venerdì 25 ottobre 2019

ILDEGARDA DI BINGEN


***
Questa visione straordinaria esige una risposta e vuol dare alla vita di Ildegarda una nuova direzione. Di questo avvenimento Ildegarda stessa dà la data con precisione, meglio ancora, con solennità. Lei introduce così la descrizione: “Nell’anno 1141 dell’Incarnazione di Gesù Cristo,Figlio di Dio, quando io contavo quarantadue anni e sette mesi vidi un grandissimo splendore: in esso si fece udire una voce dal cielo che mi disse: ‘O essere fragile, cenere da cenere e putredine da putredine, scrivi quello che vedi e odi’”. Questa visione è per Ildegarda una specie di battesimo di fuoco; la descrive così: “Una luce fiammeggiante con bagliori simili a quelli di un fulmine venne dal cielo e scese su di me, m’inondò il cervello, mi penetrò pure il petto con una fiamma che non consuma ma riscalda, come fa il sole per quanto cade sotto i suoi raggi. E d’improvviso mi aprì ilsenso delle Scritture, del Salterio, del Vangelo e degli altri libri del Vecchio e del NuovoTestamento, il loro senso, non il significato parola per parola, o altre regole retoriche. ‘Scrivi quello che vedi e odi’, così la voce”.

Per Ildegarda non fu facile aderire all’ingiunzione divina. Era troppo convinta della sua pochezza ed ignoranza. Vi si aggiungeva poi l’insicurezza di fronte alle cose straordinarie di cui era oggetto.
“Tutto ciò che ho descritto” ci spiega “io l’avevo visto e udito, tuttavia rifiutavo di descriverlo, non per ostinazione, ma nella convinzione della mia incapacità, a causa dei dubbi, dell’opinione non favorevole e delle diverse interpretazioni che vi si davano, fintanto che, come Dio vuole, caddi malata e infine, costretta nelle molte sofferenze, misi mano a scrivere”. Dice in latino: ‘manus  ad scribendum opposui”. Così inizia la sua attività di scrittrice e anche di questo inizio ci dà la data,mettendola in relazione con gli avvenimenti del tempo e del luogo in cui viveva: “Al tempo di Enrico, vescovo di Magonza, e di Corrado, re di Roma, di Kuno, abate di Disibodenberg, sotto Eugenio, papa, successero queste visioni e parole. Ed io le dissi e scrissi non secondo il mio sentire, o quello di altre persone, ma secondo come le vidi e le udii e ricevetti dal cielo per le vie misteriose e nascoste di Dio”.

Ma l’insicurezza le rimaneva. La visione poteva venire sì da Dio, ma sarebbe stato accolto il messaggio da una donna “semplice”, cioè, incolta? Assicurarla poteva soltanto una persona che alla profondità della dottrina unisse alla santità di vita e una tale persona era nell’anno 1147 non lontana: Bernardo di Chiaravalle era allora a Treviri per il Sinodo a cui prendeva parte pure un altro cisterciense, papa Eugenio III. Diamo qualcosa della lettera che Ildegarda gli scrive e della risposta di Bernardo. Ildegarda: “Sono in pena per questa visione che mi si rivela nell’anima in maniera misteriosa. Mai ne ho presa coscienza con gli occhi di carne. O mite Padre, nella Tua bontà rispondi alla Tua indegna serva che dall’infanzia mai ha vissuto una sola ora di sicurezza… Io mi affretto a venire a Te… Tu sei l’aquila che fissa lo sguardo nel sole”. E Bernardo risponde, poche parole, chiare e rassicuranti: “Ci rallegriamo con Te per la grazia che Dio opera in Te. Per quanto mi riguarda, io Ti esorto e scongiuro di stimarla come una grazia e di corrispondervi con tutta la forza del Tuo amore dell’umiltà e della dedizione”.

Intanto l’abate del monastero di Disibodenberg, Helinger, ne parla con il vescovo e Ildegarda stessa racconta nell’eremitaggio di Disibodenberg parla della sua incertezza con Jutta, la quale la consiglia di parlarne con un monaco, che molto probabilmente è lo stesso che più tardi sarà il segretario di Ildegarda. Il monaco ne parla con l’abate e l’abate parla con il vescovo. Il vescovo infine ne parla con il papa. Il papa che si trova in quel periodo a Treviri, a poca distanza da Disibodenberg, manda per questo motivo due suoi legati a Disibodenberg, incaricandoli di fare conoscenza personale di Ildegarda, di prendere informazioni molto precise su di lei e di chiedere pure di leggere il libro che Ildegarda sta scrivendo, lo Scivias, che verrà portato a termine nel 1151. Riguarda al titolo Ildgarda dice: “Nella mia visione ho saputo che a questo mio libro che dovevo scrivere per incarico di Dio dovevo dare il nome di ‘Sci vias Domini’”. Generalmente questo titolo viene tradotto “Conosci le vie del Signore”, ma non credo che questa sia la traduzione giusta, anche per quanto Ildegarda dice in seguito,  facendo questa osservazione: “Ho conosciuto le vie del Signore”. È la sua testimonianza sulla vita dell’uomo, sulla Chiesa, sulla storia.

Come leggiamo negli Atti della canonizzazione, Eugenio III stesso lo legge personalmente ai membri del Sinodo. A quanto ci racconta, Bernardo di Chiaravalle sarebbe intervenuto personalmente presso il papa con la preghiera di non lasciare che una simile lucerna restasse nascosta e il papa si mostra non solo favorevole nella richiesta ma esorta pure Ildegarda con una lettera, che abbiamo, a corrispondere alla grazia a lei fatta e a scrivere quanto verrebbe a conoscere nelle sue visioni, Così gli anni della solitudine e del silenzio volgono alla fine e nello stesso tempo, quasi per rendere più evidente la nuova direzione in cui procedere viene ingiunta in visione a Ildegarda di lasciare l’eremo e come nuova sede per la piccola comunità, che ormai contava diciotto persone, le viene indicato il monte di san Ruperto, il Rupertsberg, nella vicinanza di Bingen, sul Reno, dove, secoli addietro, questo giovane santo era vissuto e morto.

