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sabato 15 febbraio 2020

L’UOMO NEL DISEGNO DI DIO



5a MEDITAZIONE

Sapete che la veglia pasquale è la celebrazione più importante dellʼanno liturgico, la celebrazione  più importante della vita della chiesa. Il motivo è che in questa veglia la Chiesa fa memoria dellʼopera  definitiva di Dio: la resurrezione di Gesù che ha introdotto il nostro mondo, un mondo segnato inevitabilmente dal limite e dalla morte, nel mondo di Dio, nella eternità della comunione con il Padre. 

Non so se ricordate come è costruita la veglia pasquale: ci si raccoglie sul sagrato della Chiesa,  dove viene benedetto un fuoco nuovo (deve essere nuovo e la preghiera lo ricorda). Con questo fuoco  nuovo viene acceso un cero che rappresenta Cristo luce del mondo. E di fatto sul cero, vengono inci- se due lettere greche, lʼalfa e lʼomega, che indicano il principio e la fine. Poi vengono incise le cifre  dellʼanno corrente: il ché vuol dire che in Gesù Cristo è raccolto il significato di tutta la storia, dalla  Creazione alla Nuova Creazione. E quellʼanno che stiamo vivendo si colloca dentro questo orizzonte;  stiamo vivendo un momento di quella storia di salvezza che Dio ha iniziato creando il mondo dal nulla  e che Dio porterà a compimento, introducendo questo mondo dentro alla sua stessa vita, “quando Dio 
- direbbe San Paolo nella lettera ai Corinzi - sarà tutto in tutti”.
Fatto questo, si fa una piccola processione: si entra, accompagnando il cero che viene portato dal  celebrante, o dal diacono, andando verso lʼaltare. Notate una piccola cosa: siccome le chiese tradi- zionalmente sono orientate verso oriente (lʼabside va verso oriente) questa piccola processione va da  ovest a est, va quindi dal luogo del tramonto, delle tenebre, al luogo dellʼalba, dove sorge la luce. E  questo non è senza significato nella notte Pasquale, come tenteremo di vedere.

Dopo di ché  si ascolta una serie di letture bibliche. Sono nove letture bibliche in tutto, e sono quelle  letture che riassumono il cammino della storia della salvezza, perché si comincia con la creazione e si  finisce con il vangelo della resurrezione, dalla creazione a quella novità che  è una creazione rinnovata.  Il Cristo risorto è un mondo nuovo, è un tempo nuovo: la domenica è lʼinizio della settimana e lʼinizio  dei giorni, il compimento della storia.
Le letture (adesso non le possiamo ripercorrere tutte) danno i punti fondamentali di questo cammino.  Le prime tre sono quelle che abbiamo letto in questi giorni: il racconto della creazione, il racconto di  Abramo e la terza che faremo tra poco. Il cammino della parola di Dio è quello.

Poi cʼè una liturgia, che è la liturgia del battesimo. La liturgia del battesimo ci entra dentro perché  della liturgia del battesimo faceva parte, in antichità, un piccolo rito, per cui, quando si fa la profes- sione di fede con la rinunzia a satana, a tutte le sue opere e a tutte le sue seduzioni, il battezzando è  rivolto verso occidente, verso il tramonto del sole. Poi si volta invece verso oriente e fa la professione  della fede: “credi in Dio, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo?”; dopo di ché scende nellʼacqua (e do- vete pensare ad una immersione vera e propria, quindi è sommerso, è “annegato” dallʼacqua) e risale  dallʼaltra parte della vasca battesimale, risale nuovo, salendo verso oriente. Eʼ sceso da occidente ed  è salito verso oriente. Quello che nasce, quello che risale, è evidentemente un uomo nuovo, perché  quello di prima è morto, è annegato.
S. Paolo quando scrive nella Lettera ai Romani la sua riflessione sul battesimo dice:

Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? (Rm 6,3)

Battezzati vuol dire immersi: siamo stati immersi in Cristo Gesù, siamo stati immersi nella sua morte.

Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. (Rm 6,4)

Il battesimo è morte e risurrezione: è la morte dellʼuomo vecchio, cioè di quellʼuomo che è condizionato dal suo egoismo e dalla paura o dalla seduzione del mondo, e rinasce come uomo nuovo,  uomo generato dallʼamore di Dio nella forza dello Spirito Santo.
Questo uomo nuovo, che rinasce nel battesimo entra a pieno titolo nella celebrazione dellʼEucaristia,  fino alla Comunione, che è il pane degli angeli, che è, diceva Ignazio di Antiochia, farmaco di immor- talità. Farmaco dʼimmortalità vuol dire che lʼEucaristia è una medicina che è capace di guarire una  malattia che lʼuomo si porta dentro: la malattia della morte.
Noi ci portiamo dentro fin dalla nascita i germi della morte, perché biologicamente siamo fatti così,  quindi inevitabilmente siamo dei malati, malati cronici. È una malattia che dura settanta, ottanta o  centoventi anni, che però alla fine compie il suo corso. LʼEucaristia è una medicina che guarisce da  questa malattia, che guarisce dalla condanna a morte che è iscritta nella nostra biologia umana.
Nel momento in cui continuiamo a rimanere persone nella carne, quindi continuiamo a subire tutti i  limiti del nostro corpo – malattie, stanchezze, fatiche e, inevitabilmente, la morte – in realtà la nostra  vita ormai è partecipe di un germe di immortalità,  perché lʼEucaristia, che contiene lʼamore di Dio  donato in Gesù Cristo, è immortale, come è immortale lʼamore di Dio.
La morte può distruggere il mio corpo biologico, non può distruggere lʼamore di Dio. Lʼamore di Dio  è più forte della morte. Quando questo amore viene interiorizzato, assunto, la mia esistenza si porta  dentro una speranza di immortalità, una speranza di vita piena.
La veglia pasquale: da occidente a oriente, verso la luce, dalla morte alla vita. Si passa attraverso la  morte, si passa attraverso le acque del battesimo, che sono acque di morte, ma si rinasce come creature  nuove, come creature illuminate dalla grazia, dallʼamore, dallo Spirito di Dio.

In questo modo viene portato a compimento un processo che è il processo di tutta la sacra scrittura.  Abbiamo letto il capitolo primo della Genesi, siamo partiti di lì, e ricordate che incomincia:

In principio Dio creò il cielo e terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre  ricoprivano lʼabisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. (Gen 1,1-5)

Lʼ opera della creazione significa che le tenebre, che prima ricoprivano lʼabisso, non sono più tenebre totali: in mezzo a queste tenebre cʼè una luce, brilla una luce. È vero, è una luce intermittente,  perché cʼè giorno e notte che si alternano, non è una luce continua; però non è nemmeno una tenebra  continua. Prima era tenebra continua, adesso, in mezzo a questa tenebra, rifulge la luce. E anche la  notte è accompagnata dai luminari, dalla luna e dalle stelle, che sono piccoli segni, minimi, ma sono i  segni di quella luce che è iscritta nella creazione come una promessa. Allʼuomo, al cosmo, è promessa  la luce.
E se voi andate dallʼaltra parte della Bibbia, al capitolo 22 dellʼApocalisse, quindi proprio alla fine,  trovate queste parole (pensate alla Gerusalemme celeste dove cʼè un fiume dʼacqua viva che passa  attraverso la città poi cʼè la piazza…:

