Visualizzazione post con etichetta Il CUORE Di CRISTO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Il CUORE Di CRISTO. Mostra tutti i post

martedì 20 ottobre 2026

CUORE VOLTO VERSO IL PADRE

 


CAPITOLO PRIMO  

CUORE VOLTO VERSO IL PADRE  


Sottomissione straziante

L'amore rende l'umiltà naturale e facile la sottomissione. Ma non risparmiò a Cristo le rinunce. L'uomo è naturalmente incline a sognare un amore pieno di incanto e un'umiltà tutta dolce. Tuttavia, la subordinazione di Gesù gli valse terribili mutilazioni, profondamente sentite. Si può immaginare cosa sia stato per una personalità della sua natura, la permanenza di trent'anni nel villaggio di Nazareth? Ogni giorno doveva nascondere le sue immense ricchezze divine e umane sotto un lavoro banale che poteva essere svolto da chiunque. Colui che venne al mondo per salvare le anime, e che sapeva di essere destinato a operare la liberazione dell'umanità, doveva rassegnarsi a un lavoro di carpentiere, quando da ogni parte, attraverso i suoi occhi e le sue orecchie, gli giungevano le angosce delle anime. Quanto gli era doloroso chiudere il cuore a questi appelli! Eppure lo faceva, affinché il suo cuore rimanesse aperto alla compiacenza del Padre.

Poi, al termine della prigionia di Nazareth, ne iniziò un'altra. Certamente più grande, ma pur sempre una prigionia. Cristo vedeva il suo apostolato limitato dal Padre entro i confini della Palestina: "Non sono stato inviato se non alle pecore che sono perite della casa d'Israele" (6). E, poiché il suo amore si rivolgeva a tutti gli uomini e desiderava venire in aiuto di tutti, questa barriera imposta dal Padre annientava i suoi sogni più cari e gli impediva la soddisfazione delle più nobili e profonde aspirazioni. Di cuore, Cristo era missionario: desiderava rivolgersi ai popoli di tutte le nazioni, poiché non condivideva affatto i pregiudizi nazionalisti dei suoi compatrioti. Non lo sentiamo impaziente di chiamare al Regno di Dio tutte le anime? Non ripete sempre che è giunta l'ora in cui tutti i popoli entreranno in quel Regno? Eppure non gli è permesso portare loro la buona novella. Fa solo un breve passaggio nel territorio di Tiro e di Sidone; il suo apostolato è ristretto alla Giudea e alla Galilea; per questo, si sente felice quando può occasionalmente testimoniare un affetto speciale a qualche straniero, lodare il centurione romano o il lebbroso samaritano. Per una visione dominatrice del mondo sono troppo piccoli i confini della Palestina. Se il Padre lo avesse permesso, Cristo avrebbe tentato la conquista apostolica del mondo; avrebbe percorso i cammini battuti poi da San Paolo, pieno di fatica e di entusiasmo. Ma il Padre non vuole, e Cristo acconsente con tutto il cuore, senza ombra di rancore o di impazienza.

Invece di trascinarlo a un tentativo di espansione nel mondo, il Padre conduce Gesù all'ignominia del Calvario. Lì termina la sua missione terrena. Sappiamo quanto doloroso sia stato questo consenso; lo provano le lotte della sua agonia. Gli altri sacrifici fatti da Cristo sono nascosti nel recesso della sua anima, ma l'imminenza del sacrificio della Croce lo spaventa a tal punto che non è capace di nascondere il suo abbattimento. Tutto il suo essere entra in lotta: è necessario meditare Cristo nel Getsemani, per poter comprendere il tormento imposto dall'amore del Padre: amore terribile nelle sue esigenze, apparentemente crudele e brutale. Per accettarlo integralmente, Gesù soffre uno sconvolgimento dell'anima e del corpo. Questa dilacerazione continua sulla Croce: Cristo soffre per vedersi abbandonato dal Padre, ma si abbandona a Lui. Prima di esalare l'ultimo respiro, lascia sfuggire un grande grido: "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito" (1). È la sua ultima proclamazione al Padre, l'ultimo impulso di un amore portato fino al parossismo. Tuttavia, questo atto di abbandono magnifico ed emozionante, non dimostra quanto sia costato a Gesù la sua mansuetudine? Mettere nelle mani del Padre il suo spirito, significa accettare che la sua esistenza sia falciata in piena giovinezza, dopo soli due anni di attività pubblica; significa rassegnarsi a vedere i suoi talenti umani, così ricchi di promesse, definitivamente recisi, e completamente rovinate le sue immense possibilità di apostolato. È lasciarsi strappare dall'affettuosa compagnia di sua madre, dei suoi discepoli e, in senso universale, dalla società degli uomini che Cristo amava tanto. La morte è una rinuncia per l'uomo, tanto più intensamente sentita quanto più potenti sono le sue affezioni. Gesù si rattrista troppo nel separarsi dagli uomini, poiché li ama appassionatamente. Nell'ultimo sguardo rivolto al Padre, l'offerta del suo amore porta il segno del suo dolore veemente.

