religio­sissima città dei pietosi figli d'Enea, havvi un certo Giove, cui ne' loro giuochi essi bagnano  di sangue umano. » 1 

S. Cipriano conferma il fatto, e descrive la  maniera con cui si fa l' immolazione. Il sacer­dote scannava la vittima, ne raccoglieva ancor  caldo il sangue in una coppa, e lo gettava in  faccia all'idolo sitibondo.2 

V. 

Secondariamente, i combattimenti de' gla­diatori nell' anfiteatro non erano altro che eca­tombe umane offerte agli dèi, in rendimento  di grazie per qualche vittoria, o per qualche  grande avvenimento favorevole alla Repubblica.  Era l'adempimento della promessa fatta dai  generali romani, allorquando assediavano una  città. Loro prima cura era di pronunciar la  formola d'evocazione, colla quale pregavano le  divinità protettrici della città, d'abbandonarla  e di venire nel loro campo. A questa condizione  lor promettevano dei templi e dei giuochi, vale a dire, combattimenti d'uomini, ovvero immo­ lazioni di vittime umane. 

Per render grazie agli dèi della presa di  Gerusalemme, Tito diede cinquemila coppie di  gladiatori ; tuoi dire che fec' egli immolare,  nello spazio di venti giorni, dieci mila vittime  umane. 

VI. 

Ottavio, che fu poi l'imperatore Augusto,  gliene avea dato l' esempio. Dopo la presa di  Perugia, offri egli in sacrificio a'mani di Cesare  trecento cavalieri o senatori romani.1 

E con ciò non faceva che seguir l'esempio  dello stesso Cesare, « Dopo i giuochi che fec'egli  celebrare pel suo trionfo riportato sopra Vercingetorige (che fu scannato), i suoi soldati s'am­mutinarono. 11 disordine non cessò che allor­ quando Cesare presentatosi nel mezzo di loro,  afferrò di sua mano uno degli ammutinati per  darlo al supplizio. Questi fu punito per tal moti­vo; ma due altri uomini furono inoltre scannati a mo 9di sacrificio. E furono immolati nel campo di Marte dai pontefici e dal flamine di Marte. Del  resto, continua Tito Livio, era permesso al con­ sole, al dittatore ed al pretore, quando maledivan le legioni de' nemici, consacrare alla morte non  solo sè stessi, ma anche uno de' cittadini scelto in  mezzo ad una legione romana.1 » 

VII. 

Quel medesimo Spirilo che ordinava un di  nel mondo pagano i sacrificii umani, gli ordina  anche oggidì in tutti i paesi, ov' esso continua  a regnare senza controllo: là sotto il nome di  Marte, di Giove e d'Apollo: qui sotto il nome  di Fetisci, o di Manitu. Cosi l'antropofagia sotto  una o sotto un' altra forma continua il sacrifi­cio. Gli abitatori dell'Oceania mangiano le loro  vittime co' denti, mentre chè i Romani le divo­ravano cogli occhi, e le assaporavano con gu­sto. Quelli sono selvaggi incolti, questi erano  inciviliti. Presso gli uni e presso gli altri tu  trovi la sete, naturalmente inesplicabile, di umano  sangue. 

VIlI. 

Guardata attraverso la Roma cristiana, dice  il Sig. L. Veuillot,* la Roma antica ispira subito  ribrezzo. Que' grandi Romani, que' padroni del  mondo non appaion che letterati selvaggi. V'ha forse tra' cannibali cosa di più atroce, di più  abominevole, o di più abietto che la più parte  de' costumi religiosi, politici, o civili dei Ro­mani? V'ha forse una lussuria più sfrenata, una  crudeltà più infame, un culto più stupido? Qual  differenza, fosse pur di semplice forma, può  farsi tra i Fetisci e gli dèi Lari? Qual differenza  tra il capo dell'orda antropofaga, che mangia  il vinto suo nemico, ed il patrizio che compra  de' vinti, perchè combattan sotto i suoi occhi,  o si uccidan ne' banchetti? » 

Questo accadeva presso i Romani avanti la  predicazione del clericalismo! Ed oggi vogliono  esterminarlo ! E dicono che tutte le religioni sono  egualmente buone! 

