sabato 27 giugno 2020

DIO E IL CREATO



TRINITÀ E CREAZIONE  

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Questo testo ha su molti altri il vantaggio di prolungare la dottrina della processione delle creature con una dottrina delle «missioni» divine. Si parla di missione, è chiaro, per esprimere l‘invio (in latino: (missio) del Figlio da parte del Padre, o dello Spirito da parte del Padre e del Figlio, mediante il dono della grazia accordato alle creature razionali… Per il momento è sufficiente sapere che è l‘operazione dello Spirito in mezzo alle creature che permette il ritorno dell‘opera all‘Artefice. Incontriamo qui per la prima volta, ma la ritroveremo spesso, una opzione tomasiana fondamentale che traduce esattamente la sua visione del mondo: malgrado la differenza di livello tra il dono dell‘essere e quello della grazia, Tommaso non vede nessuna rottura in due parti: è lo stesso Dio che prende l‘iniziativa di questi due tipi di doni nell‘unità del suo piano di salvezza per il mondo:  

«Vi sono due modi di considerare la processione delle persone nelle creature. In primo luogo in quanto essa è la ragione dell‘uscire dal Principio, ed è questa la processione dei doni naturali nei quali sussistiamo; in tal modo Dionigi può affermare nei Nomi divini che la saggezza e la bontà divine procedono nelle creature . . ».  

I «doni naturali» corrispondono a ciò che chiamavamo poco fa il livello della natura; si tratta del fatto di esistere, che l‘uomo condivide con tutto ciò che è, ma che nel suo caso riveste una nobiltà particolare, dato che egli è dotato di un‘anima intelligente e libera. E proprio un dono divino, ma ciò non è sufficiente per permettere il ritorno della creatura razionale verso Dio e nemmeno per spiegarlo, perciò Tommaso continua:  

«Questa processione può ancora essere osservata in quanto è la ragione del ritornare al fine, ma soltanto nei doni che ci uniscono da vicino al Fine ultimo, cioè Dio, e che sono la grazia santificante[per questa vita] e la gloria[per la vita futura]...».  

Per fare comprendere ciò, Tommaso usa un paragone con quanto accade nel processo di generazione naturale. Non si potrà dire di un bambino che è unito con suo padre nel possesso della stessa specie umana fin dal momento in cui egli è concepito; ciò non potrà verificarsi che al termine dell‘atto generatore, cioè quando il bambino è diventato a sua volta persona umana. Allo stesso modo, nelle diverse partecipazioni alla bontà divina che noi conosciamo, non vi è unione immediata a Dio mediante i primi doni che egli ci fa (cioè il fatto di sussistere nell‘essere naturale); questa unione non si realizza se non mediante i doni ultimi che ci permettono di aderire a lui come nostro fine. Per questo diciamo che lo Spirito Santo non è dato immediatamente con l‘essere della natura, ma soltanto con i doni santificanti che procurano la nostra nascita secondo l‘essere di grazia 129 .   Se i testi che parlano direttamente della creazione sottolineano a giusto titolo il ruolo decisamente centrale dell‘esemplarità dell‘Immagine e dell‘efficienza del primo Principio che permettono di valorizzare il ruolo del Verbo incarnato, in quello che commentiamo ora è evidentemente io Spirito che passa in primo piano, poiché è per esso e mediante i suoi doni che la creatura sarà resa effettivamente capace di raggiungere l‘Esemplare. Detto altrimenti, nell‘immediato prolungamento della Trinità creatrice, Tommaso ci parla della Trinità divinizzatrice. Al centro della sua teologia, la Trinità è subito messa in relazione esplicita con la dottrina della creazione e della salvezza. A Tommaso piace questa scorciatoia e la riprende in un testo della Somma anch‘esso molto illuminante:  