***
Sr. ANGELA CARLEVARIS osb

LA PREGHIERA



“Bisogna trasformare tutta la nostra vita in un'aspirazione unica a Dio.
E' in questa preghiera che noi vivremo la nostra filiazione divina e uniti al Cristo parteciperemo alla sua missione di universale salvezza.
Non abbiamo potere sulle cose e sugli uomini: il nostro potere è sul cuore di Dio.
E noi sentiamo che è per questo potere che noi vivremo
quell'amore fraterno che vuole la salvezza di tutti.”
Don Divo, dalla Meditazione “Siamo monaci”

P Serafino Tognetti - La potenza della preghiera - Suzzara 

PREGHIERE CHE SCONFIGGONO I DEMONI



 Rimproverare il Nemico 

 Satana, il Signore ti rimprovera (Zaccaria 3:2). 
              Fa che il nemico muoia al Tuo rimprovero, o Signore (Sal 80:16). 
              Fa che il nemico fugga al Tuo rimprovero, o Signore (Sal 104:7). 
              Rimprovero tutti i venti e le tempeste del nemico inviati contro la mia vita (Marco 04:39). 
              Minaccia la bestia dei canneti e il branco dei tori fino a quando essi si prostrino (Sal 68:30). 
              Minaccia quelli che rumoreggiano verso di me, e fa che fuggano via (Is. 17:13). 
              Per amor mio, minaccia l’insetto divoratore (Malachia 3,11). 
              Minaccia il cavallo e carro, e fa che vengano presi da torpore (Sal 76:6). 
              Sgrido ogni spirito immondo, che volesse tentare di operare nella mia vita (Luca 09:42). 
              Rimprovero gli spiriti orgogliosi che sono stati maledetti (Sal. 119:21). 
              Rilascio rimproveri furiosi sul nemico (Ez 25:17). 
              Fa che il soffio delle tue narici rimproveri il nemico (2 Sam. 22:16). 
              Rimprovera il nemico con fiamme di fuoco (Is. 66:15). 
              Fa che mille fuggano alla mia minaccia, o Signore (Is. 30:17). 
              Sgrido ogni mare che volesse provare a chiudersi sulla mia vita (Sal 106:9). 
              Diavolo, io ti sgrido. Sta zitto, ed esci (Marco 01:25). 


L’UOMO NEL DISEGNO DI DIO



1a MEDITAZIONE

In una delle sue e operette morali Leopardi racconta di un islandese, che aveva un desiderio nella vita: non offendere nessuno e non essere offeso da nessuno. Per realizzare questo prima ha dovuto abbandonare la compagnia degli uomini, perché è impossibile stare con gli uomini senza subire offese. Non cʼè riuscito perché, se è vero che non offendeva nessuno, la natura offendeva lui: lo offendeva con il freddo, lo offendeva con il caldo; lo offendeva con le minacce del terremoto, con le minacce delle catastrofi naturali, per cui deve cercare di fuggire anche dalla natura oltre che dallʼuomo. Arriva in Africa, attraversa lʼequatore. In un territorio disabitato incontra una immensa donna appoggiata con la schiena ad una montagna, che lo guarda con curiosità, e gli chiede chi sia e cosa faccia. Egli le risponde: “Sto scappando dalla natura”. “Bravo, mi sei venuto proprio in braccio, la natura sono io!”. Di fronte alla natura questo islandese dice tutto il suo lamento, il motivo della sua angoscia, cioè che lʼha scoperta nemica degli uomini, carnefice della propria famiglia. E la Natura gli risponde che lʼerrore sta nel pensare che essa abbia creato lʼuniverso per lʼuomo, ma non è così. “Io se faccio del bene agli uomini non me ne accorgo e se faccio del male non mi è noto; può anche succedere che io faccia scomparire tutta la stirpe degli uomini e non ci faccia nemmeno caso”. Allora questo islandese chiede: “A chi piace e a chi giova questa vita infelicissima? Perché creare un mondo così, dove nessuno ci guadagna niente; né lʼuomo né la natura?”. A questa domanda non cʼè risposta perché arrivano due leoni che ingoiano lʼislandese e una tempesta di sabbia lo copre. Questo racconto, che almeno per quanto mi riguarda è sempre stato affascinante, riflette  sulla natura e del suo rapporto con lʼuomo. 

Nel 1224 dopo una notte trascorsa nella sofferenza fisica, tormentato dai topi, Francesco ha intonato quel canto che conoscete bene: “Altissimo, onnipotente, bon Signore, tue soʼ le laude, la gloria et lʼhonore et omne benedictione… Laudato sii mi Signore…”. Anche questo modo di vedere il mondo e la presenza dellʼuomo nella natura e la natura benefica nei confronti dellʼuomo è affascinante: il sole che illumina e riscalda, il fuoco che è “robustoso et forte” e che allude in qualche modo a Dio, lʼacqua che è “humile et pretiosa et casta”. San Francesco sente la natura come vicina a lui: fratello, sorella, la madre terra, come se nella natura egli fosse in famiglia, come se si sentisse a suo agio, sostenuto, nutrito. Ma non tutto è tranquillo, parla di infermità, di altre tribolazioni, parla anche di queste cose, ma nonostante questo la natura gli appare positiva: positiva per lʼuomo, benevola nei suoi confronti anche in quello che appare assurdo, estremo; la morte, non è un male assoluto e anche per questo deve esser lodato Dio perché è quel passaggio attraverso cui lʼesistenza dellʼuomo viene liberata da ogni tribolazione, infermità, e arriva alla sua pienezza, al suo compimento.

Due modi affascinanti come pensiero letterario. La differenza sta nel percepire la natura come creatura di Dio, creatura accanto allʼuomo in una visione antropocentrica. Le creature sono considerate da San Francesco nel loro rapporto con lʼuomo: il sole è il mezzo per cui siamo illuminanti, lʼacqua è quella che per noi è umile, utile, preziosa; insomma lʼottica della lettura della natura è per la vita e per il bene dellʼuomo. Alla radice della natura, alla sua origine  sta una volontà benefica, una volontà di amore che è il messaggio fondamentale sulla creazione che sta dentro in profondità alla visione cristiana della vita del mondo. La natura, nellʼottica della fede, è una creatura voluta pensata e realizzata da Dio. La scrittura la presenta in tanti modi, con immagini diverse che descrivono lʼazione creatrice di Dio: quella del decreto regale del re che emette un decreto e di fronte al quale si compie un disegno di volontà regale, oppure come un combattente vittorioso che mette ordine nel mondo, oppure come un artigiano che con la sua arte plasma il mondo, la natura, lʼuomo. La cosa interessante è riuscire a capire che cosa questo messaggio sulla creazione dice sulla nostra vita e che cosa cambia nel nostro modo di pensare e di sentire.