Monsignor Gaume

domenica 25 aprile 2021

MORTE AL CLERICALISMO o RISURREZIONE DEL SACRIFICIO UMANO

 


CAPITOLO XIII. 

1 GREC I 

(Continuazione) 

I. 

Non era solamente Atene, la Repubblica  modello, che sacrificava vittime umane, ma era  tutta la Grecia. Ogni anno al mese di maggio,  il sesto giorno della nuova luna, la città di Rodi  immolava un uomo a Saturno. Col tempo questa  costumanza fu modificata, ma non soppressa. A  vece d'un prigioniero, o d' uno schiavo, sacrificavasi un condannato a morte. Arrivata la festa  de'Saturnali si conducea quest'uomo fuori le  mura, in faccia alla dea Aristobula, e li fattogli  bere del vino, era scannato. 

II. 

A Salamina s'immolava regolarmente un  uomo ad Àgi aura, figlia di Cecrope e della ninfa  Aglauride. L'infelice condannato a morte era  condotto da alcuni giovani nel tempio della dea, e faceva correndo tre volte il giro dell'altare;  dopo la qual cosa, il sacerdote lo feriva di lancia  nello stomaco, e consumavalo interamente su di  un rogo preparato a tale effetto. 

III. 

Diciamo di passaggio ciò che aveva luogo  in Egitto, il paese dei dotti. Ad Eliopoli gli Egi­ ziani erano usi d'immolare degli uomini alla  dea, conosciuta in Occidente sotto il nome di  Giunone. Questi uomini erano scelti nella stessa  maniera, che i tori sacri ; venivano bollati. Se  ne immolavano tre nello stesso giorno. 

IV. 

A Scio, isola dell'arcipelago greco, si squar­ tava un uomo per immolarlo a Bacco; altret­ tanto si faceva a Tenedo ed a Sparta in onore  del Dio Marte. Aristomene, re di Messina, scannò  trecento Spartani in onore di Giove d'Itome,  credendo che ecatombe di tal fatta e cosi nu­ merose dovessero piacergli. Tra le vittime era  anche Teopompo, re di Sparta. 

V. 

A Pella, città di Tessaglia, s'immolava un uomo dell'Acaia in onore di Peleo e di Chirone.  I Lizii, popolo di Creta, sgozzavano un uomo  in onore di Giove ; i Lesbi in onore di Bacco ;  ed i Focesi immolavano in olocausto un uomo  a Diana. Eretteo Ateniese immolò la sua propria  figliuola a Proserpina. 

VI. 

Oltre queste immolazioni periodiche, gli  Ateniesi ne casi d'avversità non esitavano punto,  al pari degli altri popoli della bella antichità,  di ricorrere, quando gli dèi volevano, ai sacri­ fici umani. Giunto il momento di dar battaglia  alla flotta di Serse, « mentre Temistocle, scrive  Plutarco, sacrificava sopra la trireme capitana,  furonglj presentati tre prigionieri, bellissimi d'  aspetto, pomposamente vestiti, e d'oro adornati,  i quali, per quanto se ne diceva, figliuoli erano  di Sandauce, sorella del re, e di un principe  nominato Artacto. 

VII. 

« Come Eufrantide, l'indovino, ebbe veduti costoro, nel tempo medesimo appunto che dalle  vittime si alzò una gran fiamma lucida e pura,  e che si udi uno starnuto a destra, in segno di buon augurio, preso per mano Temistocle,  gli ordinò di sacrificare, facendo sue preghiere,  tutti e tre que'giovanetti a Bacco Omeste (di­ voratore di carne cruda); poiché in un tal sacri­ fìcio consisteva la salvezza e la vittoria dei Greci.  Sbigottissi Temistocle nel sentire un vaticinio  si atroce; ma il popolo, siccome addivenir suole  ne' gran pericoli e nelle cose difficili, sperando  salvezza piuttosto per i mezzi inusitati e stra­ vaganti, che pei consueti e convenevoli, invo­ cava ad una voce il Nume, e nel punto medesimo  condotti i prigionieri all'altare, volle a forza  che fatto fosse il sacrifìcio, come ordinato avear indovino » 1 Lo steso storico Plutarco dice  che tutti i Greci immolavano in comune vittime  umane, prima di muovere contra i nemici 8. 

