ILDEGARDA DI BINGEN
Il movimento dell’anima ragionevole è l’opera del corpo con i suoi sensi, perché, dice Ildegarda,“Tutto l’uomo è, anima e corpo. Il corpo e i sensi del corpo devono muoversi in pieno accordo con l’anima, perché l’anima riceve dal corpo le sensazioni e non può fare a meno del corpo nel tradurre queste sensazioni in pensieri intellettualmente o spiritualmente e il corpo può realizzarsi soltanto se è sollecitato dall’anima. In questo modo vanno in pieno accordo con tutte le loro forze e danno luce sia in alto che in basso. Tutto l’uomo viene illuminato in ogni sua opera se agisce concordemente, anima e corpo. Questo è l’ottimo stile di vita dell’uomo che in verità è ben educato”. Riflettendo su quello che Ildegarda dice sul rapporto tra l’anima e il corpo, notiamo che, secondo lei, il corpo non solo prende parte al movimento dell’anima, con la quale è in rapporto, ma pure si sente partecipe di una responsabilità comune. La natura è indifferente all’anima, ma il corpo, no.
“Se l’anima non avesse questa conoscenza del bene e del male, questo ordine di valori non si manifestasse negli ambiti corporei, allora il corpo sarebbe uno strumento messo a disposizione del piacere. Sarebbe come un soffietto con il quale il fabbro non può incominciare il suo lavoro”.
Il corpo non è un semplice strumento, esso è in rapporto con l’anima e deve essere in accordo con l’anima. Se il corpo agisse di per sé, come uno strumento, non ci sarebbe più l’uomo. Abbiamo parlato della malattia, quando la reazione affettiva comincia, opera di un momento, e poi continua a mettere in movimento tutto l’organismo. La melanconia è il sostrato di ogni affezione patologica all’interno dell’organismo. Nella costituzione degli umori, l’uomo non è più capace di reggere il suo corpo. Ogni cambiamento porta con sé un intimo malcontento e con questo fa crescere il male.
Questa intima discordia, questo malumore, è il fondamento dell’affezione fisica, come anche di un danno spirituale. L’uomo allora ondeggia, tra l’incertezza e la fiducia, ha le sue ore improduttive e a volte poi riprende il coraggio. Ma la situazione affettiva del momento può produrre una disposizione, sia positiva che negativa. Ad esempio, qualcosa è mal riuscita: l’uomo si deprime, s’irrita e senza accorgersene, quasi, s’irrita di più. Nel corso di questo movimento affettivo, perde il suo equilibrio biologico, se non riesce a dominarsi e la sua situazione. Se continuano le condizioni che possono aumentare la sua eccitazione, il suo stato peggiora sempre di più.
Quando le emozioni agiscono in lui, trovano la strada al fegato e al cuore, per lasciarvi i loro stimoli e questi a loro volta rivolgono ai vari organi specifici e il circolo vizioso continua. La reazione iniziata viene mantenuta da stimoli esterni; da riguardi sociali, può essere mitigata, può essere soffocata, stimolata di nuovo dall’esterno e così avanti, se non si riesce a fermarsi al primo momento. Poi, si arriva allo stato della malattia o della depressione, e allora la via di ritorno riesce difficile. La persona può riprendere la padronanza di sé, stabilizzarsi psichicamente, ma con grande difficoltà. Per questo è sempre meglio cominciare subito a porre un freno. Ildegarda dimostra con saggezza e con acutezza come e con quali fasi si svolga il processo patologico. Per lei questo processo non è considerato come un avvenimento, semplicemente come qualcosa che accade, ma come un’omissione: andava fatto qualcosa che si è rifiutato di fare. È un rifiuto, un’azione mal riuscita. Questo velo di tristezza, quasi una nebbia, che avvolge il cuore, stimola l’umore bilioso, la bile attacca il cervello e provoca la confusione della coscienza.
Si depositano sugli organi della digestione, mettono sottosopra le viscere, e così l’uomo è attaccato dal capo ai piedi. Egli non si riconosce più e fa cose di cui non si può più dire responsabile.
Tuttavia, una tale situazione succede solo se ci si lascia andare. Ildegarda insiste che bisogna avere dominio su se stessi. Un dominio che non deve essere violento, perché non si deve fare nulla con violenza, ma con dolcezza e ragionevolmente. Bisogna persuadersi, se si è capaci di farlo, che è un bene. Può verificarsi anche il contrario, che un organo sia malato: questo fatto mette in azione la parte intellettuale, spirituale, ma anche qui il rimedio è sempre lo stesso. Non è un rimedio che si possa acquistare da qualche parte, è un rimedio che dobbiamo trovare in noi stessi. Ildegarda ci mostra come gli affetti sono profondamente implicati nell’apparato del corpo e nel macchinario della corporeità e l’interpreta in maniera del tutto positiva, come lo dimostra il canto dell’anima alla carne: “Oh carne, e voi, mie membra, nelle quali ho la mia abitazione, io mi rallegro di cuore di essere stata messa in voi, perché se voi sarete sempre d’accordo con me, mi porterete voi all’eterna ricompensa”.
Sr. ANGELA CARLEVARIS osb

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