 La prima osservazione può essere questa: i testi biblici che riguardano il messaggio della creazione sono generalmente considerati legati al periodo dellʼesilio babilonese: Israele era deportato in Babilonia e qui la riflessione sullʼazione creatrice di Dio è diventata matura. Perché è diventata matura in quel contesto? Primo motivo: è la risposta alla tentazione di disperazione che Israele ha dovuto affrontare; lʼesilio a Babilonia è espressione dello strapotere dei suoi nemici, dellʼimpero babilonese e, nellʼottica antica, è lo strapotere degli dei di Babilonia. Gli dei di Babilonia hanno vinto: “Siamo stati schiacciati da una forza più grande di noi, più grande del nostro Dio”. Il libro di Ezechiele ricorda lo spirito con cui gli israeliti vivono in Babilonia: dicono: “Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita siamo perduti”. È di fronte a questa tentazione di considerarsi ormai vinti e senza forza che viene ricordato lʼannuncio fondamentale della creazione. Al capitolo 40 di Isaia, al versetto 12, si legge questo (i capitoli dal 40 al 55 sono chiamati “secondo Isaia” e sono opera di un profeta del tempo dellʼesilio di Babilonia e quindi vanno letti in quel contesto):

Chi ha misurato con il cavo della mano le acque del mare e ha calcolato lʼestensione dei cieli con il palmo? Chi ha misurato con il moggio la polvere della terra, ha pesato con la stadera le montagne e i colli con la bilancia? Chi ha diretto lo spirito del Signore e come suo consigliere gli ha dato suggerimenti? A chi ha chiesto consiglio, perché lo istruisse e gli insegnasse il sentiero della giustizia e lo ammaestrasse nella scienza e gli rivelasse la via della prudenza? Ecco, le nazioni son come una goccia da un secchio, contano come il pulviscolo sulla bilancia; ecco, le isole pesano quanto un granello di polvere. Il Libano non basterebbe per accendere il rogo, né le sue bestie per lʼolocausto. Tutte le nazioni sono come un nulla davanti a lui, come niente e vanità sono da lui ritenute. A chi potreste paragonare Dio e quale immagine mettergli a confronto? Il fabbro fonde lʼidolo, lʼorafo lo riveste di oro e fonde catenelle dʼargento.  Si aiutano lʼun lʼaltro; uno dice al compagno «Coraggio!». Il fabbro incoraggia lʼorafo; chi leviga con il martello incoraggia chi batte lʼincudine, dicendo della saldatura: «Va bene» e fissa lʼidolo con chiodi perché non si muova. Chi ha poco da offrire sceglie un legno che non marcisce; si cerca un artista abile, perché gli faccia una statua che non si muova. 
Non lo sapete forse? Non lo avete udito? Non vi fu forse annunziato dal principio? Non avete capito le fondamenta della terra? Egli siede sopra la volta del mondo, da dove gli abitanti sembrano cavallette. Egli stende il cielo come un velo, lo spiega come una tenda dove abitare; egli riduce a nulla i potenti e annienta i signori della terra. Sono appena piantati, appena seminati, appena i loro steli hanno messo radici nella terra, egli soffia su di loro ed essi seccano e lʼuragano li strappa via come paglia. «A chi potreste paragonarmi quasi che io gli sia pari?» dice il Santo. Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato quegli astri? Egli fa uscire in numero preciso il loro esercito e li chiama tutti per nome; per la sua onnipotenza e il vigore della sua forza non ne manca alcuno. Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: «La mia sorte è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio?». Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. Egli dá forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi. (Is 40,12-31)  

Questo è il messaggio della creazione: non ci sono poteri mondani che possano prevalere sul disegno di Dio. Dio è, ma il potere di Dio è sorgente di fiducia, di speranza, di energia spirituale, capace di schiacciare ogni forza mondana di difesa, sorgente di speranza spirituale che si rinnova dentro il cuore dellʼuomo. Proprio perché Dio è il creatore del mondo, lʼuomo non ha da temere di fronte alle potenze o alle forze che lo minacciano, nemmeno di fronte alla scelta del futuro. Queste paure sono proprie dei pagani, dice Geremia, al capitolo 10:

«Non imitate la condotta delle genti e non abbiate paura dei segni del cielo, perché le genti hanno paura di essi.» (Ger 10,2) 

 Capite? Quel bisogno di sicurezza che porta lʼuomo dagli astrologi, dai cartomanti, da tutti questi accidenti possibili e immaginabili, sono lʼespressione di un paganesimo che non riconosce nel mondo, nella vita, la sovranità di Dio. Il fatto è che questo mondo è nelle sue mani e che Egli lo ho creato. Dentro quindi allʼesperienza del mondo, anche a quella della morte, ci ricordava San Francesco, rimane il volto di Dio, rimane la sua libertà, come libertà di amore. Allora ritrovare il messaggio della creazione, consente di trovare un atteggiamento fondamentale di fiducia nei confronti della realtà, che non è un atteggiamento facile, perché quello che Leopardi dice è vero. Da un certo punto di vista lo potete mettere tranquillamente insieme a San Francesco. Non è una visione del tutto falsa sulla natura: è una visione intelligente quella di Leopardi! Il problema però è sapere se questa visione è quella possibile dal tetto in giù o se invece dal tetto in su; se ci può essere qualche cosa che può permettere di vedere la stessa realtà senza considerarla in modo magico nella sua durezza, e riuscire a vederla dentro il disegno di Dio. Si potrebbe rileggere quellʼinizio della scrittura, il capitolo primo della Genesi, che contiene  in una specie di grande poema liturgico, in sette strofe, esattamente questo messaggio. La creazione non è una affermazione di tipo scientifico, è una affermazione di tipo teologico e, in fondo, liturgico. Si potrebbe quindi leggere questo capitolo come  un grande poema liturgico dove viene annunciata lʼopera di Dio nella creazione dellʼuniverso e nellʼordinamento del mondo. 

In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano lʼabisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina… (Gen 1,1-8) 