Vili. 

Quale che siasi 1' origine greca* o germanica  de'Pelasgi, noi li collochiamo qui, perchè abi­ tarono la magna Grecia. Tutti sanno che la  magna Grecia era contrada situata all'estremità  orientale d'Italia. Colà, come in ogni altro luogo,  Satana dimandava il sangue dell'uomo, e sopra­ tutto il sangue dell'innocenza, a Citerò, dice Eusebio, un testimonio non sospetto della ferocia  sanguinaria de'demonii, nemici implacabili di  Dio e degli uomini : Dionigi d' Alicarnaso, scrit­ tore versatissimo nella storia romana, da lui  tutta abbracciata in un opera scritta colla più  grande accuratezza. 

IX. 

« I Pelasgi, dice egli, restarono poco tempo in Italia, grazie agli dèi che vegliavano sugli  Aborigeni. Prima della distruzione della città,  la terra era minacciata dalla siccità, di modo  che niun frutto maturava sugli alberi. Le biade  se germinavano e fiorivano, norj potevan però  produrre la spiga. Il foraggio non bastava più  al nutrimento del bestiame. Le acque perdevano  la loro salubrità, e delle fontane quali disec­ cavano nell'estate, quali per sempre. 

X. 

« Una sorte simile colpiva gli animali do­mestici e gli uomini. Perivano pria di nascere  o poco dopo la nascita. Se alcuni scampavano  alla morte, erano sopraffatti da infermità o da  deformità d'ogni maniera. Per colmo di mali,  le generazioni pervenute al loro intero sviluppo, erano in preda a malattie ed a mortalità, che  sorpassavano tutti i calcoli di probabilità. 

« In tale strettezza, i Pelasgi consultarono gli oracoli per sapere quali dei loro inviavano  queste calamità, per quali trasgressioni, ed in­ fine per quali atti religiosi potevano sperarne  la cessazione. Il dio die quest' oracolo : « Rice­ vendo i beni che avevate domandati, non avete reso quel che avevate fatto voto d'offrire;  ma ritenete presso di voi i più preziosi ». In­ fatti, i Pelasgi avevan fatto voto d' offrire in  sacrifizio a Giove, ad Apollo ed ai Cabiri la  decima di tutti i loro prodotti. 

XI. 

« Allorché quest'oracolo fu loro annunziato, non poterono comprenderne il senso. In tale  perplessità uno dei vegliardi lor disse: Voi vi  ingannate a partito, se pensate che gli dèi vi  richiedan ingiuste restituzioni. È vero che voi  avete dato fedelmente le primizie delle vostre  ricchezze, ma nulla avete dato dell'umana gene­ razione, eh' è l'offerta più preziosa per gli dèi.  Se soddisfate a questo debito, gli dèi si plache­ ranno, e vi saranno propizii. 

« Gli uni trovarono questa soluzione pie­namente ragionevole, gli altri ci vider sotto una insidia. In conseguenza proposero di consultare  il Nume per sapere se veramente conveniva a  lui di ricevere la decima degli uomini. Deputan  dunque una seconda volta de'ministri sacri, e  il Nume rispose affermativamente. 

XII. 

« Bentosto si levaron delle difficoltà fra essi pel modo di pagare questo tributo. La dis­ sensione ebbe luogo primieramente tra i capi  delle città; poscia scoppiò fra i cittadini, che  supponevano causa di ciò i magistrati. Città  intere furon distrutte, una parte degli abitanti  abbandonò il paese, non potendo sopportar la  perdita degli esseri, che loro erano più cari,  e la presenza di coloro che li avevano immolati. 

« Tuttavia i magistrati continuarono ad esigere rigorosamente il tributo , parte per es­ sere accetti agli dèi, parte per timore d' essere  accusati d'aver risparmiate delle vittime; sino  a che la razza de' Pelasgi, trovando la sua esi­ stenza insopportabile, si disperse in lontane  regioni. 1 » 

Ecco quel che prima della predicazione del  clericalismo avveniva presso i Greci tanto cele­ brati. Ed oggidi vogliono esterminarlo ! E si dice  che tutte le religioni sono egualmente buone!

