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domenica 15 febbraio 2026

MARIA DEBELLATRICE DELLE ERESIE

 


Maria e lo scisma di Fozio 

 

     Tra i molti mali che afflissero la Chiesa nel secolo IX, il più grave fu certo lo scisma di Fozio. 

Ascoltiamo quanto scrive lo storico Henrion. «Nel 846, morto il Patriarca S. Metodio, fu nominato a succedergli un certo Monaco Ignazio, distinto specialmente per la santità di vita. 

Contemporaneamente era imperatore di Costantinopoli Michele III, giovane principe, senza alcun ritegno dedito alle dissolutezze, circondato da gente, come lui, dissoluta. Fra questi, dominava un certo Barda, fratello della Imperatrice Teodora, madre di Michele. Questo Barda, per la sua condotta pubblicamente immorale, fu dal Patriarca Ignazio escluso dalla partecipazione dei Sacramenti. 

Infuriato il Barda per questo atto, invece di entrare in sé stesso, usò tutto il suo ascendente sull'animo dell'Imperatore per far deporre Ignazio, il quale fu scacciato dal suo palazzo e relegato nell'isola di Terebinto, il 23 Novembre 857: e, dopo alcuni giorni, furono mandati a lui distinti personaggi e Vescovi per indurlo a rinunciare alla sede. Ma invano. Ignazio fu irremovibile. (Henrion. Stor. Univ. P. IV. p. 2). 

Per consiglio di Gregorio, Vescovo di Siracusa, che, per i suoi delitti, nel 850, era stato deposto dallo stesso Patriarca Ignazio e di Barda, l'Imperatore Michele III intruse Fozio nella sede Patriarcale di Costantinopoli, pur essendo laico. Ma in sei giorni venne consacrato Vescovo dal detto Gregorio, e nel Natale del 857 fu immesso in sede. 

Di qui ebbe inizio lo scisma. Fozio fu l'uomo più malvagio del suo tempo. 

Appena intruso nella sede Patriarcale, Fozio ebbe l'impudenza di scrivere lettere al Papa Nicolò I, affermando che Ignazio, ormai vecchio, aveva spontaneamente rinunciato al Patriarcato; solo per imposizione dell'Imperatore, del Clero e del popolo tutto, egli aveva accettato il difficile incarico, contro la propria volontà. 

Anche l'Imperatore scrisse al Papa, invocando Legati per un Concilio, al fine di restaurare la disciplina ecclesiastica, assai decaduta durante il tempo di Ignazio. 

Papa Nicolò I non si fidò di tali scritti; mandò Legati e lettere per indagare la verità e riferire. 

I Legati andarono, ma spaventati dalle minacce di esilio e di prigione, tradirono la loro missione e annuirono alla elezione di Fozio. 

Con mille raggiri, Fozio, senza tener conto dei Legati Pontifici, volle celebrare il Concilio (861), a cui intervennero 318 Vescovi. In questo falso Concilio, fu invitato anche il Vescovo Ignazio in qualità di reo. Ma quantunque egli avesse appellato al Romano Pontefice, fu deposto e degradato. Si diede lettura degli scritti di Papa Nicolò, però alterati dall'astuzia di Fozio, il quale tentava di costringere Ignazio a confessare che la sua elezione a Patriarca di Costantinopoli fu illegittima, ma Ignazio non cedette, e fuggì alla persecuzione, dandosi alla campagna, travestito da servo. 

Ritornati a Roma i Legati Pontifici con il legato Imperiale, furono consegnati al Papa gli atti del Concilio. Ma nel medesimo tempo, arrivò pure a Roma l'Abate Tognosto con uno scritto di Ignazio, il quale, con tutta sincerità, narrava al Sommo Pontefice come si erano svolti i fatti. 

Conosciute le cose, Papa Nicolò I scomunicò i suoi Legati, e mandò una Enciclica ai Patriarchi dell'Oriente in data 18 Marzo 862, dove condannava la deposizione di Ignazio e l'intrusione di Fozio. Ma Fozio si rise delle sentenze del Papa, e continuò a tenere la sede usurpata e ad infliggere tormenti ad Ignazio. 

Non contento di questo, nell' 866, in Costantinopoli, Fozio celebrò un altro Concilio presieduto dall'imperatore. In quel Concilio si osò pronunciare sentenza di scomunica contro Nicolò I e contro coloro che erano in comunione con lui. E come ciò fosse poco, fu spedita una pseudo enciclica a tutti i Patriarchi e Vescovi dell'Oriente condannando la Chiesa di Roma. (Pighi. Hist. Eccl. To. II. p. 128). 

Fozio voleva la supremazia su Roma! 

Ad un tratto però gli avvenimenti mutarono. 

Basilio, il Macedone, fece uccidere, dopo un banchetto, l'ubriaco Michele III. Poi, fatta penitenza del suo delitto, prese le redini del governo, dando prova di saper regnare da buon principe. 

Il primo atto del suo governo fu di scacciare Fozio, restituendo Ignazio con solennissima pompa alla sede Patriarcale, attirandosi l'appoggio degli occidentali, la benevolenza del popolo di Costantinopoli, favorevole al santo Vescovo Ignazio, e liberandosi da un uomo pericolosissimo, qual era appunto Fozio. 

La cosa fu riferita al Papa Adriano II (Nicolò I era morto il 13 Novembre 867), e in un Sinodo tenuto a Roma nel Giugno 869, fu approvata. Con questa approvazione, naturalmente, furono condannati i conciliaboli e tutti gli atti di Fozio contro Ignazio e contro la Santa Sede. Ignazio venne restituito alla sede Patriarcale, e Fozio con i suoi fautori nuovamente condannato e mandato in esilio (Pighi. Hist. Eccl. To. III, p. 130). 

Fozio però non si diede vinto. Morto Ignazio il 23 Ottobre 877, ottantenne, consenziente l'Imperatore, Fozio riprese possesso della Chiesa Patriarcale, e mandò una legazione al Pontefice Giovanni VIII, (Adriano II era morto il 30 Ottobre 872) implorando Legati Pontifici per un Concilio onde essere assolto dalle censure e restituito alla sede già usurpata. 

Il Pontefice annuì, a condizione che, prima di essere assolto dalle censure e immesso in sede, domandasse perdono davanti a tutto il Concilio e alla presenza dei Legati Pontifici. Ma il pseudo Patriarca, finto e malvagio, alterò la lettera del Papa: vi cancellò l'apposita condizione, vi aggiunse la condanna di tutti gli atti di Nicolò I, di Adriano II e del Concilio VIII, riempendola di lodi e di encomi per sé stesso. 

In quel Concilio, presieduto da Fozio stesso, celebrato nel Novembre 879, col tradimento dei Legati Pontifici, intervennero 380 Vescovi; e venne stabilita l'eguaglianza dei Patriarcati di Roma e Costantinopoli, fissando che ogni Vescovo o Prete o laico, deposto o scomunicato da uno dei due Patriarcati, dovesse aversi reciprocamente per deposto o scomunicato dall'altro. 

Giovanni VIII, avuta relazione di quel Concilio, puniti i Legati Pontifici, sconfessò tutto, e ancora una volta anatematizzò Fozio.   

Morto Basilio il 29 Agosto 886, salì al trono imperiale il figlio Leone, il quale cacciò Fozio, lo rinchiuse in Monastero, mentre Stefano, fratello di Basilio, occupò la sede Patriarcale. Fozio, ostinato nello scisma, moriva impenitente il 6 Febbraio 891. 

Con Stefano si riebbe l'unione della Chiesa Costantinopolitana con la Chiesa di Roma. Ma Stefano morì nel 893, e non poté avere da Roma le lettere di ricognizione. Le ebbe poi il suo successore, Antonio Caulea, che, con un nuovo Concilio, riconfermò l'unione, e riuscì a dare una tregua che durò sino alla fine del secolo XI. (Mauri. Lez. Eccl. P. L p. 891). 

Dopo questa lunga, forse troppo lunga, esposizione sullo scisma di Fozio, che tanto male fece alla Chiesa, viene spontaneo domandarsi: Quale relazione vi può essere tra questo scisma e l'intervento della Madre di Dio, Maria, mentre lo scisma dura anche oggi? 

Rispondiamo che Maria SS. ma non conosce né frontiere, né stirpe, né limiti di tempo: tutto è soggetto al suo impero, e, nel tempo stabilito da Dio, interverrà. Un popolo che da secoli è stato educato alla pietà verso la Madre di Dio, che tante volte ne ha esperimentato la Materna protezione, e che abitualmente la saluta «Custode della città», non può andare perduto! 

L'esperienza lo conferma. Quando una parte della cristianità o anche un semplice peccatore ha abbandonato Dio e la Religione, ma rimane unito alla Religione con qualche segno di devozione a Maria SS. ma, che porta con sé, o per qualche preghiera che ancora osa indirizzarle, questo, per quanto fragile legame, lo farà ravvedere. 

Per quanto Maria si elevi al di sopra di tutti gli uomini e dei nove Cori Angelici, è sempre «Madre», e questa missione di Madre fa sì che, anche fra i disordini della vita, si conservino in cuore i più teneri affetti, quasi scintille di speranza che un giorno diventerà una fonte di bene e di virtù. E quando si approssimerà il giorno benedetto del ritorno a Dio e alla sua Chiesa, chi ne faciliterà il momento sarà certamente Maria! 

Non si deve dimenticare che i due grandi centri che gareggiavano nel mondo, Roma e Costantinopoli, erano centri di sentita devozione alla gran Madre di Dio. Roma, ad ogni Papa che saliva il Trono di S. Pietro, consacrava a Maria SS. ma un qualche monumento. Bonifacio IV (608-615) consacrava alla Madre di Dio e alla memoria dei Martiri quel Pantheon che aveva concentrato tutte le mostruosità della idolatria pagana, e dava alla Vergine Santa l'onore di questo trionfo sulle false divinità. 

Giovanni VII (705-707), dopo avere riedificata con singolare magnificenza la Basilica di S. Maria Maggiore, distrutta da un incendio, vi espose la bella Immagine della SS. ma Vergine, che la tradizione attribuiva a S. Luca. E così altri simili atti si compivano con l'intento di mettere la città eterna e i destini della Chiesa sotto il Patrocinio della gran Madre di Dio. E Roma, in grazia del Papato, rimase fedele e corrispose. 

