Ora, chi può dire il cambiamento che succedette nel mio interno? Tutto era orrore per me; quell’amore che prima sentivo in me, [48] ora me lo sentivo convertito in odio atroce. Che pena di non poterlo più amare! Mi straziava l’anima il pensare che quel Signore, che era stato tanto buono con me, ora mi vedevo costretta ad aborrirlo e bestemmiarlo, come se fosse il più crudele nemico, e non poterlo guardare neppure nelle sue immagini, ché a guardarle, tenere corone fra le mani, baciarle, mi venivano tali impeti di odio e tanta forza, che farlo e mettere tutto in pezzi era lo stesso; e delle volte facevo tanta resistenza, che la natura tremava da capo a piedi. O Dio, che pena amarissima. Io credo che se nell’inferno non ci fossero più pene, la sola pena di non poter amare Dio formerebbe l’inferno più orribile.
Molte volte il demonio mi metteva innanzi le grazie che il Signore mi aveva fatto, ora come un lavorio della mia fantasia e quindi per poter menare una vita più libera, più comoda, ed ora come vere, e mi rimproveravano col dire: “Questo è il bene che ti voleva? Questa [49] è la ricompensa, che ti ha lasciato nelle nostre mani? Sei nostra, sei nostra, per te tutto è finito, non c’è più da sperare!” E nell’interno mi sentivo gettare tali impeti di sdegno contro il Signore e di disperazione, che parecchie volte, essendomi trovata qualche immagine fra le mani, era tanta la forza dello sdegno, che la ruppi; ma mentre ciò facevo piangevo e la baciavo, ma non so dire come, ero costretta a farlo.
Ora, chi può dire lo strazio dell’animo mio? I demoni facevano festa e se la ridevano; chi faceva rumore sia da un punto che dall’altro, chi strepitava, chi mi assordava con grida dicendo: “Vedi come sei nostra? Non ci resta altro che portarti all’inferno, anima e corpo, e poi vedrai che lo faremo”.
Delle volte mi sentivo tirare, ora le vesti, ora la sedia dove stavo inginocchiata, e tanto la movevano e strepitavano, che non potevo pregare; e delle volte era tanto il timore che, credendomi di dover liberarmi, me ne andavo [50] a coricare nel letto, siccome questi fracassi succedevano la maggior parte di notte, ma anche là mi seguivano, col tirarmi il cuscino e le coperte. Or, chi può dire lo spavento, la paura che ne provavo? Io stessa non sapevo dove mi trovavo, o sopra la terra o nell’inferno. Era tanto il timore che davvero mi portassero, che gli occhi non si potevano più chiudere al sonno; stavo come uno che tiene un crudele nemico, che ha giurato che a qualunque costo gli deve togliere la vita, e questo credevo che mi doveva succedere al primo chiudere gli occhi. Quindi mi sentivo come se uno mi mettesse una cosa dentro, in modo che ero costretta a tenerli spalancati per vedere quando mi dovevano portare; chissà che potessi farmi forza ed oppormi a ciò che volevano fare. Quindi mi sentivo sollevarmi i capelli sulla mia testa uno per uno, un sudore freddo per tutta la persona, che mi penetrava fino [51] nelle ossa, e mi sentivo disgiungere i nervi e le ossa, uno per uno, e si dibattevano insieme per la paura. Altre volte mi sentivo incitare a tali tentazioni di disperazione e di suicidio, che qualche volta, essendomi trovata vicino al pozzo, oppure a qualche coltello, mi sentivo tirare a menarmi 48 dentro, oppure a prendere il coltello e a uccidermi, ed era tanta la forza che dovevo farmi per fuggire, che mi sentivo pene di morte, e mentre fuggivo me li sentivo venire appresso e mi sentivo suggerire che per me inutile era il vivere, dopo aver commesso tanti peccati. Dio mi aveva abbandonato, perché non ero stata fedele; anzi, mi vedevo che avevo fatto tante scelleratezze, che mai anima al mondo aveva commesso, quindi per me non c’era più misericordia da sperare. Nel fondo dell’anima mia mi sentivo ripetere: “Come puoi vivere, nemica di Dio? Sai tu quale è quel Dio che hai tanto oltraggiato, bestemmiato e odiato? Ahi, quel Dio immenso, che da per tutto ti circondava, [52] tu, sotto i suoi occhi stessi, hai ardito di offenderlo! Hai perduto il Dio dell’anima tua. Chi ti darà più pace, chi ti libererà da tanti nemici?”
Era tanta la pena, che non facevo altro che piangere. Delle volte mi mettevo a pregare e i demoni, per accrescere il mio tormento, me li sentivo venire sopra, e chi mi percuoteva, chi mi pungeva e chi [mi] soffocava la gola. Una volta ricordo che, mentre pregavo, mi sentii tirare i piedi da sotto, la terra aprirsi ed uscire le fiamme, ed io vi sprofondavo dentro. Fu tale lo spavento ed il dolore, che rimasi mezzo morta, tanto che per riavermi da quello stato venne Gesù Cristo e mi rincuorò, mi fece capire che non era vero che avevo messo la volontà di offenderlo, e che io stessa lo potevo conoscere dalla pena amarissima che ne sentivo; che il demonio era un bugiardo e che non dovevo dargli retta; che per ora dovevo avere pazienza a soffrire quelle molestie e che poi doveva venire la pace.
Così [53] succedeva di tanto in tanto, quando proprio giungevo agli estremi, e delle volte, per mettermi in più aspri tormenti, nell’atto di quel conforto, l’anima si convinceva, perché innanzi a quella luce è impossibile che l’anima non apprenda la verità, ma dopo che mi trovavo nella lotta, mi trovavo allo stesso stato di prima.
Mi tentava ancora a non farmi la Comunione, persuadendomi che dopo che avevo commesso tanti peccati, era una baldanza l’andarvi, e che se ardivo, non Gesù Cristo sarebbe venuto, ma il demonio, e che tanti tormenti mi avrebbe dato, che mi avrebbe dato la morte; ma l’ubbidienza lo vinceva. È vero che delle volte soffrivo pene mortali, sicché a stento potevo riavermi dopo la Comunione, ma siccome il Confessore voleva che assolutamente la facessi, non potevo fare diversamente; sicché ricordo che parecchie volte non la feci. Ricordo pure che, delle volte, mentre pregavo la sera, mi smorzavano la lampada. [54] Delle volte mettevano ruggiti tali da fare spavento; altre volte, voci flebili, come se fossero moribondi; ma chi può dire tutto ciò che facevano? È impossibile.

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