Chi può dire, poi, le finezze d’amore che Gesù [146] faceva all’anima mia? Erano tali e tante che è impossibile descriverle, ma quel poco che ricordo cercherò di dirlo. Delle volte, trasportandomi con Sé, mi portava nel Paradiso, ed ivi ascoltavo i cantici dei beati, vedevo la Divinità, i diversi cori degli angeli, gli ordini dei santi, tutti immersi nella Divinità di Dio, assorbiti, immedesimati; mi pareva che intorno al trono ci fossero tante luci, come se fossero più risplendenti del sole, che a chiare note denotavano tutte le virtù e gli attributi di Dio. I beati, specchiandosi in una di queste luci, restavano rapiti, in modo che non giungevano a penetrare tutta l’immensità di quella luce, di modo che passavano ad una seconda luce, senza capire tutto a fondo la prima. Sicché i beati in Cielo non possono comprendere perfettamente Dio, perché è tanta l’immensità, la grandezza, la santità di Dio, che mente creata non può comprendere un Essere [147] increato. Ora, i beati, specchiandosi in queste luci, mi pareva che venissero a partecipare alle virtù di queste luci. Sicché l’anima in Cielo rassomiglia a Dio, con questa differenza: che Dio è quel Sole grandissimo e l’anima è un piccolo sole.
Ma chi può dire tutto ciò che in quel beato soggiorno si apprende? Mentre l’anima si trova in questo carcere del corpo è impossibile; mentre nella mente si sente qualche cosa, le labbra non trovano vocaboli per potersi esprimere. Mi sembra come un bambino che incomincia a balbettare, che vorrebbe dire tante e tante cose, ma alla fine resta che non sa dire neppure una parola chiara. Perciò faccio punto, senza passare più oltre.
Solo dirò che delle volte, mentre mi trovavo in quella Patria beata, passeggiavamo insieme con Gesù in mezzo ai cori degli angeli e dei santi e, siccome io ero novella sposa, tutti i beati si univano insieme per partecipare [148] alle gioie del nostro sposalizio. Mi pareva che dimenticassero i loro contenti, per occuparsi dei nostri, e Gesù mi mostrava ai santi dicendo loro: “Vedete quest’anima? È un trionfo del mio amore; il mio amore tutto ha superato in lei”.
Altre volte, poi, mi faceva mettere al posto che a me toccava e mi diceva: “Ecco, qui è il tuo posto; nessuno te lo può togliere”; e delle volte giungevo a credere che non dovevo tornare più alla terra, ma in un semplice istante mi trovavo rinchiusa nel muro di questo corpo.

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