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sabato 20 giugno 2026

IL CUORE DEL PADRE

 


La Provvidenza

Noi designamo specificamente col nome di Provvidenza la sollecitudine con la quale Dio governa il mondo e insieme ciascuno di noi. L'atto con il quale è stato creato l'universo continua, in quanto Dio continua a mantenere il mondo nell'esistenza; e si completa con un'azione esercitata in favore dello sviluppo e dell'evoluzione di tutte le creature. Nella Provvidenza bisogna riconoscere anzi tutto un volto paterno, il Padre chino sui suoi figli. La Provvidenza, infatti, non è un'amministrazione che s'interessi più alle cose che alle persone, né un governo che consideri i sudditi in modo confuso e generico, senza curarsi concretamente di ciascun individuo. Essa è essenzialmente la vigilanza di un Padre che s'interessa a ciascuno come a tutti e che riesce a tener conto, nel governo di tutto l'insieme, della situazione di ciascun individuo in particolare. Inoltre la Provvidenza non dev'essere concepita come un prolungamento e un complemento dell'opera creatrice, ma più ancora come un completamento dell'opera di redenzione. Il Padre che ha offerto la salvezza a tutta l'umanità, sacrificando per essa il Figlio, usa tutti i mezzi per mettere gli uomini in condizione di approfittare individualmente di quella salvezza e di ricevere la vita divina che fu loro meritata a prezzo di un così gran sacrificio. Nella sua provvidenza il Padre persegue dunque uno scopo ben determinato: fare di ogni uomo il proprio figlio, infondendogli con la grazia la vita di Cristo e avviandolo a vivere in sempre maggior pienezza questa vita divina, così da potergli concedere una felicità eterna più completa.

Compito assai difficile, per il fatto che il Padre rispetta la libertà umana e che nella realizzazione del suo piano grandioso deve ad ogni istante far fronte a delle opposizioni, alle ribellioni del peccato, a tutti i capricci di volontà troppo spesso instabili. Il compimento dei suoi progetti divini é per così dire costantemente messo in pericolo dall'atteggiamento indipendente di molti uomini, che rifiutano di conformarvisi e preferiscono i loro interessi e vantaggi ai doni che loro offre il Padre. Anche coloro che hanno la buona volontà di collaborare col Padre sanno per esperienza di essere soggetti a molte debolezze e di deludere di frequente le speranze che il Padre aveva riposto in loro. Eppure, nonostante tante contraddizioni e deviazioni provocate dalla malizia e dalla fragilità umane, il Padre continua nell'attuazione del suo disegno. Noi non possiamo capire come il suo rispetto scrupoloso della libertà umana si accordi con .la sovranità con cui egli guida ogni cosa allo scopo prefisso. È un mistero: e tuttavia è un fatto che il Padre riesce a conciliare quello che a noi sembra inconciliabile. Egli non fa violenza ai suoi figli, anche se si rendono colpevoli dei falli più gravi; non li costringe a ritornare a lui nei loro smarrimenti; e tuttavia è lui in definitiva che li conduce, con mano dolce e ferma ad un tempo, è lui che guida la nostra esistenza per la nostra più grande felicità.

Misurandosi con la libertà che ci ha dato e con gli abusi che ne facciamo, il Padre dispone di due punti di vantaggio. Innanzi tutto egli si presenta a noi col suo amore paterno, e su questo conta per attirarci a sé e ottenere che ci conformiamo alla sua volontà. Se si vieta di costringerci o di farci violenza, egli impiega però un ardore più vivo nel sollecitare la nostra adesione col fascino del suo amore, e il suo appello benevolo fa risuonare instancabile nel profondo dei nostri cuori. Le attenzioni molteplici della sua Provvidenza attestano la sua bontà verso coloro che lo offendono, lo dimenticano e si disinteressano di lui; egli è ininterrottamente presente nella vita di coloro che vorrebbero sottrarsi alla sua presa, e si serve di ogni occasione per rinnovare il suo invito, per farsi di volta in volta più persuasivo.

Poi, quando il suo amore ha ottenuto la risposta che egli si attendeva, il Padre usa della sua onnipotenza per rimediare al passato e rimettere a nuovo una esistenza umana. Gli basta un istante per cambiare il significato di tutta una vita, per renderla, da miserabile che era, bella e ammirevole. La vita del ladrone crocifisso insieme a Cristo era stata un susseguirsi di rapine e forse di delitti; ma l'ultimo istante ha trasformato ogni cosa. Il Padre celeste ha offerto a quest'uomo la testimonianza più commovente del suo amore divino: Cristo in croce. Segretamente il Padre l'aveva attirato verso il Figlio suo, e il ladrone aveva ceduto a quell'attrazione « Gesù, ricordatevi di me quando sarete giunto nel vostro regno ». Questa conversione dell'ultimo istante, che faceva del ladrone un santo autentico, illumina retrospettivamente tutta la sua vita. La Provvidenza aveva avviato quest'uomo verso una conclusione inaspettata, che riparava d'un sol tratto il passato e gli restituiva il suo vero significato. Nell'intenzione di Dio, le gravi colpe da lui commesse erano già, a sua insaputa, dirette verso il momento supremo del pentimento e del perdono, allo scopo di far maggiormente risplendere questo perdono e di porre in una luce più viva la generosità della misericordia divina.

Se non conoscessimo questa conclusione, potremmo giudicare quella del ladrone una vita mancata. Ora, quante vite umane possono svolgersi in misura analoga, apparentemente sepolte nel vizio e insozzate dai peccati più gravi, ma la cui vera conclusione ci é ignota! Se al Padre celeste basta un istante per ristabilire la situazione più compromessa e se un impulso di buona volontà gli permette di trasformare un ladrone in un santo, possiamo ben pensare che molte esistenze, in cui la grazia divina pareva urtarsi contro un'opposizione irriducibile e la Provvidenza fallire nei suoi tentativi, siano terminate col trionfo della misericordia paterna.

L'episodio del buon ladrone ci mostra con quanta cura il Padre avesse vegliato sul corso di un'esistenza e l'avesse guidata verso il suo momento decisivo, e testimonia della sua abilità nel fare di una linea spezzata una linea retta, nel raddrizzare tutte le deviazioni e tutte le curve.

Dobbiamo osservare come questa vigilanza paterna, che si é manifestata e resa più visibile all'ultimo momento, si fosse di fatto esercitata durante tutto il corso dell'esistenza. Una delle caratteristiche della Provvidenza é data infatti dalla cura meticolosa con cui essa interviene ad ogni istante, usando tutti i mezzi e tutte le circostanze per indirizzare una vita umana al suo fine.

Quando cerchiamo di raffigurarci il regno della potenza divina sul nostro universo, noi ammettiamo senza difficoltà che Dio governa l'insieme del mondo e che, possedendo un'assoluta sovranità, interviene là dove meglio gli aggrada. Ma di fronte all'affermazione che anche i minimi particolari della nostra esistenza sono regolati dal supremo Signore di tutte le cose rimaniamo perplessi. Poiché il Creatore ha imposto in precedenza leggi alle forze della natura, non può lasciare che quelle leggi producano il loro effetto

in un'armonia di cui egli stesso ha fissato i termini e i limiti? Non si può dire semplicemente che il mondo e l'umanità evolvono secondo regole inerenti alla loro natura, e che perciò i particolari della nostra vita quotidiana non presuppongono un intervento particolare di Dio, benché esso possa aver luogo in certe circostanze straordinarie o in eventi di grande importanza?

Parlare così significherebbe sottovalutare la Provvidenza. Se questa fosse unicamente la continuazione o il mantenimento dell'energia creatrice di Dio, potremmo limitarla alla funzione di conservare le leggi della natura senza intervenire in modo particolare nei fatti della vita umana. Ma, come abbiamo visto, la Provvidenza consiste nella sollecitudine del Padre celeste che vuole farci beneficiare della redenzione. Essa si esercita non soltanto nel campo delle leggi naturali, ma essenzialmente nell'ordine soprannaturale, cioè sul piano della grazia. Ora, in quest'ordine la nostra esistenza deve compenetrarsi della vita divina, la quale comporta delle relazioni filiali con Dio in un'intimità di ogni istante, che tutto avvolge e nulla vuol lasciare fuori della sua presa. Per questo la Provvidenza si interessa in maniera particolare a tutti gli aspetti della vita umana e all'atmosfera che la circonda. Sollecito nel favorire in tutto il progresso spirituale degli uomini, il Padre fa sentire dovunque la perfezione del suo amore paterno e, pur lasciando che le leggi della natura seguano in linea generale il loro corso, egli ne accompagna lo svolgimento con costante vigilanza.

Si potrebbe giudicare non degno della grandezza di Dio il fatto di vegliare sui minimi particolari della nostra esistenza, su cose che giudichiamo noi stessi senza importanza. In realtà, agli occhi dell'Essere infinito quelle cose apparirebbero assai più infime di quanto non appaiano ai nostri occhi se in quell'Essere non avessimo un Padre. Anche i minimi particolari concernenti il figlio rivestono agli occhi di un padre una grande importanza, per il fatto che egli ama suo figlio. Così per il fatto dell'imenso amore che il Padre celeste ci ha votato, nulla vi è nella nostra vita che lo lasci indifferente. È questo che Cristo ha espressamente dichiarato con le parole: « I capelli della vostra testa sono tutti contati ». Che vi è di più trascurabile di un capello? Eppure ogni minimo particolare della nostra esistenza è oggetto di speciale sollecitudine da parte della Provvidenza.

Anche le cose più piccole di una vita umana sono dunque regolate da un affetto paterno al quale nulla sfugge. Non esiste nella nostra esistenza il puro caso, cioè eventi dovuti alla semplice concomitanza di cause materiali, e meno ancora la cieca fatalità dell'azione inesorabile, come se la sovranità divina si servisse della tirannia delle forze naturali per imporsi con una irresistibile pressione: dietro le circostanze più insignificanti e più fortuite della nostra vita si nasconde l'azione di una bontà superiore che ha tutto disposto misteriosamente e minuziosamente: tocco paternamente delicato nel quadro banale della nostra esistenza quotidiana.

Una volta ammesso il principio che la Provvidenza governa la vita umana fin nei dettagli, rimane ancora da rispondere ad un'obiezione, che viene sollevata di frequente contro la bontà divina. Se il Padre celeste dispone ogni evento per il nostro bene, come mai tante sventure si abbattono sul mondo? Gli uomini di buona volontà ne sono colpiti quanto gli altri; peccatori induriti godono apparentemente in pace i beni di questo mondo, mentre persone di condotta esemplare sono colpite da prove terribili in ciò che hanno di più caro. Si ha a volte l'impressione che la sventura si accanisca contro gli innocenti di una vera e propria persecuzione; certe prove sono così dolorose che generano scoraggiamento e disperazione e distolgono le anime da Dio invece di ricondurvele. Di fronte a un tale spettacolo si è tentati di dire che il mondo va male, che l'ingiustizia vi si manifesta con troppa insolenza, mentre gli sforzi di chi vuol fare il bene sono imbrigliati e paralizzati. E ci si chiede perché tante sofferenze affliggano gli uomini, così da farli a volte dubitare dell'amore divino.