E non vi sarà più maledizione.
Il trono di Dio e dellʼAgnello
sarà in mezzo a lei
e i suoi servi lo adoreranno;
vedranno la sua faccia
e porteranno il suo nome sulla fronte.
Non vi sarà più notte
e non avranno più bisogno di luce di lampada,
né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà
e regneranno nei secoli dei secoli.
Poi mi disse: «Queste parole sono certe e veraci.»
 (Ap 22,3-6)

Allora il culmine della storia è la vittoria definitiva sulle tenebre. Quella prima vittoria, che era la  creazione, ma una vittoria ancora intermittente, viene portata a compimento con la nuova creazione,  quella della Gerusalemme celeste.
Il senso della storia e il senso della vita è questo: bisogna passare attraverso la morte, ma quando  questo passaggio attraverso la morte è in obbedienza alla parola di Dio, quel passaggio non produce  lʼannientamento, ma introduce lʼuomo nella pienezza della vita.
Questo dice la veglia pasquale. Questo è il motivo per cui è così importante, perché tutto il resto  che possiamo celebrare, tutte le feste, non sono altro che delle declinazioni di questo annuncio: lʼan- nuncio fondamentale è la vittoria sulla morte, è la manifestazione nel mondo della luce di Dio, come  luce eterna. La luce, evidentemente è un simbolo che si porta dentro vita, giustizia. amore, comunio- ne, pace (potete moltiplicare le espressioni). La luce è un simbolo sintetico, da questo punto di vista.  Questa la veglia pasquale.

Il fondamento è quel versetto famoso del libro dellʼEsodo in cui si dice che quando Dio ha liberato  Israele dallʼEgitto ha vegliato: per una notte Dio è stato sveglio perché doveva liberare il suo popolo,  doveva accompagnare il suo popolo fino alla libertà. E siccome il Signore ha vegliato per il suo popolo,  il popolo veglierà per il Signore, per ricordare la bontà e la misericordia e la premura di Dio, che ha  operato meraviglie nei confronti di Israele.
Ma allora vale forse la pena che riprendiamo la terza delle letture della veglia Pasquale. La prima  è Genesi 1, da cui siamo partiti; la seconda è Genesi 22, di cui abbiamo parlato ieri sera, Abramo e il  sacrificio di Isacco; la terza  è il capitolo 14 del libro della Esodo, il famoso racconto del passaggio  del mare, che proviamo a leggere brevemente in tre parti. Tutte e tre queste sezioni incominciano così: 

“Il Signore disse a Mosè”. Leggiamo dunque la prima parte: Il Signore disse a Mosè: «Comanda agli Israeliti che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achirot, tra Migdol e il mare, davanti a Baal-Zefon; di fronte ad esso vi accamperete presso il mare. Il faraone penserà degli Israeliti: Vanno errando per il paese; il deserto li ha bloccati! Io renderò ostinato il cuore del faraone ed egli li inseguirà; io dimostrerò la mia gloria contro il faraone e tutto il suo esercito, così gli Egiziani sapranno che io sono il Signore!».
Essi fecero in tal modo.
Quando fu riferito al re dʼEgitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: «Che abbiamo fatto, lasciando partire Israele, così che più non ci serva!».
Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati.
Prese poi seicento carri scelti e tutti i carri di Egitto con i combattenti sopra  ciascuno di essi. Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re di Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata. Gli Egiziani li inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare: tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito si trovarono presso Pi-Achirot, davanti a Baal-Zefon.
Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani  muovevano il campo dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. Poi dissero a Mosè: «Forse perché non cʼerano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dallʼEgitto? Non ti  dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire lʼEgitto che morire nel deserto?». Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete  tranquilli».  (Es 14,1-14)

Dunque la prima parte è fondamentalmente il cammino di Israele verso il mare. Israele aveva preso  una strada; il Signore lo fa tornare indietro e lo fa andare contro il mare, quindi gli fa sbagliare strada,  in qualche modo. Invece di prendere la strada che poteva salire direttamente verso la terra promessa,  il Signore li fa tornare indietro e andare contro il mare. In modo tale che il faraone dice: “Sono così  imbranati che non sanno nemmeno trovare la strada per andare via dallʼEgitto” e mette insieme tutto  il suo esercito per inseguire Israele, perché sente la partenza di Israele come una perdita da un punto  di vista economico: quella degli Israeliti era manodopera a basso prezzo, non costava niente e perderla  vuol dire una diminuzione di ricchezza per lʼEgitto. Il faraone si pente quindi di aver lasciato partire  Israele e si mette allʼinseguimento di Israele.
Anche se tutto questo, che avviene motivato dalla avidità, dalla volontà di potere e di dominio, sta  dentro un disegno più grande. Il Signore è più grande di Faraone e vede più in là. Ha un suo disegno  in cui anche lʼavidità del faraone e dellʼEgitto entrano come un elemento, in ultima analisi, utile. Vediamo allora gli egiziani che inseguono gli israeliti che sono accampati ormai verso il mare. La  situazione è tragica perché da una parte ci sono gli egiziani, dallʼaltra cʼè il mare; egiziani e mare  significano, tutti e due, morte. Non cʼè possibilità di Israele di resistere: non è un popolo, non ha un  esercito, non ha una difesa, non è organizzato, non ha una legge, non ha niente. Quindi è alla mercé  dellʼesercito di Faraone.
Siamo arrivati alla fine della prima tappa. Notate, siamo contro il mare, verso sera, alla fine del giorno,  il giorno sta finendo.

La seconda parte è la notte e questa volta facciamo un passo avanti: 

Il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare allʼasciutto. Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri».
Lʼangelo di Dio, che precedeva lʼaccampamento dʼIsraele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro. Venne così a trovarsi tra lʼaccampamento degli Egiziani e quello dʼIsraele. Ora la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non  poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte. 
Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento dʼoriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sullʼasciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono con tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri, entrando dietro di loro in mezzo al mare. 
Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno  sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: «Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!». (Es 14,15-25)

La seconda scena è di notte, ed è nel mare: si passa attraverso il mare.
Ricordate quello che dicevamo prima: il mare significa morte. Il valore simbolico dellʼacqua è  ambiguo: lʼacqua può indicare vita, quando è lʼacqua di sorgente; lʼacqua può indicare morte quando  è lʼacqua di mare. Almeno, nel simbolismo di Israele lʼottica è questa. Probabilmente perché Israele  non è mai stato un popolo marinaro, è un popolo di montagna, ha sempre avuto una diffidenza istin- tiva nei confronti del mare; anche perché il mare è infido, non si sa mica fin dove arrivi, solo Dio è  stato capace di mettergli un confine e dire: “arriverai fin qui e non oltre”. Mentre la terra è solida, ci si  possono piantare i piedi bene, del mare non ci si può mai fidare del tutto. Il mare è morte.
Eppure, passiamo in mezzo al mare! Ed è significativo.

