Continuo a dire da dove lasciai, ed ecco come seguì. La mattina andai alla Comunione e appena ricevetti Gesù subito gli dissi: “Signore mio, vedi un po’ in che tempesta mi trovo. Dovevo ringraziarti che hai dato lume al Confessore nel darmi l’ubbidienza di soffrire, ed invece la mia natura lo sente tanto [112] che io stessa ne resto confusa nel vedermi così cattiva. Ma tutto ciò è niente: Voi che ne volete il sacrificio mi darete anche la forza. La ragione più possente in me è dover stare tanto tempo senza potervi ricevere in Sacramento. Chi potrà resistere senza di Voi? Chi mi darà la forza? Dove potrò trovare un ristoro nelle mie afflizioni?”
E mentre così dicevo, sentivo tale pena nel cuore per questa separazione da Gesù Sacramentato che piangevo dirottamente. Allora il Signore, compatendo la mia debolezza, mi disse: “Non temere, Io stesso sosterrò la tua debolezza; tu non sai quali grazie ti ho preparato; perciò temi tanto. Non sono Io Onnipotente? Non potrò o supplire alla privazione di potermi ricevere in Sacramento? Perciò rassegnati e mettiti morta nelle mie braccia, offriti come vittima volontaria per ripararmi le offese, per i peccatori e per risparmiare gli uomini dai [113] meritati flagelli. Ed Io ti do in pegno la mia parola di non lasciarti neppure un giorno senza venirti a trovare. Finora tu sei venuta a Me; d’ora in poi verrò Io a te. Non ne sei tu contenta?”
Così mi rassegnai alla Santa Volontà di Dio e fui sorpresa da questo stato di sofferenze. Ora, chi può dire le grazie che il Signore incominciò a farmi? È impossibile poter dire tutto distintamente. Potrò dire qualche cosa in confuso, ma per quanto posso e per fare la santa ubbidienza che così vuole, mi ingegnerò di dire, per quanto mi è possibile.
Ricordo che fin dal principio di questo stare continuamente nel letto, il mio amante Gesù spesso, spesso, si faceva vedere, ciò che non aveva fatto per il passato. Fin da principio mi disse che voleva che prendessi un nuovo sistema di vita, per dispormi a quel mistico sposalizio promessomi.
Mi diceva: “Diletta [114] del mio Cuore, ti ho messa in questo stato affinché potessi più liberamente venire e conversare con te. Vedi, ti ho liberata da tutte le occupazioni esterne acciocché, non solo l’anima, ma anche il corpo fosse a mia disposizione e così potessi stare in continuo olocausto innanzi a Me. Vedi, se non ti avessi tirata in questo letto, dovendo tu disimpegnare i doveri di famiglia e assoggettarti ad altri sacrifici, non avrei potuto o venire così spesso e farti partecipe delle offese conforme le ricevo; al più avrei dovuto aspettare quando tu avessi compiuto i tuoi doveri. Ma adesso no; siamo rimasti liberi, non c’è più nessuno che ci molesti e che rompa la nostra conversazione. D’ora innanzi le mie afflizioni saranno tue e le tue mie; i miei patimenti tuoi e i tuoi miei; le mie consolazioni tue e le tue mie; uniremo tutte le cose insieme e tu prenderai interesse delle cose mie, come se fossero tue, e così farò o delle [115] tue. Non più ci sarà tra noi due «questo è mio e questo è tuo», ma tutto sarà comune d’ambo le parti.
Sai come ho fatto con te? Come un re quando vuole parlare con la sua regina sposa e questa si trova con le altre dame in altri affari. Il re che fa? Se la prende e se la porta dentro la sua stanza, si chiudono la porta, perché nessuno possa andare a rompere la loro conversazione e sentire i loro segreti. Così, stando soli, si comunicano a vicenda le loro consolazioni e le loro afflizioni. Ora, se qualche imprudente andasse a bussare o a strillare dietro la porta e non li lasciasse godere in pace la loro conversazione, il re non lo avrebbe a male? Così ho fatto Io per te e così pure mi dispiacerebbe se qualcuno ti volesse distogliere da questo stato”.

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