LA PIGRIZIA - Portare ogni mese l'Eucaristia ai malati nelle loro case è un compito di estrema importanza, un dovere di giustizia e di carità, ma è non poco impegnativo: può costare fatica e spesso non si ha molto tempo a disposizione.
E così, alcuni sacerdoti, in qualche caso anche per pigrizia, fanno ricorso in modo un po' troppo disinvolto ai ministri straordinari dell'Eucaristia, che vanno senza rendersi conto (come sembra non se ne rendano conto i sacerdoti che li mandano) che anche un malato può aver bisogno di confessarsi.
In qualche caso sono i malati stessi che minimizzano la situazione della loro anima: 'Padre - ti rispondono talvolta quando li inviti a confessarsi - che peccati posso avere? Del male non ne faccio, sono sempre qui in casa!" (... come se in casa non si potesse peccare!).
Ma poi, insistendo un po', dolcemente, più di qualcuno accetta di confessarsi e talvolta saltano fuori delle "croste" che parcheggiavano in quell'anima da decenni.
Se invece il malato volesse confessarsi perché ha commesso qualche colpa grave, che deve fare?
O rimanda indietro il ministro straordinario dell'Eucaristia, dicendogli che non può far la Comunione perché si trova in peccato mortale (umiliandosi davanti a un laico che ascolta così, indebitamente, una implicita confessione), oppure riceve l'Eucaristia senza aver prima ricevuto il perdono di Cristo dalla Chiesa.
È sapienza e carità pastorale creare problemi di coscienza a chi, per motivi di età e di salute, di problemi ne ha già abbastanza?
In questo modo "moderno", comodo, sbrigativo e arruffolone di affrontare la Confessione degli ammalati, non viene a mancare inoltre, o prima di tutto, il doveroso rispetto verso Gesù Eucaristia?

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