Il Signore dà le indicazioni a Mosè, la carovana degli israeliti viene separata da quella degli egi- ziani. Lʼangelo del Signore si mette in mezzo e la nube si mette in mezzo, in modo che non si possono  avvicinare.
Israele entra nel mare. Entra nel mare vuol dire: incomincia una marcia verso oriente. Alle spalle  lascia lʼEgitto e lascia lʼesercito egiziano; a destra e sinistra ha le acque del mare. Quindi ha attorno  a sé la morte. Cʼè unʼunica strada possibile: davanti, quella della promessa di Dio, della chiamata di  Dio, del comando di Dio quando dice: “Alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché  gli Israeliti entrino nel mare allʼasciutto”. E gli israeliti debbono percorrere questa via misteriosa,  attraverso il cuore del mare, quindi attraverso la morte, fidandosi della parola di Dio. Non hanno altra  sicurezza.
E, se avete notato, è proprio quello che era stato indicato prima, quando gli israeliti, impauriti per  lʼesercito egiziano che vedevano alle spalle venire contro di loro, gridano al Signore e dicono a Mosè  quel lamento che è significativo: “«Forse perché non cʼerano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire  nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dallʼEgitto? Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e  serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire lʼEgitto che morire nel deserto?»”.
Ci sono cinque volte la parola Egitto e due volte la parola deserto: cʼè il riferimento ai sepolcri in  Egitto e alla morte nel deserto. Il problema è lì: vita o morte.
Israele sarebbe disposto alla schiavitù pur di poter vivere: “Non ti dicevamo quando eravamo in Egitto:  “Lasciaci stare, serviremo lʼEgitto”? Siamo disposti a servire lʼEgitto, perché tu ci porti in un luogo,  verso il deserto, che è per noi minaccioso, in cui non abbiamo sicurezza, in cui non abbiamo certezza  di sopravvivere. È situazione pericolosa, minacciosa, quella verso cui ci porti”.
Quel passaggio attraverso il mare dice proprio questo: passare attraverso la morte non è cosa facile,  non è un itinerario turistico: è un cammino di angoscia, di paura, e che può essere solo di fede. Verso  oriente, verso la luce, verso il sole, verso il giorno nuovo.

Allora Mosè stende la mano, passano attraverso il mare, mentre il Signore scompiglia gli egiziani.  Perché anche gli egiziani entrano nel mare, ma non entrano per fede nella parola del Signore. Entrano  nella morte portati dalla loro avidità, dal desiderio di imporre il proprio potere, dalla volontà di fare  degli schiavi e di tenere degli schiavi: questo è il motivo per cui entrano nel mare. Israele entra per  fede; gli egiziani entrano per avidità, per voglia di potere.
E quelle acque del mare, acque di morte, che diventeranno per Israele il passaggio verso la novità  della vita, diventeranno invece per gli egiziani le acque della distruzione, dellʼannientamento. Vengono  sommersi dalle acque che rifluiscono.

La conclusione, terza fase, brevemente:
Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli  Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri».
Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello  consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto lʼesercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sullʼasciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro lʼEgitto e il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè.  (Es 14,26-31)

Ci sono alcune cose interessanti. Come dicevo, il cammino di Israele ha queste tre tappe: la pri- ma, verso sera, si trova di fronte al mare; la seconda, di notte, attraversa il mare; la terza, sul far del  mattino, quando incomincia un giorno nuovo, è dallʼaltra sponda del mare, è dalla parte della libertà,  dalla parte del deserto.
Questo itinerario è incominciato segnato dalla paura: “«Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e  serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire lʼEgitto che morire nel deserto?»”. Intervento  di Mosè: “«Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi;  perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi  starete tranquilli»”. È un intervento diremmo profetico, da profeta; lo stile è quello dei profeti. Mosè  invita a non avere paura perché la dinamica è proprio lì: o fede o paura.
Cʼè da scegliere! Siccome il confronto è con la morte e siccome di fronte alla morte lʼuomo non ha  gli strumenti di difesa - Israele non ha strumenti di difesa - i casi sono solo due: o si lascia prendere  dalla paura della morte o blocca la paura della morte con la sua fiducia in Dio, con la sua speranza in  Dio. Mosè lo invita esattamente a questo: “«Non abbiate paura!”.

È unʼespressione che troverete chissà quante volte nella Bibbia ed è una dimensione essenziale  della fede: aver fede vuol dire non avere paura.
Lo ricordavamo lʼaltro giorno leggendo Geremia, al capitolo 10: sono i pagani che hanno paura dei  segni dei cieli, non voi. La vostra fiducia non è fondata sul cielo ma su Dio e proprio per questo i segni  del cielo non vi spaventino, non vi terrorizzino. La fiducia in Dio opera questo.
E, come dicevo, è una dimensione costante nella visione della fede. Al capitolo 30 di Isaia, al versetto  15, cʼè un versetto straordinario: si riferisce a quei tentativi del regno di Giuda di ottenere nei momen- ti di pericolo, di minaccia, il sostegno militare dellʼEgitto. LʼEgitto è sempre stata una delle grandi  potenze del vicino-antico oriente e Giuda, Israele, che stanno in mezzo, tra lʼEgitto da una parte e gli  imperi mesopotamici dallʼaltra, hanno sempre oscillato nel cercare appoggi o da una parte o dallʼaltra.  Al tempo di Isaia ci sono tentativi di ottenere il sostegno militare dellʼEgitto:

Siete partiti per scendere in Egitto
senza consultarmi, 
per mettervi sotto la protezione del faraone
e per ripararvi allʼombra dellʼEgitto. 
[È un rimprovero che il Signore fa al suo popolo]
La protezione del faraone sarà la vostra vergogna
e il riparo allʼombra dellʼEgitto la vostra confusione.
[…]
Tutti saran delusi di un popolo che non gioverà loro,
che non porterà né aiuto né vantaggio
ma solo confusione e ignominia. (Is 30,2-3.5)

Dirà in un altro testo: il sostegno dellʼEgitto è il sostegno di una canna spezzata, se ci metti la mano  sopra ti fora la mano, non ti sostiene.
Sempre in questo capitolo 30, al versetto 15 cʼè scritto:

Poiché dice il Signore Dio,
il Santo di Israele:
«Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, 
nellʼabbandono confidente sta la vostra forza».
Ma voi non avete voluto, 
anzi avete detto: «No, noi fuggiremo su cavalli».
– Ebbene, fuggite! –
«Cavalcheremo su destrieri veloci».
Ebbene più veloci saranno i vostri inseguitori. 
Mille si spaventeranno per la minaccia di uno, 
per la minaccia di cinque vi darete alla fuga, 
finché resti di voi qualcosa
come un palo sulla cima di un monte
e come unʼasta sopra una collina.  (Is 30,15-17)

Secondo Isaia non cʼè alternativa: la conversione e la calma. Non la calma senza la conversione,  ma la conversione deve provocare la calma, cioè la fiducia nel Signore. Conversione e calma: lì sta la  vostra salvezza. Abbandono confidente: questa è la fede, questa è la vostra forza.
Se tu rifiuti questo e dici: “no, io voglio avere la sicurezza dei cavalli con cui posso scappare”, la tua  vita diventerà unʼimmensa fuga, non farai altro che fuggire da una cosa o dallʼaltra. Pensi in questo  modo di sfuggire ai tuoi inseguitori? Saranno più veloci loro: prima o poi la morte, a Samarcanda o  da unʼaltra parte, ti raggiunge. Quindi, non cʼè possibilità di fuggire, da questo punto di vista; anzi, la  minaccia di uno spaventerà addirittura mille, a motivo di cinque ci daremo alla fuga finché non resti  di noi quasi niente, “un palo sulla cima di un monte, unʼasta sopra una collina”.