«La conoscenza delle persone ci era necessaria per due ragioni. La prima era quella di farci pensare in modo giusto circa la creazione delle cose. Infatti affermare che Dio ha fatto tutto per mezzo del suo Verbo, significa rigettare l‘errore secondo il quale Dio ha prodotto le cose per necessità di natura, e porre in lui la processione dell‘Amore significa dimostrare che se Dio ha prodotto delle creature, non è perché ne abbia avuto bisogno, néper nessun‘altra causa esterna a Lui: èper amore della sua bontà» 130 .Si riconosce qui ciò che fondava la messa in guardia circa una possibile confusione sull‘origine dello schema circolare, ma si nota anche che l‘idea di Dio che Tommaso si fa non è meschina. Egli sa per esperienza che nel nostro mondo nessun essere agisce se non in vista di un fine, in vista d‘acquisire qualcosa o di arrivare ad un risultato — detto altrimenti, in modo interessato —. Ma quando si tratta dell‘Al di là di tutto, è chiaro che il suo agire non può essere motivato dall‘acquisizione di qualcosa che gli mancherebbe. Occorre dunque concludere che la creazione del mondo da parte di Dio non ha altro motivo che quello di comunicare la sua propria bontà, la sua propria perfezione. Poiché non gli manca assolutamente niente, Dio solo può agire in maniera perfettamente disinteressata 131 . Veniamo così a comprendere quanto sarebbe erroneo sopravvalutare l‘uso del vocabolario neoplatonico. Se vi è somiglianza, al massimo essa è materiale. Ci troviamo in pieno pensiero cristiano e la nascosta debolezza dello schema emanatista è qui corretta in modo radicale. Se Dio crea mediante il suo Logos, la sua Parola (Gv 1, 3) è un‘attività di pensiero riflesso, non un‘emanazione naturale. È «attività d‘Artista e non proliferazione della Sostanza» 132 .  In un primo tempo, la rivelazione della Trinità ci permette di comprendere rettamente il perché della creazione, eppure Tommaso gli riconosce un altro motivo, secondo lui ancora più importante:  «La seconda ragione, e la principale, era quella di darci una vera nozione della salvezza del genere umano, salvezza che si compie tramite l‘incarnazione del Figlio e il dono dello Spirito Santo».  Questo mettere in relazione la creazione e la salvezza, l‘origine del mondo e la sua realizzazione finale nella beatitudine — si riconosce qui il piano della Somma — mostra a che punto, in questa prospettiva, il corso intero del tempo è immerso per così dire nel seno della Trinità:  la uscita-creazione e il ritorno-divinizzazione sono inglobati nel ciclo eterno delle processioni divine. Per riprendere un‘espressione ben coniata da uno dei suoi migliori commentatori, «la rivelazione concreta del mistero della Trinità è come avvolta nella rivelazione dell‘economia della salvezza e in quella delle origini del mondo» 133 . 

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di P.Tito S. Centi  e P. Angelo Z.

Signore dal Cuore ferito per le nostre colpe



Veniamo ad offrirti la nostra riparazione per tanti peccati commessi da noi e dagli altri.
Per l'odio sollevato contro di te e contro la tua Chiesa, ti offriamo il nostro amore, il nostro assoluto attaccamento a te e la nostra ferma adesione alla Chiesa cattolica.
Per le indifferenze di coloro che rimangono insensibili all'attrattiva della tua bontà, ti offriamo il nostro fervore nel rispondere ad ogni tuo invito.
Per il disprezzo della tua legge e per le trasgressioni ai tuoi precetti, ti offriamo la nostra fedeltà nel compiere la tua volontà.
Per tante vigliaccherie di fronte alle esigenze del tuo Cuore, ti offriamo una generosità disposta a soddisfare ogni tuo minimo desiderio.
Per tanti scandali e torti fatti al prossimo, ti offriamo la nostra cura nel dare il buon esempio e lo sforzo di una carità che vogliamo simile alla tua.
Per tanti scoraggiamenti e disperazioni, ti offriamo il desiderio di una fiducia sconfinata nel tuo amore.
Per tanta ingratitudine da parte di coloro che tu ricolmi di benefici, ti offriamo una riconoscenza spinta fino al dono della nostra vita.
In riparazione delle ferite inflitte al tuo Cuore, ti offriamo il sacrificio di tutti noi stessi. Ma sostieni la nostra offerta, perché possa essere attuata e così rallegrare il tuo Cuore.

GESU’ OSTIA - All’incredulo perché sia meno scettico, e al sacerdote perché sia meno tiepido.