Monsignor Gaume

giovedì 11 marzo 2021

MORTE AL CLERICALISMO o RISURREZIONE DEL SACRIFICIO UMANO

 


CAPITOLO XII 

ASIA ANTICA. — I FENICI. — I SIRI. — 

I MOABITI. — I GRECI 

I. 

Uno dei più antichi e celebri popoli del  mondo fu quello de' Fenici. Il loro paese, con­trada della Siria, stendevasi lunghesso il mare,  dall'Antilibano fino all'imboccatura del fiume  Belo. Commercianti attivi ed ardimentosi, essi  fabbricarono molte illustri città, Tiro, Sidone,  Berito, Biblo, Acri, ed altre ancora. 

Naviganti audaci, percorsero per molti se­coli i diversi mari conosciuti a quell'epoca. Si  crede pure che navigassero l'Oceano Atlantico, e facessero il giro dell' Affrica. Checche sia di ciò, eglino ricoprirono le coste e le isole del Mediterraneo di lor colonie e di loro stazioni coloniali; fra le quali Cartagine, la rivale di Roma, Ippona, Utica, Gades, Palermo, Lilibeo.

II

Quanto corrotto, altrettanto attivo, nessun popolo poteva esser meglio scelto da Satana,  per propagare Fidolatria nel mondo, ed in  particolare l'uso barbaro del sacrificio umano,  che presso di loro risaliva alla più remota an­tichità. Uno dei più antichi storici, loro compatriotta, Sanconiatone, i cui scritti ci sono  stati conservati da un altro loro compatriotta,  Filone di Biblo, cosi si esprime : « Presso i  Fenici è un' antica usanza, che nei gravi peri­coli, a prevenire una rovina universale, i capi della città e della nazione consegnano i loro  più cari figliuoli, per essere immolati, come  prezzo del riscatto, agli dèi vendicatori. 

È per questo che Crono, re di quel paese,  quegli stesso che dopo la sua morte fu consa­crato nell' astro che porta il suo nome, avendo  avuto da una ninfa della contrada, di nome  Anobret, un figlio unico, cui per questa ragione  appellò Ieoud, come anche oggidì s' appellano  in Fenicia i figli unici ; essendo il paese mi­nacciato da grandi pericoli di guerra, rivesti  quel figlio degli attribuiti della sovranità, e  l'immolò sull'altare, che aveva egli stesso pre­parato. 1 

III. 

A Laodicea di Siria una vergine era immo­lata ogni anno a Minerva. 

1. Apud Euseb. Praep. evang. lib. IV., c. XVI. 

« La Scrittura stessa riferisce che Mesa , re dei Moabiti, rifiutando di pagare a Ioram, re  d' Israele, il tributo che era solito di pagare al  padre, Ioram marciò contro lui insieme con  Giosafat, re di Giuda, e col re d' Edom. Mesa,  vedendosi stretto e non potendo più resistere  a tanti nemici, prese con se settecento uomini  di guerra, per forzare il campo del re d'Edom;  ma non vi riusci. Allora prendendo il suo pri­mogenito , il quale doveva regnare dopo lui,  l'offri in olocausto sulle mura della città, in  presenza degli assedianti. » 1 

IV. 

Tali sacrifìcii, dice lo storico, erano accom­pagnati da cerimonie misteriose. Quali erano  queste cerimonie? A giudicarne per analogia,  egli è verisimile che consistessero in preghiere,  in evocazioni, in pratiche superstiziose, e nella partecipazione al sacrifìcio per la manducazione della vittima in tutto, o in parte; al qual pro­posito, io fo qui un' osservazione, che mi vien  sotto la penna. 