Nellʼottica di Isaia, così come nellʼottica di questo brano, la lotta radicale dellʼuomo è quella contro  la morte e contro le diverse forme della morte: la solitudine, la sconfitta, il distacco, lʼisolamento, il  fallimento, la malattia… Dobbiamo confrontarci con questo. La possibilità che ci è data è la fede, con  quel cammino che ci viene indicato attraverso le acque della morte.
Vuol dire: non ci viene cancellata la prova di passare attraverso la morte, ma quel passaggio ormai  diventa il passaggio verso oriente, verso la luce, in obbedienza alla parola di Dio. Per cui la marcia  degli Israeliti, si potrebbe dire, è il passaggio dalla paura (allʼinizio) alla fede (alla fine) perché termina:  “Il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè”.
Temette il Signore vuol dire: non che ha avuto paura, ma vuol dire che lo ha riconosciuto e che ha dato  a Dio quellʼonore che gli spetta; ha trovato lʼatteggiamento giusto nei confronti di Dio, che è quello  della fiducia e dellʼabbandono senza riserve. Questo timore di Dio si esprime nella fede.

Stranamente, e credo sia lʼunico caso nella Bibbia, si dice: “Credette in lui – in Dio, e fin qui non  cʼè problema – e nel suo servo Mosè”. Questo è sorprendente, credo che sia lʼunico caso in cui si  raccomanda la fede in un uomo, la fede in Mosè. Mi interessa perché probabilmente a questo versetto  fa riferimento, o si collega, il capitolo 14 di Giovanni dove Gesù, durante lʼultima cena, dice ai suoi  discepoli così:

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve lʼavrei detto. Io vado a  prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via» (Gv 14,1-)

Il tema è lo stesso perché anche qui stiamo parlando della morte di Gesù: il Gesù che se ne va è  il Gesù della passione e della morte. I discepoli avranno anche loro il turbamento di fronte a questa  presenza inquietante della morte, ma sono invitati, come Mosè, dal Signore a non lasciarsi prendere  dalla paura. Non abbiate paura, state  tranquilli “non sia turbato il vostro cuore”, abbiate fede in Dio,  abbiate fede anche in me.
Quel cammino che Gesù percorre è il cammino della Pasqua: passa attraverso la morte per giungere  alla pienezza della vita.
Quel cammino diventa anche il cammino del credente: “«Del luogo dove io vado, voi conoscete la  via»”. La via è Gesù stesso, è lui solo che ha percorso vittoriosamente il cammino attraverso la morte.  E attraverso di lui questa speranza viene data anche a noi: di percorrere il medesimo cammino attra- verso la morte per raggiungere quella luce che è promessa davanti ai nostri occhi, che è  il compimento  della creazione di Dio.
Quando Dio ha creato il mondo non lo ha creato perché il mondo torni nel nulla o nel caos. Lo ha  creato perché questo mondo, in qualche sua dimensione, entri nella vita stessa di Dio, partecipi della  vita stessa di Dio. È quello che è avvenuto nella risurrezione di Gesù; è quello che è promesso nella  vita e nella risurrezione del credente.

Allora si può rileggere tutta la nostra vita come vita Pasquale. La veglia Pasquale, quellʼandare da  occidente verso oriente, quel passare attraverso la notte e arrivare al mattino, allʼalba, alla celebra- zione dellʼEucaristia nuova. Eʼ vero che adesso la veglia pasquale generalmente finisce prima, non  siamo così robusti da passare tutta la notte in veglia (che sarebbe anche una cosa simpatica e sarebbe  significativa), però il significato simbolico è esattamente quello: il mattino di Pasqua è il segno di un  mondo nuovo che si apre. Siamo morti, siamo scesi nelle acque della morte insieme con Cristo e come  Cristo siamo resuscitati per una esistenza nuova.
Naturalmente questa esistenza nuova prendetela non come esistenza magica (ci ritorneremo sopra  nellʼEucaristia perché oggi è la festa di Tutti i Santi), non vuol dire che cʼè stato messo dentro al sangue  un qualche cosa che ha caratteristiche di magia o cose del genere, ma vuol dire che siamo stati inseriti  dentro al mistero dellʼobbedienza di Gesù al Padre, dentro al mistero dellʼamore di Gesù per gli altri,  perché è attraverso questa obbedienza e questo amore che la vita dellʼuomo diventa divina.
La divinità della vita umana non è una qualità magica, un prodotto magico, una pietra filosofale o  altre cose del genere, che cambiano la nostra natura: è invece lʼentrare dentro alla natura di Dio, come  natura di amore, di giustizia, di verità, di compimento, di dono di sé. Questa è quella vita nuova che  ci viene promessa e donata.
Allora non cʼè dubbio, che questo discorso della Pasqua può portare a compimento tutto quello che  dicevamo nei giorni scorsi: a partire dalla creazione, tra la creazione e la nuova creazione, tra quella  vittoria provvisoria sulle tenebre che è il primo giorno, “separò la luce dalle tenebre”, a quella vittoria  definitiva sulle tenebre che è invece lʼultimo giorno “non vi sarà più maledizione” – quindi non ci sarà  più morte: se benedizione, abbiamo detto, è vita, maledizione è morte – “non vi sarà più maledizione”  e “non avranno più bisogno di luce”, della luce del sole o di luce di lampada, perché lʼAgnello diventa  lui la luce di questa esistenza nuova, di questa Gerusalemme nuova.

S.E. Mons. LUCIANO MONARI

martedì 28 gennaio 2020

L’UOMO NEL DISEGNO DI DIO



4a MEDITAZIONE

Per capire il significato della nostra vocazione come creature di Dio, accanto a quei racconti, quei  messaggi di creazione che abbiamo letto nei capitoli 1 e 2 della Genesi, ci debbono essere anche altre  dimensioni che la rivelazione biblica ci presenta.
Una di queste, fondamentale e forse non semplicissima per certi aspetti, è quella che va sotto il nome  di elezione.
Elezione vuol dire scelta, scelta di uno in mezzo agli altri, scelta di uno come unico, con un aspetto  inevitabile di preferenza. Proprio per questo, dicevo, un tema non semplicissimo perché le preferenze  ci sembrano avere il sapore della ingiustizia; però il tema della elezione nella Bibbia cʼè e ha un suo  significato notevole. Allora, volevo provare a leggere qualche cosa e ad entrare dentro a questo universo  che il tema della elezione ci presenta.

Questa è la posterità di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran: Aran generò Lot. Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei. Abram e Nacor si presero delle mogli; la moglie di Abram si chiamava Sarai e la moglie di Nacor Milca, ch`era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. Sarai era sterile e non aveva figli.
Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè del suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.
Lʻetà della vita di Terach fu di duecentocinque anni; Terach morì in Carran.

Il Signore disse ad Abram:

«Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria
 e dalla casa di tuo padre,
 verso il paese che io ti indicherò.
 Farò di te un grande popolo
 e ti benedirò,
 renderò grande il tuo nome
 e diventerai una benedizione.
 Benedirò coloro che ti benediranno
 e coloro che ti malediranno maledirò
 e in te si diranno benedette
 tutte le famiglie della terra».

Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.
 (Gen 11,27-32; 12,1-4)

Questo è il brano della vocazione di Abramo, della elezione di Abramo. Abramo viene scelto, chia- mato come unico, per una promessa e per un compito.
Primo problema: chi è Abramo? Sono partito dalla discendenza di Terach proprio perché sia chiaro:  Abramo non è un semidio, non è un eroe. Attribuire lʼorigine della propria stirpe a semidei o a eroi era  abbastanza normale nella antichità: Roma, Enea, Venere; andiamo verso qualche cosa di semidivino  e lo stesso per tante altre storie di origine. Per Abramo no: Abramo è semplicemente un uomo della  discendenza di Terach, uno in mezzo agli altri, uno come tutti gli altri inserito nella trama dei rapporti  normali tra le persone. Anzi, se qualche cosa il nostro testo sembra sottolineare, è una condizione di povertà, perché la moglie di Abram, Sarai, era sterile, non aveva figli e Abram comincia ad essere  anziano; quindi si può dire è una persona che dal punto di vista mondano non ha futuro.
Il non avere discendenza vuol dire, nellʼantichità, il non avere speranza, il non avere futuro.
Eppure il Signore chiama proprio lui: “Il Signore disse ad Abram”.
La domanda è inevitabile, perché Abram? Perché ha scelto lui, perché non Lot o perché non  qualcuno di qualche altra famiglia, di qualche altra stirpe? E questa è, evidentemente, una di quelle  domande a cui non cʼè risposta. Non ci sono motivi intrinseci, di merito. Può anche darsi che il signor  Abramo fosse una persona particolarmente intelligente, o particolarmente santa, che avesse qualche  dote speciale, ma il Libro della Genesi non lo dice e quindi non spiega la scelta. Vuol dire che per il  Libro della Genesi la scelta deve apparire così: inspiegata.
Ci saranno nella tradizione ebraica successiva dei tentativi di spiegazione. Ci saranno racconti che  diranno, per esempio, che Abramo, in Mesopotamia, era lʼunico monoteista: mentre intorno a lui cʼera  fiorente il politeismo, Abramo aveva conosciuto il Signore, lui solo. E questi sono tentativi significativi,  ma che vanno al di là della Bibbia. Per la Bibbia non cʼè spiegazione, o, se volete, la spiegazione è  nella libertà di Dio. Dio ama, ama liberamente, non è una forza di natura, non è un destino anonimo  – questo lo abbiamo ricordato allʼinizio – ama liberamente e gli è venuto in mente di amare quel tizio  lì che si chiamava Abram. Questo pone il problema sul quale poi torneremo.
Si rivolge ad Abram e lo chiama con alcune parole che sono significative. La prima: “Vattene”. “Vattene  dalla tua terra, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”.
Può darsi che dietro a questa espressione e alla esperienza originaria di Abramo ci stia qualche cosa di  culturalmente comprensibile: Abramo è una specie di seminomade, quindi i cambiamenti di ambiente  sono abbastanza normali. Può darsi che la spiegazione culturale della migrazione di Abramo ci sia,  cioè che Abramo sia semplicemente un migrante come tanti altri nella storia e che quindi avesse i suoi  motivi per muoversi e fosse giustificatissimo questo movimento di Abramo. Però non cʼè dubbio che  raccontandolo così, il libro della Genesi vuole insistere sul distacco. Vattene. Vattene dalla tua terra. E  non si ferma lì: dalla tua patria. E non si ferma lì: dalla casa di tuo padre. Quindi va sempre più verso  il concreto, lʼimmediato, fino alla famiglia.
Cʼè un distacco che viene chiesto ad Abramo. Vuol dire il passato; cioè quel passato che ha dato la  vita, la forma, la lingua, che ha dato il patrimonio ad Abramo, interessante e importante quanto potesse  essere, che adesso viene abbandonato.
Ricordavamo stamattina lʼimportanza del distacco nella crescita della persona umana: la vita comporta  questi, ed è solo attraverso i distacchi che possono verificarsi davvero delle esperienze di crescita. E  per Abramo la questione sta esattamente così. “Vattene!”.
La cosa interessante è che gli viene detto: “Vattene dalla tua terra, verso una terra che io ti indicherò.”  Quindi, da una terra a unʼaltra terra. Con quale differenza? Perché abbandonare una terra per averne  unʼaltra? È più ricca? È più interessante? È più gradevole per Abramo? Non è detto: la Mesopotamia,  almeno nellʼantichità, era fertile (poi il terreno si è salinizzato ed è diventato sterile, ma nellʼantichità  era fertile), quindi non cʼera un vantaggio economico in questo, e in ogni modo il vantaggio economico  se cʼè stato, non è la motivazione che viene presa dal testo. Il testo dice solo: “Vattene dalla tua terra,  verso la terra che io ti indicherò”.
La terra di Abramo deve essere lasciata e gli viene promessa la terra di Dio. Il cambiamento è tutto lì.  Deve abbandonare la vita che Abramo sperimenta come possesso per ricevere una vita che gli apparirà  come un dono, come il compimento di una promessa.
Sʼintende che a uno viene da dire: “E che cosa ci guadagno? Cosa cʼè di meglio nella terra che mi  viene dal Signore, rispetto alla terra che io possiedo?”. Evidentemente, di meglio cʼè una cosa sola: il  Signore. Nella terra che io possiedo ci sono io e il mio patrimonio, la mia terra, con quello che questo  comporta; nella terra che mi dà il Signore ci sono io, la terra e il Signore. Perché me la da Lui, quindi  quella terra porta lʼimpronta del Signore, porta la fisionomia del dono di Dio.
Il cambiamento è lì: da una vita percepita come possesso, a una vita ricevuta come dono. È il primo  aspetto, con la differenza fondamentale che il dono porta sempre con sé il donatore. Se cʼè un dono cʼè anche un donatore; se cʼè un possesso cʼè solo un proprietario, nientʼaltro.
Non solo: a questa promessa fondamentale di una terra, ne vengono aggiunte altre. “Farò di te un  popolo grande e ti benedirò”: promessa di una discendenza, promessa della fecondità della vita di  Abramo. Era uno dei suoi problemi come ricordavo prima: Sarai è sterile e Abramo sembra senza  futuro. Gli viene promessa una discendenza e una discendenza numerosa, un grande popolo.
E insieme con questo, ancora: “Renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione”. “Renderò  grande il tuo nome” vuol dire che Abramo diventerà una persona importante, la sua vita avrà valore,  spessore, densità, forza.

La cosa interessante è che qui viene ripresa, esattamente, lʼespressione che nel capitolo 11, ver- setto 4, era stata ricordata nella costruzione della torre di Babele. Quando gli uomini vanno nella  pianura di Sennaar e lì incominciano ad edificare una torre, la famosa torre di Babele, dicono (Gen  11,4): “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome,  per non essere dispersi su tutta la terra”. Facciamoci un nome: cioè il desiderio, che per lʼuomo è  naturalmente istintivo, di una vita che diventi solida, che si manifesti significativa. Il nome vuol dire  questo. La differenza è che nella torre di Babele gli uomini vogliono procurarsi un nome, ad Abramo  il nome viene promesso da Dio.
Per quello che riguarda il nome non cʼè una grande differenza, ma per lʼesperienza personale cʼè,  eccome, perché vale il discorso di prima: un conto è la vita intesa come conquista, io conquisto le mie  realizzazioni, i miei obiettivi, e un conto è la vita ricevuta come un dono del Signore, ricevo da Lui  un nome grande.

