domenica 26 maggio 2019

LO CONOSCI GESU’?


Orazione e Sofferenza


«Alzatevi e pregate per non entrare in tentazione» (Lc 22, 46)

v. 39: «(Gesù) uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono.
v. 40: Giunto sul luogo, disse loro: "Pregate, per non entrare in tentazione".
v. 41: Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo:
v. 42: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà ".
v. 43: Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo.
v. 44: Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra.
v. 45: Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza.
v. 46: E disse loro: "Perché dormite? Alzatevi e pregate per non entrare in tentazione" » (Lc 22, 39-46).
Non è umano sottrarre il dolore all'orazione.
Non si potrebbe più parlare - allora - di vita vissuta nell'orazione, tanto l'esistenza umana è permeata di sofferenza.
Soffrire dentro la preghiera, perché questa abbia sempre il predominio, e il dolore raggiunga il massimo rendimento.
Il Figlio di Dio facendosi Uomo, vive immerso nell'orazione: non cessa un istante di essere la Parola del Padre, tutta del Padre, viva e unicamente operante per il Padre; ma, nello stesso tempo, la sua vita è "tutta croce e martirio" (Imitazione di Cristo, Lb 2, cap XI, 7).
Come incenso che sale profumato verso il cielo, ma bruciato, consumato, immolato...
È inconcepibile dunque voler essere uomini di orazione, e intanto fuggire e detestare il patire; ed è altrettanto impensabile portare la croce, rifiutando di gemere sul cuore di Dio.
Dal principiante al contemplativo, che vive sulle vette dell'ascesi più ardita, per seguire il Maestro, dobbiamo accettare l'inscindibile binomio orazione-sofferenza, e fermarci nel Getsemani a vigilare e a pregare.
«L'andare di Gesù, secondo la sua abitudine, verso il monte degli Ulivi (v. 39: "Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi") è un aggancio a 21, 37: "La notte, usciva e pernottava all'aperto sul monte detto degli Ulivi".
Il suo andare, però, è anche un andare ad un appuntamento con il potere delle tenebre (22, 53: "Questa è l'ora vostra e il potere delle tenebre"). Là infatti si sta dirigendo l'indemoniato Giuda (22, 3: "Allora Satana entrò in Giuda "), che ben conosce le abitudini di Gesù e sa dove trovarlo.
La lotta è quindi imminente. Gesù lo sa e, come un vero atleta, si sente colto da quella forte tensione o apprensione che precede la lotta. Raccoglie tutte le sue energie, e lo sforzo che fa per concentrarsi gli procura un'abbondante e densa sudorazione: "v. 44: il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra".
È un'immagine convincente per dire che Gesù ce l'ha messa tutta e si è davvero preparato al massimo allo scontro contro Satana.
Egli è ricorso all'unico allenamento possibile per un vero lottatore di Dio: la preghiera fatta con grande intensità.
Ma qual è l'oggetto della sua preghiera? Fare la volontà del Padre.
Ora lo scopo della volontà di Dio nella storia è sempre altamente positivo. Dio, per mezzo di Gesù, vuole che ogni uomo sperimenti la salvezza e perciò che siano predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati.
Ebbene Gesù, sottomesso alla prova, chiede al Padre le forze necessarie per resistere in quel difficile momento; solo così il suo corpo potrà essere offerto in sacrificio e il suo sangue diventare strumento di una nuova Alleanza tra Dio e l'umanità. Una simile preghiera non può non essere esaudita: "v. 43: Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo". Gesù è ora sicuro della vittoria perché sa che il Padre è con lui...
E i discepoli? I discepoli sanno di trovarsi in una situazione critica, ma non ascoltano il suo invito e si lasciano abbattere dalla tristezza, che li getta in uno stato di torpore e li rende incapaci alla lotta...
Nel momento della prova bisogna pregare, altrimenti è impossibile rimanere associati al destino di Gesù. Come lui ha fatto, bisogna raccogliere tutte le proprie energie e donarsi ad un'intensa preghiera. Solo così Dio ci assicura il suo aiuto» (Mario Galizzi, Vangelo secondo Luca).
La grande tentazione!
