venerdì 31 maggio 2019

COLUI CHE PARLA DAL FUOCO



Si era nel 1919 e Josefa aveva ventinove anni. Ella capì, per segreta ispirazione, che l'ora di Dio era venuta e che non doveva più tardare a chiedere nuovamente l'ammissione nella Società del Sacro Cuore. Quantunque non osasse sperare, il 27 luglio presentò umilmente la sua domanda.  

«Ma la risposta fu negativa, così ella scrive. Tuttavia nell'anima mia risuonava la voce di Gesù che mi diceva: "Insisti e confida in me che sono il tuo Dio!"».  

La sua insistenza non cambiò il rifiuto, che sembrava irrevocabile per le esitazioni precedenti della richiedente.  

«Il 16 settembre,  ella prosegue,  mi gettai ai piedi del Crocifisso e lo supplicai di ricevermi nel suo divin Cuore, cioè nella Società, o di farmi morire, perché mi pareva di non poter soffrire di più. Allora, credo, mi mostrò i Suoi piedi divini e le Sue mani divine, dicendomi: "Guarda le mie piaghe, baciale e dimmi se non puoi soffrire qualcosa di più... 
Sono Io che ti voglio per il mio Cuore!".  
«Come esprimere ciò che provai? Gli promisi di vivere solo per amarlo e soffrire... ma, o Gesù, quanto sono debole!».  

Trascorsero ancora due mesi di ansie e di suppliche e giunse il 19 novembre.  

«Quel giorno nella mia Comunione,  dice Josefa, - Lo supplicai per il Suo Sangue e le Sue Piaghe di aprirmi quella porta della Società che avevo da me stessa chiusa. Riapritela, mio Gesù, ve ne supplico, poiché sapete che non chiedo che di essere la sposa del vostro Cuore!».  

L'ora era giunta. Quella mattina medesima si recò a Chamartin per cercare lavoro. Là era attesa. Proprio allora vi era giunta una lettera da Poitiers. Si domandavano per il noviziato appena fondato delle solide vocazioni. Josefa si sentiva di sollecitare in Francia l'ammissione desiderata? Immediatamente con piena generosità rispose di sì; e subito scrisse per offrirsi. 

«Mi sono gettata di nuovo - così scrive nei ricordi, - ai piedi di Gesù, che mi infonde tanta confidenza e con gli occhi pieni di lacrime e col cuore ancora più pieno di amore, mi sono offerta ad accettare tutto mentre provavo in me, malgrado la mia debolezza, un coraggio insolito».  
 
La mamma, sebbene desolata, non fece questa volta nessuna opposizione: Dio toglieva gli ostacoli. Per evitare il dolore dell'addio Josefa lasciò la casa tacitamente e senza prendere niente con sé. La carità della Madri del Sacro Cuore provvide a tutto il necessario.  
 
«Gesù mi prese, - ella dice, - e non so come mi trovai a San Sebastiano! Non avevo né denaro né forze: nient'altro che il mio amore... ma ero al Sacro Cuore! Io, sempre la stessa, sempre tanto debole, ma Lui sempre lì a sorreggermi!».  
 
La casa del S. Cuore di S. Sebastiano, che l'aveva accolta con fraterna carità, trattenne Josefa per un mese ed ella, riconoscente, cercò di essere utile aiutando indefessamente dove poteva. Tuttavia il pensiero della madre e della sorella, da cui riceveva lettere strazianti, le lacerava il cuore. Già intravedeva le difficoltà di una lingua non conosciuta, ma la sua volontà era ormai fissa in quel Cuore che l'aspettava altrove. 
«Come farete in un paese di cui non conoscete la lingua?» le fu chiesto. «Dio mi conduce!...», rispose con semplicità. Ed era proprio così.  
Il mercoledì 4 febbraio 1920 lasciava per sempre la patria per seguire, al di là della frontiera Colui il cui Amore sovrano può chiedere tutto.  
 
SUOR JOSEFA MENENDEZ 

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