domenica 12 aprile 2026

L’anima sperimenta che non è capace di niente senza Gesù e che a Lui deve tutto. Gesù, il vero Direttore spirituale, la istruisce su come fare nello stato di oscurità e abbandono, nella preghiera, nella Comunione e nelle visite a Gesù nel SS. Sacramento

 


Mi ricordavo ancora di tutte le grazie, le parole, le correzioni, i rimproveri. Vedevo con occhio chiaro che tutto l’operato fin qui, tutto, tutto, era stato opera della sua Grazia e che di me non restava altro che il puro niente e l’inclinazione al male; toccavo con mano che senza di Lui non sentivo più l’amore così sensibile, quei lumi così chiari nella meditazione, in modo che vi stavo le due o tre ore, ma però facevo quanto più potevo per fare quello che facevo [35] quando me lo sentivo, perché in me sentivo ripetere quelle parole  (“Se mi sarai fedele verrò per premiarti; se ingrata, per castigarti”). 

Così passavo, quando due giorni, quando quattro, più o meno, come a Lui piaceva. L’unico mio conforto era riceverlo in Sacramento. Oh, sì, certo, lì lo trovavo, non potevo dubitare, e ricordo che poche volte non si faceva sentire, perché tanto lo pregavo e ripregavo ed importunavo, che mi contentava, ma però non amoroso e amabile, ma severo. 45 

Dopo che passavo quei giorni in quello stato detto di sopra (specialmente se gli ero stata fedele), me lo sentivo ritornare dentro di me, mi parlava più chiaramente, e siccome nei giorni passati non avevo potuto concepire dentro di me una parola né sentire niente, così ora venivo a conoscere che non era la mia fantasia, siccome molte volte prima dicevo –tanto che di quanto detto fin qui non dicevo niente né al Confessore né ad altra anima vivente–; io però [36] facevo quanto più potevo per corrispondergli, ché altrimenti mi faceva tanta guerra, che non trovavo pace. Ah, Signore, sei stato tanto buono con me, ed io così cattiva ancora! 

Seguitando ciò che avevo cominciato, me lo sentivo dentro di me, lo abbracciavo, me lo stringevo, gli dicevo: “Amato Bene, vedi quanto mi è riuscita amara la nostra separazione”, e Lui mi diceva: “È niente ciò che hai passato, preparati a prove più dure. Perciò sono venuto, per disporre il tuo cuore e fortificarlo. Adesso mi dirai tutto ciò che hai passato, i tuoi dubbi e timori, tutte le tue difficoltà, per poterti insegnare il modo come portarti nella mia assenza”. 

Quindi gli facevo la narrazione delle mie pene, dicendogli: “Signore, vedi, senza di Voi non ho potuto far niente bene. La meditazione l’ho fatta tutta distratta, brutta, tanto che non avevo coraggio di offrirvela. Nella Comunione non ho potuto stare le ore intere, come quando Vi sentivo; mi vedevo sola, [37] non trovavo con chi poter intendermela, tutta mi sentivo vuota. La pena della vostra assenza mi faceva provare agonie mortali, la natura voleva sbrigarsi subito per sfuggire quella pena, tanto più che mi pareva che non facevo altro che perdere tempo. Il timore, ancora, che Voi tornando mi castigaste, perché non ero stata fedele..., quindi non sapevo che fare. E poi, la pena che Voi siete continuamente offeso e che non sapendo quando fare, come prima mi insegnavi, quegli atti di riparazione, quelle visite al Santissimo Sacramento, per le diverse offese che Voi ricevete, dunque, ditemi un po’, come dovevo fare?” 