JEAN GALOT 


domenica 8 febbraio 2026

CUORE VOLTO VERSO IL PADRE

 


CAPITOLO PRIMO  

CUORE VOLTO VERSO IL PADRE  


L'umiltà fondamentale,

Nel suo zelo per la gloria del Padre, Cristo non permette che gli omaggi degli uomini si fermino su di lui. Al giovane ricco che si commosse alla vista della sua bontà e corse a prostrarsi davanti a lui, chiamandolo "Buon maestro", Gesù risponde attribuendo al Padre la gloria di tutta la bontà: "Nessuno è buono se non Dio". Non vuole che quel ragazzo, vittima di un abbaglio, gli attribuisca in modo esclusivo la bontà divina, perché se si manifesta agli uomini come Dio, lo fa come Figlio del Padre, di un Padre da cui ha ricevuto tutto. La sua risposta appare persino impregnata di una certa vivacità, come se avesse ricevuto uno shock che lo obbligasse a fare immediatamente una riparazione per alleviare il suo cuore. L'adorazione del giovane che voleva trattarlo come un nuovo Dio, a discapito dell'antico, toccò la corda più sensibile: la sua totale devozione al Padre. Gesù ama il Padre "in eccesso" e non può consentire che gli venga sottratto il minimo omaggio.

Qui traspare l'umiltà di Cristo. Siamo abituati ad ammirare la sua umiltà nei confronti dei suoi discepoli e degli uomini in generale, quell'umiltà di cui il lavaggio dei piedi è diventato un simbolo. Tuttavia, questa umiltà verso gli uomini non è altro che la conseguenza di un'umiltà più profonda e più essenziale verso il Padre. Un'umiltà tanto più impressionante quanto è quella di un Dio fatto uomo. Se potessimo immaginare la venuta di un Dio sulla terra, avremmo naturalmente pensato che dovesse presentarsi a noi come il Maestro unico e supremo, farci conoscere la dottrina di cui sarebbe autore e far convergere legittimamente sulla sua stessa persona tutto il culto religioso e tutta l'adorazione dell'umanità. Non mancherebbero mai filosofi che pretendessero che l'umiltà non si addicesse a questo Dio vivente tra gli uomini: perché, direbbero, l'umiltà è la virtù caratteristica della nostra condizione di creature. È la virtù di un essere che non esiste per se stesso e che tutto deve ricevere dal Creatore: nell'ordine morale, traduce la sottomissione ontologica propria in relazione a Dio. Se il Creatore, se Dio fosse venuto in questo mondo, non dovrebbe partecipare a questa dipendenza delle creature, né quindi alla loro umiltà. Solo lui avrebbe il diritto di non essere umile, e persino il dovere di non esserlo; perché dovrebbe comportarsi come l'Essere Supremo. Ecco come saremmo tentati di rifiutare l'umiltà di un Dio incarnato. La Rivelazione, però, ci offre una realtà ben diversa: tutta la vita di Cristo, Dio e Creatore, è intessuta di umiltà e in essa riposa, raggiungendo persino il punto spiegato da San Paolo: tutta l'Incarnazione redentrice si riassume nell'annichilimento e nell'obbedienza. Colui a cui riconosceremmo il diritto di essere completamente egocentrico, si dona a noi in uno spirito del più radicale altruismo. Appare, non come venuto per iniziativa propria o per un decreto sovrano della sua volontà, ma come l'inviato di un altro. Non dice ai suoi discepoli che lui stesso ha elaborato e concepito nel suo genio illuminato la dottrina che porta; un altro gli ha comunicato i suoi insegnamenti. Da un altro ugualmente gli è venuto il potere straordinario testimoniato dai suoi miracoli. Lungi dal cercare di imporsi, sia per la sua personalità, sia per la sua originalità, per suscitare la fede, fa appello al mandato ricevuto da un altro. Anche se è Dio, e prima di tutto perché è Dio, Cristo ritiene che nel suo caso, molto più che in quello delle creature tra le quali viveva, l'io fosse odioso. Il suo io si è nascosto, è scomparso dietro quello di un altro: un Dio fatto uomo è più meravigliosamente umile degli uomini.