Osserviamo innanzi tutto che sarebbe una risposta insufficiente a questo problema cruciale tentare di sottrarre la responsabilità del Padre celeste per ciò che riguarda la sofferenza umana, imputandola unicamente ai nostri peccati. È vero che il peccato è stato all'origine del dolore mandato agli uomini; ma resta il fatto che è stato ēffettivamente mandato dal Padre. Vi è un'unica cosa che il Padre si rifiuta positivamente di volere e che si limita a permettere per il rispetto che porta alla nostra libertà: il male morale, il peccato. Ma il dolore è un'altra cosa: egli ce lo manda, lo pone nella nostra vita. Perché?

A questa domanda si deve rispondere dimostrando che il dolore proviene veramente da una bontà paterna. In certi casi una simile giustificazione è accettabile, perché le sofferenze si presentano come un elemento essenziale dell'opera educatrice del Padre. Egli si serve della sofferenza per elevare le anime, per farle uscire dal loro confortevole egoismo e spingerle ad una maggiore generosità. Si comprende così che egli ritenga di dover scuotere l'inerzia o l'indurimento di taluni, mettendoli in guardia con i suoi avvertimenti contro i pericoli cui sono esposti per la loro cattiva condotta.

Si tratta della funzione educatrice che il Padre ha esplicato nei riguardi del popolo ebreo, cercando di distoglierlo dai suoi smarrimenti e dalle sue infedeltà con prove e con minacce. Egli assumeva il volto dell'ira per sottolineare la gravità delle offese ricevute, e faceva sentire il vigore della sua collera. Ma nello stesso tempo annunciava il suo proposito finale di misericordia e di perdono: l'ira era passeggera, la misericordia doveva durare per sempre. L'ira era dunque ispirata e comandata dalla bontà, che,voleva manifestarsi in modo tanto più luminoso dopo il biasimo per le colpe commesse e in modo tanto più saggio nei confronti di volontà divenute migliori. Tutto l'Antico Testamento è la storia di questa educazione lenta e difficile data dal Padre a Israele, sua creatura.

Il Padre continua questa opera educatrice nei confronti di ogni uomo, di ogni cristiano. Con l'esperienza del dolore egli insegna agli uomini che il senso della vita non consiste nel massimo godimento dei beni terreni e sconvolge tutte le illusioni di un egoismo avido facendolo clamorosamente fallire. Senza l'allarme del dolore, che scuote gli inerti e risveglia coloro che si adagiano in una tranquillità soddisfatta, gli uomini inseguirebbero un ideale di piacere e di quieto vivere, che impedirebbe lo sviluppo della loro vita spirituale e religiosa. Il Padre celeste interviene soprattutto in quelle esistenze che sono sotto il segno del peccato, con avvertimenti che possono parere brutali, ma la cui violenza ha il fine di provocare un cambiamento di rotta. I suoi colpi crudeli fanno sentire quale punizione potrebbero meritare i peccati commessi, e inducono l'uomo a riflettere, a riconoscere le proprie colpe, ad offrire un'espiazione attraverso le prove che Dio gli manda.

Le sofferenze che il Padre ci infligge sono dunque uno strumento della sua azione paterna. Seppure possano esteriormente apparire indici dell'ira o della severità divina, soprattutto nei riguardi di taluni uomini, esse non sono in realtà che gli strumenti d'una ferma bontà, che vuole innanzi tutto il bene dei figli e che desidera con ogni mezzo assicurare loro la vita eterna. Se un dolore passeggero può condurci alla felicità definitiva, se una fermezza nella bontà si sostituisce ad una compiacente indulgenza che ci sarebbe nociva, noi dobbiamo essere riconoscenti al Padre, come un figlio divenuto adulto ringrazia il padre dell'educazione ricevuta, anche se a volte gli é sembrata dura e pesante.

Ma non è tutto: la ragione fondamentale della condotta del Padre sta altrove. Se il dolore dovesse essere un semplice avvertimento a coloro che camminano sulla via del peccato o nelle illusioni dell'egoismo e offrir loro una possibilità di conversione e di espiazione, esso sarebbe inviato dalla Provvidenza divina in proporzione dei peccati degli uomini. Ma noi sappiamo che in questo mondo i più duramente colpiti dal dolore non sono i peccatori maggiormente colpevoli. Anzi, si ha spesso l'impressione del contrario; e la Scrittura ci offre l'esempio di Giobbe, modello di onestà e di pietà e tuttavia oppresso dalle sventure più crudeli, quasi che il dolore gli fosse inflitto proprio in ragione della sua innocenza. Il dolore non é dunque commisurato alla colpevolezza e non può, di conseguenza, essere considerato una semplice risposta divina ai peccati commessi.

Il Padre destina il dolore ai suoi figli per unirli il più strettamente possibile all'opera di redenzione compiuta dal Figlio suo. Il dolore quaggiù non é necessariamente il retaggio del peccatore, é anche il retaggio di Cristo, l'innocente per eccellenza. Se il Padre aveva designato a soffrire colui che era il suo Figlio diletto, condividere questo destino non é indice della sua riprovazione, ma del suo amore. Come aveva guidato l'esistenza di Gesù verso il dramma del Calvario, espressione massima della sua offerta e del suo amore, egli guida la nostra vita con la croce per portare al massimo la nostra generosità. E si deve riconoscere che nella vita di molti uomini il dolore é stato l'occasione di un magnifico slancio, a volte di un autentico eroismo, che ha stimolato all'estremo il coraggio e il dono di sé. Se il dolore innalza l'uomo, esso dev'essere considerato una grazia, un favore dovuto alla benevolenza del Padre.

Non si ha torto, dunque, a capovolgere la proporzione che saremmo tentati di stabilire tra il peccato e il dolore. Non sono i più grandi peccatori quelli che devono soffrire di più su questa terra, bensì gli amici di Dio, quelli che il Padre ama e considera in modo particolare figli suoi e nei quali vuole imprimere più profondamente l'immagine del Figlio sofferente sulla croce. Nonostante la sua apparenza di punizione, il dolore é un dono reale che deriva dalla bontà del Padre, un dono attraverso il quale l'amore divino ci viene comunicato in maniera più profonda; perché é nel dolore che si impara ad amare più totalmente. Non difetto di generosità dell'amore divino, quindi, ma sguardo d'amore del Padre sul Figlio crocifisso, attraverso il quale egli contempla il nostro volto di figli. La sofferenza, inoltre, non ci permette solo di dare una più larga misura d'amore, ma anche di contribuire alla salvezza e al progresso spirituale degli altri. Essa rende così la nostra vita più feconda e le nostre intenzioni più efficaci, allarga e consolida il nostro campo d'azione nell'ordine invisibile dei meriti. Per mezzo del dolore noi siamo infatti associati all'opera di Cristo per la costruzione dell'umanità nella sua vita spirituale e nella penetrazione sempre più profonda della carità divina. Ogni nostra sofferenza rappresenta un mezzo prezioso per aiutare il prossimo e collaborare al regno dell'amore in questo mondo.

Voler sopprimere la sofferenza significherebbe, dunque, togliere agli uomini una parte essenziale della bellezza e della fecondità della loro vita, un tesoro del loro patrimonio spirituale. Il Padre sa che mandandoci il dolore si espone a lamenti e a ribellioni; ma sa anche che noi lo accoglieremo e che esso ci nobiliterà. Questa sua fiducia in noi, nonostante la nostra debolezza, riposa sul fatto che insieme col dolore egli ci dà la grazia sufficiente per sopportarlo e offrirlo; per cui un giorno, quando saremo pervenuti, grazie alle nostre sofferenze, a una felicità celeste più luminosa, noi lo ringrazieremo.

La Provvidenza va al di là delle nostre vedute umane. Quando siamo tentati di immaginarla come una sollecitudine che si limita a soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri, essa ci conduce arditamente verso cime di difficile ascensione, verso un'opera dagli orizzonti larghissimi, per la quale impiega i mezzi più radicali. Il suo scopo essenziale è di farci partecipare alla sua azione redentrice; mediante la sofferenza, che può essere atroce, ma mai superiore alla nostra capacità di offerta, alimenta e accresce il nostro amore e ne fa beneficiare tutta l'umanità. Il Padre, che non ha esitato a sacrificare il Figlio suo, non ha timore di associare tutti noi a quel sacrificio. La sua bontà é audace, e questa andacia é un omaggio reso agli uomini, giudicati degni di partecipare al dramma eroico del Calvario e, in fine, al gaudio trionfale che la sua generosità paterna farà scaturire infallibilmente dalla croce.

Jean Galot s. j.


giovedì 23 ottobre 2025

L'esaudimento delle preghiere

 


IL CUORE DEL PADRE


Una delle funzioni più specificamente paterne è quella di venire incontro alle richieste di chi ha bisogno. Cristo ci ha raccomandato di rivolgerci al Padre nelle nostre necessità con l'assicurazione che verremo esauditi; e ha insistito sul fatto che l'esaudire è proprio di un cuore paterno: « Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve; chi cerca trova; e a chi bussa verrà aperto. Chi tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? E se chiede un pesce, una serpe? Se dunque voi, pur essendo cattivi, sapete dare questi doni ai vostri figli, tanto più il Padre vostro, che è nei cieli, a chi glieli domanderà.

Con queste parole Cristo risponde a un timore di cui soffrono spesso gli uomini nei loro rapporti con Dio. Infatti essi sono pronti a dubitare dell'efficacia delle loro preghiere ed esitano a far domande perché ne temono l'inutilità; inoltre provano quasi un senso di diffidenza nei riguardi di Dio, come se l'audacia con la quale si rivolgono a lui rischiasse di essere punita con l'avverarsi dell'evento contrario a quello che é stato domandato, col male esattamente opposto al bene che essi desiderano. Se dovessimo analizzare il sottofondo segreto di tale diffidenza, vi troveremmo un residuo della vecchia convinzione che Dio é geloso della sua potenza e non permette agli uomini di ingerirsi nel suo governo con delle richieste; che é geloso della felicità degli uomini, di quella che hanno o vorrebbero avere, e che di conseguenza, per umiliarli, é pronto ad ostacolare le loro aspirazioni.

È naturale che Cristo reagisca vivacemente contro questa diffidenza umana, così ingiuriosa per la bontà del Padre. Egli ci fa osservare che noi attribuiamo al Padre celeste sentimenti che non troveremmo in alcun padre umano, per malvagio ch'egli fosse; e soggiunge, prendendo esempio dalla bontà di un padre umano, che la generosità del Padre celeste é incomparabilmente superiore. Le parole « pur essendo cattivi » non devono far pensare che Cristo abbia una idea meschina dell'uomo o della paternità umana. Scrive san Giovanni Grisostomo a proposito di questa espressione: « Egli non lo diceva con l'intenzione di diffamare la natura umana, di dichiarare cattivo il genere umano; ma é a paragone della propria bontà che diceva cattiva perfino la tenerezza paterna, tanto é grande l'eccesso del suo amore per gli uomini! ». Infatti Cristo non intendeva dare un giudizio della bontà paterna umana, ma unicamente dell'amore del Padre celeste, del quale ha voluto sottolineare l'infinita superiorità. E, più esattamente, egli non dice « cattiva » la bontà di un padre umano, sia pure relativamente alla bontà divina, ma dice: « pur essendo cattivi », prendendo il termine di paragone più sfavorevole, cioè quello di un uomo cattivo. Se, dunque, nemmeno un uomo cattivo darebbe al figlio una pietra in luogo del pane, quale non sarà la bontà di Colui che non può avere in sé né male né cattiveria, a quale altezza non giungerà la bontà di un Padre che é tutto amore!