Noi vedremo che presso la più parte degli  idolatri moderni, il sacrifìcio umano è seguito  dalla manducazione della vittima. Credere che 1' antropofagia sacra fosse sconosciuta presso i popoli del mondo antico, sarebbe un errore.  Fino al secolo nono essa vigeva nella Cina, a  Pegu, a Giavat e nelle nazioni dell' Indocina.  I condannati a morte, i prigionieri di guerra  erano uccisi e divorati. Si portavano a mensa  pasticci di carne umana.1 

Vicini ai Fenici, i cittadini di Domata, città  d'Arabia, immolavano ogni anno un fanciullo  che sotterravano sotto l'altare, ov' era sacrificato,  e che loro teneva luogo di statua.8 

Questo accadeva presso gli Ebrei, presso i  Fenici, e presso le nazioni vicine, avanti la  predicazione del clericalismo. E oggidì vogliono  esterminarlo ! E si dice che tutte le religioni  sono egualmente buone ! 

V. 

Prima di abbandonare l' alta Asia, traspor­tiamoci al Giappone. 

Nessun luogo della terra è sfuggito all'im­pero del demonio, il quale ha avuto dappertutto  il suo culto omicida. Il grande e bel paese del  Giappone gli ha pagato il suo tributo. Si sa  che i Giapponesi idolatri riconoscono più di centomila dèi, che essi appellano Kamis. Certi  animali, i quali passano per servitori dei Kamis,  vi sono onorati come divinità protettrici. Quello  che meglio è servito è la volpe (inari) : i  Giapponesi onorano soprattutto quella color  grigio come la più intelligente. La consultano  negli affari più spinosi : le innalzano un tem­pietto nell' interno delle loro case, e le offrono  in sacrificio fagiuoli e riso rosso. Se gli alimenti  spariscono, si crede che la volpe li ha mangiati,  e l' esito dell' affare sarà felice ; se mai restano  intatti, guai ! 

VI. 

Nei tempi più antichi, olocausti umani erano offerti alle divinità malefiche, quali Kiou-Sisiou,  il dracone a nove teste del monte Toka-Kousi.  Poscia il sacrificio si ridusse a diverse vivande,  di riso, di pesci, di caprioli. Una volta avvenendo  la morte dei grandi, veniano sotterrati vivi con  essi un certo numero dei loro amici e de' loro  servi. Più tardi non si sotterraron più, ma da  se stessi s'aprivano il ventre. E questa usanza  si perpetuò sino alla fine del sedicesimo secolo.* 

Questo succedeva nel Giappone, avanti la  predicazione del clericalismo! Ed oggidì vogliono esterminarlo ! E si dice che tutte le religioni  sono egualmente buone! 

Terminando la nostra escursione nell' alto Oriente, gettiamo uno sguardo sulla Tartaria.  Allorché i Tartari marciano al combattimento,  il generale passa una rivista delle otto bandiere riunite, e si rinnova una cerimonia barbara,  usitata, dicesi, da tempi immemorabili fra quei  popoli. S'immola un cavaliere, e tutti gli altri,  dal semplice soldato al comandante delle otto bandiere, vanno a bagnare la punta delle loro  lancie nel sangue ancora fumante. 4 

Discendiamo ora ai Greci. Quanto ai nostri  studii classici, questo popolo è riputato il più  civile, il più forbito, il più perfetto dei popoli  della bella antichità. Parlando cosi i nostri mae­stri, non han guardato, e non ci han mostrato  che la superfìcie. Il considerar le cose sotto il  rapporto dei costumi e della barbarie, avrebbe  guastalo i loro elogi. Ora la storia del sacrificio  umano presso i Greci riduce quegli elogi al loro  giusto valore. 

VII. 

Fra tutti i riti sacri, prescritti da Mose al  popolo di Dio, io non so se ve ne sia uno più misterioso e più celebre di quello del capro  emissario. Due capri, nutriti a tal uso, erano  menati al gran sacerdote all' ingresso del taber­nacolo. Carichi di tutt'i peccati del popolo, l'uno  era immolato in espiazione, l'altro cacciato nel  deserto, per dinotare 1' allontanamento dei fla­gelli meritati. Il sacrificio avea luogo ogni anno,  verso l'autunno, alla festa solenne delle espia­zioni. 

Vili. 

Il grande omicida diessi premura di con­traffare questa divina istituzione, ma la contraffece  a suo modo : invece del sangue d'un capro pre­tése il sangue di un uomo. Ascoltiamo i pagani  stessi raccontare nella loro calma glaciale l'orribil costume. 

