19 giugno 1947, S. Gervasio e Protasio.
Gesù sale il monte degli Ulivi; malgrado il suo accasciamento morale, la sua depressione fisica, Egli si impone questa salita alla fine di una giornata di fatiche e di emozioni. Lassù, sarà al di sopra della città, più lontano dai rumori del mondo che non gli perverranno più che attenuati, più isolato, più vicino al Padre Suo, più cuore a cuore con Lui. Conosce nei dettagli l'immensità e l'intensità dei dolori che l'aspettano quando cadrà nelle mani di quei torturatori che sono i servi e i satelliti dei gran-sacerdoti, quando sarà flagellato oltre ogni limite permesso, coronato di spine, torturato dalla soldatesca romana; quando sarà oppresso sotto il peso della croce, scorticato quando lo si spoglierà; quando infine subirà una tra le morti più dolorose, la crocifissione. Ne ha la vista totale e non successiva come solo la sua perfetta prescienza può avere. Quando, sotto la paura dei supplizi possibili, dei prigionieri coraggiosi si suicidano, quale non dovette essere il terrore di Gesù davanti alla chiara visione di quel che l'attendeva? Allora come si comprende la sua preghiera umana: "Padre, se è possibile, si allontani da me questo calice!". Ma aggiunge subito: "Tuttavia, non la mia, ma la Tua volontà sia fatta".
Gesù sottomette la sua volontà a quella del Padre; annienta la sua volontà, la confonde con quella del Padre. Non si limita ad accettare e subire, ma collabora, desidera, vuole; tende tutte le sue energie, tutte le potenze del suo Essere verso questo scopo. "E che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? ma è per quest'ora che sono venuto. Padre, venga il Tuo Regno; Padre, glorifica il Tuo Nome!". Ecco cos'è l'accettazione della volontà divina; essa non è negativa, non passiva, è totale e attiva. Questo amore di volontà, è il solo vero amore; questo amore di fusione, è la sola vera unione; questo dono totale, senza riserve, è la più grande prova d'affetto che si possa dare; questa sottomissione premurosa, è il vero amore filiale; questa unione delle volontà, è la vera unità dei cuori. Se può essere faticosa, tuttavia ci riserva, se indirizzata a Dio, un abisso di felicità ben superiore alle gioie di un'unione carnale, superiore anche alla soddisfazione profonda del dovere compiuto che può non essere che personale. Qui è la fusione degli esseri interi: è la gioia infinita, incommensurabile, dal di dentro, dall'intimo.
Quella gioia che Gesù ha conosciuto pienamente dopo il Suo Sacrificio, e che ha conosciuto in una misura di cui non possiamo avere l'idea, che si degni di farcene partecipi, e per far ciò, che dia la sua forza alla nostra debolezza, la sua fiducia alla nostra speranza, l'ardore del Suo Cuore al nostro cuore.
scritti Fernand Crombette

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