Anche Costantinopoli, per volontà del suo fondatore, era stata posta sotto la protezione della Madre di Dio; e tale pietà fu sempre alimentata dalla Regina S. Elena e poi da Giustiniano. 

Questa città fu ricca di Templi consacrati a Maria SS.PP. Assalita dai barbari, sempre li respinse con tali vittorie che, giustamente, la pietà pubblica le riferiva alla SS. ma Vergine. E' pure noto che il culto Mariano in Costantinopoli veniva espresso sopratutto dalla venerazione ad una celebre Immagine di Maria chiamata Nicopeja, cioè distributrice di vittorie. 

A chi poi ci oppone che intanto là lo scisma continua, rispondiamo che proprio là è tuttora vivo e palpitante un segno ammirabile, che, Iddio ha voluto lasciarvi come pegno di risurrezione, e questo segno è la devozione alla gran Madre di Dio, devozione che dura tuttora; e sarà proprio quella che salverà l'Oriente. 

Del resto poi, non tutti i Vescovi e la parte più eletta del Clero di Costantinopoli aderirono a Fozio. Se la storia ci dice che Fozio perseguitava gli aderenti al Patriarca Ignazio, vuol dire che molti rimasero fedeli alla Chiesa di Roma. Neppure mancarono Santi, Confessori che subirono umiliazioni, ludibri di ogni specie e carceri. Vi furono Martiri, e la Chiesa anziché sconfitta, poté cantare la sua vittoria. In fine, è pure da notarsi che Fozio, nonostante la sua intelligenza e la sua ipocrisia, non riuscì a realizzare il suo superbo intento di opprimere la Chiesa di Roma. 

Anche se la storia non lo dice, è facile intuire, data la grande pietà verso la Madre di Dio, quanto si sarà pregato la Madonna dai fedeli di Costantinopoli perché venisse loro risparmiata una prova così dolorosa...! E Maria trionferà! 

Sia pure stata grande l'impostura di Fozio e degli Imperatori che lo coadiuvarono nell'intento di staccare dalla Chiesa di Gesù Cristo il Patriarcato di Costantinopoli, ma ben più grande sarà la potenza della Madre di Dio nel ricondurre lo stesso Patriarcato all'unità della Chiesa di Roma! 

P. AMADIO M. TINTI DEI SERVI DI MARIA 


mercoledì 2 luglio 2025

Iconoclastia e sua condanna

 


MARIA DEBELLATRICE DELLE ERESIE 


Nel capitolo precedente abbiamo accennato che, dopo la morte di Leone Isaurico (741), prese le redini dell'impero il figlio Costantino Copronimo (744). Questi fu più crudele del padre. Concentrò infatti tutto il suo odio in modo particolare contro le Immagini della SS. ma Vergine, vietando persino le preghiere dirette ad invocare l'aiuto della stessa gran Madre di Dio. 

Nel 754 Costantino Copronimo tenne un conciliabolo a Costantinopoli di circa 338 Vescovi, senza alcun Legato del Papa, presieduto da Teodoro Vescovo di Efeso. In quel conciliabolo si dichiarò idolatra il culto delle Sacre Immagini, minacciando severissime pene a chi avesse osato trasgredire le decisioni del concilio. Di sola sua autorità, Costantino Copronimo depose Anastasio dal Patriarcato di Costantinopoli, e in sua vece vi pose il Monaco Costantino, Vescovo di Silea, suo degno emulo nella empietà. Obbligò tutti i presenti a giurare sulla SS. ma Eucaristia e sui Vangeli che mai avrebbero venerate le Immagini e che le avrebbero distrutte. In modo particolare, aprì una spietata persecuzione contro i Monaci e contro tutte le persone religiose, che avessero coltivato speciale devozione alla Madonna. (Pighi. Hist. Eccl. To. II. p. 68). 

Supplizi e torture non mancarono contro i Monaci che rimasero fedeli agli insegnamenti della Chiesa Cattolica. 

Riportiamo alcuni episodi che racconta lo storico Henrion. 

 «L'Abate Paolo del Monastero nell'Isola di Creta, fu preso e, a causa della sua fermezza nel venerare una Immagine della Beatissima Vergine, fu flagellato e, stretto fra due tavole dal collo ai piedi, venne inchiodato: lo si sospese in alto col capo all'ingiù, poi si accese un gran fuoco fino a che tutto fu consumato. 

 «Vicino ad Efeso, trentotto Religiosi furono chiusi in un edificio abbandonato; se ne murarono tutte le uscite e si lasciarono morire in quello stato. 

 «Nel Monastero presso Nicomedia, viveva l'Abate Stefano il giovane, così detto per distinguerlo dal Protomartire Stefano, nella più austera penitenza. L'imperatore Costantino Copronimo si mise in capo di tirare questo uomo nella eresia. Prima tentò con le lusinghe, ma inutilmente: poi, con la forza militare, lo fece strappare dalla sua cella, e, quando lo ebbe dinanzi a sé, così gli parlò: Tu, il più vile degli uomini, rispondi e dimmi: «Quali sono i decreti dei Padri che noi abbiamo violato, per trattarci da eretici? Stefano rispose: Voi avete condannato le Sante Immagini che i Padri hanno sempre venerato, e ce ne hanno tramandato il culto. Voi avete confuso il sacro col profano, non avete errore di chiamare idolo tanto la figura di Cristo che quella di Apollo; le Immagini della Madre di Dio le mettete alla pari di quelle di Diana e Venere, e autorizzate a calpestare e darle alle fiamme...! Stolto, disse l'Imperatore, uomo ignorante...! Calpestando le Immagini, calpestiamo forse Gesù Cristo? Dio ce ne scampi...! Ma Stefano diede un profondo sospiro, poi, presentando una moneta, disse all'imperatore: E di chi è questa immagine e questa iscrizione? Costantino Copronimo rispose: E di chi vuoi che sia se non dell'imperatore? Allora Stefano gettò a terra la moneta e vi andò sopra coi piedi. Il seguito dell'imperatore si gettò sopra al Monaco come belva feroce, tentando di ucciderlo. Ma Costantino, umiliato per essere stato trovato in contraddizione, trattenne gli sgherri, e fece condurre Stefano in prigione perché venisse formalmente giudicato. 

 «Ma mentre l'Abate veniva trascinato al luogo del giudizio, un certo Filomato, iconoclasta al massimo, pieno di odio, con un grosso chiodo colpì tanto fortemente il santo uomo, che rimase morto sulla pubblica strada». (Henrion. St. Univ. Vol. III p. 202 e segg.). Abbiamo voluto riportare questi fatti per far conoscere di quale empietà fosse animato Costantino Copronimo contro chi venerava le Sacre Immagini. Sotto il suo impero, la Chiesa ha dovuto registrare un gran numero di martiri, i quali dando prova di vero eroismo, seppero trionfare di tutte le perfidie dell'imperatore. 

 S. Giovanni Damasceno, pieno di zelo, prese a scrivere in difesa del culto alle Sacre Immagini, e specialmente quella della SS. ma Vergine. Tanto disse e tanto scrisse che l'imperatore irritato, giunse al punto di fargli troncare la mano destra, perché non potesse più scrivere. 

 Come trionfò la Madre di Dio Maria di questi suoi persecutori? Quale potenza dimostrò Essa per abbattere questa eresia?

Non vi ha dubbio: la Beatissima Vergine intervenne e intervenne con una particolare potenza. Intanto nella notte seguente al giorno in cui era stata troncata la mano al suo Servo fedele S. Giovanni Damasceno, la Vergine SS. ma apparve al Santo, e gli restituì miracolosamente la mano troncata. Segno evidente che la Madre di Dio, con tale atto, confondeva l'eresia iconoclasta e confermava l'insegnamento della Chiesa circa la venerazione che si deve alle Sacre Immagini. Quale manifestazione più potente si poteva esigere dalla Madonna per dire che aveva vinto? 

 Si aggiunga inoltre la fine miseranda che toccò a Costantino Copronimo. Ecco cosa si legge di lui nella Storia Universale di Henrion. «Mentre l'imperatore Costantino Copronimo combatteva, con buona fortuna, contro i Bulgari, fu sorpreso da tali ulceri e carbonchi alle gambe, con febbri e dolori così acuti da dare segni di vera alienazione mentale. Collocato su di una nave, si tentò di trasportarlo a Costantinopoli, ma egli morì prima di arrivarvi il 14 Settembre 775, gridando che già ardeva vivo e sentiva le fiamme infernali, che gli vendicavano gli oltraggi con cui aveva disprezzato il culto alla gran Madre di Dio». (Henrion. Vol. III. p. 220). 

 Il riconoscimento dei propri errori, il castigo riconosciuto per l'odio alle Immagini della Madonna e pubblicamente proclamato, non è già questo un trionfo della Madre di Dio? Questa morte straziante di Copronimo colpì amaramente il figlio Leone IV, che gli successe nel governo dell'impero. Questi infatti si attenne a più miti consigli. Pur conservando i decreti iconoclasti, non usò alcuna sevizia verso coloro che non li osservavano. Leone IV regnò solo cinque anni. Dopo di lui prese le redini del governo la Vedova Irene, donna religiosa e cattolica, ma non immune da vizi. Questa con fermezza e prudenza pose fine alla persecuzione. Da Papa Adriano I ottenne che Costantinopoli, dove l'Immagine della Madre di Dio era stata tanto oltraggiata, si tenesse il settimo Concilio Ecumenico nel 786, Concilio che, per timore di suscitare disordini, venne trasportato a Nicea (secondo Concilio Niceno), e là venne definitivamente condannata l'iconoclastia.

Ecco l'opera di Maria Vergine vivente nella Chiesa del suo Gesù. Nel suo odio contro il culto dovuto alla Madre di Dio, l'eresia mostrava tutta la sua falsità. Si opponeva al Vangelo, nel quale è fondato il culto che noi rendiamo alla Beatissima Maria. Si opponeva altresì alla tolleranza, distruggendo tante Immagini e altari consacrati alla Santa Vergine, senza alcun rispetto per la libertà delle anime, fedeli alla fede delle precedenti generazioni. Ma con la Madre di Dio, Maria, non si scherza! Gli iconoclasti volevano abbattere il culto della SS. ma Vergine, ma Essa li umilia con la fermezza dei loro oppositori, che si sacrificano sino allo spargimento di sangue. Maria li atterra con la miseranda fine dei loro sostenitori. Maria trionfa col far sì che le sue Immagini siano rimesse alla pubblica venerazione sia nell'Oriente, dove erano maggiormente odiate, e nell'Occidente dove riscossero una sempre più crescente  venerazione. 