Se la generosità del Padre celeste supera di gran lunga ogni bontà umana, preme osservare che essa non risulta semplicemente da un sentimento di benevolenza e d'indulgenza paterne, ma che ha le sue radici nella disposizione fondamentale adottata dal Padre nel dramma della redenzione. Un padre umano può soddisfare la domanda del figlio con un gesto istintivo di bontà; ma la risposta del Padre celeste alle nostre preghiere proviene sempre dalla decisione irrevocabile che egli ha preso nei confronti degli uomini peccatori procurando loro la salvezza. Ogni atto di liberalità divina ha origine in quell'atto primordiale di liberalità che ci ha meritato il Salvatore.

Dobbiamo sempre ritornare alle parole di san Paolo « Egli, che non ha risparmiato il suo unico Figlio e lo ha dato in sacrificio per tutti noi, come non ci darà con lui tutto il resto? » Dal dono di Cristo derivano infallibilmente tutti gli altri favori. Perciò Gesù dichiara ai suoi discepoli che tutto ciò che essi chiederanno in nome suo al Padre sarà loro dato, e sarà loro dato in suo nome: « In verità, in verità, vi dico: tutto ciò che domanderete a mio Padre egli ve lo darà in nome mio » . Nelle preghiere che gli vengono rivolte il Padre ode la voce del suo unico Figlio, per lui irresistibile; e quando concede la grazia domandata egli rinnova in certo modo il dono del Figlio, perché la sua generosità di ogni istante non è diversa da quella per la quale ci è stato dato Cristo.

Noi abbiamo dunque parte nel potere che Gesù esercita sul cuore del Padre. Tale verità ci appare così eccessiva che non osiamo quasi ammetterla. È difficile per la nostra mente cogliere la sovrabbondanza divina dell'amore del Padre, credere che l'Onnipotente si sottometta realmente a un nostro desiderio, che ci lasci intervenire efficacemente nel governo degli avvenimenti terreni, governo che appartiene a lui soltanto. Eppure il Padre del cielo non esita a darci questo potere che a noi sembra esorbitante, e soprattutto non tollera che noi abbiamo dubbi sul dono che ci è stato fatto. Essendo onnipotente, è libero di soddisfare i nostri minimi desideri e di lasciarci intervenire nella sua azione sul nostro mondo; e poiché ci ama, ci ha conferito un potere autentico sul suo cuore paterno, risolvendo di non resistere alle nostre richieste, desiderando anzi che usiamo abbondantemente del potere meraviglioso che ci è stato concesso in modo definitivo.

È da notare che la sollecitudine del Padre nell'esaudire le nostre preghiere deriva dalla sua volontà di darci ciò che domandiamo. Prima ancora che la nostra domanda sia formulata, egli ha pensato ai nostri bisogni, alle nostre preoccupazioni, ai nostri desideri, e aspira a soddisfarli con una brama più intensa di quella che poniamo noi nel chiedere. Se attende le nostre richieste, è solo in obbedienza al principio generale che egli ha adottato nelle sue relazioni con noi quello del rispetto della nostra libertà. Egli non vuol costringere gli uomini a ricevere i suoi doni; preferisce chiedere la nostra libera collaborazione, in modo che quei doni siano bene accolti e bene usati, in modo anche che si stabiliscano tra noi e il Padre dei rapporti di confidenza filiale. Sta a noi esprimerci spontaneamente, esporre al Padre celeste l'oggetto dei nostri desideri e delle nostre richieste. Sta a noi partecipare umilmente, ma con dignità di figli, al governo della nostra vita e del mondo, secondo l'invito del Padre.

Quando una delle nostre domande giunge al Padre, essa trova dunque in lui un desiderio ardente di esaudirci. Il Padre è sempre nostro alleato, mai un oppositore che bisogna convincere. E sappiamo, perché Gesù lo ha detto, che non dobbiamo temere di importunare il Padre né con l'audacia delle nostre sollecitazioni né con l'insistenza ostinata delle nostre preghiere. Gesù ha insistito su questa audacia e su questa perseveranza, che, lungi dal dispiacere al Padre celeste, gli sono gradite e provocano un più generoso esaudimento. Basta rileggere la parabola dell'amico importuno per capire come è stato consigliato di importunare il Padre, con l'assicurazione che proprio per il nostro importunare saremo esauditi. Il Padre desidera che si bussi con più forza alla porta del suo cuore paterno, affinché quella porta si apra con maggior larghezza.

Se dura fatica credere a questo immenso potere che ci è stato accordato sul cuore del Padre, ancor più difficilmente crediamo che tutte le nostre domande possano essere esaudite. La nostra esperienza, basata su fatti provati e constatati, ci dice che talune domande ricevono soddisfazione, mentre altre non conseguono i risultati attesi. Accade così che troviamo sul nostro cammino il contrario di ciò che avevamo domandato. Non è dunque temerario affermare che ogni domanda viene esaudita?

E tuttavia è questa la verità energicamente affermata da Gesù: « Chiedete e vi sarà dato...; perché chi chiede riceve ». Nessuna eccezione, nessun limite è previsto. La fede ci comanda dunque di credere che nessuna delle nostre domande resterà senza effetto; ma è possibile che questo effetto, che e certo in tutti i casi, non sia afferrabile dall'esperienza e non sia nemmeno il bene che la nostra preghiera invoca. Cristo ci assicura che il Padre celeste non manca mai di dare buone cose a coloro che gliele domandano; il che significa che egli dà soltanto delle cose buone. Ma noi siamo indotti a chiedere, per la debolezza e l'inesperienza del nostro umano intendimento, cose che non sono né buone né utili, per noi o per gli altri, o anche cose pericolose o cattive. Come un padre umano non soddisferebbe la richiesta di un figlio quando ne prevedesse un effetto nocivo, così il Padre celeste non è disposto a farci danno esaudendo voti avventati. Egli ci protegge contro noi stessi; ed è questo ancor un segno della sua bontà. Quando non riceviamo precisamente quello che abbiamo chiesto, dobbiamo credere che vi è in ciò una manifestazione dell'amore del Padre, il quale ci ha esauditi in altra maniera, concedendoci un bene migliore. Egli conosce bene le nostre aspirazioni e sa soddisfarle in ciò che hanno di più profondo, anche quando sono formulate imperfettamente. Quando la sua bontà paterna gli vieta di prendere alla lettera una delle nostre domande, il Padre risponde tenendo conto dell'intenzione profonda che vi è espressa e ci esaudisce in questa direzione. Perciò, mai una « buona cosa » ci è rifiutata; nessun limite, in questo campo, all'esaudimento delle nostre preghiere.

Significativa è anche la ragione ché Cristo dà di tale esaudimento, lo scopo finale che il Padre persegue. « Domandate e riceverete, affinché la vostra gioia sia piena ». E diceva ciò nel momento in cui, con le sue sofferenze, stava per meritare per i suoi discepoli il gaudio definitivo. Questo gaudio il Padre lo vuol perfezionare e rendere completo accettando le richieste dei suoi figli. La sua felicità paterna consiste nell'elargire loro la gioia più piena.

Di Jean Galot s. j. 


domenica 27 aprile 2025

IL CUORE DEL PADRE

 


Il perdono ai peccatori

Nel perdono concesso ai peccatori si rivela: la generosità senza limiti del cuore del Padre. Considerando la sua reazione al peccato di Adamo ed Eva, abbiamo già constatato ciò che essa aveva di sublime 'e di incomprensibile: a coloro che hanno voluto quasi misurarsi con lui, disprezzando i suoi ordini e aspirando a diventare simili a lui, il Padre non esita a promettere una dignità più alta, dando loro il Figlio suo per stabilirli in lui come suoi figli. Il Padre ama maggiormente quelli che lo hanno ferito col loro peccato e dona loro in più gran copia; e tanta magnanimità, manifestata là dove non ci si attenderebbe che punizione e rivalsa, testimonia di una bontà che supera tutte le norme della bontà umana, una benevolenza dalle profondità insondabili. Perché Dio ha amato con affetto paterno più intenso coloro che si erano drizzati contro di lui? Non bisogna cercare giustificazioni, ma adorare il mistero.

E questo medesimo mistero, così confortante, si ripresenta nelle relazioni del Padre con ogni peccatore in particolare. Di fronte alle colpe individuali si ripete il dramma di redenzione avvenuto in risposta al peccato di Adamo. Incrollabilmente fedele nel suo amore e deciso a mai revocare il dono del suo cuore, il Padre adotta nei riguardi di ogni uomo l'atteggiamento adottato verso l'umanità intera al momento in cui decise di salvarla dal peccato. È dunque ancora una volta un più grande amore quello che il Padre celeste testimonia ad ogni peccatore. Lungi dal rispondere alle offese attuali degli uomini con la vendetta, egli non domanda che di aprire più largamente il suo cuore per accogliervi i peccatori pentiti.

Questo atteggiamento del Padre è descritto in una delle parabole più belle del Vangelo: quella del figliol prodigo. Con parole semplici, ma estremamente suggestive, Gesù vi esprime la verità più misteriosa e commovente: l'amore paterno offerto con tanto calore al peccatore pentito.

L'inizio della parabola pone in rilievo il significato esatto del peccato, peccato che, non ci viene descritto come la ribellione di un servo contro il padrone, ma come l'oltraggio di un figlio che vuol lasciare il padre per sottrarsi alla sua tutela. È un'indicazione preziosa questa che Gesù ci offre: il peccato deve sempre essere considerato come una colpa commessa nell'ambito delle relazioni di un figlio col padre. In ciò consiste la sua gravità, il suo carattere tragico; perché un'offesa fatta a un padre è più grave di un oltraggio rivolto a un padrone. Solo nel contesto di un amore filiale che viene tradito appare chiaro il vero senso del peccato.

La domanda del figlio minore esprime chiaramente questo rinnegamento dell'amor filiale: « Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta ». È come se gli dicesse: « Ciò che 'mi interessa non è il tuo affetto paterno né la tua compagnia, ma sono i tuoi beni. Dammi la mia parte, e me ne vado ». Tale è precisamente l'intenzione che il peccato presuppone il diritto conclamato di diventare padrone assoluto dei beni che Dio dispensa, di possederli e di utilizzarli a modo proprio, in piena indipendenza. Il peccato viene sempre commesso per mezzo di certi beni che il Padre ci ha elargito e di cui il peccatore si impadronisce per usarli non conformemente alla volontà del Padre e nella sua casa, ma secondo il proprio capriccio e lontano dalla casa paterna. Egli rivolgendosi contro il Creatore, contro il Padre, ciò che ha ricevuto da lui: i beni di questo mondo, di cui fa cattivo uso con la sua avidità; il suo corpo, di cui abusa con la sensualità; la sua anima, che sottrae col suo egoismo o col suo orgoglio. Il peccato comporta dunque la triste ingratitudine di opporsi al proprio benefattore per mezzo dei benefici da lui avuti.