È un testo che deve stare dentro alla memoria del cuore come fondamento. Sono sette strofe che si possono dividere 3,3+1. Lʼultima è quella che riguarda il sabato, il riposo di Dio; le altre sei dividono lʼopera di Dio in due momenti. Prima di tutto lʼopera di separazione: le tenebre dalla luce, le acque di sotto da quelle di sopra, il bagnato dallʼasciutto e i primi tre giorni passano. Dio costruisce in questi tre giorni  una grande casa e negli altri tre giorni la popola, vi mette gli inquilini: il sole, la luna e le stelle, che segnano il tempo del giorno e della notte. Poi nel quinto giorno gli uccelli  e i pesci che popolano le acque di sopra e quelle di sotto e  il sesto giorno gli animali e lʼuomo. Quando si arriva alle creature viventi, lʼopera di Dio è accompagnata dalla benedizione: quella forza di Dio che fa vivere, che trasmette vita e i viventi sono creature benedette, proprio perché sono in grado di comunicare vita, di trasmettere vita, secondo la propria specie. Così si esprime il grande racconto della creazione nel capitolo primo della Genesi. Ma qual è il suo significato? Quale la sua rilevanza? Forse per capirlo vale la pena contrapporvi  unʼaltra visione di origine del mondo, di spiegazione del mondo è che antica e moderna nello stesso tempo. Antica perché risale a Democrito che scriveva che tutto ciò che esiste nel mondo è frutto del caso e della necessità. La necessità è evidentemente quello  che avviene secondo schemi regolari e quindi è comprensibile per lʼintelligenza dellʼuomo; il caso è quello che avviene nel modo irregolare e non è comprensibile. Se ricordate il caso e la necessità è il titolo di un libro famoso di un premio Nobel, J. Monod, che voleva esattamente interpretare il senso della realtà: “Il caso e la necessità”. Lʼidea era che allʼorigine di tutto ci fosse qualcosa di indistinto, di senza forma e da questo complesso senza forma, secondo le regole che stanno dentro, scritte dentro la sua realtà si producono casualmente tutte le cose fino a quella complessità del mondo che abbiamo noi. 

Aggiungiamo qualcosa dʼaltro. Diceva Platone che le cose più belle che ci sono nel mondo sono quelle che sono nate dalla natura e dal caso, cioè dal mondo in cui viviamo e che invece il terzo elemento che cʼè nella realtà del mondo, lʼarte, è qualche cosa di successivo. Lʼarte viene dopo o come continuazione della natura per es. lʼarte dei medici o come imitazione della natura, lʼarte dellʼartista.  Lʼarte considerata da Platone e poi da Aristotele come una forma di imitazione della natura, è di forma assolutamente infantile: di fronte alla bellezza della natura lʼarte vale zero. In tutti i modi in questa logica ci sono prima le regole della natura, secondo la necessità, poi lʼarte dellʼuomo. Se ha ragione il libro della Genesi, lʼottica vuole capovolta, prima lʼarte e poi cʼè la natura. È un artista che ha fatto la natura e le sue leggi, le sue necessità. Le sue leggi e le sue necessità non sono origine: la volontà di Dio, lʼarte di Dio, la libertà di Dio, il progetto di Dio, il disegno di Dio sono lʼorigine. Quindi prima cʼè lʼarte e poi viene la natura, prima la libertà e poi viene la necessità, prima la libertà di Dio che crea e poi il mondo, che Dio ha creato e che andrà avanti con le sue regole. Prima viene la persona, poi viene quello che appare al mondo. La natura per certi aspetti è anonima. Ha ragione Leopardi dicendo che quando questa fa il male o il bene non se ne accorge, appartiene in qualche modo a quello che si direbbe Fato, quello dei Greci, a cui tutti sono sottomessi compreso Giove. Giove stesso deve essere sottomesso al fato (lì non cʼè santo che tenga), è una realtà invincibile. Allʼorigine, secondo la scrittura no, allʼorigine cʼè il volto di Dio, il volto sapiente di Dio, cʼè un disegno, cʼè unʼintelligenza. È vero che cʼè la ripetizione nella natura, ma prima cʼè la creatività, prima della ripetizione cʼè lʼinvenzione. Come dicevo, presso i Greci il fato è onnipotente, nella visione biblica il mondo è liberato dal fato, liberato da un destino anonimo. Il mondo è consegnato allʼuomo, alla libertà dellʼuomo perché lʼuomo se ne assuma la responsabilità. Lʼatto creativo è un atto che colloca lʼuomo in una condizione di responsabilità di fronte a Dio. 

Il mondo non si spiega da sé ma è spiegabile solo in riferimento allʼAltro, come qualche cosa che viene dallʼAltro e che risponde a questo Altro. In fondo nella concezione biblica esistere è lo stesso che essere chiamato. Esisto vuol dire sono chiamato allʼesistenza e “io sono chiamato” deve avere un suono personale, un suono di libertà, un suono di responsabilità. Il riferimento alla trascendenza vuole dire essenzialmente questo: il mondo non è narcisista: lʼuomo non è autosufficiente, non può, non deve fare riferimento solo a se stesso per essere capito, anche il mondo trova la sua spiegazione nella relazione, nellʼessere rapportato ad un altro, nel riferimento ad un altro. Da questo punto di vista il messaggio biblico è un messaggio prezioso, che ha dei riflessi enormi sul modo in cui lʼuomo può concepire se stesso, la sua vita e il suo rapporto con la natura e con la storia. Se siamo al mondo per caso, per definizione non cʼè intelligibilità delle cose e quelle intelligibilità che si possono raggiungere sono senza significato, perché il complesso dellʼuniverso è caotico e senza un disegno, senza uno scopo, senza una fisionomia. 

Così ancora, il mondo non è Dio nella concezione biblica, è radicalmente contrapposto alla visione panteistica. Le religioni indiane tendono ad una visione panteistica della realtà secondo cui il mondo, nella sua realtà profonda è Dio. Tutto quello che esiste è una manifestazione della divinità, in un modo o nellʼaltro. La natura non è biblica, è lontana mille miglia dal nostro messaggio. La realtà non è Dio, viene da Dio, risponde a Dio, ma non è Dio. Questo è il motivo per cui è possibile allʼuomo di intervenire sul mondo e trasformarlo, dare una forma nuova, umana alla realtà. Se il mondo fosse divino e in sè quindi sacro, sarebbe  un mondo tabù, guai a cambiarlo e a toccarlo, lʼunico atteggiamento possibile sarebbe il muoversi il meno che si può per danneggiare il meno possibile quella realtà divina che è lʼuniverso stesso. Ma nella concezione biblica allʼuomo  è data la responsabilità sullʼ universo, sul mondo materiale. Responsabilità che non vuol dire che lʼuomo può fare quello che gli pare, ma che ha il dovere di rendere conto dei suoi interventi anche se i suoi interventi sono necessari e stanno dentro lʼottica del disegno di Dio.

