Dall'Ultima Cena alla Messa: un unico altare
Nel rito della Pasqua ebraica, Gesù introduce un elemento nuovo: non più l'agnello, ma se stesso. Nel pane e nel vino indica il suo corpo e il suo sangue, e compie il miracolo.
Il pane-corpo e il vino-sangue, separati, sono i simboli del sacrificio: non c'è infatti, come si è già visto, vero sacrificio senza spargimento di sangue.
Così facendo, Gesù, sacerdote e vittima, preannuncia ai presenti ciò che avverrà a meno di un giorno: il suo corpo che sarà immolato sulla croce, e il suo sangue che sarà versato nell'Orto del Getsemani, durante la flagellazione e l'incoronazione di spine, sulla strada del Calvario, dalle mani e dai piedi e dal costato trafitti nella crocifissione.
È questo corpo e questo sangue che il Cristo-Agnello presenta nell'Ultima Cena, sotto i segni del pane e del vino; ed ordina ai suoi apostoli, ai primi sacerdoti: "Fate questo in memoria di me" (Lc 22,19; 1 Cor 11,25).
Gesù, infatti, non pensa solo ai presenti e agli uomini del suo tempo, ma anche a quelli che seguiranno e a noi. Conosce bene le dimensioni del peccato e la fragilità umana; ed è per tale motivo che trova il modo di farsi offerta quotidiana sull'altare davanti a Dio Padre, per ottenere da lui misericordia e poter riparare i nostri peccati, per ringraziarlo della sua infinita bontà, e per rendergli gloria insieme a noi.
L'Ultima Cena, la Croce, la Messa sono un unico ed identico sacrificio, perché la vittima è la stessa. Si compie solo in modo diverso: sull'altare non c'è più spargimento di sangue.
Il sacrificio dell'altare, compiuto in modo incruento, è un sacrificio sacramentale, cioè espresso con i segni visibili del pane e del vino consacrati, ma non per questo meno reale, perché reale è l'offerta della vittima, reale è la presenza di Gesù. È una presenza che sfugge ai nostri ragionamenti. Com'è un mistero la presenza di Gesù nell'Eucaristia, è pure un mistero la sua passione e morte sull'altare.
La celebrazione della Messa non fa morire Gesù, perché Gesù risorto non muore più, ma 'rende presente' la morte di Gesù, come 'rende presente' la sua persona mediante l'Eucaristia.
Il sacrificio dell'altare, in quanto sacrificio sacramentale, è sempre attuale, perché rimane fuori dal tempo, in una dimensione eterna. Le parole di Gesù: "Fate questo in memoria di me" trovano così, piena applicazione.
'Memoria', in questo caso, non vuol dire semplicemente: ricordo di un avvenimento passato; ma più propriamente indica un avvenimento del passato che viene reso presente e che. diventa reale.
Per questo motivo, la Messa - come insegnano le parole della liturgia - è detta: «Memoriale della morte e risurrezione» di Gesù Cristo.
Celebrare l'Eucaristia o celebrare la Messa è dire la stessa cosa, perché sull'altare si fa presente e reale Cristo e il suo sacrificio. Attraverso le labbra e le mani dei suoi successori, per l'efficacia delle sue parole e per la potenza dello Spirito Santo, il sacrificio di Cristo diventa 'contemporaneo' agli uomini del passato, del presente e del futuro.
È come se avessimo tra le mani un ricordo di famiglia prezioso e indistruttibile, giunto a noi da padre in figlio, e che un giorno sarà di nostro figlio, poi di suo figlio, e così via. Il ricordo di famiglia è sempre lo stesso, cambiano solo i possessori.
Pensiamo all'Eucaristia come a questo ricordo di famiglia, e ai membri della Chiesa come ai possessori delle diverse generazioni; e il mistero della presenza di Cristo sull'altare, come nell'Ultima Cena e sulla croce, non sarà così difficile da comprendere.
Sull'altare, come nell'Ultima Cena e sulla croce, si compie tutto il mistero pasquale, tutta la storia della salvezza:
a) l'Agnello che muore, e la Chiesa che nasce;
b) l'Agnello che risorge e ascende in Cielo, e la Chiesa che vive la speranza eterna;
c) lo Spirito Santo che discende dal Cielo, e la Chiesa che inizia il suo cammino.
Cristo e la Chiesa sono accomunati da un unico destino, da un unico sacrificio.
Con la Santa Messa il Cristo celebra il sacrificio di se stesso, e continua a celebrarlo anche quando entra in chi s'accosta al banchetto eucaristico. È in questo modo che l'anima, unita a Cristo, diventa per mezzo di lui, vittima e offerta a Dio Padre, come Cristo. Tutto ciò è possibile perché, mediante il SS. Sacramento, il Cristo non solo ci dà se stesso, ma permette a ciascuno di noi di donarci a lui. Non ha, infatti, detto: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui" (Cv 6,56)?
L'anima e il suo Signore, perfettamente uniti, diventano un'unica cosa, un'unica vittima, un'unica offerta, perché insieme compiono un unico sacrificio su un unico altare.
Ce lo ricorda il celebrante, che si rivolge all'assemblea eucaristica con queste parole: "Pregate, fratelli, perché il mio e il vostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente".
Sul Calvario Gesù è solo ad offrirsi al Padre, sull'altare non più. Da qui chiama, ad immolarsi con lui, i cuori che lo amano: è il sacrificio di comunione, la parte più intima della Messa. Con questo tipo di comunione, l'uomo, trasformato dallo Spirito Santo, non solo si unisce a Cristo, non solo si unisce a tutte le membra del Corpo Mistico, ma 'diventa corpo di Cristo.
Si diventa ciò che si riceve: è questo il concetto che fa dipingere, a qualche artista, i volti degli apostoli comunicati con lo stesso volto di Cristo.
Col sacrificio dell'altare avviene la morte e la risurrezione di Cristo; col sacrificio di comunione avviene la morte e la risurrezione dell'anima in Cristo, perché muore al peccato e risorge a nuova vita. E l'altare diventa una mensa accogliente, il sacrificio un banchetto di delizie, la Messa una festa esaltante. È l'anticipazione di ciò che avverrà in Cielo: "Io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno" (Lc 22,29-30), dice il Signore.
La Messa è la cena della Pasqua compiuta, della Pasqua continuata, della Pasqua attesa. Ci fa vivere il passato, il presente e il futuro. Ci parla del Cristo venuto, che viene e che verrà. Ci collega al Cristo Agnello dell'Ultima Cena, al Cristo Risorto del cenacolo, al Cristo Glorioso del banchetto celeste promesso.
La Messa, dunque, non parla solo di morte ma anche di vita, non solo di sofferenza ma anche di gioia.
A tutto questo dobbiamo pensare quando la si definisce: il sacrificio di Cristo e della Chiesa.
Se riuscissimo a penetrare la ricchezza profonda dei contenuti che la Messa porta, la nostra partecipazione non sarebbe la risposta a un ordine imposto, il risultato di una pratica da osservare, la parentesi per chiudere in modo diverso la settimana, ma una realtà indispensabile per soddisfare la nostra fame e sete del divino nel nostro vivere quotidiano, un momento di ricarica di quelle energie necessarie a ogni credente. È, infatti, il ritrovo del Risorto con la sua Chiesa.
Il suo significato di fonte e centro di vita è ben compreso dai primi cristiani, i quali, noncuranti delle feroci persecuzioni, vogliono ugualmente ritrovarsi insieme per spezzare il Pane e bere il Vino, al contrario di noi, uomini d'oggi, pronti a cercare mille scuse per non farlo!
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