mercoledì 4 marzo 2026

Commento all‟Apocalisse

 


III. Vers. 3. E dal fumo del pozzo uscirono locuste sulla terra, e fu dato l‟oro un potere come l‟hanno gli scorpioni della terra. Queste parole descrivono quanto orribili sciagure si rovesciarono sull‟Impero Romano e su gli altri regni a seguito del diffondersi e del dilatarsi di questo errore. Questi malanni si dividono in due parti. La prima è quando dice: ma di tormentarli cinque mesi. La seconda invece: il loro potere era di far male agli uomini per cinque mesi. Per comprendere questi versetti occorre ricordare che Valente condusse i Goti e i Vanali, desiderosi di essere istruiti nella vera fede, ad abbracciare la perfidia ariana, o meglio ve li costrinse, stipulando un‟alleanza che prevedeva anche l‟invio di preti ariani. Poco dopo, tuttavia, tale empia decisione ri-cadde, per giusto permesso di Dio, sulla testa di Valente. I Goti, infatti, ritrovata la concordia e l‟amicia tra le varie fazioni in cui si erano divisi, sostenuti da una gran confidenza nelle proprie forze, trattarono in malo modo i Traci, devastarono crudelmente la regione, scorrendo i villaggi e vessando la popolazione. Quando Valente, che soggiornava ad Antiochia, venne a sapere di quel che era accaduto, fu ammaestrato dalla bruta realtà dei fatti della rovina del suo errore. Aveva infatti perduto gente che era stata addestrata ad essere sempre in armi e pronta a combattere, che riteneva assai utile a sé e all‟Impero e adattissima anche a terrorizzare i nemici. Non aveva grande stima, infatti, delle sue truppe, e anziché obbligare i suoi sudditi ad arruolarsi con giuramento (per il che avrebbe dovuto dar loro lo stipendio), chiese loro di pagare un tributo. Così il Signore Dio acceca coloro che si discostano empiamente da lui. I Goti, devastata completamente la Tracia, si dirigono verso Costantinopoli. Valente invia contro di loro il generale Traiano, ma questi viene sconfitto e messo in fuga, e deve far tosto ritorno. L‟Imperatore stesso allora si mosse per tentare la sorte delle armi, ma fu del tutto sbaragliato nei pressi di Adrianopoli, e, come di sopra ricordammo, fu arso vivo in una capanna nell‟anno 378. Così da allora Goti, Vandali e altre popolazioni barbare ebbero il sopravvento fino al tempo di Giustiniano nel 527. Circa l‟anno 403 d.C., infatti, per l‟inganno di Stilicone (il quale pure aveva prima pesantemente sconfitto nelle gole di Fiesole Radagasio Re dei Goti forte di 200.000 uomini) Vandali, Svevi, Alani, Burgundi, insomma, tutti i barbari irruppero in Gallia. Per cui anche Alarico, Re dei Goti, che aveva chiesto e ottenuto dall‟Imperatore Onorio di stabilirsi in Gallia, ne fu irritato. L‟anno 409 assediò Roma. Tolto l‟assedio dietro esborso di oro, l‟anno dopo l‟assalì nuovamente, prese l‟Urbe, e per tre giorni la sottopose al saccheggio, senza volerla distruggere. Quanti mali causò all‟Impero d‟Occidente Attila, gli Unni ed altri barbari sotto Valentiniano III l‟anno 451 si può leggere nel Libro I al cap. 31 della storia del Lechmann e di Baronio. Roma venne nuovamente saccheggiata dai Vandali nel 455. Anche Odoacre con un ingente esercito di Eruli invase l‟Italia e vi dominò per 14 anni, finché, nel 475, venne sconfitto nei pressi di Verona da Teodorico, re avidissimo e barbaro degli Ostrogoti, che la conquistò e a lungo vi regnò. Sotto l‟Impero di Zenone i Vandali (il cui Re Unerico deportò nel deserto della Mauritania quasi cinquemila