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domenica 27 settembre 2026

L’infanzia: alternanza di gioia e dolore …..

 


Sinfonia di anime 


Santa Teresa di Gesù Bambino


Teresa Martin nasce ad Alençon (Francia) il 2 gennaio 1873, in una famiglia religiosissima, allietata dalla nascita di ben 9 figli, di cui 4 muoiono nei primissimi anni di vita, fra il 1867 e il 1870. La nascita di Teresa viene, pertanto, accolta con grande gioia.

Non ha ancora due anni e Teresa recita già le preghiere, come scrive Zelia, nella lettera dell’8 novembre 1874 (2).

A tre anni afferma: “Scelgo tutto…” (3) e s’industria a fare dei sacrifici con l’inseparabile sorella Celina di sei anni.

A quattro anni manifesta il desiderio di seguire le sorelle attirate dalla vita claustrale.

La sorella Paolina riporta in una lettera raccolta nella corrispondenza generale: “…sarò religiosa in un chiostro perché Celina vi vuole andare, e poi, Paolina mia, bisogna pure insegnare alla gente a leggere, non è vero? Ma non sarò io a fare scuola, ciò mi annoierebbe troppo, sarà Celina. Io sarò la madre, passeggerò tutto il giorno nel chiostro e poi andrò con Celina. Giocheremo con la sabbia e poi alle bambole..

- Dunque tu credi, mia povera Teresa, di poter parlare tutto il giorno? Ma non sai che bisognerà stare zitte?

- E’ vero, … Beh, peggio per me, non dirò niente.

- Che farai, allora?

- Mi arrangerò, pregherò il buon Dio, ma come si fa a pregarlo senza dire niente? Io non lo so ….” (4).

Teresa è una bambina vivacissima e molto intelligente. La Signora Martin, in una lettera alla figlia Paolina che si trova in collegio, annota:

“… il Frugolino non si sa che cosa diventerà: è così piccolo e così sventato… E’ una bambina di intelligenza superiore a Celina, ma molto meno mite e soprattutto di una ostinazione quasi invincibile; quando ha detto “no” niente vale a farla cedere; la potremmo mettere per una giornata in cantina, vi pernotterebbe piuttosto che dire “sì”. Tuttavia ha un cuore d’oro, è molto affettuosa e molto franca….” (5).

E’ lo sguardo aperto, il cuore attento di una mamma che assiste, osservando, al risveglio e alle inclinazioni della sua ultima bambina. Da queste poche righe emerge il carattere di Teresa: espansivo, affettuoso, sincero; ma anche ostinato e incline ai capricci, di una natura fiera, non comune.

E in un’altra lettera:

“….. Celina e Teresa si vogliono molto bene e bastano a vicenda per divertirsi….. Sono inseparabili, è impossibile vedere due bambine volersi più bene di loro ….” (6).

La santa stessa affermerà:

“…. Ci intendevamo molto bene; soltanto io ero molto più vivace e molto meno ingenua di lei…..” (7).

Celina è la compagna inseparabile dei giochi, con la quale Teresa instaura un forte rapporto d’amicizia in un clima di tenerezza, di affetto sincero.

Il secondo periodo dell’infanzia di Teresa, definito da lei stessa il più “doloroso”, è caratterizzato da avvenimenti che la privano nel giro di poco tempo degli affetti più cari, di tutte le “madri”, della mamma Zelia che muore nel 1877 e successivamente delle sorelle Paolina e Maria che, alternatesi nell’educazione di Teresa, lasceranno la casa paterna per il Carmelo.

La morte della mamma, sopportata con grande coraggio, ha un’incidenza profonda nel cuore di Teresa che confesserà più tardi:

“… Dopo la morte di mamma il mio carattere felice cambiò completamente: io così espansiva, divenni timida e mite, sensibile all’eccesso; … Non potevo sopportare la compagnia di persone estranee e non ritrovavo la mia gaiezza che nella intimità della famiglia….” (8).

Il trauma del distacco viene parzialmente attutito dalla amorosa cura che la sorella Paolina riserva alla piccola Teresa. Paolina intuisce le sue sofferenze, segue con attenzione materna e delicata lo sviluppo del carattere e trova una risposta a tutti gli interrogativi della piccola. Accanto a lei, Teresa ritrova la gaiezza, il sorriso dell’infanzia.

Nel 1882 si rinnova per Teresa il dolore del distacco, della separazione: Paolina decide di entrare nel Carmelo.