Così ancora: è lontano dalla concezione biblica quella del dualismo, quella dottrina secondo cui allʼorigine dellʼuniverso ci sono due principi uguali e contrapposti: il bene e il male, il bianco e il nero. Contrapposti ma in fondo dipendenti lʼuno dallʼaltro, per cui ognuno ha bisogno dellʼaltro. Cʼè  bisogno di bene e anche di male perché lʼuomo lo trae dallʼaltro e viceversa. Allʼorigine sta la guerra, allʼorigine del mondo sta la guerra tra questi due principi fondamentali e i contrasti dentro la realtà manifestano questʼorigine dualista del mondo. Anche questo non è biblico, nellʼottica biblica il mondo viene dallʼunico Dio ed è buono. Resta da spiegare perché cʼè il male, però questo certamente non è collocabile di fronte al bene, allo stesso livello di essere, di esistenza. Al contrario lʼunico principio è lʼamore Dio, quindi il bene. Anche il dualismo è fuori da questa logica, come sono fuori del disegno biblico tutte le dottrine gnostiche: una visione dellʼuniverso che ha avuto un influsso notevole nella storia del pensiero occidentale perché interpreta il mondo come caduta dellʼessere nella materia, per cui la materia di cui è fatto il mondo è realtà negativa che esprime una decadenza dellʼessere. Lʼincarnazione cioè lʼingresso dellʼessere dentro la materia è un decadimento dellʼessere in quanto tale; tradotto vuole dire: la materia è male, nellʼuomo cʼè una scintilla di luce di cui lʼuomo deve diventare consapevole e tutto lo sforzo dellʼesperienza umana è quello di liberare la scintilla di luce che noi siamo da quella pesantezza di materia che ci opprime. Questo non ha nulla a che fare col pensiero biblico. La materia è natura vivente, quindi non cʼè dubbio che sia essenzialmente buona, positiva. Dicevo: cʼè un  riconoscimento di valore dentro la realtà in quanto tale ed è significativo che in quel capitolo 1° della Genesi, cui facevamo riferimento, ogni azione creativa di Dio si conclude con “…e Dio vide che era una cosa buona”, fino allʼultimo giorno quando Dio di fronte allʼuomo e a tutto il complesso che ha creato, quindi il cosmo comʼè uscito dalla sua volontà,  dice “cosa molto buona”.  Cʼè quindi un giudizio chiaro di positività di tutto quello che esiste, materia compresa. Il primo passo che ci viene chiesto è riuscire a dire un sì cordiale alla realtà del mondo, e dobbiamo riuscire a dirlo nonostante la visione di Leopardi, senza far finta che le cose non siano così, senza far finta che la natura non sia dura perché essa ha durezze impressionanti che in certi momenti sperimentiamo veramente. Siamo chiamati a dire il  nostro sì allʼesistenza del mondo, della natura, dellʼuomo  e della storia e degli avvenimenti con questa consapevolezza, nella fiducia che dentro questa realtà si compia il disegno consapevole e sapiente di Dio, che nasce dal suo amore. Abbiamo detto tante volte che la formula fondamentale dellʼamore è: “io voglio che tu esista”, e lʼatto della creazione è quellʼoriginario atto di amore che Dio ha posto e che da valore a tutti gli altri atti dʼamore che debbono accompagnare la storia dellʼuomo. Quando io dico di sì allʼesistenza delle persone che ho accanto, il mio è un piccolo sì che si innesta sul sì originario e creativo di Dio allʼuniverso: “e Dio vide che era cosa buona”. Attraverso questi sei giorni della creazione il mondo diventa un “cosmos”, cioè qualcosa di ordinato, cʼè una cosmesi, in qualche modo, del mondo, operata da Dio e proprio  per questo il senso ultimo della realtà è dato dalla parola di Dio  che chiama. Nel capitolo 3,32 del libro di Baruc si legge così: 

“Colui che sa tutto, la conosce [la sapienza] e lʼha scrutata con intelligenza. È lui che nel volger dei tempi ha stabilito la terra e lʼha riempita dʼanimali; lui che invia la luce ed essa va, che la richiama ed essa obbedisce con tremore. Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono; egli le chiama e rispondono: «Eccoci» e brillano di gioia per colui che le ha create”. (Bar 3,32-35)

Questa immagine delle stelle che rispondono a Dio con la loro luce e che con essa esprimono la gioia della creazione di Dio, questa luce che esiste obbedendo alla chiamata di Dio, obbedendogli con tremore, alla fine vuole esprimere la vocazione e il senso dellʼuniverso. Anche il senso dellʼuomo nellʼuniverso! Noi abbiamo imparato a recitare la preghiera del mattino essenzialmente per questo: quando al mattino, dopo un periodo di non coscienza completa di me, riapro gli occhi e rivedo il mondo e la luce e i colori e le forme e le cose, perché io mi sappia collocare nei confronti di questo mondo nel modo migliore, e ci riesco se rinnovo la consapevolezza di stare davanti a Dio. Che il mio stare nel mondo è essere di fronte a Dio che lo ha creato, che il mio respirare e vedere e sentire è il mio respirare e vedere e sentire che  risponde a una chiamata: “ Egli manda la luce ed essa va, la richiama ed essa obbedisce tremante. Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono”. È questo ciò cui ci chiamerebbe il messaggio della creazione. Non è un messaggio scientifico. Non vuole dire il come cronologicamente il mondo è stato formato, come sono cresciute le complessità degli esseri viventi o tutte queste cose qui. Ma vuole dire qual è lʼatteggiamento giusto che io, persona umana libera, sono chiamata ad avere di fronte a quella realtà di cui faccio parte: il mondo, ma di cui sono anche consapevole nella mia alterità, nella mia diversità. Come mi colloco lì di fronte? Le cose che abbiamo detto vorrebbero condurci a questo atteggiamento di fondo. A questo atteggiamento dovrebbe condurvi anche lʼesercizio che dovete fare: 1) Dovete provare a guardarvi dentro e a verificare gli atteggiamenti di fondo che noi abbiamo nei confronti della realtà del mondo, inteso nel senso più ampio possibile. I quali atteggiamenti vanno in tre linee diverse, quella della seduzione, cioè quella dellʼessere sedotti: il mondo è bello, è forte, è interessante e può essere seduttore, cioè nel senso che sono tentato di sposarlo, di giocare tutta la mia esistenza in questo rapporto mondano. O, dallʼaltra parte, la paura del mondo, perché il mondo, la natura, le esperienze sono anche delle pesantezze grandi nella nostra vita e se uno guarda il suo passato  forse ci trova anche dei buchi, cioè delle realtà che sono distruttrici di speranza o di gioia. Allora o seduzione, in qualche modo essere incatenati dal mondo o paura e quindi in contrasto radicale col mondo. O, invece, quellʼatteggiamento fondamentale che la fede ci richiederebbe che è la fiducia nel riconoscimento del mondo come qualche cosa che viene da Dio e quindi dalla sua consapevolezza e dal suo amore. 2) Dovreste scrivere un salmo cioè una preghiera di lode e di ringraziamento al Signore, nella stessa ottica di quella di S. Francesco (senza la pretesa di farla bella come la sua), nella prospettiva della lode al Signore, per le sue creature. Cʼè un bellissimo salmo nella Bibbia, Salmo 104, che comincia con:

“Benedici il Signore, anima mia, Signore, mio Dio, quanto sei grande! Rivestito di maestà e di splendore” (Sal 104,1)

 e va avanti a descrivere la creazione del mondo in questa logica della benedizione del Signore. Potreste prendere il primo versetto e poi riscrivere voi un salmo con lʼesperienza della vostra vita, del mondo, della realtà delle cose.