E Lui, benignamente ammaestrandomi, diceva: “Tu hai fatto male nello stare così disturbata. Non sai tu che Io sono Spirito di pace? E la prima cosa che ti raccomando è di non funestare la pace del cuore. Quando nell’orazione non puoi raccoglierti, non voglio che pensi a [38] questo o a quell’altro, come è e come non è. Facendo così, tu stessa chiami la distrazione. Invece, quando ti trovi in quello stato, la prima cosa è che ti umili, confessandoti meritevole di quelle pene, mettendoti come un umile agnellino nelle braccia del carnefice, al quale, mentre lo uccide, lambisce la mano. Così tu, mentre ti vedrai percossa, abbattuta, sola, ti rassegnerai alle mie sante disposizioni, mi ringrazierai di tutto cuore, mi bacerai quella mano che ti percuote, riconoscendoti indegna di quelle pene; poi mi offrirai quelle amarezze, angustie, tedi, pregandomi che li accettassi come un sacrificio di lode, di soddisfazione delle tue colpe e di riparazione delle offese che mi fanno. Facendo così, la tua orazione salirà innanzi al mio trono come un incenso odorosissimo, ferirà il mio Cuore, ti attirerai nuove grazie e nuovi carismi; il demonio, vedendoti umile e rassegnata, tutta inabissata nel tuo nulla, non avrà forza di avvicinarsi. Eccoti che dove tu credevi [39] di perdere, farai grandi acquisti. 

A riguardo della Comunione, non voglio che ti affligga che non sai stare. Sappi che è un’ombra della pena che soffrii nel Getsemani. Che sarà quando ti farò partecipe dei flagelli, delle spine e dei chiodi? l pensiero delle pene maggiori ti farà soffrire con più coraggio le pene minori. Quindi, quando nella Comunione ti troverai sola, agonizzante, pensa che ti voglio un poco in compagnia nell’agonia dell’orto. Dunque, mettiti vicino a Me e fa un confronto tra le tue e le mie pene. Vedi: tu sola e priva di Me, ed o anche solo e abbandonato dai più fidi amici, che addormentati se ne stanno, e fin dal mio Divin Padre lasciato solo; poi, in mezzo a pene acerbissime, circondato da serpi, da vipere, da cani arrabbiati, quali erano i peccati degli uomini e dove erano anche i tuoi, che facevano la loro parte, che mi pareva che mi volevano divorare vivo. l mio Cuore fu preso da tali strettezze, che me lo sentivo come se stesse [40] sotto un torchio, tanto che sudai vivo sangue... Dimmi, quando tu sei giunta a soffrire tanto? Dunque, quando ti trovi priva di Me, afflitta, vuota da ogni consolazione, ripiena di tristezze, di affanni, di pene, vieni vicino a Me, asciugami quel sangue, offrimi quelle pene in sollievo della mia amarissima agonia. Così facendo troverai il modo come poterti trattenere con Me dopo la Comunione. Non è che non soffrirai, perché la pena più amara che possa dare alle anime mie care è il privarle di Me, ma tu, pensando che con quel tuo penare darai sollievo a Me, sarai anche contenta. 

Per le visite ed atti di riparazione, tu devi sapere che tutto ciò che feci nel corso dei trentatré anni, dacché nacqui finché morii, lo sto continuando nel Sacramento dell’altare. Perciò voglio che mi visiti 33 volte al giorno, onorando i miei anni e insieme unendoti con Me nel Sacramento, [41] con le mie stesse intenzioni, cioè di riparazione e di adorazione. Questo lo farai in tutti i tempi; il primo pensiero della mattina subito voli innanzi alla custodia, dove sono per amor tuo, e mi visiti l’ultimo pensiero della sera; mentre dormirai la notte, prima e dopo il pasto, in principio d’ogni tua azione, camminando, lavorando”. 

Mentre così mi diceva, mi vedevo tutta confusa e, non sapendo se potevo riuscire a farle, gli dissi: “Signore, Vi prego di starvi insieme, finché prenda l’abitudine di farle, ché conosco che con Voi tutto posso, ma senza di Voi, che posso fare io, miserabile?” 

E Lui benignamente soggiungeva: “Sì, sì, ti contenterò. Quando mai ti ho mancato? Per la tua buona volontà, voglio che qualunque aiuto tu vuoi te lo dia”. E così faceva. 

Luisa Piccarreta


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