Chi può dire quanto mi riusciva amarissimo questo ritornare? A me pareva che, dalle cose del Cielo alle cose di questa terra, tutto era marciume insipido e fastidioso. Le cose che agli altri tanto dilettano, per me riuscivano amare; le persone più care, più ragguardevoli, che altri chissà quanto avrebbero fatto per trattenersi con loro, a me riuscivano indifferenti [149] e anche fastidiose. Solo riguardandole come immagini di Dio, mi pareva che potevo sopportarle, ma l’anima aveva perduto qualunque soddisfazione, nessuna cosa le recava la minima ombra di contento, ed era tanta la pena che sentivo, che non facevo che piangere e lamentarmi col mio amato Gesù.
Ah, il mio cuore viveva irrequieto, tra continue ansie e desideri; me lo sentivo più nel Cielo che sulla terra e sentivo nell’interno una cosa che mi rodeva continuamente, tanto mi riusciva amaro e doloroso il dover continuare a vivere. Ma l’ubbidienza mise quasi un freno a queste mie pene, comandandomi assolutamente di non desiderare di morire, e che dovevo morire quando il Confessore mi avesse dato l’ubbidienza. Quindi per fare la santa ubbidienza facevo quanto più potevo per non pensarci, perché nel mio interno c’era una giaculatoria continua [150] di desideri di volermene andare. Onde in gran parte il mio cuore si quietò, ma non del tutto. Confesso la verità: molto difettai in questo, ma che potevo fare? Non sapevo frenarmi; per me era un vero martirio.
Il mio benigno Gesù mi diceva: “Quietati; qual è la cosa che tanto ti fa desiderare il Cielo?”. Io gli dicevo: “Che voglio stare sempre unita con Voi; non mi regge più l’anima di stare separata da Voi, non solo per un giorno, ma neppure per un momento, quindi a qualunque costo voglio venirmene”. “Ebbene –mi diceva–, se è per Me, ti voglio pure contentare; verrò a starmene con te”.
Io poi gli dicevo: “No, ché poi mi lasciate ed io Vi perdo di vista; ma nel Cielo non è così, là non Vi potrò mai perdere di vista”.

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