Il Miracolo Eucaristico di Bolsena

«Bolsena non dimentica, ed oggi ripresenta a noi e al mondo il miracolo compiuto nel santuario della sua Santa Cristina, il quale miracolo ha ravvivato nella Chiesa d'allora e ravviva tuttora la coscienza interiore e ha perpetuato il culto esteriore, pubblico e solenne, dell'Eucaristia, del quale Orvieto e Bolsena conservano ed alimentano nel mondo l'inestinguibile fiamma». Sono queste le parole pronunciate da Paolo VI durante la celebrazione della Messa fuori dalla chiesa di Santa Cristina, che nell'occasione viene elevata alla dignità di basilica minore, 1'8 agosto 1976, a chiusura del Congresso Eucaristico internazionale di Filadelfia.
Se il Duomo di Orvieto custodisce le reliquie vere e proprie del Miracolo, nella chiesa di Bolsena sono venerati quattro dei cinque marmi che si macchiarono di sangue al momento del prodigio. Una scritta incisa sul frontone della balaustra avvisa: «Profani state lontani e ben lontani, perché qui è il Sangue di Cristo, il quale è la nostra salvezza».
In questo luogo, infatti, sembra quasi che il Signore abbia voluto aggiungere il sangue suo a quello di una giovane martire, Santa Cristina, appunto.
È nel tempio a lei dedicato che avviene il Miracolo Eucaristico di Bolsena, dagli storici datato 1263.
La storia è ben presentata da un'epigrafe del 1573-74, che si trova nel luogo del Miracolo. Da una traduzione italiana del 1863, si apprende che il protagonista della vicenda è un «sacerdote alemanno». Costui «in tutte le cose si mostrava a Dio fedele, solo che nella fede di questo Sacramento dubitava assai. [...] Tuttavia, ogni giorno supplicava Iddio nelle sue orazioni che si degnasse di mostrargli un qualche segno che gli avesse rimosso dall'anima ogni dubbio».
E l'intervento di Dio non può mancare: «[ ...] affinché il detto sacerdote desistesse da quell'errore e la fede avesse maggiore fermezza, dispose che quel sacerdote proponesse per impetrare il perdono dei suoi peccati, di visitare il sepolcro degli
apostoli Pietro e Paolo ed altri luoghi. Perciò s'incamminò verso Roma, ed arrivato al castello di Bolsena, della diocesi di Orvieto, stabilì di celebrare la messa in questa presente chiesa di S. Cristina vergine [...]».
(Da qui si comprende come non è attendibile la versione secondo cui il miracolo sarebbe avvenuto nel viaggio di ritorno da Roma: notizia erroneamente contenuta in qualche dramma sacro).
Ed ecco il miracolo: «Mentre costui celebrava qui la messa e teneva l'Ostia nelle mani sopra il calice, [...] improvvisamente quell'ostia apparve, in modo visibile, vera carne e aspersa di rosso sangue, eccetto quella sola particella, che era tenuta dalle dita di lui».
Questo particolare è spiegato dallo stesso testo, come una prova: «perché fosse noto a tutti quella essere stata veramente l'ostia che era dalle mani dello stesso sacerdote celebrante portata sopra il calice. Di più una benda, che si teneva per purificazione del calice, restò bagnata da quella effusione di sangue. Alla vista del miracolo, colui che prima dubitava, confermato nella fede, stupì, e procurò di nasconderlo con il corporale; ma quanto più si sforzava di nascondere tanto più ampiamente e perfettamente, per virtù divina, si divulgava il miracolo.
Infatti ciascuna goccia di sangue, che da quella scaturiva, tingendo il sacro corporale, vi lasciò impresse altrettante figure a somiglianza di uomo. Vedendo ciò quel sacerdote, atterrito, cessò dal celebrare e non osò andare avanti. Anzi, preso da intimo dolore e spinto dal pentimento, collocato prima con la pia dovuta devozione nel sacrario della detta chiesa quel venerabile sacramento, corse in fretta dallo stesso Sommo Pontefice, e genuflesso innanzi a lui, gli narrò tutto l'accaduto e della propria durezza di cuore e dell'errore chiese perdono e misericordia. Udite queste cose, il Papa restò pieno di grandissima ammirazione, [...] lo assolse e [...] decretò che il venerabile Corpo di Cristo fosse portato nella chiesa orvietana, che era stata insignita col nome della Madre sua (= è la piccola chiesa di S. Maria Prisca), ed espressamente comandò al vescovo di Orvieto di recarsi alla detta chiesa della beata Cristina, e lo portasse in questa città.
Obbedendo ai suoi comandi, questi si recò al luogo del miracolo, e riverentemente prendendo il Corpo di Cristo, accompagnato da chierici e da molti altri, lo portò sin presso alla città, al ponte di un certo torrente, detto volgarmente Riochiaro (= oggi: Ponte del Sole, alla periferia di Orvieto), dove gli venne incontro lo stesso Romano Pontefice con i suoi cardinali, con i chierici e religiosi e con una numerosa moltitudine di Orvietani, con immensa devozione e spargimento di lacrime. [...] Ed il Pontefice avendo preso nelle sue mani, genuflesso a terra, quel venerabile Sacramento, lo portò alla chiesa di Orvieto con inni e cantici, con gaudio ed allegrezza, ed onorevolmente lo depose nel sacrario della stessa chiesa».