A Teresa sembrerà di vivere per la seconda volta l’incubo della perdita della mamma. Nel manoscritto afferma di aver appreso l’intenzione di Paolina con sorpresa e che la vita in quel momento le si era rivelata come una realtà di sofferenza continua.

Sac. Giampiero Invernizzi


sabato 27 giugno 2026

Sinfonia di anime

 


SANTA TERESA DI GESU’ BAMBINO  

SANTA BERNARDETTA SOUBIROUS  

SUOR CONSOLATA BETRONE 


Presentazione 


Il messaggio spirituale di Teresa Martin, Bernardetta Soubirous e Consolata Betrone a tutte le persone ammala-te, sofferenti nel corpo e nell’anima, contiene una parola di incoraggiamento, di solidale comprensione, di amore.

La vita della piccola Teresa è notissima e lo è diventata ancor di più in seguito alla pubblicazione autobiografica di “Storia di un’anima”; anche la vita di Bernardetta è abba-stanza conosciuta ed amata nel contesto particolare delle apparizioni di Lourdes.

Consolata Betrone, invece, rimane ancora nella “penom-bra”; esiste una ragione, forse un po’ sentimentale, che in-vita a sentire questa straordinaria creatura vicina a noi, rendendola cara ai nostri occhi: Consolata è italiana, nata, vissuta e morta in Piemonte!

Teresa, Bernardetta e Consolata hanno sofferto molto, hanno pagato in prima persona, con le braccia levate a supplica, a preghiera, consumate nell’amore per chi non sa o non vuole amare; fedeli per chi non ha fede, non crede, con lo sguardo “lanciato” nella certezza di Dio, nella spe-ranza dell’incontro con Lui.

Hanno sofferto e per questo motivo possono comprendere la sofferenza in tutta la sua interezza, nelle sue lacera-zioni più profonde, nelle ferite che faticano a rimarginarsi, cha a lungo rimangono aperte, sanguinando. La stessa sof-ferenza è diventata l’olocausto quotidiano, silenzioso, nel-la semplicità di una fede incondizionata nell’amore di Dio, senza frapporvi ostacoli, diaframmi, limitazioni, ma accet-tata con consapevolezza, quale dono prezioso dalle mani di Dio, manifestazione personalissima e irripetibile del Suo Amore.

“Dio è Amore”, ha scritto l’apostolo San Giovanni; Dio “…. non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepa-rarne loro una più certa e più grande….”.(1)

Sono queste le parole con cui il Manzoni descrive e accompagna la tristezza di Lucia, costretta a fuggire per l’ingiustizia degli uomini: nel “silenzio” della prova, dove malinconia, dolore, rimpianto si acutizzano, dalla dispera-zione di una realtà apparentemente senza soluzione, nasce, si apre alla vita la speranza.

Il Manzoni ne tratteggia il messaggio religioso e nella calma della notte sul lago, interrotto solo dal rumore sec-co, ritmato dei remi, Lucia respira la speranza della gioia che il Signore, alla fine, certamente le riserverà.

Amore e fiducia sono le caratteristiche essenziali di queste tre anime “belle”, che sopportando ogni genere di sofferen-za, hanno trovato nella Croce non solo la gioia dì più pura e più autentica, ma anche il mezzo di apostolato più efficace.

La loro sofferenza, infatti, non è mai stata improduttiva, autofinalizzata, bensì vissuta in pienezza e quindi offerta per la conversione dei peccatori.

Può sorgere, forse, la tentazione negativa e negativizzan-te del limite, dell’incredulità: “Non possono , non so ama-re…!”; oppure “Non possono, non so credere…!”.

In tal caso occorre operare uno sforzo, un “salto di quali-tà”, per uscire dai cosiddetti ripiegamenti, dagli atteggia-menti interiori solipsistici, egoistici ed aprirsi a una di-mensione essenziale superiore: l’amore, la fede non sono semplicemente prodotti del sentimento, ma sostanzialmen-te atti della volontà, dell’intelletto.

E’ fondamentale credere, volendo compiere continui atti di fede. Sant’Agostino ne ha sostenuto l’aspetto volitivo, affermando che, chi vuole credere, crede, nonostante tutte le difficoltà che possono insorgere nello spirito; in egual modo avrebbe potuto esprimersi sull’amore: chi vuole a-mare, ama!

L’amore può essere arricchito dal sentimento; ma non in forma esclusiva e non necessariamente quando rivolto a Dio, che è Spirito.

Se voglio amare Dio, con tutto il cuore, Lo amo e il mio amore Gli è immensamente gradito, anche se non sento nulla!