Tutto questo si lega con lʼaltro termine di cui abbiamo già parlato. Nei tre versetti che ho letto viene  ripetuta per cinque volte la radice della parola “benedire”, benedizione. “Diventerai una benedizione;  benedirò coloro che ti benediranno; in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”. Abbiamo  ricordato più volte che questa radice ebraica – “barac”, è quella da cui viene Baruc; Baruc è il bene- detto – indica fondamentalmente la potenza di vita che Dio possiede e che Dio dona. Quando si dice  “ti benedirò”, vuol dire che la vita di Abramo viene dilatata, diventa più grande, diventa più degna,  diventa più significativa.
E non solo la vita di Abramo perché gli viene detto: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della  terra”. In qualche modo la benedizione di Abramo è lʼinizio di un processo, di un movimento, di un  dinamismo che di per sé tende a essere universale. Tutte le famiglie della terra in Abramo, attraverso  Abramo.

“Abram partì, come gli aveva detto il Signore”. Abramo diventa nomade (adesso non mi interessa  la questione sociologica se lo fosse anche prima: mi interessa il significato del racconto), nomade verso  una promessa, verso un compimento.
Verso una promessa e un compimento è prezioso perché un filosofo contemporaneo dice che lʼuomo di  oggi è naturalmente un nomade, ma ci sono due tipi di nomadismo. Uno è il nomadismo del pellegrino,  lʼaltro è il nomadismo del girovago, del “girandolone”. Vagano tutti e due, ma il pellegrino ha una  meta, si muove verso quel traguardo, verso lʼincontro con il Signore. Il girovago gira, ma senza meta,  va un poʼ da una parte, un poʼ dallʼaltra, può ritornare al punto di partenza, lʼessenziale è muoversi,  come diceva Kerouac, in “On the road”: dove vai? via di qui! Lʼimportante è andare via, abbando- nare, lasciare. Dove non si sa, non importa, lʼimportante è camminare. Per lʼuomo di oggi cʼè questa  esperienza qui. Ma è diversa: un conto è il pellegrino, e un conto è il girandolone, il girovago.
Abramo diventa un pellegrino. A dire la verità, è un pellegrino un poʼ strano, perché non si sa in  realtà dove debba andare. “Verso una terra che io ti mostrerò”: quindi Abramo non la conosce ancora,  è misteriosa. Il quando, il come, il dove si realizza la promessa di Dio, Abramo non lo sa. Però certa- mente non è uno senza meta: la promessa di Dio gli indica un itinerario, un cammino.
Il risultato di tutto questo è il cambiamento di una esperienza di esistenza da esistenza solitaria (io) a sistenza di comunione: io davanti a Dio, io con il Signore.
Nel Libro della Genesi, al capitolo 17, versetto 1, cʼè unʼaffermazione che abbiamo riletto tante  volte perché ci sono molto affezionato, mi sembra che sia stupenda:

Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse:

 «Io sono Dio onnipotente:
 cammina davanti a me
 e sii integro». (Gen 17,1)

Io sono el Shaddai il Dio Onnipotente, o il Dio delle montagne, cammina davanti a me, alla mia pre- senza, e sii integro. Inevitabilmente, camminare davanti al Signore non è possibile se uno non fa un  cammino di integrità, di giustizia, di verità. Cammina davanti a me, come amico di Dio, sostenuto  dalla fiducia in Dio.
E Abramo inizia il suo pellegrinaggio che non avrà mai termine, perché quelle promesse che gli  sono state fatte, sono promesse di cui Abramo vedrà solo un piccolo anticipo. Gli è stata promessa  una terra e ci camminerà sopra, ma diventerà proprietario solo della tomba per sua moglie, di quel  pezzettino di terra che riesce a comperare da Efron lʼHittita: per il resto è uno straniero, è un ospite,  in casa dʼaltri, non è sua la terra, quindi non avrà la terra che Dio gli aveva promesso. La discendenza  gli arriva ma, come vedremo, gli arriva molto tardi e gli arriva nella figura di un figlio e non ancora in  quella del grande popolo. Non appare ancora molto di quella discendenza numerosa come le stelle del  cielo e come la sabbia che è sulla riva del mare, Abramo ne vede solo un piccolo scampolo. E tutta la  sua vita deve giocarsi sulla fiducia, sulla speranza: deve essere una vita di fede.
Al capitolo 15 si legge così:

Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». Rispose  Abram: «Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e lʼerede della mia casa è Eliezer di Damasco». Soggiunse Abram: «Ecco a me non hai dato di- scendenza e un mio domestico sarà mio erede». Ed ecco gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede». Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo  accreditò come giustizia. (Gen 15,1-6)

È la prima volta nella Bibbia che viene fuori il verbo credere: il primo a credere nella storia della fede  è il signor Abramo. Ed è in questa occasione, quando il Signore gli rinnova la promessa e Abramo  oppone alla promessa la sua esperienza: e la sua esperienza è che è senza figli, è vecchio; fa fatica a  sperare a questo punto. Ormai è rassegnato a lasciare i suoi beni al suo fattore. Eliezer di Damasco è il  factotum, lʼamministratore dei beni di Abramo, e Abramo lo ha adottato giuridicamente, in modo che  possa ricevere il suo patrimonio, perché ci sia il futuro in qualche modo. Ma questo per Abramo è un  disastro, è il disastro della sua vita, è la sua delusione. “Che mi darai, Signore Dio, che mi darai?”:  puoi darmi quel che vuoi ma è un figlio che io cercavo, è un figlio di cui ho bisogno, è un futuro. Che  mi darai? “Io me ne vado senza figli e lʼerede della mia casa è Eliezer di Damasco”.
Il Signore gli rinnova la promessa, anzi gliela allarga tanto da diventare incredibile. “Abramo credette  al Signore”.
Il verbo credere in ebraico è la forma causativa di una radice che indica la fermezza, la solidità: è la  radice da cui viene la parola amen: è così, è solido, è fermo. E una forma causativa dovrebbe indicare,  secondo gli esperti, qualche cosa del genere: il collocare su qualcosa, su qualcuno, la propria sicurez- za, la propria fermezza. Io in me stesso non sono solido, sono sottomesso agli alti e bassi della vita, ai momenti di esaltazione e a quelli di depressione, alla ricchezza e alla povertà, non posso trovare in  me stesso quella fermezza e saldezza di cui ho bisogno, la devo cercare in qualcun altro. In Dio. Dio  è una roccia eterna, Dio è una fortezza inespugnabile, Dio è uno scoglio al quale posso aggrapparmi  sicuro di non essere trascinato via dalla forza delle onde. Dio è questo, e credere significa aggrapparsi  a Dio, collocare in Dio la propria fiducia, la propria sicurezza. “E Abramo credette al Signore”. Proprio perché crede al Signore la promessa si compirà: la promessa di un figlio. Ma prima che la pro- messa di un figlio si compia cʼè quellʼepisodio che abbiamo letto qualche domenica fa dellʼapparizione  alle Querce di Mamre, quando Abramo, seduto allʼingresso della tenda nellʼora più calda del giorno,  vede tre uomini che stanno in piedi presso di lui. Questi tre uomini sono camminatori di passaggio,  e bisogna vedere se Abramo è capace di giocare bene il gioco dellʼospitalità. Il brano insiste molto  proprio su questo gioco, che Abramo vive in un modo splendido, proprio da orientale pulito, bello:

«Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un poʼ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto lʼalbero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Faʼ pure come hai detto». Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne  focacce». Allʼarmento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentrʼegli stava in piedi presso di loro sotto lʼalbero, quelli mangiarono. (Gen 18,3-8)

Evidentemente avevano tutto il tempo per i riti nellʼantichità, non hanno fretta e si fanno tutti i riti  dellʼospitalità. Perché? Perché Abramo sta per ricevere un dono e deve in qualche modo dimostrare  di esserne degno, ma degno non nel senso che il dono poi me lo merito, ma nel senso che mi mostro  capace di apprezzarlo ed è capace di apprezzare il dono solo chi è capace di farne un dono, solo chi è  capace di essere generoso con gli altri sa gustare la generosità di Dio nei suoi confronti. Allora Abra- mo deve fare vedere che lui, quanto a dono, se ne intende, lo gusta, tanto che lo comunica a questi tre  misteriosi personaggi di passaggio che sono poi alla fine il Signore stesso. Quindi, accogliendo lʼospite  Abramo ha accolto il Signore e il Signore alla fine gli fa quella promessa:

«Tornerò da te fra un anno a questa data [è la prima volta che viene dato un termine preciso] e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». (Gen 18,10)

Nasce il figlio ma la storia non è finita. Non è finita perché, cresciuto questo figlio, che è il figlio della  promessa (Abramo ha qualche altro figlio, ha il figlio di Agar la schiava, ma non è il figlio della pro- messa: il figlio della promessa è il figlio di Sara, Isacco, lui solo), andiamo al capitolo 22 del Libro  della Genesi che dice:

Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!».  Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, vaʼ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».  Abramo si alzò di buon mattino, sellò lʼasino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per lʼolocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva  indicato. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. Allora  Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con lʼasino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». Abramo prese la legna dellʼolocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tuttʼe due insieme. Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose:  «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dovʼè lʼagnello per  lʼolocausto?». Abramo rispose: «Dio stesso provvederà lʼagnello per lʼolocausto, figlio mio!». Proseguirono tuttʼe due insieme; così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì lʼaltare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sullʼaltare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per  immolare suo figlio. Ma lʼangelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Lʼangelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere lʼariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Abramo chiamò quel luogo: «Il Signore provvede», perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore provvede». Poi lʼangelo del Signore chiamò dal cielo  Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti  benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si  impadronirà delle città dei nemici. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea. (Gen 22,1-19)

È uno dei brani più misteriosi della Bibbia e che colpiscono in fondo, nel cuore del lettore. Che  significato ha un racconto di questo genere? Ne ha tanti di significati, dal punto di vista antropologico,  dal punto di vista etnografico, etc., che adesso non mi interessano. Mi interessa dentro al messaggio  della vita di Abramo.
Dio ha fatto una promessa e la promessa riguarda Isacco. Adesso chiede il sacrificio di Isacco, figlio  della promessa, quindi Dio appare in contraddizione con sé stesso. Cʼè nel racconto lʼinsistenza sul  sacrificio grande che viene chiesto ad Abramo, sul rapporto affettivo, perché il testo dice: “«Prendi tuo  figlio, il tuo unico figlio, quello che ami, Isacco»”. Ci sono quattro espressioni per dire il bambino e  queste quattro espressioni vogliono insistere sul fatto che cʼè qualcosa di immenso in questa richiesta  che il Signore fa ad Abramo; e il Signore lo sa e lo ricorda ad Abramo.

Ma in questo cʼè qualcosa di più, perché come dicevo Isacco è il figlio della promessa, quindi  sacrificare Isacco vuol dire annullare la promessa. Quello che viene chiesto ad Abramo è continuare  ad avere fede quando Dio è in contraddizione con se stesso. Quando il Signore gli dice: “«Prendi tuo  figlio, vaʼ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto»”, quel vaʼ è simile al vaʼ della vocazione. Ma  mentre il primo vaʼ, quello del capitolo 12, era un andare verso il compimento della promessa, questo  è un andare verso la distruzione della promessa, la promessa viene distrutta. E ad Abramo viene chiesto  di avere fede in Dio contro Dio, contro quella che è lʼapparenza delle richieste del Signore nei suoi  confronti. “«Vaʼ e offrilo in olocausto»”.
Perché questo? Che cosa ci sta dietro a un racconto di questo genere, che vantaggio cʼè in questa  incredibile prova a cui Abramo viene sottoposto?
Leggo nella Lettera agli Ebrei, al capitolo 11, quello che viene detto proprio a proposito del sacrificio di Isacco: 

Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto 
le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: In Isacco avrai una  discendenza che porterà il tuo nome. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo. (Eb 11,17-19)

Tradotto, questo vuol dire: Abramo ha sacrificato Isacco. È vero che materialmente lʼuccisione non è  avvenuta, ma Abramo, nel suo cuore, lʼobbedienza a Dio lʼha portata fino allʼestremo. Abramo con- sidera Isacco come dono di Dio e Abramo consegna il dono a Dio.
Quindi il sacrificio in Abramo è avvenuto. Ma come è possibile che Abramo abbia compiuto questo  sacrificio custodendo la fede? la fede è la fede nelle promesse e Dio certamente non smentisce le sue  promesse. Dice la lettera agli Ebrei “Perché Abramo credeva nella risurrezione”, cioè credeva che  Dio è capace di far risuscitare anche dai morti, perché Dio certamente non cancella le sue promesse,  non è infedele. Se ha promesso un nome ad Abramo in Isacco, Isacco vive, Isacco vivrà; in qualche  modo che Abramo non può conoscere, non può controllare, Isacco vivrà.
E vuol dire che dentro a ogni atto di fede cʼè alla fine, implicita, la fede nella risurrezione. Cioè  la fede nella potenza di Dio più grande della realtà del mondo. Perché si può dire che credere vuol  dire avere più fiducia in Dio di quanto si abbia paura del mondo, delle cose, degli avvenimenti, della  storia, degli altri, di se stessi.
Abramo si manifesta in questo modo. In modo tale che lʼIsacco che scende dal monte non è più lʼIsacco  che è salito: è un Isacco ricevuto come dono una seconda volta da Abramo. Consegnandolo a Dio,  Abramo si è manifestato degno di essere il padre della promessa. Ma degno non nel senso che se lo  poteva meritare, ma nel senso che lo riconosce in fondo, fino in fondo, come dono del Signore.
La logica della elezione è questa. È una logica stupenda, perché vuol dire che Abramo è unico davanti  a Dio e Dio lo ama con un amore indiviso. Ma vuol dire anche che Abramo deve consegnare tutto, ma  proprio tutto, a Dio e che in questa consegna di tutto e solo nella consegna di tutto, Abramo diventa  davvero il destinatario delle promesse di Dio, quello nel quale le promesse di Dio si compiono.