« Nelle repubbliche della Grecia, e special­mente in Atene, nutrivansi a spese dello Stato alcuni uomini vili, ed inutili. Avveniva una peste, una carestia, o un'altra calamità ? Si prendevano  due di queste vittime, e s'immolavano per puri­ficare e liberare la città. Queste vittime si chia­mavano Demosioi, nutriti dal popolo ; Pharmakoi, purificatori; Katharmata, espiatori. 

IX. 

Era costume d'immolarne due la volta ; uno per gli uomini, ed uno per le donne, a  render senza dubbio più completa la parodia  dei due capri emissarii. E affinchè tutti potessero  godere della festa, si sceglieva un luogo acconcio  pel sacrificio. Uno degli arconti, o de* principali magistrati, era incaricato di curarne tutti i preparativi, e d'invigilarne tutti i particolari. 

X. 

« Il corteggio mettevasi in cammino, accom­pagnato da cori di musici superbamente orga­nizzati. Durante il tragitto, si percuotevano sette  volte le vittime con rami di fico, e con cipolle  selvatiche, dicendo : Siate la nostra espiazione ed  il nostro riscatto. 

« Arrivati al luogo del sacrificio, gli espia­tori erano bruciati sopra un rogo di legno sel­vaggio, e le loro ceneri gettate al vento nel mare,  per la purificazione della città inferma. 

« L'immolazione che da principio fu acci­dentale, addivenne periodica, e ricevette il nome  di Feste delle Targelie. La si faceva in autunno,  e durava due giorni, durante i quali i filosofi  celebravano con allegri banchetti la nascita di  Socrate e di Platone. » 1 

XI. 

Nella medesima categoria si può annoverare  il sacrificio annuale, offerto dagli Ateniesi a  Minosse. Gli Ateniesi avendo fatto morire Androgeo, furono assaliti dalla peste e dalla carestia.  L'oracolo di Delfo, interrogato sulla causa della  doppia calamità, e sul mezzo di mettervi fine,  rispose : « La peste e la carestia cesseranno, se  voi designerete a sorte sette giovanetti e sette  giovanette vergini per Minosse. Le imbarcherete  sul mare sacro, in isconto del vostro delitto.  Cosi vi renderete favorevole il Nume1 » 

XII. 

Questo non è nè un' allegoria, nè una favola,  è un fatto storico attestato dalla doppia testi­monianza degli storici pagani, e degli storici  cristiani. 

Le povere vittime erano condotte nell'isola  di Creta e rinchiuse in un laberinto, dove erano divorate da un mostro, mezzo uomo e mezzo toro, che non si nutriva che di carne umana.1 

XIII. 

« Chi è dunque questo Apollo (l'oracolo di Delfo), questo Dio liberatore, cui consultano gli  Ateniesi? dimanda Eusebio agli autori pagani,  storici del fatto. Senza fallo, egli esorta gli Ate­niesi al pentimento ed alla pratica della giustizia.  Ma che importano tali cure per questi eccellenti  dèi, o piuttosto per questi demonii perversi?  Loro bisognano al contrario azioni del medesimo genere, senza misericordia, feroci, inumane, aggiungendo, come dice il proverbio, la peste alla peste, la morte alla morte. 

<s Apollo ordina ad essi di inviare ogni anno al Minotauro sette giovanetti e sette giovanette, scelti fra i loro figli. Per una sola vittima, quattordici vittime innocenti ! E non una sola volta,  ma sempre; di maniera che sino al tempo della  morte di Socrate, ossia più di cinquecento anni  dopo, l' odioso tributo non era ancora soppresso  appo gli Ateniesi. Questa fu in effetto la causa  del ritardo dell' esecuzione della sentenza capi­tale pronunziata contro questo filosofo. » * 

XIV. 

Senza contare le Targelie, ecco durante cinquecento anni settemila vittime umane, il fiore della giovinezza ateniese, immolata al demonio!  E non si cessa di vantarci la bella antichità :  Atene soprattutto, come il tipo inimitabile della  civiltà ! 

Monsignor Gaume