Il momento del deserto spirituale è sempre un momento “forte”: l’aridità, l’abbandono, la solitudine, l’incompren-sione, reali o immaginari, inseriti nel discorso della fede, diventano mezzi, strumenti di purificazione per il nostro cuore.

San Francesco di Sales, ha usato, a proposito, un’espres-sione, il cui contenuto si rivelerà altamente incoraggiante per coloro che, a causa della sofferenza, si sentono aridi, freddi e perciò incapaci di amare:

“Dio preferisce che si vada a baciargli i piedi con ripu-gnanza, piuttosto che con grande slancio e fervore…..”(2). Abbiamo poc’anzi asserito che la fiducia è la seconda caratteristica: la piccola Teresa è la santa della confidenza; Bernardetta, pur sapendo che la vita sarebbe stata un cal-vario, crede fermamente alle parole dell’Immacolata: “Io non              ti    prometto                 di     farti         felice           in     questo             mondo,              ma

nell’altro….”. (3).

Bernardetta punta i suoi occhi negli occhi gloriosi di Maria e da quell’istante inizia a vivere la beatitudine della non felicità, in pura perdita. Roccia di fedeltà, nei prati dolcissimi della speranza!

Consolata, infine, ha ricevuto moltissime volte l’incoraggiante promessa: “Nella Chiesa tu sarai la Confi-denza….”.

Se ci sembra che la fiducia venga meno, rivolgiamoci, chiediamola con insistenza a queste tre creature che hanno vissuto eroicamente di fiducia e di amore!

A tutti coloro che soffrono vorremmo suggerire anche un consiglio fraterno: quando entriamo in rapporto con il Padre, con Gesù, con la Vergine, con i Santi, manteniamo la stessa semplicità interiore del bambino che si rivolge al-la sua mamma!

“Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo e non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze.

Io sono tranquillo e sereno

come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia”.

(Salmo 130)

L’anima “in pace” si abbandona a Dio senza inquietudi-ne né ambizione. Il Signore richiede unicamente questa fiducia filiale, incondizionata. “… In verità, vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non en-trerete nel regno dei cieli” (Mt. 18, 3-5).

Scrive Romano Guardini: “Il sentimento dell’innocenza è l’atteggiamento di colui che in ogni incontro vede il Padre dei cieli … diventare bambino nel senso di Cristo è si-nonimo di maturità cristiana” (4).

Ripeteva continuamente San Francesco d’Assisi ai suoi frati: “Riponi la tua fiducia nel Signore ed Egli avrà cura di te…..” (5).

Un grande dottore della Chiesa, San Giovanni della Croce, ha affermato: “Si ottiene tutto quello che si spera da Lui ….”. Ecco la conferma della nostra asserzione: le grazie che riceveremo, saranno proporzionate alla nostra fi-ducia!

“Il futuro dell’umanità è riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza. I cristiani portano in se stessi la vita e la speranza del mondo, Cristo Gesù” (6).

In questo atteggiamento di abbandono filiale ritroviamo il volto autentico e genuino della vita cristiana, intessuta di piccole cose ordinarie, ma completamente votata alla fiducia nella Provvidenza, nella pace serena e profonda del cuore.

Se sapremo accettare ogni piccola sofferenza pazientemente, scevri da qualsiasi tentativo di ribellione, con spirito di adorazione o almeno di adesione alla volontà di Dio, certamente potremo cooperare alla redenzione del mondo operata da Cristo con la Sua Passione.

Per tutti i casi, anche i più assurdi per la logica umana, c’è un posto nel cuore di Cristo, una soluzione nella Sua morte e resurrezione.

“Ora, come egli si immola su ogni altare, su cui viene celebrata la Messa, così egli muore di nuovo in ogni uomo, che è preso dall’angoscia di morte …..” (7).

Quando intorno a noi si fa il vuoto più completo, il nostro animo si smarrisce e pare che l’esistenza, la vita ci sfuggano; è già una grazia poter offrire a Dio la nostra sofferenza, confidandogli il nostro smarrimento, la nostra solitudine, nell’attesa della speranza che Egli venga sensibilmente a colmarla con la Sua presenza.

Non dobbiamo mai dimenticare che ogni nostra offerta giunge al Padre, passando attraverso Gesù che muore sulla Croce.

Confidiamo dunque che, nell’abbracciare la Croce di Cristo, la nostra stessa croce sarà resa più lieve e più sopportabile.

Maria, causa della nostra gioia e Mamma nostra, ci aiuti!

Sac. Giampiero Invernizzi