S.E. Mons. LUCIANO MONARI

giovedì 24 ottobre 2019

Geremia

Due visioni: il mandorlo e la pentola

11Il Signore mi domandò:
- Geremia, che cosa vedi?
Io risposi:
- Vedo un ramo di mandorlo.
12Il Signore aggiunse:
- Hai visto bene. Ricordati che anch'io sto ben attento perché si realizzi tutto quel che dico.
13Il Signore mi domandò ancora:
- Che cos'altro vedi?
Risposi:
- Vedo una pentola che sta bollendo, inclinata da nord verso sud.
14Il Signore mi spiegò:
'È proprio dal nord
che si rovescerà la distruzione
su tutti gli abitanti di questa regione.
15Io infatti sto per radunare
tutte le tribù e i regni del nord.
Essi verranno, e ogni re porrà il suo trono
davanti alle porte di Gerusalemme.
Circonderanno le sue mura
e attaccheranno tutte le città di Giuda.
Lo dico io, il Signore.
16'Allora io punirò gli abitanti della Giudea per tutto il male che hanno commesso: hanno abbandonato me per offrire sacrifici a divinità straniere e per andare a buttarsi in ginocchio davanti a idoli che loro stessi si sono fabbricati. 17Ma tu tieniti pronto per andare a riferire loro quel che io ti ordinerò. Non aver paura di loro, altrimenti sarò io a farti tremare davanti a loro. 18Oggi io ti rendo capace di resistere, come una città fortificata, come una colonna di ferro e un muro di bronzo contro gli attacchi di questa regione: i re di Giuda, i suoi capi, i sacerdoti, tutta la sua gente. 19Si metteranno tutti contro dite, ma non potranno vincerti perché ci sarò io con te a difenderti. Te lo prometto io, il Signore!'.

IL PADRE NEGLI ULTIMI TEMPI




«VOGLIO ESSERE COME UN BAMBINO PICCOLINO... »

 "Voglio essere come un bambino piccolino... che tira la veste al suo Papà e con il sorriso gli chiede le cose più semplici, che al mondo possono sembrare le più impossibili..."
La piccolina del Padre


I giorni di tenebra
«Subito dopo la tribolazione di quei giorni il sole si oscurerà».
La Luce è Dio. "Il sole si oscurerà" vuol dire che Dio non parlerà più, o meglio gli uomini non Lo ascolteranno più, con le conseguenze che si deducono dalle espressioni che seguono:

«La luna non darà più la sua luce». 
Se il sole è Dio, la luna è Maria-Chiesa. La luna riceve la luce dal sole; se il Padre non si farà più sentire - non perché. Lui non voglia più parlare, ma perché i cuori induriti dal male dimenticheranno che esiste un Padre tenerissimo che li attende continuamente - anche Maria non sarà più vista, seguita ed avvertita e non potrà più illuminare coloro che ignorano o rifiutano la sua esistenza. Sarà il termine delle manifestazioni mariane che tanto respiro hanno dato alla Chiesa e al mondo in questi nostri tempi. L'umanità allora sarà costituita da un mare di orfani che non avranno altro che disperazione perché non esisterà più il senso per il quale erano stati creati.
Riteniamo che questi siano i famosi "tre giorni di buio" così spesso ricorrenti nelle profezie di questo secolo. Ma questi giorni "saranno abbreviati". Gli uomini, all'acme della disperazione, grideranno «Padre!» e il Padre verrà, e Maria verrà e la Vita ricomincerà a circolare nell'universo, perché lì dove ci sarà un sorriso di uomo, ci sarà il sorriso stesso di Dio.

«Gli astri cadranno dal cielo».
Gli "astri" del mondo dello spirito sono i sacerdoti, dei quali Gesù ha detto: "Voi siete la luce del mondo" (Mt 5,14). Gran parte dei sacerdoti, sbandati, calunniati, non compresi, dimentichi dell'unica vera arma che è la preghiera, saranno sbattuti come canne al vento e anziché essere guide e pastori, saranno guide cieche che condurranno altri ciechi. Verso dove? Verso l'Amore misericordioso del Padre, che non potrà lasciarli perire e che al minimo cenno di pentimento li abbraccerà, li rivestirà della veste nuova e li aiuterà a rinascere ed a riprendere il loro cammino che è un cammino infinito.

«Le potenze dei cieli saranno sconvolte».
"Cielo", nel linguaggio biblico, equivale a "spirito". Gli uomini si troveranno dunque in una situazione di profonda confusione morale, di caos spirituale, e non riusciranno più ad avere un quadro oggettivo e limpido della situazione nella quale si verranno a trovare. E questa situazione è già abbastanza evidente: "Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno - disse Antonio il Grande - e se qualcuno ragionerà gli diranno: tu sei pazzo".

Padre Andrea D'Ascanio

NON DIMENTICHIAMOLI



La preghiera per i nostri cari defunti 
è un bisogno del cuore, 
è un dovere che noi abbiamo verso coloro 
che in vita ci amarono tanto 
e ci fecero del bene.

 Caterina da Genova


“...vista spaventosa dei propri peccati...”

“Grande è l’afflizione delle Anime del Purgatorio alla vista spaventosa dei propri peccati che dovranno espiare con sommo dolore in questo luogo di purificazione. Da vivi, infatti, non erano sufficientemente consapevoli dell’entità delle loro colpe che in Purgatorio emergono molto chiare”.
O Eterno Padre, Dio Santo ed Onnipotente, Dio Santo ed Immortale, io ti amo e ti adoro sopra ogni cosa poiché Tu sei Misericordia infinita e mi dolgo con tutto il cuore di averti offeso.
D’ora in poi intendo adoperarmi in tutti i modi per non allontanarmi più da Te. Donami nuovamente, o mio Dio, la tua grazia. Abbi pietà di me ed abbi pietà dei nostri fratelli del Purgatorio.
O Maria, Madre di Dio, piena di grazia, vieni in aiuto alle Anime del Purgatorio con la tua potente intercessione. Per mezzo di essa, possa Gesù, il Tuo amatissimo Figlio e nostro Signore, concedere loro di partecipare alla sua gloria ed alla sua beatitudine.
Padre Nostro, Ave Maria, Eterno Riposo


mercoledì 23 ottobre 2019

Geremia



Presentazione del libro

1Messaggi e fatti della vita di Geremia. Egli era figlio di Chelkia, uno dei sacerdoti che abitavano ad Anatot, nel territorio della tribù di Beniamino. 2Il Signore cominciò a parlare a Geremia nel tredicesimo anno del regno di Giosia figlio di Amon, re di Giuda. 3Il Signore gli parlò di nuovo quando era re loiakim figlio di Giosia, fino al termine dell'undicesimo anno di regno di un altro figlio di Giosia, Sedecia. Nel quinto mese di quell'anno, gli abitanti di Gerusalemme furono condotti in esilio.