Alla domanda del figlio minore il padre non dà risposta. Egli tace, ma questo silenzio non esclude che egli abbia risentito in modo pungente l'ingiuria fatta al suo amore. Nessun padre, infatti, potrebbe ascoltare senza fremere il proprio figlio chiedergli una parte della sua fortuna per staccarsi definitivamente dal suo affetto. Ma il padre della parabola evangelica vuol essere generoso, e nasconde la sua pena nel segreto del cuore.

Il padre, dice Gesù nella parabola, procedette alla divisione richiesta dal figlio minore. Dovremmo stupirci di una generosità che permette a un giovane sventato di dilapidare tutto il suo patrimonio. Essendo sollecito del bene reale del figlio, il padre avrebbe avuto il dovere di rifiutare, proteggendolo contro se stesso e risparmiandogli tutte le mortificazioni di un'avventura, il cui insuccesso era prevedibile. La condotta del padre si giustifica, invece, con l'intenzione di non forzare la libertà del figlio. Ciò che egli desidera é il suo affetto, e l'affetto non si attiene con la forza. Egli vuole presso di sé un figlio, non uno schiavo; e se attualmente il figlio non vuol più dargli liberamente il suo amore, egli si rifiuta di estorcerlo con la forza e preferisce lasciargli la sua libertà, nella speranza che questa un giorno lo ricondurrà a lui.

Tale è pure la condotta del Padre celeste, che non rifiuta agli uomini i beni della terra, quando essi vogliono abusarne, e che non li costringe a rimanere presso di sé, nella sua amicizia, quando vogliono separarsene. Egli riconosce agli uomini la libertà, e la rispetta profondamente, perché desidera da parte loro un affetto che non sia comandato. Lasciando loro la possibilità di optare tra l'amicizia e la separazione, egli spera che, pur scegliendo, al momento, di andarsene, alla fine ritorneranno e gli tributeranno un amore spontaneo. Questo rispetto della libertà umana non é che una testimonianza di più del vero amore del Padre, il quale, per il nostro bene, si espone volentieri al rischio di essere abbandonato, disprezzato nel suo amore, e di vedere i suoi figli preferire a lui i miseri piaceri della terra.

Il figlio minore non esita un istante ad approfittare della libertà e della fortuna che gli sono state concesse. Se ne va con la borsa piena, ripromettendosi ogni sorta di piaceri. Ma la realtà gli infligge ben presto una crudele delusione. Egli e condannato a fare proprio quel mestiere che tra gli ebrei era giudicato il più abbietto: il guardiano di porci; e cade in un tale abisso di miseria da desiderar di condividere il pasto di quegli animali. Ciò dimostra che il peccato non mantiene le sue allettanti promesse; invece di soddisfare i desideri che ha acceso, ne inganna l'appetito, accentuandolo, spoglia dei suoi beni colui che si è lasciato sedurre, lo trascina in una profonda miseria, genera vergogna e disgusto. Chi aveva creduto di godere l'ebrezza della libertà, cade invece in una degradante schiavitù.

Il figliol prodigo, che ne ha fatto l'amara esperienza, confronta la sua situazione con quella di cui godono i servi di suo padre, e incomincia a capire quali fossero la felicità, la libertà e l'abbondanza di cui egli godeva nella casa paterna e che non aveva saputo apprezzare nel loro giusto valore. « Quanti sono i servi al soldo di mio padre che hanno pane in abbondanza, mentre io, qui, muoio di fame! ». Vi è in questa constatazione l'elogio del benessere spirituale che il Padre prodiga a chi resta vicino a lui, vivendo nella sua amicizia. Solo i santi possono testimoniare di tale abbondanza di grazie e di favori che mantiene l'anima in una disposizione di pace e di gioia piena; dei cristiani dalla vita apparentemente comune possono far fede che tale abbondanza è autentica e che in nessun luogo si sta meglio che nell'amicizia del Padre celeste. Una volta perduta, il peccatore ne valuta appieno il prezzo.

Qui ha inizio un dramma interiore che è il dramma di tanti uomini in questo mondo: il dramma di coloro ai quali l'esperienza ha dimostrato che il peccato e triste, arido, degradante, e che solo una vita di buona intesa col Padre celeste può soddisfare e colmare un cuore umano. Ma bisogna avere il coraggio di ritornare, bisogna compiere quell'ultimo sforzo, di cui si esagera spesso la difficoltà. Il figlio di cui ci parla la parabola si decide a questo passo. Avendo tutto perduto, egli capisce che non gli rimane che la sua mortificazione da offrire; ed è questa che egli si propone di presentare al padre, domandandogli di poter ritornare nella sua casa in veste di servitore: « Io non son più degno d'esser chiamato figlio tuo: trattami come l'ultimo dei tuoi servi ».

Avviandosi verso casa, doveva provare un senso di apprensione: quale accoglienza vi avrebbe ricevuto. Se avessimo dovuto terminare noi il racconto iniziato da Cristo, forse gli avremmo dato una conclusione diversa: avremmo rappresentato Dio in veste di giudice, che concede i suoi lumi divini al colpevole affinché riconosca i suoi peccati, e che pronuncia la condanna. E, attenendoci a quella che sarebbe stata la reazione di un padre umano al ritorno del figlio traviato, avremmo equilibrato la bontà con una saggia prudenza. Il padre, infatti, avrebbe potuto ricevere il figliol prodigo con benevolenza, facendogli tuttavia comprendere il dolore che aveva causato con la sua condotta; e, affinché la lezione non andasse perduta e il giovane non fosse tentato di ricominciare, avrebbe potuto differire il perdono definitivo, tenendo per qualche tempo il figlio in casa, al suo servizio, prima di restituirgli tutti l suoi privilegi di figlio. Il giovane avrebbe così dovuto provare la sincerità del suo pentimento e della sua risoluzione di mutar vita, meritandosi il perdono con la dimostrazione di una condotta buona e onesta.

Ma la conclusionè che Gesù ci prēsenta supera tutto ciò che avremmo potuto immaginare. Invece di attendere che il figlio giunga a lui per implorare perdono, il padre gli corre incontro, impietosito del suo stato di miseria. Il giovane inizia la frase preparata in anticipo per questo difficile istante, ma egli lo interrompe, e non per fargli dei rimproveri, bensì perché la conversazione non insista su un passato di cui il figlio prova vergogna; e quando questi si dice indegno del nome di figlio, egli ordina che gli si portino gli abiti migliori, l'anello e le calzature che distinguono i padroni di casa, e fa sparire immediatamente i cenci e le altre tracce della ,sua miseria, restituendogli così i privilegi e la dignità di figlio. Ma non basta: egli organizza un banchetto, e un banchetto solenne, per il quale ordina di immolare non un capretto o un agnello come per i banchetti comuni, ma il vitello grasso. Il padre è raggiante di una gioia che vorrebbe comunicare a tutti; non ha che un'idea: « Il figlio mio che credevo morto è ritornato alla vita; era perduto e si é ritrovato ». Che altro possiamo trovare nella descrizione di questa meravigliosa accoglienza se non la bontà, tutta la bontà di un cuore paterno? Noi avremmo posto a quella generosità molte restrizioni, molti limiti di giustizia e di prudenza Gesù ci mostra, invece, che il padre supera ogni nostra meschina considerazione e offre tutto il suo amore al figlio prodigo che ritorna.

Ora, quest'accoglienza di pura bontà paterna si ripete di continuo nelle relazioni di Dio con gli uomini. Ogni volta che un peccatore si pente delle sue colpe e che il Padre, il quale attendeva con impazienza quell'istante, accorre a lui, si ripete la parabola del figliol prodigo. Dio non vuol assolutamente forzare la porta di un cuore; ma se quel cuore si apre liberamente a lui con buone disposizioni, egli si affretta ad entrarvi, spinto dal suo immenso affetto, senza alcun indugio cancella la disperazione e l'onta del peccato, reintegra colui che si é perduto in tutti i suoi privilegi di figlio e lo fa godere dell'amicizia divina più completa. Non impone un tempo di prova in cui debba essere fornita la dimostrazione della buona condotta e della fedeltà alle risoluzioni prese; ma concede intero il suo perdono non appena il peccatore manifesta la sua volontà di rinunciare al peccato e di mutar vita.

Il perdono é definitivo; come c'insegna la parabola, il Padre celeste non ha alcun desiderio di ritornare sui fatti del passato, di gravarvi la mano o di richiamarne il ricordo per far rivivere l'onta che li accompagna. Egli è il primo a voler cancellare per sempre il ricordo delle colpe che ha perdonato. È un errore, quindi, raffigurarci il Padre celeste che tiene in serbo tutti i peccati che abbiamo commesso durante la nostra vita, per ripresentarceli nella loro bruttura quando compariremo dinanzi a lui nell'ora della morte. Se così fosse, il suo perdono non sarebbe completo. Egli ha voluto esattamente sopprimere tutta la miseria e tutto il disonore dei nostri peccati; non sarà, quindi, lui a richiamarli in vita. E se un ricordo dovesse sussistere, esso non può essere che un'azione di grazie per la riconciliazione ottenuta; non dunque un ricordo di vergogna e di disgusto, ma di gioia e di liberazione.

Restituendo innocenza e purezza autentiche a un'anima che si era insozzata, il Padre rende al figlio sull'istante tutto il suo affetto paterno e si propone di agire in avvenire come se nulla fosse avvenuto. Lungi dal conservare per lui del rancore, egli è tutto preso dalla gioia paterna di aver rivisto vivo colui che credeva morto. Ed è un gaudio grande, come dimostra il banchetto del vitello grasso e come Gesù afferma « Io vi dico che ci sarà più gioia in cielo per un peccatore che si pente, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza ». La gioia che manifesta il padre del figliol prodigo, come quella del pastore che ritrova la pecorella smarrita, ha qualcosa di meraviglioso, più ancora della restituzione della innocenza al colpevole di ieri. L'avventura che avrebbe dovuto avere conseguenze amare e irreparabili termina in generale letizia, per il Padre e per tutto il cielo, letizia che si comunica al figlio perdonato. Ed é per il peccatore pentito un privilegio stupendo quello di poter procurare al Padre celeste un gaudio tosi intenso. Più la sua offesa era stata grave, più profonda è la gioia che accompagna il suo ritorno. Il penitente, una volta ricevuta l'assoluzione del sacerdote, sa che non ha da temere il volto severo di Dio; sa che sarà accolto in gaudio da un amore paterno. Egli lo sente, del resto, anche in se stesso; e la gioia che prova non è che il riflesso nella sua anima del gaudio di tutto il cielo e del cuore del Padre.