 La trionfatrice è sempre la Madre di Dio; che smaschera gli errori, confonde il nemico e finisce per cantare vittoria!

P. AMADIO M. TINTI 


lunedì 20 gennaio 2025

MARIA DEBELLATRICE DELLE ERESIE

 


Maria e la Iconoclastia 


Nel 715, dopo le varie vicende belliche nell'impero d'Oriente contro Giudei, Musulmani ed altri ribelli, Leone III l'Isaurico, riuscì trionfatore, e fu acclamato Imperatore di Costantinopoli. Sedeva allora sulla Cattedra di S. Pietro Gregorio II. Leone Isaurico si affrettò a scrivere al Papa professandosi perfetto ortodosso, tanto che Gregorio stesso si adoperò molto perché i Romani lo riconoscessero Imperatore, 

Dato il valore militare, di cui aveva dato evidente prova, e la pace che aveva procurato nell'impero, si era reso caro a tutto il popolo. Un solo difetto aveva manifestato sino dagli inizi del suo regno: un carattere piuttosto violento, tanto da costringere con la forza i Giudei e i Manichei ad abbracciare il cristianesimo. Ma i Giudei, sorretti dai Musulmani, per vendetta delle vittorie riportate da Leone, esigevano che prima obbligasse i cristiani a togliere le Immagini sacre da tutti i luoghi di pubblico culto. Così ebbe principio l'eresia degli iconoclasti: parola greca che significa spezzatori di immagini. E Leone Isaurico aderì alla proposta giudaica. 

Come spiegare questo mutamento nell'Imperatore? Leone Isaurico, in gioventù, per il mestiere di mercante che esercitava, aveva avuto molto a che fare con i Giudei, per aiuti materiali che da essi riceveva. Fatto Imperatore ed impegnato in guerre contro i Saraceni, ebbe bisogno di denaro. I Giudei furono pronti a darglielo, a patto però che perseguitasse il culto cristiano delle Immagini. (Mauri. Stor. Eccl. P. 1. p. 297). Occorreva almeno un pretesto per giustificare in qualche modo la lotta contro le Sacre Immagini. Fu trovato in quel passo della Sacra Scrittura che dice: «Non ti farai scultura, né immagine alcuna di ciò che è in cielo e in terra». (Esodo, 20. 4.). E nel decimo anno del suo regno, Leone Isaurico osò adunare il popolo nella Piazza principale di Costantinopoli per dirgli apertamente che costruire immagini e venerarle era una idolatria, era un tornare al paganesimo. 

A queste parole il popolo fremette di sdegno, e dignitosamente tacque. Ma non tacque il nonagenario S. Germano Patriarca di Costantinopoli, il quale così scrisse all'Imperatore: «Poiché il Figlio di Dio si è degnato di farsi uomo per la nostra salute, noi facciamo l'Immagine della sua Umanità per fortificare la nostra fede: con ciò noi abbiamo un maggior vantaggio per confondere i settari, che hanno insegnato una Incarnazione del Verbo puramente fantastica. Ed è appunto per questo, per rammentare con una fede sempre più viva sui grandi misteri che noi veneriamo l'Immagine di Gesù Cristo. 

«Neppure disdegnamo la figura della sua Santa Madre, per ricordarci che essendo una donna della nostra stessa natura, concepì e partorì l'Onnipotente. Così si dica delle figure dei Martiri, degli Apostoli, Profeti e di tutti i Servi di Dio che sono giunti a partecipare della eterna amicizia; e noi, con le loro Immagini, richiamiamo alla memoria le loro virtù e ci serbiamo portati ad implorare la loro protezione », (Henrion. Stor. Eccl. V. II.). 

Anche il pontefice Gregorio II scrisse energicamente due lettere all'Imperatore deplorando il movimento iconoclasta, ed esortandolo a desistere, ma inutilmente!... 

A Gregorio II successe poi Gregorio III, il quale, in un Sinodo tenuto a Roma nell'anno 731, lo colpì di scomunica. Ma Leone Isaurico fece il sordo ad ogni ammonimento, e perseverò nella sua malvagità sino alla morte, che avvenne il 18 Giugno 741. 

A Leone Isaurico successe il figlio Costantino Copronimo nell'anno 744. Questi fu molto più crudele del padre. Ma di lui parleremo più a lungo nel capitolo seguente. Per il momento  limitiamoci a ricordare le barbarie commesse dagli iconoclasti, distruggendo innumerevoli opere d'arte e torturando un gran numero di seguaci della dottrina e insegnamenti della Chiesa Cattolica. 

Fra i tanti fatti registrati nella storia, ne scegliamo uno, che ci sembra di non poter passare sotto silenzio. 

Costantino Magno aveva fatto dipingere nel vestibolo del suo palazzo un'Immagine di Gesù in Croce, in memoria del segno miracoloso che gli apparve in cielo nella battaglia contro Massenzio. 

Questa immagine era tenuta in grande venerazione dal popolo. Ma l'Imperatore Leone Isaurico diede ordine al suo scudiere, Giovino, di spezzare quella Immagine. 

Mentre lo scudiere saliva la scala e vibrò i primi colpi sul volto della Sacra Immagine, alcune donne presenti, nell'eccesso della loro indignazione, tirarono la scala al piede: Giovino cadde e rimase morto. Quelle donne furono condannate a morte; ma la Chiesa Greca le venera come martiri della fede cattolica. (Henrion. St. Univ. 5. 3). 

Un particolare accanimento però si mostrava contro le Immagini di Maria SS. ma, siccome quella che in Costantinopoli fruiva di una maggiore venerazione, perché il popolo si protestava di avere avuto, per intercessione della SS. ma Vergine, protezione e innumerevoli grazie. 

La Chiesa Cattolica, sin dal suo inizio, mai ha chiesto l'adorazione alla Vergine Madre di Dio. La Chiesa ha sempre insegnato una ben chiara distinzione nell'esercizio del culto. Il culto di «latria» dovuto a Dio solo quale creatore di tutte le cose, e al suo Divin Figliuolo Gesù. Il culto di «Dulia», prestato ai Santi e alle loro reliquie. Il culto di «Iperdulia», inferiore al culto di Latria e superiore a quello di Dulia, e si attribuisce alla SS. ma Vergine. Questo culto particolare prestato alla Vergine fu proprio quello che scatenò le furie dell'inferno, il più combattuto allo scopo, se fosse stato possibile, di schiantare dalla faccia della terra ogni venerazione alla gran Madre di Dio. 

Ma l'odio degli iconoclasti non ammetteva ragioni: voleva l'abolizione di tutte le Immagini Sacre, e specialmente quelle che raffiguravano la Vergine Santa. 

Ma quale ne fu il risultato? La lotta contro le Sacre Immagini provocò una reazione di fede e di santità, che accrebbe il culto alla gran Madre di Dio. Si potrebbe dire che la venerazione e l'amore a Maria SS. ma si raddoppiarono in ragione della profanazione e sacrilegi; ed i fedeli, anziché distruggere le devote Immagini della Madonna, le nascondevano nella certezza di poi esporle alla luce del sole, per la pubblica venerazione. E così avvenne. 

Condannata l'eresia (788), ogni casa divenne tempio e altare di Maria. In ogni crocicchio di città, sulle facciate delle case, sugli alberi delle foreste, nelle piazze l'Immagine di Maria SS. ma si vedeva ovunque, ed ovunque Essa riceveva gli omaggi della pietà cristiana e gli attestati della filiale devozione. 

Pareva proprio di vedere la Beatissima Vergine, quale esercito schierato a battaglia, mettere in fuga e disperdere il nemico. 

Così la Madre di Dio confondeva l'iconomachia, e confermava l'antica lode: «Gaude, Maria Virgo, cunctas haereses sola interemisti i nuniverso mundo». 

Anche il rinvenimento di antichissime Immagini della Madonna, trafugate o nascoste da quei cristiani in luoghi dove poi vennero dimenticate, poté dirsi un trionfo di Maria SS. ma; poiché Iddio vendicò l'oltraggio recato alle Immagini della sua SS. ma Madre, permettendo che proprio quelle fossero in modo particolare rimesse in venerazione e ridestassero quella fede che opera miracoli. 

Furono proprio quelle Immagini che, trasportate poi in Occidente, diedero motivo alla erezione di insigni Santuari consacrati alla Vergine Santa, e dai quali Essa effondeva, come effonde tuttora, i tesori delle sue grazie e la sua Materna misericordia. 

Così si accrebbe sempre più il culto alla gran Madre di Dio, e con esso, l'amore al suo Divin Figliuolo Gesù e l'attaccamento alla Santa Chiesa. 

 Si può quindi concludere con le parole di S. Grignon di Monfort: «Per la SS. ma Vergine, Gesù Cristo è venuto al mondo, e per Lei vi deve regnare. La salute del mondo ebbe principio da Maria, e deve essere consumata mediante Maria... Per questo Iddio volle che la sua SS. ma Madre fosse più amata e più onorata che mai...». (Trat. de vera dev. a Maria).

