martedì 10 marzo 2026

Per prima cosa, l’anima deve far morire la propria volontà, mortificandola costantemente in tutto

 


Poi mi diceva: “La prima cosa che voglio che mortifichi è la tua volontà. Quell’io si deve distruggere in te 38. Voglio che lo tenga sacrificato come vittima innanzi a Me, per fare che la tua volontà e la mia si facciano una sola. Non ne sei tu contenta?” 

“Sì, Signore, ma dammi la grazia, ché da me vedo che niente posso”. 

E Lui continuava a dirmi: “Sì, Io stesso ti contraddirò in tutto e [anche] per mezzo delle [22]  creature”. E succedeva così.  

Per esempio, se la mattina mi svegliavo e subito non mi alzavo, la voce interna mi diceva: “Tu riposi ed o non ebbi altro letto che la croce. Presto, presto, non tanta soddisfazione”. 

Se camminavo e la vista scorreva un po’ lontano, subito mi riprendeva: “Non voglio che la tua vista si allontani da te, che la lunghezza d’un passo all’altro, per fare che non inciampi”. 

Se mi trovavo nella campagna e vedevo fiori, alberi, mi diceva: “o ho creato tutto per amore tuo, e tu priva la tua vista di questo diletto per amore mio”. 

Anche le cose più innocenti e sante, come per esempio, i parati degli altari, le processioni..., mi diceva: “Non altro piacere devi prendere che in Me solo”. 

Se stavo seduta mentre lavoravo, mi diceva: “Stai troppo comoda. Non ti ricordi che la mia vita fu un continuo penare? E tu? E tu?”  

Subito, per contentarlo, mi mettevo sopra la metà della sedia e l’altra metà la lasciavo vuota, e qualche volta per scherzo gli dicevo: “Vedi, o Signore? [23]  La metà della sedia è vuota; venite a sedervi vicino”. 

Qualche volta mi pareva che mi contentasse e ne provavo tanto gusto che non so dirlo io stessa. 

Mentre poi, alcune volte, stavo lavorando un po’ lenta e svogliata, mi diceva: “Presto, aiutati, che il tempo che guadagnerai con l’aiutarti verrai a stare insieme con Me nell’orazione”. 

Alcune volte Lui stesso mi assegnava quanto lavoro dovevo fare. Io poi lo pregavo che venisse ad aiutarmi. “Sì, sì –mi rispondeva–, faremo insieme tutti e due, affinché dopo che lo avrai finito resteremo più liberi”. E succedeva che in un’ora o in due ore facevo quello che dovevo fare in tutto il giorno. Dopo me ne andavo a fare orazione e mi dava tanti lumi e mi diceva tante cose, che il volerle dire sarebbe troppo lungo. 

Mi ricordo che, mentre stavo sola lavorando, vedevo che non bastava il filo per compiere quel lavoro e avrei avuto bisogno di andare alla famiglia per prenderlo; mi volgevo a Lui e gli dicevo: “A che pro, Amato mio, l’avermi [24] aiutata, mentre vedo che ho bisogno di andare dalla famiglia? Posso trovare persone e mi impediranno di venire un’altra volta, e questa volta la nostra conversazione andrà a vuoto”.  

“Che, che! –mi diceva– E tu hai fede?” “Sì”. “Ebbene, non temere, che ti farò compiere tutto”. E così succedeva, e poi mi mettevo a pregare. 

Se poi veniva l’ora del pranzo e mangiavo qualche cosa gustosa, subito internamente mi riprendeva dicendo: “Ti sei forse dimenticata che o non ebbi altro gusto che nel patire per amore tuo? E che tu non devi avere altro gusto che nel mortificarti per amor mio? Lasciala e mangia ciò che più non ti aggrada”. 39 

Ed io subito, o la prendevo e la portavo alla persona di servizio, oppure dicevo che non ne volevo più, e molte volte me la passavo quasi digiuna; ma però quando andavo all’orazione ricevevo tanta forza e mi sentivo tanta sazietà, in modo che avevo nausea di ogni cosa. 

Altre volte, poi, per contraddirmi se non avevo voglia di mangiare, mi diceva: “Voglio [25] che mangi per amor mio, e mentre il cibo si unisce con il corpo, così pregami che il mio amore si unisca con l’anima tua, e resterà santificata ogni cosa”. 

In una parola, senza andare più a lungo, anche nelle cose più minime cercava di far morire la mia volontà, per fare che vivesse solo per Lui. Permetteva farmi contraddire anche dal Confessore, come per esempio: mi sentivo un gran desiderio di fare la Comunione tutto il giorno e la notte non facevo altro che prepararmi; gli occhi non si potevano chiudere al sonno per i continui palpiti del cuore e gli dicevo: “Signore, fate presto, ché non posso stare senza di Voi! Accelerate le ore, fate presto spuntare il sole, ché io più non posso, il cuore mi viene meno!”  

Lui stesso mi faceva certi inviti amorosi, che mi sentivo crepare il cuore. Mi diceva: “Vedi, o sto solo; non ti prendere pena che non puoi dormire; si tratta di fare compagnia al tuo Dio, al tuo Sposo, al tuo Tutto, che è continuamente offeso. Deh, non negarmi questo sollievo, ché poi nelle tue afflizioni o non [26] lascerò te”. 

Mentre stavo con queste disposizioni, la mattina andavo dal Confessore e, senza sapere il perché, la prima cosa che mi diceva era: “Non voglio che faccia la Comunione”.  

Dico la verità, mi riusciva tanto amaro che delle volte non facevo altro che piangere. Al Confessore non ardivo di dire niente, perché così voleva Lui stesso che facessi, altrimenti mi rimproverava, ma però me ne andavo da Lui e gli dicevo la mia pena: “O mio Bene, questa è la veglia che abbiamo fatto questa notte, che dopo tanto aspettare e desiderare dovevo restare priva di Voi? Conosco bene che devo obbedire. Ma dimmi un po’: posso stare senza di Voi? Chi mi darà la forza? E poi, chi avrà coraggio di partire da questa chiesa senza portarvi insieme? Io non so che fare, ma Voi potete rimediare a tutto”. 

Mentre così mi sfogavo, mi sentivo venire un fuoco vicino, entrare una fiamma nel cuore, e lo sentivo dentro di me, e subito mi diceva: “Chetati, chetati 40, eccomi; sono già nel tuo cuore, di che [27] temi adesso? Non più affliggerti, o stesso ti voglio asciugare le lacrime. Hai ragione, tu non potevi stare senza di Me, non è vero?”  

Io poi ne restavo tanto annientata in me stessa. Gli dicevo che se io fossi stata buona, non avrebbe Lui disposto così, e lo pregavo di non più lasciarmi, ché senza di Lui non ci volevo stare. 

Luisa Piccarreta


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