Di Jean Galot s. j.


lunedì 26 agosto 2024

IL CUORE DEL PADRE

 


Il dono della Chiesa

Come ha voluto fare di Maria un'immagine del suo cuore paterno, così il Padre ha voluto imprimere profondamente il segno della sua paternità nella Chiesa, affinché essa si presentasse a noi come una madre. Per dare ai suoi figli un ambiente che avesse 1'atmosfera, il calore del focolare umano, ha voluto che la vita cristiana non si sviluppasse semplicemente nelle anime individuali isolate, bensì in una comunità, e che questa comunità funzionasse come un autentico ambiente materno. Così il dono della Chiesa agli uomini appare una manifestazione caratteristica di un amore paterno, che desidera esprimersi in forme concrete.

La Chiesa é stata riconosciuta come una madre fin dai primi secoli del cristianesimo, perché si vedeva in essa la generatrice della fede nelle anime. In realtà, la comunicazione della fede fa parte della comunicazione, più ampia, della vita della grazia. Mediante i sacramenti, innanzi tutto il battesimo, la Chiesa immette e sviluppa nelle anime la vita divina. Al momento del battesimo in particolare, essa impersona colui che dà nascita al nuovo cristiano; e in seguito ha il compito di favorire con ogni mezzo questa vita che ha trasmesso. Compito materno, che adempie mettendo a disposizione dei fedeli, oltre ai sacramenti un numero considerevole di elementi che sono di aiuto alla santificazione e che favoriscono il completo sviluppo dello spirito: la proclamazione della verità col magistero e la chiarificazione progressiva di quella verità con tutto un lavoro di ricerche e di precisazioni compiuto dalla teologia, lavoro che costituisce un patrimonio della Chiesa; il governo gerarchico, che dà ai cristiani un quadro giuridico di leggi e d'istituzioni e un quadro vivente di orientamento delle varie attività; la distribuzione di tesori di grazie con la solidarietà comunitaria e l'esercizio di una missione educatrice, con la quale la Chiesa mira ad elevare il livello spirituale e morale dei popoli e dell'umanità intera. La Chiesa ha veramente un compito di madre, consistente nel far sfociare la vita della grazia, nel proteggerla, favorirla e guidarne lo sviluppo.

Il termine di funzione materna è quello che meglio esprime la missione della Chiesa, la quale fu formata dal Padre a sua immagine, come Maria, per rappresentare in mezzo agli uomini la sua paternità. Noi tendiamo spesso a dimenticarlo; ammiriamo la provvidenza materna della Chiesa senza pensare che essa e una emanazione del cuore del Padre, che la sua qualità di madre è una testimonianza di quella celeste paternità « da cui ogni famiglia in cielo e in terra prende il suo nome », la sua esistenza.

Nella Chiesa stessa molte manifestazioni particolari della sua attività portano in modo tutto speciale il sigillo della paternità celeste. È noto che una delle caratteristiche essenziali del governo della Chiesa è il suo aspetto paterno. La sua gerarchia è stabilita, e vero, in vista di una funzione amministrativa, ma questa non deve essere considerata unicamente un lavoro di funzionari, bensì un compito tutto impregnato di sollecitudine paterna. L'autorità di cui sono investiti gli uomini della gerarchia ecclesiastica è una autorità di pastori, poiché la loro missione è quella di guidare un gregge di cui conoscono ed amano ogni pecorella. Così è del Papa, il quale porta il bel titolo di pastore di tutti i fedeli. Gli ampi poteri di cui è investito comporterebbero, se gli fossero conferiti in una società puramente umana, pericoli di assolutismo, di tirannia, di arbitrio; ma, appunto perché inseriti in una missione pastorale e paterna d'ordine superiore, essi si esercitano in uno spirito diametralmente opposto all'arbitrio tirannico, lo spirito di un potere vastissimo che mette tutte le sue risorse a servizio di coloro per i quali esiste e che manifesta la sua forza in una più profonda benevolenza. Esso è una immagine luminosa dell'autorità. del Padre celeste, la cui onnipotenza, che avrebbe potuto affermarsi con una sovranità tirannica, ha preferito concentrarsi in un più fervido e generoso amore.

Così è di tutti coloro che in qualche modo partecipano alla missione pastorale del sommo pontefice, e che non devono usare dei poteri di cui sono investiti se non per lasciarne trasparire la paternità divina di cui sono i messaggeri. Sotto quest'aspetto i sacerdoti non sono soltanto i rappresentanti di Cristo sulla terra, ma anche i rappresentanti del Padre. Infatti, quando impartiscono l'assoluzione ai fedeli che hanno appena confessato i loro peccati, essi compiono un atto eminentemente paterno, l'atto di una misericordia che accoglie, perdona e guarisce. Quando si chinano sulle umane miserie cercando di apportarvi aiuto, rappresentano presso gli uomini il Padre celeste sempre chino su di essi. La cura d'anime che è loro affidata richiede che il loro comportamento personale rispecchi, per quanto è possibile, la sollecitudine generosa del Padre verso i suoi figli. Il loro apostolato deve dunque effettuarsi sotto il segno dell'amor paterno.

È così, d'altra parte, che Cristo aveva inteso la propria missione di pastore. Egli ha voluto essere buon pastore, come il Padre aveva annunciato in precedenza di essere il pastore del popolo ebreo. E modellava il suo amore su quello del Padre: « Come il Padre ha amato me, così io amo voi ». Perciò la nota di tenerezza paterna che risuona nelle parole di Cristo riecheggia l'amore del Padre. « Figli miei », egli dice talvolta ai suoi discepoli. « Abbi fede, figlia mia », dice alla donna atterrita e tremante che si presenta a lui dopo aver toccato il suo mantello e ottenuto la guarigione. Allo stesso modo si rivolge al paralitico per concedergli la remissione dei suoi peccati: « Figliolo, confida, e ti saranno perdonati i tuoi peccati » ; ad un tempo il gesto e la voce del Padre che perdona. E la stessa paterna sollecitudine Cristo dimostra nel vegliare sui suoi discepoli con ogni sorta di attenzioni. Pur vivendo in semplicità e povertà, egli non lascia mancar loro nulla e provvede ad ogni loro bisogno come farebbero un padre o una madre. I discepoli al momento della passione ne renderanno testimonianza.

Anche verso coloro che gli resistono si manifesta l'amore paterno di Gesù. « Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che a te sono mandati; quante volte ho voluto io radunare i tuoi figli, come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali, e tu non hai voluto! ». In questa apostrofe, solenne e tenera ad un tempo, l'aspirazione del Padre a formare intorno a sé l'unità dei suoi figli si manifesta in tutto il suo fervore insieme a un profondo rispetto per la libertà che non si vuole conculcare, sia pure con un amore troppo esclusivo.

Continuatrice di Cristo, la Chiesa si trova direttamente nel prolungamento di questa aspirazione paterna a riunire in unità i figli del Padre, « come la gallina raduna i pulcini sotto le sue ali ». La Chiesa ha il compito di realizzare progressivamente per tutti i popoli e per tutti gli uomini ciò che Gesù aveva tentato di fare, in nome del Padre, per l'unione del popolo eletto. Attraverso essa il Padre stende le ali della sua paterna protezione sull'umanità intera, fondendola in un solo blocco col calore del suo amore.

Testimoni di quest'amore non sono soltanto coloro che sono stati istituiti pastori di anime, ma anche gli innumerevoli operai dell'opera educatrice di cui, come abbiamo notato, è investita la Chiesa e che risponde così bene ad un compito materno. A questa missione consacrano la loro vita un gran numero di uomini e di donne, tutti coloro, cioè, che si dedicano alla formazione cristiana della gioventù. Il primo titolo di nobiltà di questa vocazione consiste nella sua somiglianza con la paternità di Dio. Quegli uomini e quelle donne, infatti, vanno considerati innanzi tutto come un dono del Padre all'umanità, un dono profondamente paterno. Questa attività fa loro assumere una paternità o una maternità di ordine morale e spirituale. In essi e per essi il Padre celeste modella lo spirito, il cuore e il carattere dei suoi figli, aprendoli a una vita divina più generosa e più aperta, ve li stabilisce solidamente infondendo loro i principi di una condotta morale rispondente alla loro qualità di figli di Dio. Grandezza degli educatori e delle educatrici, ai quali il Padre ha affidato le sue responsabilità paterne e ai quali desidera prestare il suo volto di Padre, volto di una bontà coraggiosa, attiva e instancabile!

E ancora la stessa paternità che risplende in tutti coloro che nella Chiesa dedicano la loro attività al sollievo delle umane miserie, portando il suo messaggio di carità evangelica tra i poveri, tra i malati, tra tutti quelli che soffrono o che hanno bisogno di aiuto. Nella svariata molteplicità delle opere con le quali si organizza quest'aiuto al prossimo, nella generosità di quelle esistenze umane le cui forze sono tutte consacrate a sollevare la miseria altrui, dobbiamo riconoscere il Padre dei cieli sempre chino sugli uomini a prodigare loro il suo amore misericordioso. Quando un malato è preso d'ammirazione per la religiosa che lo cura con devozione materna, è il cuore del Padre che egli incontra in lei, e la stessa verità si rivela al lebbroso, che chiama « mano di Dio » la mano della suora missionaria che medica le sue piaghe.

Quanti uomini ribelli alla religione sono stati convinti dell'esistenza di Dio dalla dedizione sino al sacrificio di una suora! E la loro intuizione è giusta, perché è veramente Dio che si scopre in quella meravigliosa generosità, anzi ciò che di più profondo vi è in Dio: un cuore paterno. E con esso scoprono anche la Chiesa sotto il suo vero volto: il volto di una madre piena di bontà.

Di Jean Galot s. j.


mercoledì 22 novembre 2023

IL CUORE DEL PADRE - Il dono di Maria

 


Il dono di Maria

Il Padre ha voluto circondarci da ogni lato col suo amore, e poiché sapeva che non sarebbe stato facile per noi concepire un amore paterno, cosa, per quanto prossimo e dimorante in noi, troppo astratta per i nostri occhi affamati di ciò che è visibile, ha deciso di darcene una rappresentazione concreta, che toccasse più direttamente il nostro cuore. Per questo ci ha presentato la persona di Maria in qualità di madre, affinché attraverso il suo affetto materno ci giungesse con un linguaggio più persuasivo e toccante una testimonianza della sua paterna tenerezza. Egli sapeva quale eco suscita in un cuore umano la presenza amorosa di una madre e voleva, attraverso Maria, attirarci con maggior forza a sé e formare in noi un cuore filiale. Nella Vergine bisogna, quindi, vedere una figura illuminosa dell'affetto e della sollecitudine del Padre per noi; nei suoi tratti materni è ancora e sempre l'immagine del Padre che si delinea ai nostri occhi.