P. AMADIO M. TINTI DEI SERVI DI MARIA 


venerdì 30 agosto 2024

MARIA DEBELLATRICE DELLE ERESIE

 


Maria e i Monoteliti   

 

Maria e i Monoteliti La Chiesa ha sempre ritenuto che in Gesù Cristo vi è una sola persona in due nature: la Persona seconda della SS. ma Trinità, cioè il Verbo con la natura divina e umana. Perciò Egli è vero Dio e vero Uomo, in quanto che ha assunto il corpo umano con l'anima ragionevole. Conseguentemente vi sono in Lui anche due volontà: la volontà divina e la volontà umana. Ma la volontà umana non ha in Lui la persona umana che la esercita; bensì viene esercitata dall'unica persona Divina, cioè dal Verbo. Spieghiamo questa dottrina. La volontà è una facoltà generale della nostra natura, che non va confusa con la persona che la esercita. Il pensiero è di S. Giovanni Damasceno: «Il volere, egli dice, è cosa propria di ogni uomo, una facoltà della natura umana in generale. Ma volere questo o quello, volere in questo o in quel modo, è diverso in ogni uomo e riguarda la personalità» (De duabus volunt, c. 23). «Se per avere assunta la natura umana, dice il Card. Lèpicier, il Figlio di Dio non è andato soggetto ad alcuna diminuzione di ciò che riguarda la natura Divina, a cui è propria la volontà, alla pari assumendo la natura umana perfetta, ha pure assunto la volontà umana, che è della nostra natura perfetta, come l'intelletto. E' quindi chiaro che Gesù Cristo, con le due nature perfette, possiede anche le due volontà» (Lèpic. De Verbo Incar. P. 2. p. 55). E' verità di fede. Così fu definita nel Concilio Lateranense, sotto Martino I, e nel Concilio Costantinopolitano III: «Si quis non confitetur proprie e vere duas eiusdem et unius Christi Dei voluntates, similiter et operationes cohaerentes unitas, divinam et umanam, anathema sit» (Can. X). Contro questa verità di fede, dopo circa due secoli di tentativi con i Monofisiti, per opera di Sergio, Patriarca di Costantinopoli, nel 618, si venne ad ammettere che in Cristo vi erano sì due nature, ma una sola era l'operante, la Divina, perché, secondo Sergio, la natura umana restava inerte. Così si insegnava di riconoscere in Cristo un'unica operazione e un'unica volontà. Per questo i seguaci di questa eresia furono detti «Monoteliti». Questa dottrina, anzitutto, è contro l'insegnamento della teologia cattolica. Dice infatti S. Tommaso che «la volontà è la compagna necessaria e indispensabile della intelligenza»: Voluntas conseguitur intellectum. (Summ. P. I. q. 19. art. 1.). Diversamente l'intelligenza non potrebbe fruire di ciò che conosce. Ora avendo Gesù Cristo la nostra natura perfetta, vi ha, in Lui una volontà umana, come vi è una intelligenza umana. «Poiché è vero che il Verbo di Dio ha preso la mia natura, io vi debbo riconoscere tutte le facoltà essenziali dell'anima umana: se ne mancasse una sola, l'opera della mia rigenerazione sarebbe incompleta; perché, secondo l'energica parola di un antico avversario del monotelismo, ciò che Cristo non assunse, non fu nemmeno risanato. Di più, l'opera della mia rigenerazione sarebbe impossibile, perché essa si compie per i meriti di Cristo, e Cristo non merita che con la sua volontà umana». (In disput. cum Pyrrho). Infatti i meriti di Gesù Cristo non appartengono alla Divina natura, ma solo all'umana e propriamente alla umana volontà. La persona Divina non fa che dare il merito infinito alle azioni proprie dell'umana natura. Ciò premesso, viene spontaneo domandare: Qual parte può avere qui la SS. ma Vergine quale Madre di Dio? Non crediamo sia fuori posto tener presente che nella Incarnazione del Verbo Divino, Dio stesso non volle assumere la natura umana senza venire a trattative con la Santa Vergine. In Lei Dio poteva influire sopra il suo consenso, facendogliene una legge: poteva anche nasconderle interamente l'operazione del mistero: poteva anche formare da Lei il secondo Adamo (Gesù), come aveva fatto la donna dal primo Adamo; in questo caso la Vergine sarebbe stato strumento passivo. Ma no: Iddio volle invece assoggettare a Maria la sua stessa sovranità. Egli fece una proposta, sciolse la difficoltà che presentava Maria, e aspettò il di Lei consenso. Dato il consenso, il Verbo Divino assunse la nostra natura dal seno purissimo della SS. ma Vergine. Ed ecco Iddio che si assoggetta al consenso e alla voce di una sua creatura, per cui S. Bernardino da Siena dice: «Alla B. V. sono soggette le creature e Dio». (Sermo 1. art. 1. 4.). Parlando poi della volontà umana in Gesù Cristo, non vogliamo dire che essa abbia il diritto di comandare ai movimenti che si oppongono all'azione di tutte le leggi, cioè a far miracoli, che è proprio di Dio; ma vogliamo dire che la volontà dell'Uomo-Dio, per la ragione della Unione Ipostatica, partecipa a questo diritto in tutte le meraviglie operate da Gesù Cristo. Quando Gesù disse al cieco: «Vedi», al sordo: «Odi», allo zoppo: «Cammina», al paralitico: «Lèvati», al malato: «Guarisci», al morto: «Vieni fuori», al pane: «Moltiplicati», al mare: «Taci», al demonio: «Vattene», allora era la volontà umana che comandava unita alla volontà divina in cui risiede il potere dei miracoli. Questa forza divina, passando per la sua volontà umana, penetra nella Umanità Sacratissima di Gesù, e si fa sentire persino nel lembo delle sue vesti. Nel Vangelo abbiamo altri fatti dai quali si rileva quando Gesù abbia operato con volontà Divina e con volontà Umana. Ed è la Beatissima Madre sua che ci svela questa distinzione. Operò con volontà Divina quando Gesù disse a Maria nelle Nozze di Cana: «Quid mihi et tibi, mulier?». (Giov. 2. 4.), perché si trattava di compiere un miracolo, che conveniva a Cristo come Figlio del Padre celeste, e non come Figlio di Maria. Nelle cose invece che convenivano a Lui come Figlio di Maria, si manifestava a Lei obbediente, secondo la natura umana. Così operò con volontà umana quando la Madre sua SS. ma lo adagiò sulla paglia nel Presepio, quando si lasciava stringere tra le di Lei braccia, quando lo nutriva del proprio latte, quando lo trafugò in Egitto, quando col proprio lavoro gli confezionava i vestiti. E in molte altre cose di cui il Vangelo tace, ma non le esclude, Gesù muoveva la sua volontà umana come quando dice: «Erat subditus illis». (Luc. 1. 2.). Maria SS. ma dunque non è del tutto estranea alla questione; non perché presenti motivi di vera e stretta persuasione, ma perché dalla sua convivenza con Gesù, svela moltissimi casi in cui il suo Divin Figliuolo Gesù operava e con volontà Divina e con volontà Umana. La SS. ma Vergine quindi, per la sua Divina Maternità, di fronte all'operato del Figlio suo, può essere sempre una confutazione all'errore dei monoteliti. In fine, non possiamo trascurare quel passo del Vangelo che mette in maggiore evidenza la vera volontà umana in Cristo, il fatto cioè del Getsemani. Di fronte alla prospettiva delle sofferenze e della morte di croce, del tradimento di Giuda, dell'abbandono degli Apostoli, del deicidio e della infedeltà dei suoi connazionali, Gesù provò sentimenti di tristezza, di angoscia, ripetendo quelle parole: «Padre, se è possibile, allontana da me questo calice: però non si faccia la mia, ma la tua volontà». (Luc. 22. 42.). Come ogni altro uomo, in quella circostanza il Signore sentì tutta la ripugnanza per la sofferenza e per la morte; ma poi, alla vista della efficacia del suo Sacrificio, accettò il piano della Redenzione. Ora tra quello che si rileva da quanto attesta il Vangelo e da quanto si può desumere dalla Divina Maternità di Maria, vi è una perfetta armonia. Fissare la mente sulla Beatissima Vergine, vuol dire crescere sempre più nella cognizione di Gesù, non escluso ciò che si riferisce all'esercizio delle due volontà esistenti in Lui. Così Maria concorre, unitamente al Vangelo, a dissipare l'eresia dei monoteliti.

P. AMADIO M. TINTI 

venerdì 3 maggio 2024

MARIA DEBELLATRICE DELLE ERESIE

 


Maria, difesa di Gesù 


Nel sesto secolo della Chiesa non vengono registrate eresie propriamente dette; solo si ristudiano le precedenti, tentando di dare loro, sotto aspetti diversi, una più mitigata interpretazione. La stessa condanna data alle eresie dai Concili Ecumenici, il più delle volte serviva ad alcuni per modificare le frasi ereticali, sforzandosi di conciliarle con i dogmi cattolici. Però spesso avveniva che per correggere un errore, si cadeva in altri nuovi. Questo avvenne anche con gli eutichiani, i quali si divisero in varie sette, e si diffusero un po' dappertutto nell'Oriente. 

I primi furono gli Acefali. 

Gli Acefali, così detti perché per diverso tempo rimasero senza un proprio capo, erano eutichiani spinti, e sostenevano che nel Concilio di Calcedonia, Eutiche non fu apertamente e chiaramente condannato, perché in quel Concilio diversi Padri si riservarono di esaminare più attentamente la lettera che il Papa Leone aveva scritto, e questi Padri, nonostante la loro riserva, non furono allontanati dalla assemblea. Dunque, dicevano gli Acefali, molti Padri dubitarono che la lettera del Papa potesse essere soggetta a qualche errore; quindi esigevano che venisse condannato il Concilio di Calcedonia, risultando almeno dubbia la condanna di Eutiche. 

A questa obbiezione si può rispondere che i molti Padri, i quali vollero meglio controllare la lettera del Papa Leone, non fu perché dubitassero della genuina dottrina del Sommo Pontefice, ma solo ex linguae obscuritate, cioè perché non avevano compreso bene la lingua latina, e non perché dubitassero che fosse falsa la dottrina del Papa (Pighi T. 1. p. 276). Ma gli Acefali continuarono ad insegnare che in Cristo esistessero le due nature solo prima della unione del Verbo, e dopo l'unione rimase solo la natura Divina. 

Condannata questa eresia, come si è già detto, sorsero i Corrutibili, i quali, volendo correggere l'errore, dicevano agli Acefali: Voi, siete in errore, perché Gesù Cristo fu vero uomo, ma soggetto a tutte le infermità umane, compresa la corruzione. 