Abbiamo appena detto: umile perché è Dio. Effettivamente, l'umiltà di Gesù è così essenziale, che si trova inscritta nella sua filiazione divina. Generato dal Padre, non è il Verbo nella posizione di chi ha ricevuto tutto? E non consiste l'atteggiamento eterno del Verbo nel dimenticarsi di sé per glorificare il Padre, e contemplare senza sosta la sua grandezza e la sua bontà? Da sempre il Figlio si rallegra di dovere tutto al Padre, di scomparire ai propri occhi per fissare il suo sguardo sul volto paterno. In quest'atteggiamento del Verbo, Gesù traduce semplicemente i suoi sentimenti e altri gesti umani.

JEAN GALOT 


giovedì 6 novembre 2025

CUORE VOLTO VERSO IL PADRE

 


CAPITOLO PRIMO  

CUORE VOLTO VERSO IL PADRE  


"Vivo per il Padre"

Esiste nella vita di Cristo una sorta di ossessione, un'idea fissa che polarizza tutti i suoi pensieri e tutti i suoi sentimenti. Il cuore di Cristo è prima di tutto un cuore di figlio, del più tenero dei figli. 

Il Vangelo di San Giovanni ci traccia il ritratto più fedele del cuore di Cristo, ed è anche quello in cui appare più dominante la sua preoccupazione per il Padre. Nella lettura di questo Vangelo, si percepisce Gesù vivere dell'amore di suo Padre, costituendo questo amore la base di tutta l'avventura terrestre della sua Incarnazione e il fulcro delle sue riflessioni e dei suoi atti.

È per il Padre e per la sua gloria che Gesù è venuto nel mondo; la dottrina da lui insegnata gli è stata trasmessa dal Padre, i miracoli da lui compiuti sono opere del Padre, rivelano la persona del Padre. "Io vivo per il Padre". Con queste parole Gesù ci fa conoscere il segreto della sua vita. 

Il Padre è la ragione e il fine della sua esistenza in questo mondo. Che significa esattamente questa vita "per il Padre"? È un'espressione che può presentare due sensi: in vista e per causa del Padre e in virtù del Padre. 

Secondo il primo senso, Cristo vive per il Padre in una dedicazione totale alla sua causa; per il secondo, vive in virtù della vita ricevuta dal Padre. Quest'ultimo senso è più ontologico e biologico: il Padre appare come il fondamento, la sorgente da cui ogni momento proviene la vita di Gesù. 

Il primo significato appartiene prima di tutto al dominio della psicologia: il Padre è la meta che si propone Cristo, la persona a cui consacra per amore le sue energie. Tuttavia, secondo la teologia sottesa al Vangelo di San Giovanni, gli aspetti psicologici e biologici si confinano. 

Quando Cristo ci viene presentato come la vita del cristiano, si tratta sempre di una vita superiore che si intreccia profondamente nella psicologia umana, introducendosi in essa per darle un nuovo modo di agire. 

D'altra parte, questo amore non è considerato semplicemente come un atteggiamento psicologico, è una realtà vitale ben più penetrante delle sue manifestazioni consapevoli attuali. Così, si eleva la vita al livello dell'amore e l'amore si approfondisce come vita. 

La penetrazione mutua del psicologico e dell'ontologico può esprimersi attraverso l'equazione vita-amore. Questa equazione chiarisce il significato della parola di Gesù: "Io vivo per il Padre". Cristo vive in virtù della vita trasmessa dal Padre, e questa partecipazione di vita è una comunione d'amore che fa sì che Gesù viva non solo per suo Padre, ma per lui. 

Vivere per il Padre significa sottomettersi a un'esistenza umana perché il Padre così lo ha voluto, perché il Padre ha inviato suo Figlio in questo mondo. La vita biologica di Cristo e le pulsazioni del suo cuore di carne sono il risultato dell'amore, con cui concorda interamente con i disegni paterni. Vivere per il Padre è tutto ricevere dalle mani del Padre, in un'accettazione integrale. 

È anche non avere altro obiettivo nella vita se non il Padre, altro ideale che la sua volontà. Gesù va dal Padre al Padre, viene da lui e per lui ritorna. 

Con la preghiera torna a immergersi in questa fonte da cui sgorga la sua vita terrena; attraverso il suo insegnamento, i suoi atti e il suo sacrificio, mira alla glorificazione del Padre. Questo movimento dell'esistenza umana del Verbo è manifestato da San Giovanni in modo tanto impressionante quanto immutabile. 

Gesù è nel Padre, rimane nel Padre. L'amore del Padre, rivelato dall'attività terrestre di Gesù, è così profondamente radicato nel suo cuore che ha la densità di una vita eterna, e il suo movimento è un riposo. 

JEAN GALOT