Sull'area della chiesa di Santa Maria Prisca si edificherà il famoso Duomo di Orvieto. L'idea di costruirlo, già nata prima del verificarsi di tali fatti, con essi prenderà nuovo vigore ed entusiasmo. Sarà il Papa Niccolò IV a posare la prima pietra, il 3 novembre 1290, ma potrà dirsi compiuto solo dopo tre secoli.
Ancora oggi è considerato una delle meraviglie del mondo. Per lo storico e critico d'arte svizzero. Burckhardt, è «il più grande e più ricco monumento policromo del mondo», e per Papa Leone XIII «il giglio d'oro delle Cattedrali d'Italia».
Accanto al Duomo di Orvieto, custode delle sacre reliquie, un'altra grande opera d'arte è legata al Miracolo Eucaristico di Bolsena: è il celebre dipinto di Raffaello, "Messa di Bolsena", in una delle Stanze Vaticane, commissionato da Giulio II.
Rappresenta il celebrante, di profilo, leggermente incurvato sull'altare, con lo sguardo fisso sull'Ostia, tenuta con la mano sinistra, mentre con la destra sta ripiegando il corporale, tra lo sbigottimento dei presenti.
Anche l'arte, dunque, esaltazione del sentimento, diventa testimonianza di incessante lode a Dio per un evento così significativo nella storia della Chiesa.
Ma ritorniamo al prodigio, perché la tradizione arricchisce il fatto storico.
Il nome del protagonista è quello di Pietro, un prete boemo di Praga.
Nella delegazione inviata dal Papa, da Orvieto a Bolsena, per constatare l'accaduto e prendere le sacre reliquie, ad accompagnare il vescovo Giacomo Maltraga, si fanno i nomi di San Tommaso d'Aquino e di San Bonaventura da Bagnoregio.
Certi sono, invece, le figure del citato vescovo di Orvieto e del Papa Urbano IV, in quel tempo residente ad Orvieto per sottrarsi alla persecuzione di Manfredi, usurpatore della Corona di Napoli e di Sicilia.
Sarà Urbano IV, l'11 agosto 1264, da Orvieto, ad istituire la solennità del Corpus Domini, con la storica bolla "Transiturus de hoc mundo ad Patrem", a partire dall'anno successivo; ma troverà pratica applicazione solo dal 1312, con Clemente V, dopo la conferma della bolla di Urbano IV.
San Tommaso d'Aquino, incaricato da Urbano IV, di questa festa aveva composto l'officiatura: un insieme di antifone, orazioni, lezioni ed inni che, con sublime espressività poetica, celebrano il Corpo del Signore.
Tale festa, di grande rilievo liturgico, assume, nella civiltà dei Comuni, anche un'importanza sociale. In questo periodo, infatti, l'immagine che una città ha di se stessa è quella di un corpo. Celebrando il Corpus Domini, perciò, la città festeggia anche la sua unità: un corpo formato da tutte le corporazioni di mestieri.
Miracolo Eucaristico di Bolsena e Corpus Domini: se non si può parlare di causa ed effetto, di certo l'uno è il richiamo dell'altro, tappe di un cammino iniziato da tempo.
Si è detto che l'istituzione della festa del Corpus Domini, da parte di Urbano IV, avviene nel 1264. Ora, questo accade sei anni dopo la morte della Beata Giuliana di Liegi (1192-1258), una benedettina del monastero di Mont-Cornillon. Quest'umile monaca aveva ricevuto - più volte nel corso degli anni – una visione, sempre la stessa: nel cielo stellato, una luna piena splendente, ma con un piccolo squarcio al centro da lasciar vedere una zona oscura.
Per divina ispirazione, aveva compreso che la luna splendente simboleggiava la Chiesa, mentre la zona oscura indicava la mancanza di una festa nel ciclo liturgico: quella del Corpus Domini. Divenuta superiora del suo convento, consapevole di essere portavoce di un messaggio celeste, era riuscita a far istituire dal vescovo della sua diocesi, il 5 giugno 1249, la prima festa in onore del SS. Sacramento.
Ma osteggiata, derisa, offesa, perseguitata come visionaria, dovette fuggire dal suo convento, nonostante il sostegno che aveva avuto da qualche eminente teologo e qualche prelato, come Jacques Pantaléon, destinato a salire sul soglio pontificio.
Iddio, però, al contrario degli uomini, non s'arrende! Questo prelato (arcidiacono della cattedrale di Liegi, poi vescovo di Verdun e patriarca di Gerusalemme), che aveva corrisposto al volere divino trasmesso alla Beata Giuliana, diventerà infatti Urbano IV, il Papa che, col Miracolo di Bolsena, vede il Signore nuovamente bussare alla porta della sua Chiesa, per renderla tutta splendente, come una luna in un cielo stellato, senza nessuna zona oscura.