Contro questi, sempre con l'intento di correggere l'errore, seguirono gli Incorruttibili, i quali affermavano che Gesù Cristo aveva una natura umana apparente, quindi era incorruttibile. Ma voi tutti, Acefali, Corruttibili e Incorruttibili siete nel falso, dissero gli Agnoeti, imperocchè si deve riconoscere in Gesù Cristo, oltre alla natura Divina, anche la natura umana identica alla nostra, fuorché nel peccato: solo si deve ritenere che avesse una scienza limitata e difettosa. Infatti, dicevano gli Agnoeti, quando gli Apostoli domandarono a Gesù quando sarebbe avvenuto il giorno del Giudizio universale, Egli non lo disse perche lo ignorava (Pighi Hist. Eccl. T. 1. p. 200). 

Seguirono altre sette, ma tutte provenivano dalle controversie Cristologiche delle precedenti eresie. 

Certo furono quelli tempi di grandi lotte e sofferenze per la Chiesa! E tutto aveva origine dal fatto di non approfondire il privilegio della Divina Maternità di Maria SS. ma. Gli eretici, disgraziatamente, si figuravano la Vergine Maria come una donna qualunque e madre ordinaria, o al più madre di un grande uomo, che aveva concepito e partorito senza saperlo, senza alcun merito personale e senza alcuna partecipazione alla grandezza del suo figlio, di cui essa, come asseriscono gli eretici, non è che una superflua rappresentazione. 

Con questi concetti, troppo umani, quale meraviglia se poi, senza un minimo di ragionamento sui caratteri singolari di questa Maternità Divina, gli eretici, di cui non pochi hanno spiccato  per la loro intelligenza, sono caduti in gravissimi errori, circa la persona del nostro Signore Gesù Cristo? E' vero, il titolo di Madre di Dio, specialmente nei primi tempi della Chiesa, poteva dare l'idea di un assurdo, ma se fosse stato esaminato spassionatamente e approfondito, come fecero i santi Padri, si sarebbe trovato che nulla vi è di più esatto per raggiungere la verità. 

Basta osservare gli annali religiosi dei popoli per trovare, nel fondo delle loro credenze, la convinzione sulla promessa fatta da Dio, che una vergine avrebbe concepito e dato alla luce un figlio.

L'empio Supuis, nella sua opera su l'origine dei culti, mentre credeva di gettare dubbi e incertezze sul cristianesimo, mostrando come tra le favole pagane e i misteri cristiani esistessero molte analogie, provò che in tutti i mistici del mondo era comune l'oracolo: «Una Vergine concepirà e partorirà»; ed il suo sistema anziché nuocere, servì ad illustrare maggiormente la verità. 

Già si sapeva da Tertulliano che il paganesimo conservava alcuni avanzi delle antiche tradizioni, e che molto era stato attinto dai libri santi, per ornare le sue favole (Apolog. c. 47). Boulanger, altro miscredente, nella sua «antichità svelata», osserva che l'aspettazione del liberatore era talmente sparsa nel mondo antico, che poteva dirsi Chimera universale, mantenuta da una moltitudine di oracoli incomprensibili: che tutti accennavano la Giudea come il polo di speranza. 

Questa aspettazione la troviamo anche noi espressa da Tacito e da Svetonio, i quali ne assegnavano la fonte antica nei libri sacerdotali degli ebrei. 

Anche le antichità galli che vennero a confermare questi documenti storici. L'origine «Druidica» della devozione a nostra Signora di Chartres, è dimostrata da una iscrizione trovata sopra un altare pagano: «Virgini Pariturae Druides». Ciò faceva dire all'Olier «che questa devozione era la prima del mondo per la sua antichità, perché è stata eretta per profezia» (Olier. T. 1. p. 69). 

Ma molto più importante è quello che i santi Padri hanno preso dalle Sacre Scritture: Simboli e figure che, se preannunciavano il Salvatore del mondo, preannunciavano pure la Divina Madre Maria, come ebbe a dire S. Pio X: «L'adempimento delle figure e degli oracoli, dopo Cristo, lo troviamo in Maria» (Encic. Ad diem illum). 

Si attenda a quello che scriveva S. Giovanni Damasceno: «Voi, o Maria, siete quel regio solio a cui gli Angeli fecero corona, scorgendovi assiso il loro Signore e Creatore. Figura Vostra fu quell'arca per cui fu salva la seconda generazione del mondo. Voi delineò il Roveto, Voi espresse la Tavola scritta dal dito di Dio, Voi preconizzò l'Arca della legge, l'aurea Urna, il Candelabro, la Mensa, la Scala di Giacobbe ecc.» (Orat. in Deip). 

Associata a tutte le sorti del Salvatore del mondo, Maria non poteva considerarsi da Lui disgiunta in alcun momento; e la Chiesa, custode e maestra della verità, ha sempre insegnato che la Divina Maternità dì Maria SS. ma è, in ogni tempo, argomento irrefutabile della vera Umanità e Divinità del suo Figliuolo Gesù; ed ogni qual volta si intaccavano queste verità, la Chiesa adunava Concili, fulminava anatemi, censurava Vescovi, non risparmiava chi era investito delle più alte dignità, li scomunicava e li deponeva. Questo non già perché la Maternità Divina di Maria fosse una credenza nuova, ma perché faceva parte di quella fede di cui la Chiesa è la vera ed unica depositaria. 

La Madre di Dio è e sarà sempre la sentinella posta a difesa del suo Divin figliuolo e nostro Signore Gesù Cristo. 

Tertulliano diceva: «Il raggio di Dio, Figlio dell'eternità si è spiccato egli stesso dalle celesti altezze, come era stato predetto: infine egli è disceso, si è posto sopra una fronte verginale, ed il Verbo si è fatto carne, e il gran mistero del genere umano si è adempiuto: Noi adoriamo un Uomo-Dio» (Tert. De Resur. n. 7). 

Ma chi ci convince a questa adorazione? Maria, la Madre di Gesù! 

E' sempre Lei che ci presenta il suo Figlio vero Dio e vero Uomo. 

In qualunque momento si consideri la Vergine Santa, o con Gesù nel seno, o con Gesù Bambino tra le braccia, o ai piedi della Croce, Maria ne proclama sempre la Divinità e l'Umanità. 

 Per Mariam ad Jesum!

P. AMADIO M. TINTI 

giovedì 24 agosto 2023

MARIA DEBELLATRICE DELLE ERESIE

 


Maria e gli Eutichiani   

  

   Stante l'universale e ferma credenza dei fedeli nella Divina Maternità di Maria SS. ma, non  reca meraviglia che in tutto il mondo, cattolico si levasse un grido di santa indignazione  quando Nestorio, con la sua lingua rigonfia di veleno, osò lanciare la immonda sua bava  contro la Beatissima sempre Vergine Maria, tentando di strapparLe dall'augusta fronte il  glorioso diadema di Madre di Dio. 

Ma, purtroppo, anche dopo la condanna del Concilio di Efeso, Nestorio non cessò di  diffondere la sua eresia. E i santi Padri, da parte loro, non cessarono mai dal combattere la  perversa dottrina. 

Se non che, tra coloro stessi che combattevano Nestorio, vi fu anche chi cadde in nuove  eresie. Tra questi, in modo speciale, va ricordato un certo monaco di nome Eutiche. 

Eutiche nacque a Costantinopoli nel 378. Ancora giovane di età, abbracciò la vita Religiosa in  un Monastero situato nei dintorni della città natale. Ebbe come maestro un certo Massimo,  acerrimo avversario del nestorianismo, e seppe infondere nel discepolo l'odio contro l'eresia.  Divenuto Sacerdote ed eletto Superiore del suo Monastero, Eutiche si gettò a capofitto nelle  controversie dottrinali del tempo, mentre la prudenza avrebbe dovuto suggerirgli il silenzio,  data la sua scarsa conoscenza teologica. Comunque, al tempo del Concilio di Efeso, dove  Nestorio venne condannato, si unì ai Monaci della capitale e guidato dall'abate Dalmazio,  appoggiò S. Cirillo di Alessandria. 

Morto Dalmazio, Eutiche divenne una delle più nobili figure del Monachismo. Il suo prestigio  si accrebbe ancor più quando salì al potere, come ministro dell'imperatore, un certo Crisafio,  che egli aveva tenuto al Battesimo. 

Però questo stroncatore di eretici, non era un ortodosso puro...!  

Eutiche infatti finì per iscrivere tra i nestoriani tutti coloro che professavano due nature in  Gesù Cristo, dopo l'unione. 

All'opposto di Nestorio, Eutiche insegnava che in Cristo esistevano sì due nature complete,  ma solo prima della unione della umanità con la divinità. Dopo il mirabile connubio, non  rimase che la natura Divina. L'umanità di Cristo non sarebbe quindi stata della stessa natura  degli altri uomini, e Maria fu solo veicolo, non generatrice del Corpo del Signore (Enciclp.  Catt.). 

Chi intuì la nuova eresia, fu Eusebio, Vescovo di Dorilea (in Frigia), già amico di Eutiche.  Provò il buon Vescovo di richiamare l'amico a migliori consigli, ma Eutiche si mostrò sempre  irremovibile: e fu allora che Eusebio si decise di denunciarlo alla Chiesa. 

In un Concilio, raccolto in Costantinopoli, di 32 Vescovi, Eutiche fu invitato dai Padri a  giustificarsi; ma per sei giorni non comparve, allegando pretesti di età e di salute. Finalmente  si presentò e, dietro richiesta, fece aperta dichiarazione della sua dottrina: «Credo in Cristo  due nature prima dell'Incarnazione; una sola dopo l'Incarnazione». Duplice bestemmia: una  col dire che Cristo esistette anche prima della Incarnazione del Verbo, come semplice uomo,  e con questo è negata la Divina Maternità di Maria; l'altra nel dire che dopo l'Incarnazione, in  Cristo non esiste la natura umana, e con questo si viene a negare la redenzione del mondo. 

I Vescovi presenti, con tutta la paternità e dolcezza, cercarono di persuadere Eutiche,  presentandogli e spiegandogli la dottrina cattolica, ma Eutiche, irremovibile, si rifiutò di  accettarla. Fu allora che i Padri del Concilio lo scomunicarono, lo deposero dal Sacerdozio e  dalla carica di Superiore del suo Monastero (Mauri Lez. St. ecc, P. 1. p. 219). 

