"Che dobbiamo fare per incontrarci con Dio?
Per incontrarci con Dio non è necessario affaticarci molto girando qua e là; egli si trova sempre molto vicino a noi; si trova nelle creature che ci circondano; ed è proprio qui dove anzitutto lo dobbiamo cercare. Tutte le creature ci richiamano alla memoria qualcuna delle perfezioni divine, specialmente quelle creature che, essendo dotate di intelligenza, possiedono in se stesse Dio, vivente: esse ci servono come una scala per la quale saliamo verso di lui.
Consideriamolo dentro di noi stessi, dato che il nostro cuore può arrivare ad essere un Tabernacolo vivente, purché lo invitiamo a rimanere dentro di noi, certi che egli resterà e si accomoderà nel nostro povero e miserabile cuore ed allora vivremo sotto il suo sguardo e la sua azione, lo adoreremo ed insieme a lui lavoreremo per la santificazione della nostra anima e per quella del nostro prossimo.
Se ci persuadiamo che il buon Gesù dimora dentro di noi, dobbiamo fare in modo che nel nostro cuore siano sempre presenti tre sentinelle: l'orazione, la mortificazione e la vigilanza che allontaneranno il nemico e non permetteranno che entri nella nostra anima alcun pensiero o desiderio che dispiaccia a Gesù... Infine sigilliamo il nostro cuore con il sigillo della santa perseveranza, così Gesù rimarrà con noi come grano di frumento, che germina, cresce e porta abbondanti frutti. Dobbiamo sforzarci perché il buon Gesù riposi nel nostro cuore come in un panno bianco, cioè purificato, pulito da ogni macchia e riscaldato con il fuoco dell'amore, adornato con la carità, il sacrificio e l'incenso dell'orazione".
"Non dobbiamo dimenticarci che una delle cause, che più facilmente ci conduce al puro amore di Dio, è la gratitudine, giacché è un sentimento molto nobile e per questo dobbiamo pensare con molta frequenza ai grandi benefici che Dio ci ha fatto, e di questi dobbiamo parlare con tutti quelli che ci circondano, per eccitarci ed eccitare gli altri all'amore di carità".
"Dobbiamo camminare avanti nello stato che abbiamo abbracciato, pregare e pensare frequentemente a questa verità: il buon Gesù non si contentò di meritare per noi, ma in più volle essere la causa esemplare ed il modello vivente della nostra vita soprannaturale. Ecco il modello da seguire: egli per trent'anni visse la vita più nascosta, più ordinaria, dando il più grande esempio di obbedienza e sacrificio. Lavorava e pregava l'Eterno Padre insegnandoci che, se vogliamo, possiamo santificarci in mezzo alle occupazioni più ordinarie. Visse anche la vita pubblica ed esercitò l'apostolato evangelizzando il popolo; soffrì la stanchezza, la sete, la fame e le fatiche, esperimentò l'amicizia di alcuni e la ingratitudine di altri, trionfi e persecuzioni; passò cioè per le peripezie di ogni uomo che ha relazioni con gli amici e con il pubblico.
Nella sua vita di dolori e di sofferenze ci dette l'esempio della pazienza più eroica in mezzo alle torture fisiche e morali, che tollerò non solo senza lamentarsi, ma pregando ed invocando il perdono per i suoi carnefici; e non diciamo che, essendo Dio, soffriva meno, poiché nello stesso tempo che era Dio era anche uomo, dotato di una squisita sensibilità, e così sentiva più vivamente di noi le ingratitudini degli uomini redenti da lui, l'abbandono degli eletti e il tradimento di Giuda. Provò tal sentimento di tedio, fiacchezza e timore, che non poté fare a meno di supplicare l'Eterno Padre che se fosse stato possibile avesse allontanato da lui l'amaro calice, e, già mezzo morto, nel nudo legno della croce, esclamò con un grido di dolore, mostrando la profondità della sua angustia: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".
Da questo trono di legno il buon Gesù fa le più grandi conquiste e continuamente si vede come anime assetate di soffrire per Iddio si consacrano totalmente al suo servizio nell'esercizio della carità, si sentono felici quando possono soffrire qualcosa per il buon Gesù e, nonostante la ripugnanza della natura, coraggiosamente portano la croce con amore per assomigliarsi al divino Maestro, soffrendo per lui e con lui.
Ciò fa continuamente un gran numero di anime amanti di Dio che aspirano solo a collaborare con lui nella santificazione delle anime".
"La mortificazione ci è grandemente necessaria per arrivare ad amare Dio, poiché mai potremo dire con verità che amiamo Dio e che desideriamo seguire il buon Gesù, senza amare la mortificazione. Gesù, durante tutta la sua vita in questo esilio, andò sospirando sempre per la sofferenza, si sposò con la povertà fin dal presepio e l'ebbe per compagna fino al Calvario. Così noi, se veramente desideriamo rassomigliare al buon Gesù e ricopiare in noi la sua perfezione, è necessario che portiamo la nostra croce come egli portò la sua e a lui ci uniamo con la mortificazione.
Attraverso la Croce il buon Gesù salvò il mondo e attraverso la Croce dobbiamo noi lavorare con lui per la nostra santificazione e per quella del nostro prossimo. Certo, la sofferenza è dura, ma non è così, quando contempliamo il buon Gesù, che va davanti a noi, portando la sua pesante croce per la nostra salvezza e per quella dei nostri fratelli.
Come ci permettiamo di lamentarci delle nostre sofferenze, se contempliamo il buon Gesù nella sua agonia e come ci scuseremo, se consideriamo come si diportò lui nella ingiusta sentenza della sua condanna, nella flagellazione, nella coronazione di spine e nella crocifissione?
Desideriamo il dolore, se veramente desideriamo arrivare al suo amore ed alla vera unione con lui. Teniamo sempre ben presente che per fortificare i nostri cuori nell'amore di Dio e nella sua carità ci è molto necessario che amiamo il dolore".
"Portare la croce è cosa inevitabile. Portarla seguendo Gesù, è gioia immensa; portarla dopo che l'ha portata Gesù è grande gloria. La croce è per noi forza e potenza di Dio.
Abituiamoci a fare agli altri quanto vorremmo che gli altri facessero a noi. Tutto ciò che procuriamo agli altri lo procuriamo a Gesù in persona.
Facciamo del bene a tutti, senza fare distinzione tra buoni e cattivi, parenti ed estranei, amici o nemici. L'unione con il nostro prossimo deve essere come quella delle membra del nostro corpo che si aiutano mutuamente.
Quando incontri un uomo sotto il peso del dolore fisico o morale, non tentare di porgergli un aiuto o una parola buona senza avergli dato prima uno sguardo di tenerezza e compassione".
don Domenico Labellarte

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