Dio chiama Geremia alla missione di profeta
4Il Signore mi disse:
5- Io pensavo a te prima ancora di formarti nel ventre materno. Prima che tu venissi alla luce, ti avevo già scelto, ti avevo consacrato profeta per annunziare il mio messaggio alle nazioni.
6Io risposi:
- Signore mio Dio, come farò? Vedi che sono ancora troppo giovane per presentarmi a parlare.
7Ma il Signore mi disse:
- Non preoccuparti se sei troppo giovane. Va' dove ti manderò e riferisci quel che ti ordinerò. 8Non aver paura della gente, perché io sono con te a difenderti. Io, il Signore, ti do la mia parola.
9Allora il Signore stese la mano, mi toccò la bocca e mi disse:
- Io metto le mie parole sulle tue labbra.
10Ecco, oggi ti do autorità
sulle nazioni e sui regni
per sradicare e demolire,
per distrùggere e abbattere,
per edificare e piantare.

INSEGNAMENTI DI GESÙ SULLA PREGHIERA



A che serve pregare “immedesimandoci” con Gesù 

Mentre pregavo stavo unendo la mia mente a quella di Gesù, gli occhi miei a quelli di Gesù, e così tutto il resto, intendendo fare ciò che faceva Gesù con la sua mente, coi suoi occhi, con la sua bocca, col suo Cuore, e così di tutto. E siccome pareva che la mente di Gesù, gli occhi, ecc. si diffondevano a bene di tutti, così pareva che anch’io mi diffondevo a bene di tutti, unendomi e immedesimandomi con Gesù.   
Ora,  pensavo tra me:  “Che meditazione è questa?  Che preghiera?  Ah, non sono più buona a nulla!  Non so pure riflettere nulla!”. 
Ma mentre ciò pensavo, il mio sempre amabile Gesù mi ha detto: “Figlia mia, come, ti affliggi di questo? Invece di affliggerti dovresti rallegrarti, perché quando tu altre volte meditavi e tante belle riflessioni sorgevano nella tua mente, tu non facevi altro che prendere parte di Me, delle mie qualità e delle mie virtù. Ora, essendoti rimasto solo di poterti unire ed immedesimarti (con) Me, mi prendi tutto e, non essendo (tu) da sola buona a nulla, con Me sei buona a tutto, perché il desiderare, il volere il bene, produce nell’anima una fortezza che la fa crescere e la stabilisce nella Vita Divina. Poi, con l’unirsi con Me ed immedesimarsi con Me, si unisce con la mia mente (e) così tante vite di pensieri santi produce nelle menti delle creature; come si unisce coi miei occhi, così produce nelle creature tante vite di sguardi santi; così, se si unisce con la mia bocca, darà vita alle parole; se si unisce al mio Cuore, ai miei desideri, alle mie mani, ai (miei) passi, cosi ad ogni palpito darà una vita, vita ai desideri, alle azioni, ai passi... Ma vite sante, perché contenendo in Me la Potenza Creatrice, insieme con Me l’anima crea e fa ciò che faccio Io. 
Ora, questa unione con Me, parte per parte, mente (con) mente, cuore (con) cuore, ecc. produce in te, in grado più alto, la Vita della mia Volontà e del mio Amore. Ed in questa Volontà viene formato il Padre, nell’Amore lo Spirito Santo, e dall'operato, dalle parole, dalle opere, dai pensieri e da tutto il resto che può uscire da questa Volontà e da questo Amore viene formato il Figlio, ed ecco la Trinità nelle anime... Sicché, se dobbiamo operare, è indifferente operare nella Trinità in Cielo o nella Trinità delle anime in terra. 
Ecco perché vado togliendoti tutto il resto, sebbene siano cose buone, sante, per poterti dare il più buono e il più santo, quale sono Io stesso, e poter fare di te un altro Me stesso, (per) quanto a creatura è possibile. Credo che non ti lamenterai più, non è vero?”  (Vol. 11°, 12.06.1913). 


SCRITTI DI  LUISA  PICCARRETA 


IL MISTERO DEL SANGUE DI CRISTO



Lo Spirito Santo è l'Amore trasformato in grazia

Gesù mi unisce allo Spirito Santo con l'unione della luce e del Sangue.
Essi solo possono produrre e cementare l'amore.
L'unione allo Spirito Santo, impulso, guida e sostegno dell'anima nelle operazioni divine, è il segreto per raggiungere la perfetta unione con Dio.
L'anima deve invocarlo ad ogni istante, ascoltarlo, seguirlo; deve abbandonarsi alle sue misteriose manifestazioni, all'aura dolce e soave con cui accarezza e sprona lo spirito nella pietà, al soffio possente con cui lo scuote, lo intimorisce, lo spinge al sacrificio.
Lo Spirito Santo è l'Amore di Dio, trasformato in luce, in aura, in voce, in forza, in soavità ed in grazia. Beata l'anima che lo accoglie sotto qualunque forma si presenti, operi ed attragga! q. 12 : s. d.

SR. M. ANTONIETTA PREVEDELLO

Preghiera Portare il cielo alla terra



Che cosa è la preghiera 


Fare petizione  

La parola "petizione" (supplica, istanza, richiesta) significa gridare forte per ottenere aiuto. Quando supplichiamo Dio, riconosciamo che siamo incapaci di incontrare i nostri bisogni e siamo dipendenti dal Suo aiuto. 


1 Samuele 1:17 
Allora Eli le rispose: "Va' in pace, e il Dio d'Israele ti 
conceda (accordi la tua petizione), ciò che gli hai 
richiesto." 

I Dieci Comandamenti



Alla luce delle Rivelazioni a Maria Valtorta


IL QUINTO COMANDAMENTO: “NON UCCIDERE”. 


Dal Catechismo di S. Pio X. 