Per ben comprendere questa verità, dobbiamo ricordare che il cuore del Padre contiene in sé tutta la perfezione e tutta la ricchezza di un cuore paterno e di un cuore materno. La sua qualità di Padre non si oppone, come avviene tra gli uomini, alla qualità di madre. Nella specie umana la funzione generativa è divisa tra il padre e la madre e si effettua con l'unione dei due, non rappresentando nessuno di essi il principio generatore totale. Ma in Dio l'atto creatore ha per unico autore il Padre, che riunisce di conseguenza in sé ciò che noi chiamiamo paternità e maternità. Egli ha nel suo cuore la forza dell'amore paterno e la tenerezza dell'amore materno; dispiega contemporaneamente l'energia inflessibile del Padre, che vuole il bene dei suoi figli e lo procura loro con un grandioso piano di salvezza e un lavoro tenace, e l'estrema delicatezza della madre, sempre attenta anche ai più piccoli avvenimenti e difficoltà che si presentano nella vita di ciascuno dei suoi figli.

Perciò non solo la paternità umana, ma anche la maternità deve al Padre celeste ciò che essa è. Ogni maternità umana si presenta come una partecipazione e una derivazione della paternità divina. Quando Adamo ed Eva furono formati a immagine e somiglianza di Dio, il Padre li creò in modo particolare a immagine della sua paternità, uno in qualità di padre e l'altro in qualità di madre. Egli ha, in un certo senso, diviso tale immagine in due aspetti e ha voluto che Adamo rappresentasse certe tendenze e sfumature del suo cuore paterno, ed Eva le altre. Tutti i tesori d'affetto che un cuore umano di madre racchiude, provengono dunque dal Padre, anche secondo ciò che tale affetto ha di specificamente femminile e materno; perché il Padre riunisce in sé tutta la ricchezza affettiva, di cui ha suddiviso i riflessi in diversi tipi nella comunità umana.

Nell'amore di ogni madre per il figlio dobbiamo dunque riconoscere un'immagine vivente del cuore del Padre. La calda atmosfera che ella crea intorno ai figli, la sua profonda tenerezza, la sua attitudine a provare in se stessa ogni loro gioia o dolore, la perseveranza della sua sollecitudine, la sua benevolenza piena di attenzioni, i prodigi a volte eroici della sua dedizione sono altrettante manifestazioni di un amore che le fu comunicato dal Padre celeste. Se gli uomini apprezzano e giudicano a volte meraviglioso il cuore della loro madre, è perché di fatto vedono in esso una replica del cuore del Padre celeste, un affetto ispirato dal suo amore ineffabile.

Ma non solo nel campo della generazione fisica si trova questa replica. La paternità del Padre celeste é spirituale e negli uomini ha voluto riflettersi in una paternità e una maternità più elevate di quelle che hanno il loro fondamento nella famiglia. Vi é una paternità spirituale di cui san Paolo ha fatto l'esperienza ed espresso l'entusiasmo nella sua prima lettera ai Corinti: « Se anche aveste in Cristo diecimila maestri, non avreste tuttavia parecchi padri, perché sono io che, con la predicazione del Vangelo, vi ho generato in Cristo Gesù. D'altra parte l'apostolo era consapevole che quella esaltante paternità era stata pagata con molte sofferenze, inseparabili dalla missione di chi vuol formare salde coscienze cristiane: « Figli miei, ecco che per voi io soffro di nuovo i dolori del parto finché Cristo sia formato in voi ». Da queste parole si capisce che san Paolo considerava la sua paternità spirituale anche, in certo modo, maternità, poiché comportava i dolori del parto e una profonda tenerezza; e ciò perché nel campo spirituale paternità e maternità sono molto più vicine l'una all'altra: più una paternità si pone ad un livello superiore, più strettamente essa partecipa della generosità totale del cuore del Padre celeste. Per questo san Paolo, nella sua missione apostolica e nella sua influenza sulle anime, si sentiva un cuore paterno generosissimo.

La maternità spirituale non é meno ricca. Tutta la bellezza del compito di una madre che dedica la propria vita ai suoi figli secondo la carne si trova trasferita nel campo delle anime. Essa consiste nell'influenza profonda che un'anima esercita su un'altra anima per aiutarla a ricevere le ricchezze della grazia e a sviluppare in sé la vita di Cristo. Sostenuta da un intenso amore, da una efficace generosità, da un'apertura di profonda simpatia, tale influenza si esplica con una forza particolare di penetrazione e si colloca su un piano nettamente superiore all'istinto, sul piano di un amore distaccato da sé, più disinteressato, ma anche più vigoroso come amore.

Il Padre celeste ha voluto creare un tipo unico e ideale di maternità spirituale, in cui esprimere nel modo più evidente e più concretamente umano i prodigi di affetto di cui egli colma il cuore delle madri. E l'ha realizzato in Maria, stabilita come madre universale degli uomini nell'ordine della grazia. Egli, che possedeva in misura infinita le risorse dell'amore paterno, era altresì in grado di conferire a un cuore umano la capacità di abbracciare tutta l'umanità nella sua sollecitudine e nel suo amore e di esercitare effe&tivamente su tutte le anime il calore di un'influenza materna.

Più ancora, egli ha voluto una profonda somiglianza di struttura tra la maternità spirituale di Maria e la sua paternità divina. Il Padre aveva deciso d'instaurare la sua paternità nei confronti di tutti gli uomini ponendola all'interno della sua paternità rispetto al Verbo, suo unico Figlio. Attraverso Cristo, dunque, egli aveva desiderato amarci come suoi figli. Allo stesso modo egli ha posto a fondamento della maternità universale di Maria la sua maternità di fronte a Cristo. Diventando madre del Verbo incarnato, Maria sarebbe stata destinata a divenir madre degli uomini, e il suo cuore materno, come quello del Padre, sarebbe stato chiamato a riportare su tutti e su ciascuno l'affetto che ella avrebbe votato al Figlio di Dio. Da ciò si manifesta l'intenzione del Padre di dare alla maternità spirituale di Maria non solo la maggior estensione possibile, ma anche la maggiore profondità. La maternità di Maria non doveva consistere semplicemente in una effusione di amor materno, ma doveva fondarsi sulla generazione del Redentore. Maria non diventerà madre della grazia tra gli uomini se non dopo esser divenuta madre dell'autore della grazia; la sua influenza materna sulle anime avrà le radici più profonde e il suo affetto materno acquisterà le dimensioni di un affetto rivolto innanzi tutto al Figlio di Dio. Seguendo l'esempio del Padre, Maria guarderà gli uomini attraverso il suo Figlio diletto e in questa luce li considererà figli suoi.

Se san Paolo contribuiva a formare la vita di Cristo in coloro che erano stati affidati al suo zelo apostolico, Maria era destinata a farlo in maniera certamente più invisibile, ma anche più reale. Poiché essendo la madre di Cristo, ella ha il potere di generarlo nuovamente nelle anime. Ella che lo ha formato fin dal momento della sua venuta sulla terra, deve ripetere a beneficio degli uomini quel primo atto materno, riproducendo in ciascuno di noi il suo parto mirabile.

Ma la maternità di Maria a nostro riguardo, più ancora di quel parto di cui parla san Paolo a proposito dei Galati, è stata posta sotto il segno del dolore. Affinché Cristo potesse vivere in noi, Maria non lo ha messo soltanto al mondo: lo ha donato sul Calvario e ha pagato con quel sacrificio il prezzo della sua maternità spirituale. In virtù dell'offerta di Gesù crocifisso, infatti, ella può trasmetterci il Figlio trionfante, in quanto ha ricevuto il compito materno di distribuzione della grazia nelle nostre anime in ragione della sua partecipazione intima, in qualità di madre, al supplizio della croce. Maria ci ha dunque generato nel dolore, ed è sul Golgota, nel momento in cui perdeva il suo unico Figlio, che è stata investita della sua maternità universale: proponendola come madre al discepolo prediletto, Cristo intendeva che ella fosse madre a tutti.

Sotto questo aspetto la maternità spirituale di Maria si rivela simile alla paternità del Padre celeste e le e strettamente congiunta. Il Padre ci ha fatto suoi figli donandoci il Figlio suo e offrendolo in sacrificio per noi; Maria ci dà quello stesso Figlio che ella ha generato secondo la carne e che ha offerto in olocausto. Per questo la maternità di Maria è una rappresentazione particolarmente eloquente della paternità del Padre celeste. Ai piedi della croce, infatti, Maria sembra adempiere il compito di delegata del Padre sostituendolo presso il Figlio sofferente.

Delegata del Padre Maria lo è anche accanto a quelle anime che ha generato nel dolore del Calvario. Ad esse ella porta l'affetto paterno di Dio e nel suo cuore trafitto ci mostra il prezzo con cui il Padre ha voluto pagare la sua paternità a nostro riguardo. Nella madre di dolore che tanto ci commuove noi dobbiamo scorgere l'ardore di un amore paterno spinto all'estremo.

Non si tratta dunque di opporre la persona e la funzione di Maria a quelle del Padre, sebbene ciò qualche volta sia stato fatto. Si è facilmente indotti ad attribuire a Maria un'indulgenza., una bontà, una misericordia che non si riconoscono al Padre celeste, rappresentato invece come un giudice che deve, per quanto buono, attenersi nei suoi rapporti con noi alle, norme della giustizia. Maria avrebbe il compito di addolcire la rigidezza del giudice, obbedendo agli impulsi pietosi del suo cuore materno e lasciandosi più facilmente commuovere dalle preghiere dei suoi figli. Ella offrirebbe così un rifugio, dove la debolezza degli uomini potrebbe nascondersi e trovar riparo alla severità divina.

Abbiamo già notato, a proposito del dramma della redenzione, quanto fosse inesatto considerare l'opera di salvezza un atto della giustizia divina vendicatrice o punitrice: in essa il Padre si è lasciato guidare esclusivamente dal suo amore. Ora, se la bontà paterna è all'origine di tutta l'opera di salvezza, essa sola regola i rapporti del Padre con noi nel conseguimento della nostra salvezza individuale. Il Padre non agisce con ciascuno di noi diversamente da quanto non abbia agito con l'umanità nel suo insieme. Il suo amore per noi, la cui forza culminò nel dramma; del Calvario, continua a manifestarsi con la stessa forza. Sarebbe dunque fargli ingiuria rappresentarlo unicamente sotto i tratti di un giudice severo, in contrasto col viso dolce e soave di Maria.

Non c'è nulla nel cuore della Madonna che non sia venuto dal cuore del Padre. Ella ci appare come una madre piena di comprensione per le nostre debolezze e di misericordia per la nostra miseria, perché il cuore del Padre possiede al massimo grado tale comprensione e misericordia. Ella ci presenta tesori inestinguibili di pazienza e di bontà, perché il Padre ne ha una riserva infinita. Ella attira gli uomini con la dolcezza e l'amabilità: ma è ancora il Padre che li attira attraverso lei, perché il suo cuore trabocca di tenerezza e di simpatia per gli uomini. I cristiani hanno ragione di cercare in Maria un rifugio dove sono sicuri di essere ricevuti e soccorsi; ma avrebbero torto di considerarla un rifugio contro Dio: ella è piuttosto un rifugio nel Padre stesso, un asilo d'amore che egli ha costruito per noi. E ragione hanno pure i peccatori di alzar gli occhi all'Immacolata, di cui conoscono l'indulgenza estrema, e di confidare nel suo affetto nonostante tutte le colpe commesse; quest'indulgenza non è per nulla in contrasto con la severità divina: essa è l'autentica espressione della bontà paterna di Dio. Mettersi al riparo in Maria, nel suo cuore materno, significa mettersi al riparo in Dio, nel profondo del cuore del Padre. La figura di Maria è

così ricca di fascino appunto perché traspare in essa la sublimità dell'amore del Padre per noi.