FUGGITA DA SATANA



MICHELA


La mia lotta per scappare dall'Inferno


L'avventura da chef


Un giorno accadde che il titolare ebbe un infarto e fu necessario ricoverarlo d'urgenza in ospedale. I medici gli ordinarono riposo assoluto per un mese, ma intanto avevamo molte prenotazioni per pranzi e cene e sarebbe stato un dramma chiudere il locale. Allora suo fratello mi chiese di provare a sostituirlo. In sala nessuno si accorse che il titolare non c'era, perché io riuscivo a realizzare perfettamente le sue specialità. Quando rientrò si complimentò di cuore e mi spostò a tempo pieno in cucina e per un altro anno mi insegnò tutto quello che poteva.
A quell'epoca lavoravo come una matta, dalle sedici alle diciotto ore al giorno, però guadagnavo due milioni di lire al mese, e non erano pochi vent'anni fa. Un albergatore che aveva pranzato da noi apprezzò le mie capacità e mi offrì di fare una stagione sulla costa tirrenica, offrendomi cinquecentomila lire in più di stipendio, oltre al vitto e all'alloggio. Chiesi consiglio al mio "maestro" e lui, contrariamente ai propri interessi, mi spinse ad accettare: «Le basi ora le hai.
Quello che devi imparare sono gli stili, e potrai farlo soltanto andando per un po' in giro».
In realtà lui mi aveva insegnato ben di più, facendomi comprendere che cucinare significa esprimere le proprie emozioni. Mi diceva: «Quando cucini non devi seguire passivamente la ricetta. Devi entrare in contatto con le tue emozioni del momento e anche in base a ciò rendere originale quella realizzazione. Per esempio, sai che per il pesce la base è olio, aglio, prezzemolo, vino bianco, limone. Ma poi devi aggiungerci quello che percepisci in relazione allo specifico pesce che stai lavorando: pepe, peperoncino, zafferano, o cos'altro. Il gusto lo devi creare tu. Non devi spiegare nulla. Il cliente non deve parlare con te, ma deve parlare con il tuo piatto». È stato divertente in seguito, quando mi è capitato di avere al fianco apprendisti cuochi che venivano dal Giappone per imparare la cucina italiana. Stavano con carta e penna per scrivere nei dettagli tutto ciò che facevo e dopo un po' uscivano matti, perché non c'era mai un piatto esattamente uguale da un giorno all'altro!
Da quel momento ho cominciato a girare come una trottola. Sono stata in varie regioni del Nord Italia, e poi a Formentera e Ibiza, e anche in Olanda. In ogni posto rimanevo per qualche mese, al massimo cinque, in modo da imparare varie tecniche e poterci aggiungere del mio. In cucina non si studia: tutto si fa lavorando. Ho migliorato anche la mia tecnica dell'assaggiare i cibi, che è anch'essa un'arte: innanzitutto un bicchiere di acqua gasata per pulire la bocca, poi si prende un cucchiaio di minestra o un boccone di cibo e lo si fa raffreddare, quindi lo si mette in bocca e lo si fa scivolare sulle varie aree, per poter percepire l'acido, l'amaro, il dolce e il salato. In questo modo si può giudicare se una certa base, che serve a preparare un determinato numero di pietanze, è fatta bene.
Quando sono diventata responsabile di cucina, talvolta ho fatto buttare via intere minestre perché mi accorgevo se avevano utilizzato l'aglio napoletano o quello spagnolo, che sono differenti come il giorno e la notte.
Nel frattempo, oltre allo spinello che avevo sempre a portata di mano, ho cominciato a sniffare anche la cocaina. A introdurmi in questa esperienza fu una nota figura della nobiltà italiana, per la quale avevo allestito il buffet di una cosiddetta «cena vip»: una festa privata, con gente dell'industria, della politica e dello spettacolo, dove ci si scambiavano informazioni, si avviavano affari e si intrecciavano nuovi amori. Ne ho curate diverse e una "tirata" di coca faceva sempre parte del menu.
L'altra mia droga era il sesso, consumato in forma di "usa e getta". I sentimenti per me non esistevano, da questo punto di vista ero diventata un cubetto di ghiaccio. Ogni volta che cambiavo ristorante e città, abbandonavo al suo destino il ragazzo del momento e mi gettavo nelle braccia di uno nuovo. In tanti hanno perso la testa per me, ma io facevo come la Vedova nera: non avevo pietà delle loro lacrime. Scomparivo e non mi facevo più trovare. Per di più, quando qualcuno mi piaceva non avevo problemi ad andarci subito a letto: così talvolta mi capitava di avere due o tre amanti contemporaneamente e la cosa non mi turbava affatto.
La mia regola di comportamento era che ogni storia doveva avere un inizio e una fine. Mi ero imposta di non fidarmi di nessuno, di non affezionarmi, di essere certa che l'amicizia non esiste. Insomma, avevo imparato a vivere da sola, per proteggermi da ogni ulteriore ferita, dopo le innumerevoli che avevo già subito.
Non prendevo nemmeno particolari precauzioni e oggi devo dire che, grazie a Dio, non sono mai rimasta incinta, perché altrimenti avrei certamente abortito, tanto era il menefreghismo che regnava in me.
La storia più lunga che ho avuto è stata con Luis, un ragazzo boliviano dal carattere solare con il quale sono stata un anno. Un giorno è partito per andare a trovare i genitori al suo Paese. Dopo qualche settimana l'ho chiamato al telefono per sapere come stava e una sua sorella mi ha comunicato piangendo che era morto in un incidente stradale. Per me è stata un'ulteriore conferma del fatto che non dovevo mai legarmi a qualcuno.