Ora proviamo a raccogliere tutte queste cose per capire il significato della elezione.
Lʼelezione ci pone qualche problema perché dice preferenza di qualcuno rispetto agli altri; natural- mente dietro a questo ci sta, e lʼabbiamo ricordato, lʼamore di Dio. La formula dellʼamore, una delle  formule dellʼamore, è quella che dice “tu sei per me lʼunico al mondo”, almeno così spiegava la volpe  al piccolo principe. Quando uno si innamora lʼaltro diventa unico e non cʼè dubbio che la elezione  esprime questo.
È un fatto gratuito, nel senso che non è meritato e non è meritabile. Però, se uno entra dentro al  dinamismo della elezione, entra nel dinamismo del dono e non è più proprietario di sé, della sua vita  e di quello che ha ricevuto dal Signore. Tutta la sua vita diventa dono a sua volta, testimonianza a sua  volta, comunicazione a sua volta. Insomma, la elezione di Dio è lʼinizio di un movimento che vuole  coinvolgere poco alla volta tutte le persone che liberamente accolgono il dinamismo della elezione  stessa.
Faccio degli esempi per intenderci. Leggevamo oggi il vangelo di Giovanni, al capitolo 13, ver- setto 34: “«Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato»”. Allora lʼamore di Gesù dà inizio ad un  movimento dʼamore che vuole coinvolgere i discepoli e vuole dilatarsi allʼinfinito, dallʼuno allʼaltro.  Non ci deve essere nella logica di Dio, nella logica di Gesù, un limite.
Al capitolo 13, versetto 14 cʼè quellʼaltra espressione: “«Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate  Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri  piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri»”. Che Gesù si chini a lavare i piedi dei suoi  discepoli è un gesto di servizio e di amore, di onore incredibile fatto ai discepoli. Però se lo accettano  devono lavarsi i piedi gli uni gli altri, debbono chinarsi a lavare i piedi degli altri. La logica è quella  lì, non puoi lasciarti lavare i piedi e rifiutarti di servire il tuo fratello. Questo vorrebbe dire bloccare il  dinamismo del servizio. Il dinamismo del dono vuole essere senza limiti.
Ancora. Lettera ai Romani, capitolo 15, versetto 7: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cri- sto accolse voi, per la gloria di Dio”. Cristo vi ha accolto peccatori come eravate. Eravate peccatori: bene, se Cristo vi ha accolto come peccatori, voi dovrete accogliere gli altri anche se sono peccatori.  Il dinamismo dellʼaccoglienza è ancora un dinamismo dello stesso genere.
E, finalmente, ricordate quel discorso che abbiamo commentato varie volte, alla fine del capitolo 18 del Vangelo di Matteo:

«Quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette  volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse  venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti  rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto lʼaccaduto. Allora il padrone fece chiamare quellʼuomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse  restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello». (Mt 18,21-35)

Detto in altri termini: ci arriva un perdono incredibile di diecimila talenti, dono gratuito; ma questo  dono gratuito deve suscitare lʼamore per gli altri e il perdono degli altri.

Spero di spiegarmi. Lʼelezione di Dio è gratuita nel senso che non si può meritare, ma non è gratuita  nel senso che la si può godere senza lasciare che la propria vita sia compromessa. Se uno riceve la  elezione deve concepire e vivere la sua vita come un dono da consegnare; deve trasmettere quellʼamore  che ha ricevuto, così come lo ha ricevuto, verso gli altri; deve prolungare il dinamismo perché se non  lo prolunga il dono stesso appassisce e muore.
È quello che abbiamo ricordato lʼanno scorso quando dicevamo che il dono è gratuito nel senso che  non è meritabile, ma è impegnativo, eccome! Perché il dono chiede un dono di ritorno. Se io faccio  un dono in qualche modo ti sollecito a rispondere perché è solo se tu mi rispondi che si stabilisce il  legame, il rapporto. Altrimenti tu ti porti a casa il valore venale del dono, ma non ti porti a casa quello  che è lʼessenziale del dono: il legame di amicizia. Se non mi rispondi con il tuo dono, non mi sei amico  in fondo. E con il Signore la questione è così.
Sei eletto perché il Signore ti ha guardato e ti ha voluto bene, gratis. Sei unico al mondo. Ma se sei  unico al mondo, appartieni totalmente al Signore e la tua risposta deve essere una risposta totale. Se  non gliela dai, hai bloccato lʼelezione, hai bloccato lʼamore.
Se invece rispondi, la tua vita diventa significativa non solo per te, ma anche per gli altri, perché  quel dinamismo di amore si allarga, fai entrare anche gli altri, anzi, lʼumanità intera. La logica è quella  lì: il Signore ha benedetto Abramo perché la benedizione attraverso Abramo arrivi a tutti gli uomini.  Ma diventa benedizione per tutti gli uomini se Abramo riesce a vivere la sua vita come dono, e riesce  a vivere la sua vita come dono se riesce a donarla al Signore e quindi a tutti.
Nella logica di Dio, Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, dice la prima lettera a Timoteo, e  diventare partner di Dio attraverso lʼelezione significa fare nostro il disegno di Dio per la salvezza degli uomini. Significa che la nostra vita in qualche modo non ci appartiene più del tutto: appartiene  al Signore per la vita del mondo, per la vita degli altri.
Naturalmente, ci mettiamo subito la riserva, in un certo senso: la nostra vita appartiene al Signore per  la vita degli altri in modo progressivo, perché questa appartenenza dipende dalla maturazione della  fede e la maturazione della fede è lenta, non avviene di colpo, per cui non siamo di colpo perfetti nel  dono della nostra vita. Però il dinamismo è quello lì: sei scelto e amato dal Signore e quindi chiamato  a vivere la tua vita come dono.
Se la vivi come dono, la tua vita la restituisci al Signore attraverso lʼamore degli altri: se fai questo  tu dilati quel dinamismo che da Dio è arrivato alla tua vita e lo dilati provocando anche gli altri a fare  lo stesso, a credere nellʼamore di Dio, a riceverlo e a diventare portatori di questo amore, perché si  allarghi allʼinfinito fino a raggiungere tutti gli uomini.
E allora avviene una cosa stranissima: che la elezione, che partiva come una esperienza di unicità  “tu sei per me unico al mondo”, finisce nel suo dinamismo con il massimo di universalità, vuole coin- volgere tutti e colloca la persona eletta al servizio di tutti. La logica della Bibbia è quella lì.

Lʼesercizio è molto semplice: è il riuscire a vedere dentro alla vostra vita quellʼamore unico che il  Signore ha avuto per ciascuno di voi, perché per ciascuno di voi il Signore ha espresso il suo amore  con dei segni unici, a partire dalla famiglia in cui siete nati e dalle esperienze che avete fatto. Questi  segni di unicità provate a rivederli nella vostra vita: quei momenti, quegli incontri, quelle esperien- ze, a volte anche quelle sofferenze, dove però il segno della vicinanza del Signore, e della vicinanza  personale, cʼè stato, perché partendo di lì la vostra vita può assumere quel significato di servizio al  disegno di Dio che dicevamo.

S.E. Mons. LUCIANO MONARI