Questa è la funzione della Vergine: di far giungere a noi l'amore del Padre. Dio sapeva che il nostro spirito avrebbe trovato difficoltà a capire come il suo cuore paterno nutrisse per noi tutto l'amore che possiamo desiderare da un padre e da una madre. Abbiamo già notato come per molti uomini il Padre sia un'astrazione: il suo volto paterno, essendo invisibile, appare loro lontano, freddo e privo d'interesse; a maggior ragione essi sono incapaci di percepire in lui tutto il calore che si trova in un amore materno. Ma il Padre è venuto in aiuto alla nostra impotenza e ci ha presentato una madre, che è ad un tempo una donna del nostro mondo e un ideale perfetto d'amore. Ella ci fa sentire la tenerezza e la sollecitudine del Padre, e vi riesce così bene, che per molti l'attrazione che ella esercita supera quella del Padre stesso. Maria non è, in realtà, che una messaggera della bontà divina, che vuole offrirsi a noi in maniera più convincente; ella non è che espressione del cuore del Padre. 

Di Jean Galot s. j. 1959.


giovedì 15 giugno 2023

IL CUORE DEL PADRE - La dimora del Padre nelle anime

 


La dimora del Padre nelle anime

Il sacrificio di Cristo ha operato la riconciliazione degli uomini con Dio. Da quel momento noi abbiamo, secondo le parole di san Paolo, « accesso al Padre »; possiamo cioè considerarci come facenti parte della sua casa, come suoi familiari, ricorrere a lui nei nostri bisogni e contare sul suo aiuto. Il Padre ci offre la sua intimità e si mette a nostra disposizione: possiamo dirgli ogni cosa, con l'audacia che usiamo solitamente con le persone che conosciamo bene, dalle quali non attendiamo che favori e simpatia. Le relazioni col Padre devono essere ispirate dalla confidenza, dato che l'accesso a lui è libero'. Vi è qui un'atmosfera nuova, diversa da quella dell'Antico Testamento, in cui il timore, senza tuttavia escludere l'amore, aveva la parte più importante nelle relazioni degli ebrei con Jahvé.

Per definire le relazioni d'intimità col Padre, san Giovanni usa una espressione forte ed efficace: « Chi sta nella carità sta in Dio, e Dio in lui » 3. E basa quest'affermazione sul principio che « Dio è amore », per cui stare nell'amore è stare in Dio. Abbiamo visto come la presenza della carità nei nostri cuori implicasse una presenza dell'amore del Padre. Consapevole di questa verità, san Giovanni considera il nostro rapporto col Padre più profondo di quanto non sia un semplice accesso a lui considerato come un familiare; perché chi sta nella carità non sta soltanto col Padre come un figlio della sua casa, ma in lui; la sua dimora è nell'essere stesso di Dio. Si noti la differenza che esiste tra « stare con qualcuno » o « stare presso qualcuno », e « stare in qualcuno ». In quest'ultimo caso l'intimità si riferisce al più profondo dell'essere; è una condizione vitale. Stare in Dio significa trovare in lui la sorgente della propria vita.

Questo dimorare in Dio significa anche che si trova in lui il proprio riposo. Il termine « dimorare » evoca calma e tranquillità: si sta in Dio in maniera stabile, al di sopra del flusso e del riflusso degli avvenimenti terreni. Ha in certo senso inizio la stabilità della vita eterna. Questa stabilità è superiore non solo a tutte le prove e gli sconvolgimenti esterni che travagliano un'esistenza umana, ma resiste pure ai movimenti e mutamenti psichici, alle variazioni dei moti affettivi, purché si rimanga nella carità. Non è necessario sentire che si dimora in Dio; il sentimento non può essere costante: esso va e viene. Ma il fatto che si sia in lui, indica un'intimità che persiste obiettivamente, quali che siano le impressioni soggettive che si possono avere.

E questa intimità Cristo aveva voluto conservare con i discepoli; al momento di lasciarli, aveva chiesto loro di rimanere nella sua carità, al fine di restare non soltanto con lui, ma in lui. « Rimanete nella mia carità, aveva detto, rimanete in me, come io in voi ». Ed è questa stessa intimità che deve legarci al Padre, poiché si tratta, in forza della carità, di dimorare in Dio, intimità tutta reciproca, perché Dio dimora a sua volta in noi.

Una tale reciprocità ha qualche cosa di sconcertante. È abbastanza facile concepire la nostra dimora in Dio, poiché Dio è l'essere infinitamente grande, che può tutto contenere e tutto circondare. Abitare in lui significa abitare in un abisso di cui non vediamo il fondo. E se è già motivo di entusiasmo pensare che il Padre ci accoglie nell'immensità del suo essere divino e che in tale immensità, invece di sentirci sperduti o schiacciati, godiamo l'intimità del suo amore paterno, e ancora più inebriante il pensiero che Dio dimora in noi. Che Dio contenga noi è comprensibile; ma che noi conteniamo Dio in noi stessi, è davvero sorprendente. Che la piccolezza umana possa contenere l'immensità divina, che il Padre voglia abitare nelle sue creature, come non fosse un favore sufficiente l'averle accolte in sé, ci riempie di uno stupore immenso. Soltanto l'ardore di un cuore paterno senza limiti poteva portare Dio a risiedere stabilmente in esseri tanto inferiori a lui e usciti interamente dalla sua mano.

Il Padre, non contento di averci dato lo Spirito Santo, col quale ci elargisce il suo amore e ci dà il suo cuore in pegno; non contento di far « abitare Cristo nei nostri cuori » in virtù dello stesso Spirito Santo, viene egli stesso in persona, col suo Spirito e il Figlio suo, ad abitare in noi. Gesù lo aveva annunciato, dicendo dello Spirito Santo: « Egli abiterà con voi e sarà in voi »; e del Padre e di sé: « Chiunque mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà, e noi verremo da lui, e faremo dimora presso di lui ».

Con questa promessa egli andava ben oltre quello che nell'Antico Testamento era stato presentato come il favore supremo concesso ad Abramo: la visita che tre uomini gli avevano fatto sotto le querce della valle di Mambre e che aveva il significato di un'apparizione dello stesso Jahvé. Il patriarca era corso loro incontro appena li aveva scorti, aveva offerto loro ospitalità e servito il pranzo con le sue mani. Quella visita era una prima figura di questo modo di procedere di Dio, il quale spinge la sua benevolenza fino a venire a cercare riposo tra gli uomini, ad accettare gli umili omaggi e i servigi, partecipare al loro pasto in segno di una comunità di vita. Nella visita dei tre personaggi senza nome è adombrato un mistero, che, considerato. a distanza di tempo, alla luce del Nuovo Testamento, ci sembra indicare già l'intenzione delle tre persone divine di venire ad abitare tra gli uomini. È una prima figura, e assai imperfetta, perché si tratta di una visita breve e di un incontro esteriore. Mentre la realtà la supera di molto; essa consiste in un incontro che avviene nelle profondità dell'anima e in una visita che diventa dimora perpetua, e al posto dei tre personaggi senza nome noi riceviamo in noi le tre persone divine che Cristo ci ha rivelato.

È significativo che Gesù citi come fondamento della venuta della Trinità in noi l'amore del Padre: « Mio Padre lo amerà e noi verremo da lui ». Tutto ha origine nel cuore del Padre; il suo amore paterno comanda le relazioni tra Dio e noi. Tuttavia l'amore del Padre non appare qui come la realtà che precede tutte le altre, poiché esso si manifesta in risposta alla carità degli uomini; per goderne, noi dobbiamo prima amare Cristo e osservare i suoi comandamenti. Vi è forse contraddizione con- il primato assoluto dell'amore del Padre che, come abbiamo visto, si rivolge a noi con una generosità tutta gratuita e indipendentemente dai nostri meriti, per puro favore divino? No, perché quell'amore primo rimane; ma per compiere il suo disegno in ogni anima individuale esso ha bisogno di una libera collaborazione dell'anima stessa. L'amore del Padre non ci costringe a seguirlo né c'incatena a sé per forza; appunto perché è amore, esso evita di asservirci, di privarci della nostra spontaneità e della padronanza di noi stessi; ma ha la delicatezza di rispettare scrupolosamente la nostra libertà. Soltanto in virtù del nostro consenso e della nostra buona volontà il Padre stabilisce in noi la sua dimora. Quando un uomo si trova in buone disposizioni, un nuovo amore, per così dire, viene a rinforzare l'amore primitivo che il Padre nutriva per lui; e in virtù di questo nuovo amore il Padre inizia ad abitare nell'anima sua, realizzando pienamente il suo amore per noi.

Il Padre non vuole dunque entrare in un'anima per effrazione, bensì quando le porte gli si spalancano spontaneamente. E allora, accolto da una volontà che gli si offre liberamente, con quanto compiacimento egli penetra in quell'anima, con quanta soddisfazione il suo cuore paterno prende riposo nel cuore dell'uomo! Dal Vangelo possiamo intuire la gioia che doveva provare Cristo quando, alla sera di una faticosa giornata, andava a riposare a Betania nella casa di Lazzaro, di Marta e di Maria. L'elogio dell'atteggiamento di Maria, piena di sollecitudine per Gesù, rivela il valore che egli attribuiva all'essere ricevuto non solo nella casa, ma anche nel cuore di coloro che l'abitavano. Con la stessa sollecitudine il Padre entra nei cuori che si aprono a lui e li riempie della sua presenza consolatrice.

La sua venuta nell'anima avviene con delicatezza tale da passare facilmente inosservata. Il Padre non e un ospite importuno che impone la sua presenza come un peso; né un gran personaggio la cui importanza provoca imbarazzo. Lo portiamo in noi senza accorgercene, senza provare turbamento né disagio. Egli modella la sua presenza sulla forma della nostra vita e ne segue il ritmo per meglio entrare nella nostra intimità; in modo che è difficile per noi persuaderci che egli, l'Essere onnipotente, abiti veramente in noi. Infatti egli dimora in noi nel silenzio, mentre potrebbe rivelarsi, se lo volesse, nello splendore della sua luce o in una paurosa affermazione della sua sovranità; è il suo il silenzio della bontà che si mette a disposizione del prossimo senza farsi notare, il silenzio dell'amore che si fa tutto a tutti. Benché possa protrarsi senza farsi riconoscere né sentire, la presenza amorosa del Padre crea nell'anima una atmosfera nuova apportando un riflesso della gioia celeste. È una felicità segreta, a volte appena percettibile ma sicura, un senso di pace, quella pace dell'amicizia divina che è un dono della redenzione, la conseguenza della riconciliazione avvenuta tra Dio e gli uomini; la pace che gli ebrei auguravano quando salutavano, che san Paolo menzionava al principio delle sue lettere come un dono essenziale proveniente dal Padre e da Cristo: « A voi, egli scriveva, grazia e pace da parte di Dio nostro Padre e del Signore Gesù Cristo ». Nell'anima in cui l'amore divino ha trionfato, la pace ha preso il posto del tormento interiore, del profondo dissidio che il peccato ha prodotto nell'uomo. Separando l'uomo dal suo Creatore e il figlio dal Padre, il peccato provoca una frattura nell'anima, un'insoddisfazione fondamentale, una perturbante inquietudine; ma con la grazia, che sopprime lo stato di peccato e, di conseguenza, ogni causa di turbamento, sopravviene un senso di soddisfazione, di pace profonda, che deriva appunto dalla presenza del Padre e che testimonia l'accordo dell'uomo con Dio e di conseguenza con se stesso. La gioia che proviene dall'accordo con Dio altro non è che il sentimento, discreto ma reale, di una coscienza pura; sentimento che ha tanta parte nella felicità di un'esistenza umana e che, ripetiamo, è sostenuto e sviluppato dalla dimora del Padre nell'anima.