È L’ORA DELLA GRANDE RIVELAZIONE!



Io Dio, nel mio infinito amore vengo a sollevare i miei figli, … è l’ora della grande Rivelazione!
Figli miei, state pronti, il calice del vostro cuore sia colmo d’amore per Me, solleverò a Me solo i miei e rigetterò tutti coloro che Mi hanno rinnegato. Benedetto colui che viene nel nome del Signore perché sarà ricolmato di beni infiniti ed eterni.
Gioite figli miei perché è giunta per voi l’ora tanto attesa:
… vengo a giudicare il mondo;
… vengo a sradicare il male da questa Terra maledetta da Satana;
… vengo con il mio Esercito Celeste a prendere in Me tutto ciò che Mi
    appartiene e buttare al fuoco ciò che è male.

La mia grandezza è infinita, o uomini, ma voi non potete capire perché siete troppo lontani da Me. Poveri figli, ingannati come siete non potete accorgervi di ciò che sta navigando su questa Terra! Questa Umanità si è perduta, è divenuta sorda, … non sente, … non pone attenzione ai miei appelli, si è ubriacata del veleno di Satana!
Ora metterò fine alla vostra baldanza, o uomini.
Con questo mio intervento Divino prenderò con Me solo i miei figli e rigetterò nella Geenna i figli di Satana.

Poveri figli miei e non più miei per vostra libera scelta, avete tradito il vostro Dio Creatore per seguire il maledetto essere infernale, … con lui avete bivaccato, … vi siete perduti nel suo inganno e ora verrete schiacciati dal peso del suo Inferno.
Maria Santissima, Vergine Madre di Gesù, sta per intervenire a prendere in Sé tutti i suoi figli e portarli vittoriosi a Me.
Ecco, è giunta l’ora di porre fine a questa maledetta storia di peccato!
È tempo di cose nuove, nell’amore e gaudio per i figli di Dio, mentre tribolazioni infinite avranno i figli di Satana.

Pregate figli miei, pregate costantemente.
Dio vi ama e vi benedice.
Carbonia 26.06.2020

venerdì 26 giugno 2020

Rimedi e consigli per il periodo dei castighi:



Invochiamo san Giuseppe 

Bisogna anche rivolgersi a san Giuseppe. Difatti, il Santo, il 19 marzo 1905, dopo aver annunciato che i castighi sarebbero aumentati perché non era stato tenuto conto degli avvertimenti di Nostra Signora a La Salette, disse a Marie Julie: “M'invocano molto poco, eppure io sono immediatamente dopo Gesù e Maria, che hanno il piacere di mettere i loro tesori a mia disposizione. E sappiate bene, che il mio desiderio di esaudirvi è più grande dello stesso vostro desiderio di essere esauditi. Perché? Sì, perché m'invocate così poco?”. 

Altri soccorsi offerti da Gesù e dalla Madre di Dio:  

Il 20 luglio 1882 e il 15 novembre 1921, Nostro Signore chiese che i suoi servi e le sue serve portassero la “Croce adorabile che preserverà da tutti i generi di mali”. Egli ne fece così la descrizione: “La Croce dalla fiamma bianca ovvero la Croce del perdono”.  
Il 16 agosto 1880, volendo soccorrere i suoi bambini della terra, “in un tempo così difficile, in cui la corruzione si espande dappertutto”, la nostra buona Mamma Celeste propose la coniatura di una medaglia per la protezione dell'innocenza dei bambini piccoli. E aggiunse: “Ogni cristiano potrà munirsene come una difesa e un'arma di fede”. “Questa è la medaglia di Nostra Signora della Guardia”. Dopo molte difficoltà per realizzarlo, la Provvidenza permise l'uscita di uno scapolare richiesto da Nostro Signore e dalla Madre di Dio il 23 agosto 1878. Questo è un ultimo soccorso a noi offerto: "Lo scapolare di Benedizione e di Protezione". 

Croce del Perdono  

Durante molte estasi, Marie Julie Jahenny, fu infiammata d'amore alla Croce, e Nostro Signore le rivelò che avrebbe concesso molte grazie a coloro che veneravano la Sua Santa Croce, e li avrebbe particolarmente protetti durante i castighi. 