Nel 449, con mille intrighi, l'eresiarca riuscì a farsi riabilitare presso l'Imperatore con  l'appoggio di Crisafio, ma fu un successo di breve durata. Nel 451, nel Concilio di Calcedonia,  mentre i suoi scritti furono gettati nel fuoco e Crisafio condannato a morte, Eutiche fu  nuovamente condannato e cacciato dal suo Monastero (Enciclp. Catt.). 

Anche in questa eresia, è la Beatissima Vergine Maria che viene intaccata nella sua Divina  Maternità; ma sarà proprio Essa che interverrà ancora una volta a sgominare l'eresia e a far  risaltare la verità. 

La condanna di Eutiche, fu il trionfo di Maria Vergine, e, per Lei, la Chiesa diffuse  maggiormente le glorie della Madre di Dio, che si mostrò, come sempre, distruggitrice  dell'errore e difesa della verità. 

Ecco infatti i santi Padri che, esprimendo il pensiero della Chiesa, con i loro scritti diffondono  gl'insegnamenti della fede. 

Fra i tanti, citiamo Tertulliano, figura di primo piano fra i rappresentanti del pensiero cristiano  latino nei primi secoli. Quando parla di Gesù Cristo che ha preso la nostra carne da Maria,  così si esprime: «Dio volle strappare dagli artigli infernali l'immagine sua e la sua somiglianza  impressa nella natura umana... Eva, cacciata dal Paradiso, fra i dolori generò un figlio  fratricida: Maria Vergine, per contrario, diede alla luce Colui che, con la sua morte, avrebbe  un giorno salvato Israele, suo fratello e suo uccisore» (De carn. Chr. 17.32). 

Ma come avrebbe potuto Tertulliano chiamare Israele fratello di Gesù Cristo, senza  ammettere in Cristo la natura umana? Se l'uomo doveva riparare l'offesa fatta a Dio, come  avrebbe potuto Gesù Cristo salvare Israele, cioè l'umanità intera, se non era un vero uomo?  Non diversamente si esprime S. Anselmo Cantuariense: «Si ammiri quell'Unigenito Figliuolo  consustanziale di Dio Padre, coeterno, Coonnipotente, di sua sostanza! Ora questi, come  unico a sé, non volle il Divin Genitore che rimanesse unicamente suo; ma volle che quel  medesimo divenisse, con tutta verità, Unigenito e Figlio naturale della Vergine: non nel senso  che fossero due, uno Figlio di Dio e l'altro Figlio di Maria; ma quello stesso che è Figlio di Dio  Padre, fosse pure Figlio di Maria, e quegli che è Figlio di Maria, sia Figlio di Dio» (De excell.  B. V. c. 3). 

Non meno bello e chiaro è il commento che S. Ambrogio fa sulle parole del Profeta Isaia  «Flos de radice eius ascendet». (c. 2.1). Dice il Santo Dottore che «Maria è la radice e Gesù  il fiore». Giustamente si chiama Maria Radice da cui venne Gesù Cristo, che tolse il fetore  delle mondane brutture ed infuse un profumo di vita eterna. E con la figura del fiore che,  attraverso lo stelo, è unito alla radice, S. Ambrogio vuole farci conoscere l'intima unione che  esiste tra il Cristo e la Vergine sua Madre. La Beatissima Maria produce il fiore bellissimo dei  campi, e questo moltiplica sulla terra rose e gigli. 

Cosa poteva dirsi di più per esprimere che in un solo e medesimo decreto si dichiari l'unione  della Vergine con Cristo nella grande opera della santificazione del mondo? 

«A questa grande opera, dice il celebre Abate di Preneste, era necessaria la radice di Iesse,  dalla quale doveva nascere quel frutto che, gustato, non recasse la morte, ma ridonasse la  vita» (In Deip. Ann.). 

A queste affermazioni, si potrebbero aggiungere i detti di altri Padri e Dottori Ecclesiastici, dei  quali si è parlato confutando le precedenti eresie. Tutti sono concordi nell'esporre la dottrina  della Chiesa, e cioè che dalla Maternità Divina della Vergine Maria scaturisce la verità:  «Cristo è vero Dio e vero Uomo»! 

Ora se noi troviamo che i Padri presentano Maria SS. ma come opera coordinata ab aeterno  al Divin Salvatore, e, come Lui, così la Vergine uscita dalle mani di Dio per la riparazione e  salute del genere umano, ben si comprende perché la Chiesa Cattolica sia tanto propensa ad  onorare ed esaltare Maria, e come dopo Gesù, riporre in Lei ogni sua speranza. 

Su l'esempio della Chiesa, cerchiamo anche noi di onorare ed ossequiare la Madre di Dio  quanto più possiamo, ed in ogni nostra necessità, ricorriamo a Lei e riponiamo nel suo Cuore  materno la nostra fiducia. 

     Indubbiamente dobbiamo compassionare Eutiche, che fu più ignorante che colpevole.  Ebbe il gravissimo torto di volersi occupare di teologia, nonostante la sua impreparazione; e  giustamente S. Leone Papa disse di lui: «Fuit multum imprudens et nimis imperitus» (Epis.  28). 

P. AMADIO M. TINTI 


mercoledì 4 gennaio 2023

MARIA DEBELLATRICE DELLE ERESIE

 


Maria e i Nestoriani 

   Fino al secolo quinto tutte le eresie si erano concentrate a negare chi l'umanità e chi la  Divinità di Gesù Cristo; solo indirettamente si colpiva la Maternità di Maria SS. ma. Ed i Padri  si erano serviti del dogma della Maternità Divina per combattere gli errori precedenti,  dimostrando, attraverso la Maternità di Maria, che Gesù Cristo è vero Dio e vero Uomo.  Quindi la Maternità della Madonna aveva servito di contraccolpo alle eresie. 

La fede nella Beatissima Vergine Maria, quale Madre di Dio, era giunta nel suo pieno  splendore, allorché sorse un nemico ad assalirla. 

Questo nemico fu Nestorio, nato ad Efeso verso la fine del secolo quarto, passò ad Antiochia  per studiare la dottrina Cristologica. 

Scelto da Teodosio II a successore di Sisinnio nel Patriarcato di Costantinopoli, ne prese  possesso il 10 Aprile 428. Si distinse per lo zelo contro gli eretici, e indusse l'imperatore ad  emanare un decreto contro di essi. Era di ingegno mediocre, ostinato e caparbio, duro e  violento contro i suoi avversari. (Encicl. Catt.). 

Ma ciò che interessa a noi in questo momento è la sua dottrina Mariana. Nestorio negava la  Divina Maternità di Maria. Secondo lui, Cristo è un uomo come noi, e la sua natura umana ha  la sua specifica personalità. Però nell'uomo Cristo, vi è il Figlio di Dio, ma vi abita solo come  in un tempio. Quindi Cristo e il Verbo sono due persone distinte, e per la loro unione  puramente accidentale non può attribuirsi l'operazione della persona umana alla persona  divina e viceversa, Da ciò ne deriva che Maria non può essere Madre di Dio, ma  semplicemente Madre del Cristo. Di conseguenza, secondo Nestorio, solo il Cristo è  Redentore e Vittima, non il Figlio di Dio, che è in Lui, perché, essendo Dio, in nessun modo  può essere Vittima (Pighi V. 1). 

In questa dottrina sembra proprio di vedere il serpente infernale che, reso impotente nella  battaglia contro l'Uomo-Dio, si rivolge a mordere il calcagno di Maria Madre di Dio: ma  invano! 

L'espressione: «Madre di Dio», o Deipara o «Theotocos» era già da tempo diffusa nella  Chiesa. Lo attestano le pitture trovate nelle Catacombe e negli scritti dei santi Padri. La  stessa città di Costantinopoli, sede Patriarcale di Nestorio, era chiamata «Città di Maria», per  la solenne dedica che ne aveva fatto Costantino per esaltare la Madre del Salvatore. Tuttavia  davanti agl'insegnamenti di Nestorio, i fedeli, quasi disorientati, si domandavano: ma questo  nome di Madre di Dio, si deve dare alla SS. ma Vergine o glielo si deve rifiutare? Nestorio  insistentemente rispondeva che non le si doveva dare, perché, aggiungeva, Maria è  solamente Madre del Cristo-Uomo, e quindi la si deve chiamare Madre del Cristo.   

Si giunse alla festa della Annunciazione di Maria SS. ma del 429. Nestorio invitò il Vescovo  Proclo, suo suffraganeo, a parlare al popolo della Beatissima Vergine Maria. Proclo,  consapevole della dottrina di Nestorio, accettò l'invito con l'intenzione di smascherare l'eresia  del Patriarca. 

Nella bella esaltazione che Proclo fece della Beatissima Vergine, uscì in queste espressioni:  «Dire che Gesù Cristo è un puro uomo, è essere ebreo; dire che egli è solo Dio e non uomo  insieme, è essere manicheo; insegnare che Cristo ed il Verbo Divino sono due persone, è  essere separati da Dio» (Lab. Concil. Ephes. p. II). 

Nestorio, presente al discorso, non poté accettare lo scorno, e osò riprendere l'oratore  esclamando: Anatema a colui che dice essere Maria Madre di Dio! 

A tale bestemmia, tutto il popolo ad una voce emise un alto grido, e fuggì dalla Chiesa ove  non tornò più (A. Nicolas). 

Frattanto S. Cirillo, Patriarca di Alessandria, conosciuti gli scritti di Nestorio, che erano stati  portati in Egitto, cominciò a confutarli; e finì col ricorrere a Celestino Papa. In un Concilio,  tenuto a Roma nel 430, Celestino condannò Nestorio e gli intimò di ritrattare la sua dottrina,  pena la deposizione dal Patriarcato. Ma Nestorio non cedette, e nel Giugno 431, per volere di  Papa Celestino, in accordo con l'imperatore Teodosio, consenziente lo stesso Nestorio, fu  tenuto un Concilio in Efeso dove, alla presenza di 120 Vescovi e dei Delegati del papa,  Nestorio venne condannato. 

Sono noti gli applausi entusiastici che in quella circostanza echeggiarono a tale condanna, e  come tutta la città gioisse alla decisione di dovere chiamare Maria «vera Madre di Dio». Così  alla Beatissima Vergine Maria veniva conservato, con solenne trionfo, quel culto che Nestorio  avrebbe voluto rapirLe. 