Se riuscissimo ad approfondire maggiormente le verità della fede e a comprenderne tutta la grandezza, noi considereremmo la dimora del Padre in una anima ben disposta una delle verità più consolanti. Il Padre è molto più vicino a noi, molto più unito alla nostra esistenza di quanto supponiamo, e vive in nostra compagnia più di quanto noi viviamo nella sua. Perciò la felicità profonda che egli ci offre lasciandosi possedere da noi, la dimensione che con la sua presenza dà alla nostra anima dovrebbe essere motivo di un'esultanza ben più viva. Quale immensa gioia « possedere il Padre! », secondo l'espressione di san Giovanni, il quale ancora dichiara: « Colui che riconosce il Figlio possiede egualmente il Padre! ».

Di Jean Galot s. j.


lunedì 25 luglio 2022

IL CUORE DEL PADRE - Il destino umano, predestinazione dell'amore paterno.

 


Il destino umano, predestinazione dell'amore paterno.

Abbiamo già notato come san Paolo capovolga la prospettiva alla quale avremmo trovato più comodo adeguarci. Infatti noi saremmo portati a pensare che al momento della sua creazione l'uomo fosse semplicemente promesso, nel proposito divino, ad un destino naturale arricchito da doni soprannaturali e da privilegi speciali; e che solo in conseguenza del peccato la volontà di Dio avesse concepito il piano della redenzione, col quale Cristo doveva meritarci la salvezza. Noi distingueremmo così due stadi nel destino dell'umanità, e solo nel secondo, dopo l'evento del peccato e la promessa della redenzione, situeremmo la nostra chiamata a diventare, mediante Cristo e in lui, figli di Dio. Indubbiamente questi due stadi sono esistiti nell'ordine dei fatti; ma noi sappiamo dalle parole dell'apostolo che fin dall'inizio, prima ancora della creazione del primo uomo, l'intenzione del Padre si era rivolta al Redentore, che egli contava di darci perché ricevessimo da lui la nostra filiazione divina. Così il destino umano non fu mai altro, agli occhi di Dio, che la predestinazione di un amore paterno. Nel suo pensiero la nostra qualità di figli precedeva la nostra esistenza.

Se san Paolo insiste ripetutamente sulla priorità assoluta di tale proposito del Padre, parlando di una scelta stabilita « prima della creazione del mondo » e ripetendo che si tratta di una predestinazione, di un progetto elaborato in precedenza nel seno della sola volontà divina, egli lo fa non solo per rendere omaggio al Padre e alla sua decisione sovrana di tutta l'opera della salvezza, ma anche perché in questa priorità del disegno paterno egli trova la ragione della sua infallibile realizzazione. Nulla può distogliere il Padre da ciò che egli ha deciso di mandare ad esecuzione; e precisamente perché non è risultata da questo e da quell'avvenimento terreno, tale decisione non può essere caduca com'è delle cose umane. Essa contiene in sé un fondamento incrollabile di fiducia e di speranza: la volontà del Padre d'essere nostro Padre è così radicata nell'eternità che trascina con sé tutto il corso del nostro tempo umano; ed è a tal punto opera della sua onnipotenza, che fa prodigiosamente convergere tutto alla sua esecuzione. Non è confortante pensare, soprattutto nelle ore difficili, che siamo stati prescelti prima ancora di esistere? Così appare evidente la bellezza inalterabile del nostro destino.

Ciò che anzitutto portiamo impresso nella nostra vita è la qualità di figli per la quale siamo creati, qualità tutta pervasa dell'amore infinito del Padre. Questa nostra, per così dire, chiamata è fondamentale quanto la nostra stessa esistenza. Abbiamo visto, infatti, che legge profonda del mondo inanimato è di fornire un contributo alla trasformazione degli uomini in figli di Dio; ne consegue allora che l'orientamento verso la filiazione divina rappresenta la legge sostanziale del nostro essere umano. Tutto in noi è previsto e organizzato per farci giungere a tale filiazione, poiché siamo il prodotto di un mirabile affetto paterno, che ispira e dirige integralmente la nostra vita facendole conseguire il suo fine.

Quest'affetto è tanto più generoso in quanto è del tutto gratuito. Avrebbe potuto manifestarsi in misura meno larga, poiché, anche se consideriamo il fatto di essere destinati alla filiazione divina come legge fondamentale del nostro essere, ciò non significa che un essere umano sarebbe inconcepibile senza tale filiazione. Il Padre avrebbe potuto creare uomini dotati semplicemente delle perfezioni e delle gioie inerenti alla loro natura umana, i quali si sarebbero semplicemente rivolti a lui come al loro creatore; e anche in ciò vi sarebbe stato un rapporto di paternità divina, quello di un autore nei confronti della  sua opera, soprattutto quando quest'opera è una persona. Chiamando ad esistere quegli uomini, conservandoli nell'essere e mettendo il mondo a loro disposizione, il Padre avrebbe ugualmente dato prova di un reale amore. Il suo dono si sarebbe limitato, è vero, alla natura d'uomo con tutto ciò che essa comporta: i beni materiali destinati a soddisfare i bisogni del corpo e i beni intellettuali destinati ad arricchire lo spirito. Gli uomini avrebbero limitato a quei beni le loro ambizioni e trovato la felicità nella facoltà di usare degli agi della vita e in una certa nobiltà morale, disponendo di tutto ciò che è necessario alla natura umana per svilupparsi. Sarebbe stato un dono apprezzabilissimo da parte del Padre; il quale nulla deve alle sue creature, dovendo queste ricevere tutto da lui.

Ma il Padre ha voluto chiamare gli uomini ad una, ' vita soprannaturale, innalzarli al disopra di se stessi, stabilirli in relazioni d'intimità con lui; aggiungere, insomma, al dono già gratuito della natura umana un dono più gratuito ancora. Anche qui dobbiamo notare che il Padre avrebbe potuto arrestarsi a un certo grado di questa vita soprannaturale e ammettere semplicemente gli uomini a rapporti d'affetto filiale. Sarebbero stati, questi rapporti personali col Padre e con le altre Persone divine, un grande privilegio; gli uomini avrebbero avuto accesso al cuore del Padre. L'orizzonte dei destini umani si sarebbe considerevolmente allargato e le aspirazioni dell'umanità avrebbero superato i beni di questo mondo per giungere a un'intima relazione col Padre, relazione che avrebbe prodotto una profonda trasformazione della natura umana, facendola partecipare del mondo celeste e divino.

Tutto ciò il Padre lo ha voluto, ma non é tutto egli ha deciso di dare alla vita soprannaturale degli uomini la forma più alta. Con un dono più profondamente gratuito ha voluto conferire agli uomini la filiazione in Cristo, mettendola tosi al livello supremo, nel prolungamento del Figlio unico incarnato. Comunicandoci la vita divina perché tale filiazione penetri interamente nel nostro essere, egli ci ha introdotto nella comunità d'amore della Trinità, amandoci dello stesso amore che porta al Figlio e invitandoci a condividere l'amore col quale il Figlio si dà a lui. Era necessario descrivere la graduazione che dalla vita semplicemente naturale conduce alla vita soprannaturale e, in questa, alla filiazione degli uomini in Cristo, per comprendere tutta la gratuità del dono del Padre. Il Padre ha voluto superare tutti i limiti della generosità: superare la paternità che con la creazione gli sarebbe appartenuta nei riguardi degli uomini e superare il semplice commercio d'intimità paterna con i figli elevati alla vita soprannaturale, al fine di instaurare una paternità e una filiazione di grado più elevato, nel seno dell'amore eterno del Padre e del Figlio.

Ciò che più impressiona è che l'intenzione del Padre si sia portata immediatamente al livello dell'amore supremo, che il suo primo pensiero sia stato quello del dono massimo. La generosità del Padre, è vero, non si è manifestata immediatamente in tutta la sua portata: il primo uomo fu creato in uno stato non uguale al nostro, uno stato che non comportava la filiazione in Cristo. Soltanto dopo la caduta cominciò a palesarsi la risoluzione di mandarci il Redentore, essendo questa risoluzione una risposta al primo peccato dell'umanità. Ma il Padre, prendendo questa decisione e annunciandola misteriosamente, non faceva che realizzare un proposito di gran lunga anteriore. Avendo previsto il peccato, egli aveva previsto e voluto il dono di Cristo come redentore, destinato a farci partecipare alla sua filiazione divina. Adamo ed Eva furono dunque creati in vista di questo destino filiale, circondati di un amore paterno di cui non potevano ancor conoscere la vera ambizione. Chiamandoli ad esistere, il Padre pensava a Cristo, di cui avrebbero dovuto un giorno vantare la somiglianza e condividere la vita divina.

 Modellando la loro anima, egli preparava il volto del Salvatore e per questo nel momento della creazione egli si dava loro completamente come Padre, volendo sin d'allora riconoscere ed amare in essi i tratti del Figlio incarnato.

Paolo intuisce tutto ciò ed altro ancora, poiché non dice soltanto che fummo prescelti al momento della creazione, ma prima. Vi è stato un periodo, prima della creazione, che non possiamo immaginare né esprimere in termini di tempo umano, poiché appartiene all'eternità divina, periodo in cui il Padre contemplava coloro che non esistevano ancora, ma che stavano già davanti ai suoi occhi perché li aveva prescelti come figli. Egli li vedeva attraverso il Figlio diletto e se ne compiaceva. Fin da quel periodo noi siamo stati, per così dire, portati dal cuore del Padre. Prima di mettere al mondo un figlio una donna lo porta per nove mesi nel suo seno; e benché non si tratti che di una vita fisica, vi é in questo periodo un misterioso inizio d'intimità tra la madre e il figlio, il germe del loro reciproco amore. Prima di metterci al mondo il Padre ci ha portati nel suo cuore, ha forgiato la nostra immagine e ci ha tenuti sotto il suo sguardo amorevole, nel segreto della sua contemplazione divina. Ha voluto così che nascessimo veramente dal suo amore e che la nostra vita sorgesse tutta intera da quest'amore: in quella prima contemplazione si é elaborato il nostro destino, in quell'intimità silenziosa ha avuto inizio l'intimità che il Padre avrà con noi durante la nostra esistenza terrena e nella visione dell'al di là.

Di Jean Galot s. j.