Queste anime privilegiate erano chiamate da Nostro Signore “La famiglia della Croce il cui destino è di essere protetta”. 
Parole di Nostro Signore il 20 luglio 1882: «Io desidero che i miei servi e le mie serve e perfino i bambini possano rivestirsi di una Croce. Questa Croce sarà piccola e porterà al centro come una fiammella bianca. Questa fiamma indicherà che essi sono i figli e le figlie della luce».  
Questa frase si trova nel Vangelo di San Giovanni: «Credete nella luce, per essere figli della luce” (Vangelo della Messa dell'Esaltazione della Santa Croce, 14 settembre). 

15 novembre 1921:  
«Miei cari piccoli amici, Io voglio darvi un'idea di quanto soffro, pensando a tante anime che vengono private dell'eterna beatitudine. Miei cari piccoli amici, i giorni scorsi sono stati ben terribili, ma quelli che verranno lo saranno ancora di più, poiché il male aumenta con grande intensità, e diventerà tale da oltrepassare ogni misura. Miei cari piccoli amici, voi porterete la Mia Croce adorabile che vi preserverà da tutti i mali: essa sarà grande o piccola e più tardi Io le benedirò. Esse porteranno il nome di Croce del perdono, in primo luogo. In secondo luogo, esse porteranno il nome di Croce della salvezza. In terzo luogo, esse porteranno il nome di Croce della santa protezione. In quarto luogo, esse porteranno il nome di «Croce calma flagelli. In quinto luogo, esse porteranno la preghiera  
“O Dio , Salvatore Crocifisso, infiammami d'amore, di fede e di coraggio per la salvezza dei miei fratelli». 
Miei cari figli, tutte le anime sofferenti e crivellate di flagelli, tutti coloro che baceranno questa Croce avranno il Mio perdono, tutti coloro che la toccheranno avranno il Mio perdono. 
L'espiazione sarà lunga, ma un giorno arriverà in Cielo, il Cielo sarà aperto. Io vi avverto in anticipo, Miei cari piccoli amici, affinché voi non siate sorpresi, affinché avrete tutto il tempo di avvertire i vostri cari e le vostre famiglie.” 

17 gennaio 1922: Nostro Signore rivelò questa preghiera da recitare spesso, e specialmente nei momenti del “grande diluvio di mali e di Terrori ”:  
«Ti saluto, Ti adoro e Ti abbraccio, o Croce adorabile del mio Salvatore. Proteggici, custodiscici, salvaci. Gesù Ti ha tanto amata, e, seguendo il Suo esempio, anch'io Ti amo. Con la tua santa immagine calma i nostri terrori. Che io non perda la pace e la fiducia”.  
Nostro Signore aggiunse che, recitando questa preghiera, «Voi riceverete tante grazie, tanta forza ed amore, in modo che questo grande diluvio passerà come se non fosse nemmeno avvenuto. Questa è una grazia della mia tenerezza.” 


La persona umana dunque, elevata e arricchita del dono soprannaturale della Grazia, potrà vedere Dio e contemplarlo in eterno "così come egli è".



VOGLIA DI PARADISO


Ciò che è stato definito

La persona umana dunque, elevata e arricchita del dono soprannaturale della Grazia, potrà vedere Dio e contemplarlo in eterno "così come egli è".
Ma in quale modo e con quali limiti?
La Chiesa si è espressa con vari interventi, rivolti a confutare errori e false interpretazioni.
Il Papa Benedetto XII precisa: «i beati... contemplano l'essenza divina con una visione intuitiva, senza che alcuna creatura si interponga come mezzo e oggetto direttamente contemplato.
L'essenza divina si mostra loro
- senza veli,
- senza oscurità,
- senza ostacoli.
E così le anime dei trapassati, per tale contemplazione e godimento, sono veramente beate, e hanno una vita eterna e un eterno riposo».
Il Concilio di Firenze aggiunge: «i beati vedono lo stesso Dio, uno e trino, quale Egli è».
Il Concilio Vaticano II: «i beati godono della gloria celeste, contemplando chiaramente Dio, uno e trino, quale Egli è».
E Papa Paolo VI: «noi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite attorno a Gesù e a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse, nella beatitudine eterna, vedono Dio come Egli è».
La Chiesa dunque «gelosamente custodisce e apertamente proclama» la chiamata degli uomini e delle donne a partecipare alla vita di Dio e a entrare nel suo gaudio eterno.
In questa fede troviamo:
• il segno più eloquente dell'amore infinito di Dio, e
• il fondamento insostituibile della dignità umana e del ruolo prestigioso della creatura umana nel Progetto divino della creazione.

Don Novello Pederzini














Siate uniti al Cielo per ricevere tutte le istruzioni di cui avrete bisogno in questo momento di oscurità.