Soltanto una mente diabolica può arrivare a negare la Divina Maternità di Maria. Basta  leggere qualche brano del Vangelo per convincersi di questa verità. 

Quando l'Arcangelo S. Gabriele disse a Maria: «Tu sei benedetta fra tutte le donne», (Luc. 1.  28) vuol dire che vedeva in quella Verginella una creatura elevata ad una dignità superiore  alla stessa dignità angelica. S. Elisabetta, per impulso dello Spirito Santo, chiama Maria 

Madre del Signore: «Unde hoc mihi ut veniat Mater Domini ad me?» (Luc. 1. 43). E' vero, il  Vangelo non chiama mai espressamente Maria Madre di Dio, però in più luoghi insinua  questa verità. S. Matteo (1. 18). chiama Maria Madre di Lui (Gesù). I Magi entrarono nella  casa e «trovarono il Bambino con Maria sua Madre» (Mat. 2.11). Si facevano nozze in Cana  di Galilea, e la Madre di Gesù era là...» (Giov. 11.1). Presso la Croce di Gesù stava sua  Madre (Giov. 29.29). Maria dunque è la Madre di Gesù...! 

Se chi in Lei si è incarnato, se chi è nato da Lei, è vero e naturale figlio, Gesù, vero Figlio di  Dio, con tutta ragione e nel senso proprio, Maria è vera Madre di Dio. La natura umana che il  Divin Verbo, incarnandonsi, assunse dalla Vergine Maria, non esistette mai da sola, né vi fu  mai la persona umana, ma solo la persona Divina e quindi sino dal primo istante di sua  esistenza la natura umana fu ipostaticamente unita alla Divinità. Di conseguenza sino da quel  primo istante il Figlio di Dio fu pure Figlio di Maria. E' vero che Ella ha somministrato solo la  natura umana, ma questa era stata, sino dal primissimo istante, elevata all'unione ipostatica e  divenuta vera natura del Verbo Incarnato. 

   Questo fu sempre il senso comune dei Padri e scrittori ecclesiastici, e quindi di tutta la  Chiesa, chiamare Maria «Deipara», Madre di Dio. 

    Ora, quod ubique, quod semper, quad ab omnibus creditum est, è verità cattolica.  

P. AMADIO M. TINTI

domenica 9 ottobre 2022

MARIA DEBELLATRICE DELLE ERESIE

 


MARIA DEBELLATRICE DELLE ERESIE 


Maria e gli Ariani 

Quando i platonici udirono, per la prima volta, l'Evangelista S. Giovanni esclamare: «In  principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum et Deus erat Verbum», (Giov. 1. 1.) si  sentirono ridestare come da un profondo letargo: il loro animo si scosse, e manifestarono un  singolare entusiasmo per Iddio; non pochi giunsero sino all'eroismo nell'amore al Signore. 

La cognizione del Figlio di Dio porta sempre ad una maggiore conoscenza delle cose divine.  Ma quando l'Evangelista aggiunse «Et Verbum caro factum est», (Giov. 1. 14) molti si  rifiutarono di piegare le ginocchia, spinti dal falso principio che è troppo ripugnante pensare  ad un Dio fatto uomo, e morto ignominiosamente su di una croce! 

S. Agostino, parlando di costoro, diceva: «Questi sapienti si vergognano di uscire dalla  dottrina di Platone, per farsi discepoli del Cristo. Cotesti superbi hanno a vile di prendersi a  maestro Dio, solo perché il Verbo si è fatto carne ed ha abitato fra noi... Arrossiscono del  medico che li potrebbe salvare». (Città di Dio. 10.29.). 

Non sempre, è vero, si arriva a negare interamente tutte le verità della fede: comunque è  indiscutibile che anche negandone una sola, è naufragare in fide.  

Siamo al terzo secolo. L'eresia principale che ha dato uno speciale carattere tutto proprio a  questo secolo, è quella di Ario. 

Secondo alcuni, Ario sarebbe nato ad Alessandria d'Egitto nel 280. Secondo altri, in Libia nel  256. Fu un uomo molto dotto, eloquente, astuto e superbissimo. Secondo questi scrittori,  dalla Libia si sarebbe portato ad Alessandria, dove era Vescovo un certo Pietro, che poi morì  martire. 

Ario sarebbe stato seguace della dottrina degli antitrinitari. Come tale fu scomunicato dal  Vescovo di Alessandria. Pentito e riconciliato, arrivò ad essere consacrato Diacono. Ricaduto  in errore, nuovamente fu condannato. Morto il Vescovo Pietro, fu eletto a successore, il prete  Alessandro. Per alcuni anni, Ario visse in buona armonia col suo Vescovo, tanto che nel 312  venne ordinato Sacerdote, e gli fu affidata la chiesa di Baucali. Se non che tra il 318 ed il 320,  cominciò a spiegare ai fedeli la Sacra Scrittura, esponendo teorie contrarie a quelle che si  insegnavano in Alessandria. 

Ario ragionava così: Il Padre ha generato il Figlio; ora chi è generato, comincia ad essere,  non era prima, quindi non è eterno. Dunque il Figlio o Verbo Divino non è eterno, non è di  sostanza divina; non è Dio, ma creatura, la prima creatura, fatta prima di ogni altra cosa, e  dalla quale il Padre si servì per creare le altre. Affermava inoltre che lo Spirito Santo era una  creatura del Verbo...! Conclusione? Maria SS. ma non è Madre di Dio...! 

Il Vescovo Alessandro, dopo avere dato prova di molta pazienza, respinse le concezioni del  prete Ario. Ma questi, non curante dei richiami del suo Vescovo, si mise in cerca di appoggi  tra gli altri Vescovi, e li trovò nei Vescovi Eusebio di Nicomedia e nell'altro Eusebio di  Cesarea. Per loro mezzo, riuscì ad ottenere il favore dell'imperatore Costantino Magno.  Questi, tempestivamente avvisato da Osio Vescovo di Cordova, dell'errore di Ario, convocò il  Concilio Ecumenico di Nicea nel 325, dove Ario fu condannato da 318 Vescovi. Esiliato, fuggì  a Costantinopoli, dove morì nel 336. 

In sostanza, l'eresia di Ario scalzava il mistero della SS. ma Trinità, verità fondamentale del  cristianesimo; negava che il Verbo fosse della stessa sostanza del Padre, quindi non vero  Dio. Neanche era vero uomo, perché della natura umana, il Verbo avrebbe preso solo la  carne e non l'anima ragionevole. Maria non sarebbe stata la vera Madre di Dio. (Encicl. Catt.  Ediz. Vatc.). 

In conclusione, secondo la dottrina ariana, il Redentore sarebbe stato un mezzo Dio, perché  adottato dal Padre, e un mezzo uomo, perché privo dell'anima ragionevole...! 

Data l'inframettenza degli imperatori Costantino e Costanzo II, questa dottrina ebbe una  diffusione così vasta per la durata di quasi un secolo, che S. Girolamo arrivò a dire che  l'universo tutto si stupì di trovarsi ariano...! 

All'arianesimo si oppongono le varie testimonianze del Vangelo e le affermazioni dei santi  Padri sulla Divina Maternità di Maria, in ordine alla SS. ma Trinità. 

Il Vangelo riferisce che Gesù Cristo un giorno discutendo con i Farisei, diceva loro: «Se Dio  fosse vostro Padre, mi amereste, perché è da Dio che io sono uscito e venuto; giacché non  sono venuto da me stesso, ma è Lui che mi ha mandato». (Giov. 8.42). 

Dunque, stando alle parole di Gesù, Egli ab aeterno ha avuto origine dal Padre, è a Lui  consustanziale, dal momento che dichiara di essere uscito da Lui; e si è fatto uomo. 

S. Agostino, commentando le parole di Gesù Cristo, dice: «Se il Verbo è proveniente da Dio,  vi è in Lui una generazione eterna; da Lui è venuto come Verbo del Padre, ed è venuto a noi,  perché il Verbo si è fatto carne». (Tract. XLII). 

Altrettanto si deve dire dello Spirito Santo. Gesù infatti disse: «Quando sarà venuto lo Spirito  Santo Consolatore, che io vi manderò dal Padre, Spirito di verità che procede dal Padre, Egli  renderà testimonianza di me». (Giov. 15. 26.). 

Dunque lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. 

Gesù parlò ancora dello Spirito Santo, quando mandò gli Apostoli nel mondo e disse loro:  «Andate, e battezzate tutti nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo». (Matt. 29.  19). Qui il Vangelo nomina ed esprime chiaramente le tre Persone della SS. ma Trinità!... 

Oltre a quanto afferma il Vangelo, i santi Padri, contro ogni disgregazione del dogma, si  servirono anche degli argomenti che scaturiscono dalla Maternità Divina di Maria SS. ma,  prediletta della SS. ma Trinità. 

Tra i tanti, ascoltiamo quello che dice Tarasio Constantinopolitano: «Gloria a Voi, o Maria,  che formate la compiacenza del Divin Padre: per Voi la conoscenza di Dio si è estesa fino  agli ultimi confini della terra. Gloria a Voi, che siete divenuta gratissimo domicilio del Verbo  Divino, che da Voi uscì coperto di umana carne. Gloria a Voi, che siete il Tempio dello Spirito  Santo, in virtù del quale avete concepito e generato il Verbo fatto carne». (Orat. in Deip.  Praesent.). 

Chi non vede qui svelato quello che la Chiesa ha sempre insegnato circa la SS. ma Trinità?  Le tre persone hanno concorso con la Potenza, Sapienza e Bontà a versare immensi tesori  su Maria, che doveva essere la Madre del Salvatore del mondo. 

Non diversamente parla S. Bruno in difesa del Verbo, vero Dio ed uguale al Padre, con  l'applicazione alla Maternità di Maria. «E' impossibile, dice S. Bruno, per qualunque uomo  fondare la città nella quale egli sia per nascere; poiché, prima che egli sia venuto alla luce,  come può fondare una città? Non così è di  Cristo, Dio supremo, e quale Dio è avanti ai secoli dei secoli. Egli creò la Madre sua: in  quanto uomo, nella pienezza dei tempi, è nato da Lei, prendendo da Lei la nostra carne».  (Sentent. L. v. 1.). 

