domenica 10 maggio 2026

«La verità vi farà liberi»

 


Educare alla sincerità


A questo punto non sembri fuori luogo un capitoletto sulla formazione alla sincerità, tenendo presente che tutti abbiamo qualche responsabilità formativa, e al tempo stesso tutti rimaniamo in una fase di formazione.

È importantissimo identificarne le direttrici fondamentali per non correre il rischio di faticare invano.

Partendo dalla nostra meditazione su Dio che è assoluta verità, constatiamo che Egli comunicandosi nella natura e nella Grazia, lascia in ogni uomo, quasi sua firma autografa, una insopprimibile esigenza di verità e, di conseguenza, un inalienabile diritto alla conoscenza del vero e alla necessaria informazione veritiera da parte degli altri.

Ci vuole sinceri Dio; ci urge alla sincerità la nostra natura; ci pretende sinceri la società.

Non si parli di educazione umano-cristiana, e tanto meno sacerdotale, se il punto d’appoggio non è la sincerità: di qui si deve partire, e a questo punto di continuo ritornare.

Per avviare un sia pur minimo lavoro formativo, è indispensabile che il discepolo (figlio, allievo, membro del presbiterio o della comunità, ecc.) si abbandoni con piena coscienza e senza sottintesi alla azione plasmatrice dell’educatore (genitore, insegnante, sacerdote, superiore, ecc.): questo avviene quando il discepolo è sincero, solo allora.

Mancando l’apertura d’animo, come può l’educatore dirigere il suo lavoro se non conosce nemmeno la pasta che ha sotto mano?

Non proceda oltre, se prima non ha innamorato della sincerità, virtù naturale e soprannaturale, i suoi discepoli.

A loro volta, gli educatori ricordino che davanti alla verità siamo tutti uguali, o come diceva san Paolo: «Non abbiamo alcun potere contro la verità, ma per la verità» (2 Cor 13, 8).

La verità è troppo facile esigerla dagli altri: bisogna saperla dare per primi: se io do la verità, mi aspetto la verità; ma se non la do, come posso pretenderla?

Parole e gesti, sia in pubblico che in privato, devono essere posti al servizio ininterrotto della verità.

Il ragazzo in particolare, diventa spietato nei suoi giudizi negativi, se coglie doppiezza o faziosità nella condotta dei genitori o dei superiori.

La sua natura è così fatta: vuole conoscere chiara, precisa e piena, la verità. Non gli basta la tradizione o peggio l’imposizione. Cerca motivazioni, ed apprezza moltissimo quelle provenienti dalla Fede.

Bisogna saperle dare, espressamente, ripetutamente, sempre più chiaramente, fino alla accettazione serena e convinta.

Soltanto quando ha le prove che l’educatore è sincero, sente di potersi fidare.

Da parte nostra si renda facile l’apertura d’animo: ci si faccia premura di riceverlo, quando chiede un colloquio; lo si ascolti con calma e con quell’interessamento che gli fa sentire che in quel momento noi non abbiamo nessun’altra preoccupazione.

Di nulla fare le meraviglie, di nulla mostrarsi allarmati, o impressionarsi di fronte a posizioni in apparenza ostinate.

Né si forzi per ottenere una immediata accettazione dei nostri suggerimenti.

Si sdrammatizzi in bel modo quanto il ragazzo dice, tradendo un certo timore: gli sarà più facile essere sincero e ben disposto ad accogliere le nostre indicazioni.

L’educazione alla sincerità deve abbracciare ogni settore: non è un comportamento studiato per determinate circostanze, quasi una maschera di bellezza da mettere per tornaconto.

Il ragazzo che distingue la lealtà del gioco da quella della conversazione, non sa cos’è la sincerità.

Chi copia i compiti scolastici e si appropria il frutto delle altrui fatiche, non è sincero perché antepone la bella figura, il successo immediato e fittizio... al valore indiscutibile della sincerità.

Un mezzo non trascurabile nell’educazione alla lealtà, è l’ordine nelle proprie cose e nella propria persona. L’esterno tradisce l’atteggiamento interiore, come anche lo può educare, correggere e migliorare: i ragazzi fagottoni sono spesso altrettanto confusi e imbrogliati nell’intimo.

Infine, un buon coefficente risulta essere quello di favorire la ricerca nei più svariati campi che interessano la fantasia vivace dei ragazzi. È sempre positivo interrogarsi sui perché, tenere viva la mente, ricordando che l’intelligenza si pasce di verità.

Si dovrà avviarli alla giusta critica, in modo da correggere eventuali giudizi affrettati, incompleti o ingiusti. Ma non dimentichiamo che ogni crescita nella verità avvicina a Dio, ed in Lui non ci sono tenebre.

***

Quando eravamo piccini, ci dicevano di non presentarci alla mamma con le bugie, perché le avrebbe lette sulla fronte. Ed era vero, appena lei ci vedeva, intendeva fino in fondo, comprendeva tutto.

Il sapere che la mamma leggeva nell’anima, più che di paura, era motivo di gioia.

Lei ci comprendeva anche quando non riuscivamo ad esprimerci, si accorgeva prima di noi se eravamo malati o se avevamo bisogno di qualcosa.

Anche dopo essere cresciuti, non occorrono molte parole per spiegarsi con la propria madre: basta un colpo d’occhio alla mamma per intuire situazioni, problemi e tristezze.

Lo sguardo di Maria di Nazareth!

Quando ci mettiamo davanti a Lei, quando le restiamo accanto con la recita del Rosario, sentiamo che il suo sguardo ci avvolge e ci penetra con amore, e non trascura nessuna piega, nessuna sofferenza, nemmeno la più nascosta.

E il suo sguardo ci fa bene, ci sentiamo cavar fuori, riportare nella luce da quegli occhi che riflettono senza ombra di peccato lo splendore della Verità.


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