Romanzo storico su San Tommaso d’Aquino
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Una campana argentina si mise a suonare. L'ottimo, vecchio e ignaro fra Filippo annunciava il vespro... un vespro che non si sarebbe cantato mai. Con terrore fra Vincenzo vide il volto del suo superiore contrarsi in un pianto silenzioso. E la campana continuava a suonare.
L'imperatore arrivò cinque ore dopo con un seguito di circa sessanta nobili e qualche centinaio di servitori. Era già buio, non però nel cortile del monastero. Il conte di Caserta aveva terminato i preparativi. Lungo i muri, a intervalli regolari, ardevano le fiaccole. Tutte le campane suonavano insieme. Il conte, in abito di velluto orlato di pelliccia, senza armatura, fece un profondo inchino, baciò la staffa dell'imperatore e l'aiutò a scendere da cavallo.
Federico ebbe un momento di esitazione.
«Fiaccole viventi:» disse «per la barba del profeta, è un bello spettacolo!» Ogni fiaccola era fissata sulla testa d'una ballerina e illuminava un corpo affascinante il cui vestito consisteva esclusivamente in ampi calzoni orientali e in collane scintillanti. «Il tuo gusto, conte di Caserta, si è molto raffinato. Ma non tenerle troppo a lungo nel cortile. La notte è fresca, e se si pigliano un raffreddore l'attaccano poi a tutti i miei amici. Non so come avvenga, ma sta di fatto che avviene.»
Accolse la rispettosa risata dei nobili col sorriso comune a tutti gli svevi, un sorriso nel quale gli occhi non avevano parte.
«Caserta è un mago» rise il margravio Pallavicini. «Come hai fatto, amico, a trasformare i frati in questo modo? Quale sarebbe l'abate? Ti prego di presentarmelo. È la prima volta che mi viene questo desiderio.»
«E i frati?» domandò brevemente Federico.
Il conte alzò le spalle:
«Trottano nella notte... verso sud». «E chi suona le campane?»
«Già, le campane» sorrise il conte. «Forse, mio signore, vi piacerebbe vedere come si suonano...»
«Vediamo pure» assentì Federico smontando finalmente. «Vieni, cugino Cornovaglia, e anche tu, Absburgo. Pallavicini! Ezzelino! Andiamo a vedere le campane del conte di Caserta. Per la Caaba della Mecca, prevedo un bello scherzo.»
I nobili chiamati scesero da cavallo e lo seguirono verso il campanile.
«E io, babbo?» domandò una voce di fanciulla.
«Per quanto conosco il conte, non è roba adatta a un giovinetto come te, Selvaggia» rise Federico senza voltarsi.
Tutti si misero a ridere. Per la cavalcata la principessa Selvaggia si era vestita da uomo: così giovane e snella, quella foggia le stava bene. Solo il viso era decisamente femminile, con quelle labbra tumide e rosse, il nasino all'insù e gli occhi grigi e un po' a mandorla come gli occhi di sua madre.
Ezzelino si volse a guardarla e le gettò un bacio, ma lei gli mostrò la lingua come un monello e rise forte. Un giovanissimo cavaliere del seguito di Cornovaglia non poté far a meno di scuotere il capo.
«Non dovete scandalizzarvi, cavaliere» mormorò accanto a lui una voce beffarda. «I due si sposano questa settimana.»
Il giovane inglese alzò lo sguardo e vide un uomo della sua età (al massimo poteva avere vent'anni), di bella statura e relativamente alto per essere italiano, con una bella fronte, occhi scuri e ridenti e labbra strette e vivaci: uno di quegli uomini coi quali non si può essere in collera a lungo, e per i quali Piers Rudde aveva sempre provato una punta d'invidia. In Italia (e anche in Francia) s'incontravano abbastanza spesso di questi giovani eleganti e leggeri dai modi così disinvolti che potevano permettersi d'essere sfacciati persino con una testa coronata, ricavandone non di rado addirittura una collana d'oro. Egli stava per dare una risposta altezzosa, e invece si limitò a dire: «Mi sento molto confuso».
Il giovane italiano scoppiò a ridere:
«Non mi stupisce. Sono cose che in Inghilterra non accadono, vero?».
«Certamente no» replicò con freddezza Piers Rudde. «Ma spiegatemi, prego, per chi o che cosa ho udito giurare l'imperatore? A che profeta alludeva?»
«Oh, via!» fece l'italiano crollando le spalle: "Per la barba del profeta, vero? Maometto, beninteso. Certo anche gli altri profeti avranno avuto la barba: pare sia una condizione necessaria. Quanto più lunga è la barba, tanto migliori sono le profezie. Ma lui alludeva a Maometto. Non avete sentito dire "per la Caaba della Mecca"?»
«Sì, ma che cos'è?»
«Una grande pietra nera in mezzo alla Città Santa dei musulmani. A quanto si dice, è la pietra sulla quale Abramo voleva sacrificare il figlio Isacco: l'angelo Gabriele la trasportò poi gentilmente alla Mecca».
«E l'imperatore ci crede?» domandò l'inglese sbalordito. «È vero che, come dicono i preti, si è fatto musulmano?»
«Abbassate la voce, cavaliere» mormorò l'italiano. «No, non credo che sia vero. Recentemente sentii dire da lui:
"Non mi sono liberato da una catena per farmi legare a un'altra". Ma invocare i simboli maomettani è di moda. E questa moda fu introdotta proprio dall'imperatore.»
«Forse è meglio così» commentò oggettivamente Piers Rudde. «In tal modo egli lascia stare i nomi sacri. Questo è un convento, vero?»
«Almeno lo era fino a poche ore fa» fu la risposta disinvolta. «Mi piacerebbe sapere che cosa avranno pensato quei frati vedendo entrare il serraglio imperiale. È stata un'idea della sua mente augusta. Egli si diverte a giocare di questi tiri da quando...»
S'interruppe perché menzionare la scomunica dell'imperatore non era di buon gusto.
«Quale serraglio? Queste... queste giovani?» L'italiano rise di cuore:
«Ah, buona, proprio buona, cavaliere! ... E poi dicono che nel vostro paese nebbioso non si sa ridere!». Ma si fece serio vedendo lo stupore dell'inglese. «Per i benedetti califfi e per tutti i santi, mi avvedo che la vostra domanda era seria: dunque perdonate la mia allegria. Io intendevo le bestie, i quadrupedi che l'imperatore ha raccolto in tutti i continenti. Alcuni sono vere rarità, ed egli non si mette mai in viaggio senza portarli con sé. Come mai non siete informato che li ha mandati avanti col conte di Caserta? Già, voi ci avete raggiunto solo nel pomeriggio e non potevate sapere. Non mi meraviglio della vostra confusione. Noi tutti viviamo un po' confusi.»
«Pare anche a me» rispose l'altro brevemente.
«Meglio così» assicurò l'italiano. «È quasi un vivere divino. Ci moviamo in un mondo stupendo che ci appartiene.
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LOUIS DE WOHL

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