Di sempre, di ogni giorno, di tutti. Quella di poter vivere degnamente con Cristo, senza con Lui pregare e con Lui soffrire. Invece: «Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati» (2 Tm 3, 12).
Chi orienta pensieri e propositi per realizzare una comunione perfetta con Cristo, commetterebbe un errore fatale se volesse seguirLo per altra via che non sia quella del Calvario.
La `dolce vita' e i suoi infiniti compromessi portano assai lontano dal Maestro, che redime ognuno di noi in un sacrificio di adorazione, di ringraziamento, di impetrazione e di espiazione, che non sottrae un solo attimo del Suo vivere, al dolore.
Per vivere con Lui, bisogna morire con Lui. Ogni giorno. Pazientemente.
«Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo» (2 Tm 2, 11).
Ricusare la sofferenza, a conti fatti, è ricusare la redenzione, il Redentore.
Santa Gemma Galgani scrive: «Non basta avere sotto gli occhi la croce, averla addosso; bisogna averla in mezzo al cuore. Non la ricuso, perché se ricuso la croce, ricuso anche Gesù. Ormai il mio amore è tutto alla croce. L'amo, perché so che prima l'hai amata tu, Gesù, e perché sono certa che tu vuoi bene quando fai soffrire... I momenti più dolorosi sono i momenti più preziosi... Se dovessi stare nel mondo senza soffrire ti direi: Fammi morire ora».
Sembrano parole dette nel sogno, tanto suonano lontane dalla mentalità edonistica del nostro tempo. Ma, alla fine, chi avrà ragione?
Dove il segreto di una fecondità apostolica, missionaria, salvifica, se non dentro il solco aperto da una ininterrotta agonia?
«In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo;
se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24).
Sono le lacerazioni più profonde, quelle che purificano e che rifanno a nuovo.
Sono i gemiti più angoscianti, quelli che fanno oltrepassare la caducità e intravedere l'eterno.
Solo un grande dolore può frantumare le barricate dell'egoismo, e far ritrovare se stessi.
Quante persone abbiamo incontrato anche noi, che si sono ricordate di Dio, soltanto visitate dal dolore, spesso inatteso, imprevisto, impossibile! Sofferenza e orazione, come proclama il Salmo 87: «Mi hai gettato nella fossa profonda, nelle tenebre e nell'ombra di morte. Pesa su di me il tuo sdegno e con tutti i tuoi flutti mi sommergi. Tutto il giorno ti chiamo, Signore, verso di te protendo le mie mani» (v. 7-8.10).
Anche i nostri occhi si consumano nel patire, mentre il nostro destino di irriducibili cercatori di Infinito si dipana nel tempo.
«Sono infelice e morente dall'infanzia, sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori...» (Sal 87, 16).
Ed è proprio questo il tempo che conta di più, anche se, ciechi o ciecuzienti, rincorriamo frenetici il vento. Nino Salvaneschi, nel torchio di una grande sofferenza, osa dettare:
I1 tempo di soffrire è quello che veramente vale. Spesso gli uomini si accontentano di piccoli dolori, meschini dolori. Appunto per questo, hanno una vita piccola, mediocre, meschina. Invece solo un grande dolore può illuminare un'esistenza e trasfigurare un destino... Tutto quello che abbiamo goduto con il corpo è cenere al vento.
Ma tutto quello che abbiamo sofferto è lo stellante diadema dell'anima per il suo domani. E le ore lacerate sono quelle che contano. Solo in questi istanti l'anima sfiora l'eterno» (Saper soffrire). Sì, anche noi siamo del parere che simili parole le possa scrivere solo chi intinge la penna in un'esperienza di sofferenza indicibile.
Così, il saper soffrire può essere considerato e adoperato come un attualissimo manuale di orazione. Scrive amaramente il Qoèlet: «Dio ha fatto l'uomo retto, ma essi cercano tanti fallaci ragionamenti» (Qo 7, 29).
Sono senza numero le nostre contestazioni al dolore. Spesso hanno la gravità di autentiche ribellioni contro la Provvidenza divina: pretendiamo di poter trovare qualcosa di più prezioso sulla terra. Ma evidentemente non è così.
Il Padre altrimenti non avrebbe riservato al Figlio fatto Uomo una sorte tanto dolorosa!
La sofferenza è il patrimonio che Gesù accetta e fa proprio, dalla culla alla tomba.
Per Lui non c'era niente di meglio.

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