23 giugno 2020 

"Figlio mio, sono Colui che ti ha creato, tuo padre pieno di amore per tutti i suoi figli. Molti non si rendono conto dell'entità del male che si sta diffondendo sulla terra ... Oggi, a tutti coloro che gridano a me e mi chiedono di intervenire, dico: non abbiate paura! È giunto il tempo in cui il male inizia a disperdersi; ecco perché molti miei angeli stanno attualmente combattendo. Siate uniti al Cielo per ricevere tutte le istruzioni di cui avrete bisogno in questo momento di oscurità. È con ciascuna delle vostre preghiere che trasformerò questo male in bene... Non siate confusi, ma guardate i vostri fratelli e sorelle con compassione. Questa transizione deve essere fatta dal fuoco dello Spirito Santo e tutto ciò che ne deriverà sarà un cambiamento radicale per molti... Il mio cuore di Padre desidera riempirvi di tutto il suo amore in modo che possiate accettare questa eredità che ho preparato per voi per l'eternità."

GESU’ AL CUORE DELLE MAMME



La pastorella non opprime il suo gregge... Guida i tuoi figli come la pastorella che spinge il suo gregge al pascolo buono. La pastorella non è opprimente per le sue pecorelle; le conduce col vincastro, ma non le percuote. Le raccoglie in ordine con la sua voce, riconducendole all'ovile, ma non le incatena. Raccoglie la loro fiducia amandole e le difende dai lupi rapaci. Porta al pascolo della vita i tuoi figli come pecorelle tue; raccoglili nella pace della tua casa ordinata come in un ovile tranquillo e sicuro; fa' che godano la pace, perché un campo di pascoli o un ovile non sono campo di guerra. È vero, tu dovresti avere la cooperazione di tuo marito e non l'hai; tuo marito è ancora lontano, tanto lontano. da me... Ma tu devi supplirlo; tu devi riparare le sue deficienze, tu devi cumulare in te la sua profanata paternità. Fa' intendere a lui la sua responsabilità; se impreca e bestemmia, imponigli; il silenzio con la tua bontà, perché non sia turbata la pace del tuo piccolo regno di amore.

Mamma non solo del corpo Sei madre e come madre raccogli in te il raggio più bello del Divino Amore. Come Maria Santissima dandomi il Corpo, non fu Madre solo del Corpo mio, ma di tutta la mia Persona Divina, così tu sei mamma non solo del corpo del tuo piccolo, ma anche dell'anima sua e della sua persona. Maria fu Madre di Dio perché Madre del Verbo di Dio umanato, e tu sei mamma di uno spirito immortale e saresti una contraddizione vivente se non fossi piena di vita spirituale. Il Verbo di Dio è eterno, eppure si fece Figlio di Maria, e Maria fu divinamente bella di virtù; l'anima è creata da Dio, eppure è fatta tua perché il figlio è tuo, e tu devi essere spirituale e santa se non vuoi essere una nota scordata. La virtù di Maria fu tanto grande da proporzionarsi alla divina grandezza,,, perché in Lei s'incastonò la Gemma Divina, ed Ella ne fu Madre, Immacolata conchiglia che generò tale Perla, per l'irradiante virtù dello Spirito Santo. La tua virtù, con la tua spiritualità, deve essere così luminosa, da non discordare con l'anima rigenerata nel mio Sangue per il Battesimo. Come potresti raccogliere nelle tue braccia al tuo petto un bimbo che è anche un'anima, tendendo le braccia al mondo che è sozzura ed avendo nel petto desideri di terra? Il latte che gli dai dev'essere come una comunione della tua spiritualità, della tua preghiera, della tua fede e per questo, come tu ti alimenti nel corpo per allattare bene il tuo bimbo, così devi alimentarti nell'anima per comunicargli col latte la vita della tua fede e del tuo amore a Dio. Sii santa perciò e vivi di fede, soprattutto di fede. Non ti avvelenare coi libri frivoli e con la stampa cattiva. Non andare a spettacoli che imprimono nella tua fantasia immagini brutte e nel tuo cuore palpiti falsi. Tu li rifletteresti nel tuo bimbo, come su tela vergine le immagini di una proiezione. Pensa a nutrire l'anima tua di visioni sante, leggi la vita dei santi, istruisciti nelle Verità di Fede che dovrai insegnare al tuo piccolo, e prega, prega, perché la preghiera è come il calore vivo che stampa su quest'anima pura le linee dell'angelo, e lo profuma nella nube di un incenso di amore. Un segno di grande equilibrio mentale. Solo Dio conosce i cuori. Non ostinarsi nelle proprie idee, ma valutare obiettivamente la possibilità di sbagliarsi, e riconoscerlo lealmente è.,:, segno di grande equilibrio mentale, oltre che di virtù.

don Dolindo Ruotolo