S. Gregorio Nazianzeno così scrive: «Un Dio, Padre del Verbo vivente, perfetto generatore  del Figlio unico: un solo Signore: Dio da Dio. Un Verbo efficace, Sapienza che comprende la  costituzione del mondo, che per la Vergine Maria, ne fu il Salvatore. Un solo Spirito Santo che  trae la sua esistenza da Dio Padre e dal Figlio, che è apparso nel mondo. Il Padre non è  dunque mai stato senza il Figlio, né il Figlio senza lo Spirito Santo: immutabile ed invariabile  rimane la Trinità». (De Trinit.). 

Così potremmo riportare altri passi di santi Padri, i quali nel difendere l'Unità di Dio nella Trinità delle Divine Persone e viceversa, pare non possano fare a meno di rivolgere un  pensiero alla Maternità Divina della Beatissima Vergine Maria, come se in Lei, per  l'Incarnazione del Verbo, abbia voluto manifestare l'opera propria di ciascuna Persona. Quindi  Maria è sempre presente quando si tratta di difendere il suo Gesù, le verità da Lui insegnate  e la Chiesa da Lui fondata. In tal modo, i nemici, da cui Gesù è venuto a liberarci, troveranno  sempre nella Madre di Dio la Debellatrice che li annienta...! 

    Gloria dunque alla Beatissima Vergine Maria! 

P. AMADIO M. TINTI 


giovedì 28 luglio 2022

MARIA DEBELLATRICE DELLE ERESIE

 


Maria e i Manichei 

    Serpeggiavano ancora le eresie degli ebioniti e dei doceti, allorché, sul principio del terzo  secolo, si diffuse un nuovo errore detto «Manicheismo», dal suo fondatore Manete o Mani.  Secondo alcuni scrittori, Manete sarebbe nato intorno al 216 in Babilonia, da genitori persiani.  Sarebbe stato un povero schiavo di nome Cubrico. Si dedicò allo studio delle religioni, e,  emigrato in Persia, di là promulgò la sua dottrina. 

La dottrina di Manete non era che un miscuglio di varie religioni, tra le quali non mancavano  nozioni anche della Religione Cattolica. 

Ci dispensiamo dall'esporre il manicheismo che si presenta in modo assai confuso. A noi  basta sapere che, sul sistema del docetismo, ammetteva che Gesù Cristo era un «Eone»  (essere emanato dalla sostanza divina) apparso nel mondo con un corpo apparente. In breve,  negava l'Incarnazione del Figlio di Dio, e sosteneva che Gesù Cristo non era nato da Maria,  ma solamente era apparso. 

Piace qui riportare la pubblica disputa che Manete volle sostenere con S. Archelao. Da  questa disputa si potrà avere facilmente l'idea della eresia di Manete e la difesa della verità  dalle risposte di Archelao. 

Manete, col Vangelo alla mano, voleva dimostrare che Gesù stesso aveva più volte dichiarato  di essere disceso dal Padre, e mai aveva dichiarato di essere nato da Maria. Infatti, diceva  Manete, Gesù disse: «Chi riceve me, riceve colui che mi ha mandato» (Matt. 10). Una donna,  la cui figliuola aveva uno spirito immondo, si presentò a Gesù e lo pregava di guarire la figlia. Gesù rispose: «Io sono venuto per i figli  d'Israele, e non è bene togliere il pane dovuto ai figli per darlo ai cani» (Marco 7.2.30). Altra  volta Gesù diceva: «Io sono venuto perché gli uomini abbiano la vita» (Giov. 10.10). 

Con queste ed altre testimonianze prese dal Vangelo, Manete voleva sostenere che Gesù  Cristo è venuto e non nato; che è apparso sotto le apparenze di uomo, ma non fu vero uomo.  Non sia mai, diceva Manete, che io ammetta che il Nostro Signore Gesù Cristo sia disceso  dal seno di una donna...! 

Pensa, diceva ancora Manete ad Archelao, a colui che un giorno disse a Gesù: «Tua Madre e  i tuoi fratelli ti aspettano fuori... ». Gesù rispose: «Chi sono i miei fratelli e chi è mia madre?»  e soggiunse che sua madre e i suoi fratelli erano coloro che facevano la sua volontà (Marco  12.48). E dopo questo, come si può sostenere che Maria sia sua madre? Se tu, Archelao,  continui a sostenere che Gesù è nato da Maria Vergine, per opera dello Spirito Santo, i fratelli  di Gesù saranno anch'essi nati di Spirito Santo? Noi allora saremmo diversi cristi...! Che se  poi non ammetti che siano nati dallo Spirito Santo, da chi saranno venuti questi fratelli di  Gesù? 

D'altra parte (è sempre Manete che parla), guardiamo come Gesù tratta l'Apostolo Pietro. Un  giorno Gesù chiese ai suoi Apostoli cosa pensassero gli uomini di lui: essi risposero che  alcuni lo ritenevano per Giovanni Battista, altri per Elia ed altri per un profeta. Ma voi, riprese  Gesù, chi credete che io sia? Allora Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente...».  E Gesù: «Beato te, o Simone, perché queste cose non te le ha rivelate la carne, ma il Padre  mio» (Marco 8. 27). 

Considera ora, Archelao, con quale diversa maniera Gesù accoglie ciò che si dice di lui. A chi  aveva detto: Ecco tua madre e i tuoi fratelli, egli risponde: Chi è mia madre e i miei fratelli? A  Pietro che gli dice: «Tu sei il Cristo...», lo chiama beato...! Come si spiega questo parlare di  Gesù? Se tu, Archelao, continui a dire che Gesù è nato da Maria, mentre Gesù non si cura di lei, allora è falso lui e il suo Apostolo Pietro. Che se poi Pietro dice la verità e Gesù lo  benedice, tu sei nel torto ed io dalla parte della ragione (Encic. Cat.). Dopo questa  esposizione da parte di Manete, prese la parola Archelao, il quale non trovò molta difficoltà a  dimostrare che i testi citati si debbono prendere in un senso relativo e di circostanza, e non  nel senso assoluto e generale, come aveva fatto Manete. Infatti, Archelao, per analogia,  servendosi degli stessi passi del Vangelo, citati dall'avversario, portò la risposta che Gesù  diede a Pietro quando, per un atto di amore, l'Apostolo si opponeva alla Passione del  Maestro: «Ritirati, o satana, perché tu non sai ciò che è di Dio» (Matt. 16. 22). 

    Come conciliare questo diverso modo che Gesù adopera con lo stesso Apostolo Pietro? Lo  si spiega tenendo conto delle particolari circostanze di tempo e di cose...! Perché Gesù,  quando i demoni gli gridavano: «Noi ti conosciamo, sei il santo di Dio», li rimprovera e impone  loro silenzio? Avrebbe dovuto benedirli, perché dicevano la verità. Ma invece no; perché le  parole del Vangelo vanno prese secondo le circostanze del luogo, del tempo, delle persone e  delle cose a cui si riferiscono. Anche la frase: Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli, non è  ordinata a misconoscere la madre sua, ma va intesa in ordine alla circostanza, come di uno  che assorto nel suo discorso, non vuole essere interrotto. E se in quella occasione Gesù  disse che madre sua e fratelli suoi sono quelli che fanno la volontà di Dio, non fu una  mancanza di rispetto verso la madre sua: che anzi la esaltò siccome quella che, sopra ogni  cosa creata, aderì sempre a Dio per amore, e fu sempre assorta in Dio. 

   Riguardo poi ai fratelli di Gesù, Archaleo fece presente al suo avversario Manete, che le  parole dell'Evangelista corrispondono al vocabolo aramaico aha e all'ebraico ah, che possono  significare tanto fratelli che cugini. L'esame attento dei Vangeli (Matt. 27. 56 - Luc. 24. 10 -  Giov. 19. 25) prova che presso gli abitanti di Nazareth, quelle parole si riferivano a cugini e  non a fratelli carnali. Ad esempio, in S. Marco (15.40 - 15.47 - 16.1) si parla di Giacomo e di  Giuseppe come figli di Maria, ma era un'altra Maria; non la Madre di Gesù. (Encicl. Catt. Ediz.  Vatc). 

La logica di Archelao fu terribile; fece indietreggiare l'eresiarca che fuggì in Persia, dove il re  lo fece scorticare vivo tra il 273 e il 277, perché gli aveva promesso di guarirgli un figlio  ammalato, e invece il figlio morì. 

Contro le prove di Manete, per dimostrare che Cristo non è uomo, perché non nato, ma venuto, stanno ancora gli scritti dei santi Padri, i quali, appellandosi alla Divina Maternità di  Maria, trovano in questo mistero quanto occorre per abbattere l'eresia che tenta di negare la  reale Incarnazione del Figlio di Dio. 

Ecco quanto scrive S. Efrem Siro, Il più ricco di lodi e di preghiere alla Beatissima Maria: «La  Vergine è fatta Madre, la natura produce, un seno alimenta, una giovane fanciulla aiuta e  coopera. E come mai non avrebbe avuto altro che sembianze del parto chi ha voluto  partecipare alla natura, all'essenza e al principio della gravidanza? Cristo crebbe in un seno,  mentre come Dio non aveva bisogno di alcuno, e nacque figlio di una donna, mentre era  Figliuolo di Dio. Egli ha riconosciuto Maria quale Madre sua, e, per lei, la Divinità si è stretta  alla natura umana». (Serm. 148. de B. V. partu). 

Non diversamente afferma S. Atanasio quando scrive: «Il Figlio di Dio si è fatto uomo, perché  il figlio dell'uomo, vale a dire di Adamo, fosse fatto figlio di Dio. Infatti quel medesimo Verbo  che dall'alto, in una maniera ineffabile, il Padre genera nella eternità, è generato in terra nel  tempo dalla Vergine, divenuta Madre di Dio». (De Incarnat.). 

Questa è la dottrina che la Chiesa ha sempre pubblicamente professato fino dal primo secolo:  il Figlio di Dio ha realmente preso carne dal seno purissimo di Maria Vergine, è nato da Lei  quale vero uomo. Di questa verità, tutti i santi Padri se ne sono sempre serviti per combattere  gli errori contrari. La Maternità di Maria compendia quindi in sé gli efficaci argomenti per rendere vane le astuzie dei nemici della fede.

P. AMADIO M. TINTI