Una candida colomba
Subito dopo 1' apertura della prima Casa dei Missionari a S. Felice, Pio VII chiamò a sé S. Gaspare e i suoi compagni ed ordinò loro di recarsi a predicare una Missione a Benevento; li benedisse e sorridendo raccomandò loro: «Lì non dovete dire Madonna mia, ma Maronna mea».
Il Delegato Apostolico aveva descritto a tinte nerissime il miserando stato morale di quella città. La predicazione di quei Padri, e quella di Gaspare in particolare ne cambiò il volto, tanto che lo stesso Delegato, prima tanto allarmato, sentì il bisogno di scrivere così al Santo Padre: «Non vi sono più né odi, né omicidi! Molti sono i settari convertiti, la città ha cambiato faccia!». Diciassette studenti, imbevuti nelle scuole pubbliche di dottrine ateistiche, avevano affisso dei manifesti in versi ridicolizzando Dio e la Missione. Vollero, o per curiosità o per fischiare o per rimbeccare, ascoltare una predica del Santo e ne restarono talmente affascinati che si gettarono pubblicamente in pianto ai suoi piedi. Quella Missione è rimasta famosa fino ai nostri giorni, anche perché nella tremenda seconda guerra mondiale, mentre i bombardamenti a tappeto degli Alleati rasero al suolo gran parte della città e distrussero completamente il suo famosissimo Duomo, lasciarono del tutto intatta la crocericordo eretta da 5. Gaspare proprio nella piazza del Duomo.
Da Frosinone, in Ciociaria, dov' era giunta l'eco della strepitosa Missione a Benevento, reclamavano a loro volta Gaspare. La presenza del Santo era ritenuta «indispensabile». L'audacia dei briganti in quella zona si faceva sempre più ardita, i delitti non si contavano più, le lotte intestine, il malcostume e la corruzione dilagavano!
Il viaggio da Benevento a Frosinone nel colmo del rigidissimo inverno fu disastroso! Di notte, sui monti sotto la pioggia e la neve, il legno si sfasciò. Così riporta la cronaca del tempo: «Gaspare e i compagni sono giunti con tre giorni di ritardo e rovinati! Era notte; in un momento si vedono tutte le strade e le finestre illuminate e si ode un grido generale di commozione: «Sono arrivati! Sono arrivati!».
Tutte le chiese risultano inadeguate a contenere le folle e sebbene la stagione sia pessima, fuor di piazza, si vede una lunga coda di popolo, che non è potuto entrare in chiesa. «Durante la Missione la quantità di armi portata ai piedi della Madonna è infinita. Alle confessioni corrono a folla. Frosinone sembra una città santa. È bello vedere i fedeli disciplinarsi con i Missionari». È facile capire perché la popolazione, a più riprese, impedì a Gaspare di partire e perché nella piazza principale campeggi uno striscione con un'espressione «soffusa di amorosa delicatezza»: D. Gaspare, ci hai rubato il cuore!
Lo zelo del Santo non ha tregua e, dopo la Missione di Frosinone, dove, per unanime desiderio del popolo, apre presto una Casa di Missione, e alcune predicazioni a Roma, si reca, sempre per desiderio del Pontefice, a Civitavecchia e il 22 maggio 1816 a Rieti, da tempo desiderato da quel santo Vescovo, suo caro amico.
Fin dalle prime prediche il concorso del popolo fu straordinario. Vi accorse gente dalla campagna e dai paesi limitrofi. Gaspare e i suoi compagni moltiplicavano le proprie energie: funzioni, confessionale, visite ai malati e ai carcerati, prediche in chiesa, prediche sulle piazze. E proprio sulla piazza del Duomo, alla presenza di grande folla, di tutto il clero con a capo il Vescovo, il popolo ad un tratto si agita, si commuove, piange... cosa sta mai accadendo?
Il Santo sta parlando col suo ben noto fervore, s'infiamma, la parola penetra nei cuori... ed ecco che una candidissima colomba appare all'improvviso, come venuta dal nulla, e vola a lungo intorno al suo capo. No, non è una comune colomba, è qualcosa di veramente straordinario. Quella colomba emana un vivissimo fulgore, non si turba alle esclamazioni della folla, rimane a lungo sospesa a pochi centimetri sul capo del Santo, come simbolo dello Spirito Celeste che ispira le sue parole e le infiamma di ardore divino affinché tocchino i cuori e le anime tornino convertite a Dio.

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