tra Vescovi e Chierici) tennero l‟Africa, gli Ostrogoti l‟Italia, la Gallia e la Borgogna, e pure la Spagna. Queste genti, sempre in movimento, devastarono e saccheggiarono ogni paese dove arrivavano, finché nel 507 circa Clodoveo, divenuto Re cattolico dei Franchi, sconfisse ed uccise Alarico II, che da 22 anni regnava in Gallia sui Visigoti. Giustiniano il Grande, Imperatore Romano dal 527, scacciò i Vandali dall‟Africa con i suoi generali Belisario e Narsete, riconquistando Carta-gine, disfece i Parti che infestavano la Siria, uccise Totila, che prima aveva conquistato e incendiato Roma, cacciando i Goti dall‟Italia. Così, dopo 150 anni, queste popolazioni ferocissime vennero sterminate assieme all‟empia eresia di Ario che l‟Imperatore Valente aveva nuovamente rinvigorito, e la fede cattolica iniziò di nuovo a prender piede. Tuttavia, il male e il veleno dell‟errore ariano non fu ancora del tutto eliminato e distrutto. Narsete, infatti, rimosso per invidia da Giustino il Gio-vane da governatore dell‟Italia, volse il suo disappunto in rabbia, e chiamò nell‟anno di Cristo 568 dalla Pannonia in Italia i Longobardi (popolo originario della Scandinavia, infetto dall‟arianesimo) di cui aveva sperimentato il forte e fedele aiuto nella guerra d‟Italia contro i Goti. Questi, lasciata la Pannonia agli Unni, loro alleati, occuparono, sotto la guida di Re Alboino, con una breve guerra l‟Italia settentrionale. Invasero poi il resto della penisola, ponendo la capitale del regno nella cttà di Pavia. Il loro arrivo – come scrisse S. Gregorio (Om. I sul Vangelo) e dopo di lui Paolo Diacono nella sua Storia dei Longobardi (L. I, cap. 5) – fu accompagnata da terribili prodigi notturni. In cielo furon scorti eserciti fiammeggianti, o meglio la volta celeste parve rosseggiare di quello stesso sangue, che poi sarebbe stato versato. S. Gregorio, infatti, (4 Epist. L. 34, Dial. 3, cap. 11, 26) giudica l‟invasione dei Longobardi come causa di una delle persecuzioni più crudeli ai danni della Chiesa. Tutti i loro Re, infatti, ad eccezione di Agilulfo, che, abbandonata l‟eresia, si convertì con tutta la sua gente alla fede cattolica e regnò circa 40 anni, tutti furono strenuissimi difensori dell‟empietà di Ario. Per cui, se si esclude il regno di Agilulfo, il quale, convertitosi alla vera fede, non recò danno alla Chiesa, questa sciagura si protrasse per circa 150 anni, finché nell‟anno di Cristo 751 Pipino, Re dei Franchi, ascoltando la richiesta d‟intervento di Papa Stefano, non represse Aristolfo, che, impadronitosi di Ravenna, andava saccheggiando  l‟Italia e avesse devastato il territorio pontificio. Suo figlio, Carlo Magno, richiesto dal Sommo Pontefice Adriano I, detronizzò il Re longobardo Desiderio, successore di Aristolfo, e suo figlio Adelchi, e lo cacciò dall‟Italia, impadronendosi così di tutto il loro regno, e ponendo fine al loro tirannico dominio nell‟anno di Cristo 774. Infine, per grazia di Dio, sotto questo eccelso, fortissimo e piissimo Imperatore l‟arianesimo con la sua barbara tirannide venne totalmente spedito all‟inferno. La fede cattolica, così, cominciò a propagarsi per terra e per mare, con la conversione della Pannonia degli Slavi e degli Unni, in Svevia degli Svevi, Goti e Ostrogoti, in Germania dei Sassoni, dei Danesi e di quasi tutti i Germani, soprattutto del nord. 

Venerabile Servo di Dio Bartolomeo Holzhauser 


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