Perché è proibito uccidere?  
Perché ogni vita umana, dal momento del concepimento fino alla morte, è sacra, dato che la persona umana è stata voluta per se stessa a immagine e somiglianza del Dio vivente e santo. L’uccisione di un essere umano è gravemente contraria alla dignità della persona e alla santità del Creatore. 

o È lecita la difesa personale? 
La proibizione dell’omicidio non abroga il diritto di togliere, a un ingiusto aggressore, la possibilità di nuocere. La legittima difesa è un dovere grave per chi ha la responsabilità della vita altrui o del bene comune. 

o Che cosa pensare dell’aborto? 
Fin dal concepimento il bambino ha diritto alla vita. L’aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è una pratica vergognosa, gravemente contraria alla legge morale. 
La Chiesa condanna con una pena canonica di scomunica questo delitto abominevole contro la vita umana. 

o Quale deve essere il trattamento dell’embrione? 
Dal momento che deve essere considerato come una persona fin dal concepimento, l’embrione deve essere difeso nella sua integrità, curato e guarito come ogni altro essere umano. 

o Che cosa pensare dell’eutanasia? 
L’eutanasia volontaria, qualunque ne siano le forme e i motivi, costituisce un omicidio. È gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. 

o Che cosa pensare del suicidio? 
Il suicidio è gravemente contrario alla giustizia, alla speranza e alla carità. 
È proibito dal quinto Comandamento. 

o Che cos’è lo scandalo? 
Lo scandalo è un atteggiamento o un comportamento che induce altri a compiere il male. È peccato grave se induce deliberatamente a colpe gravi. 

o Che cosa si deve pensare della guerra? 
Si deve fare tutto ciò che è ragionevolmente possibile per evitare la guerra, dati i mali e le ingiustizie di cui è causa. La Chiesa prega: «Dalla fame, dalla peste e dalla guerra liberaci, Signore». 

o In caso di guerra valgono ancora le leggi morali? 
La Chiesa e la ragione umana dichiarano la permanente validità della legge morale durante i conflitti armati. Le pratiche contrarie al diritto delle genti e ai suoi princìpi universali, deliberatamente messe in atto, sono dei crimini. 

o Come giudicare la corsa agli armamenti? 
La corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell’umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri. 

a cura del Team Neval 

Riflessioni di Giovanna Busolini


Preghiera della Misericordia


O mia cara Madre della Salvezza, 

ti prego di chiedere a tuo Figlio, Gesù Cristo, 
di concedere la Misericordia a (menzionare i nomi …) durante l’Avvertimento ed 
ancora nell’ultimo Giorno, prima che essi compaiano davanti a Lui. 
Per favore prega che ciascuno di loro sia salvato  
e goda dei frutti della Vita Eterna. 
Proteggili ogni giorno e portali al cospetto di tuo Figlio,  
affinché sia mostrata loro la Sua Presenza e sia data loro la pace dello spirito al fine di giungere a moltissime Grazie. 
Amen. 


martedì 22 ottobre 2019

I Santi sono fra voi e possono e vogliono aiutarvi.



Abbiate fiducia in Loro e vivete con Loro! Vedrete e sentirete quanto meravigliosamente cambierà la vostra vita! Chiamateli in modo che vi aiutino in tutte le situazioni che non riuscite a superare da soli e rivolgetevi a Loro anche nei momenti di gioia. I Santi sono fra voi e possono e vogliono aiutarvi, ma anche voi dovete volerlo. PregateLi e invocateli. Saranno lì per voi, intercederanno per voi e vi aiuteranno molto concretamente.

Il vostro Gesù che vi ama e il vostro santo Bonaventura.

Dio chiama chi ama



Vocazione: come te ne accorgi?


1.-SEGNI PREMONITORI
Esistono molti modi per scoprire che Dio ti sta chiamando.Qui di seguito trovi i “sintomi” piu’ frequenti:
·        Desideri realizzare qualcosa di importante per te e per la tua vita.
·        Percepisci nel cuore che Dio ti sta chiedendo qualcosa in piu’.
·        Ti crea forte disagio vedere gli uomini soffrire.
·        La vita “normale” che conduci ti piace, ma senti che in fondo ti manca qualcosa.


2.-Devi essere ONESTO
·        Davanti a Dio e a te stesso.
·        Perché: soltanto tu devi rispondere a Dio.
·        Perché: ci sono molti giovani che temono la vocazione e preferiscono nascondersi dietro mille pretesti.
·        Che peccato pensare che Dio ti stia proponendo qualcosa che non ti rende felice!


3.-Devi avere alcune Qualita’:
Se Dio ti sta chiamando ti dara’ sicuramente le qualita’ necessarie per diventare sacerdote o consacrata. Devi scoprire se possiedi tali qualita’.
Per questo parla con serenita’ al tuo direttore spirituale, sapendo che lui dopo un periodo di discernimento, ti aiutera’ a scoprire cio’ che Dio vuole veramente da te.


4.-Ricordati che la vocazione è un PROCESSO
·        La vocazione sacerdotale è un processo come tutte le storie d’amore.
·        Non pretendere da te stesso risposte fulminee.
·        Tieni conto che Dio si nasconde quando ci chiama, perché vuole lasciarci il margine sufficiente per agire (altrimenti non sarebbe una vera storia d’amore).
·        Chiedi consiglio al tuo direttore spirituale.
·        Profitta dei ritiri e incontri vocazionali per conoscere più da vicino la vocazione e l’ambiente del seminario o del convento.
  
Cos’è, e cosa non è la Vocazione?

La vocazione alla vita consacrata è:
·        Un mistero d’amore tra Dio che chiama e l’uomo che gli risponde in piena liberta’.
·        Una chiamata ad essere tramite tra Dio e gli uomini.
·        Una chiamata a vivere nel “mondo”per la salvezza degli uomini ma senza essere di questo “mondo”.


     La decisione di un giovane che vuole donarela sua vita al servizio dei fratelli; salvare le anime e rendere questo mondo il piu’ possibile simile a quello che Dio aveva pensato per la nostra felicita’.


La vocazione alla vita consacrata non è:
·        Un sentimento: si suole dire “sento la vocazione”. Però in realtà la vocazione non si sente. Meglio, è una certezza interiore che nasce dalla grazia di Dio che tocca la mia anima e chiede una risposta libera. Se Dio ti sta chiamando la certezza dentro di te crescera’ tanto piu’ quanto tu gli risponderai con generosita’.
·        Un rifugio per chi teme di affrontare la vita. 
·        Una carriera come le altre: è una storia d’amore.
·        Una sicurezza matematica: la vocazione contemplativa deve tener presente il  “rischio”dell’amore, ma ricorda, è un rischio che e’ nelle mani di Dio.
·        Un destino irrevocabile: Molti infatti credono che coloro che partono”vanno perché vanno!”E’ un mmistero d’amore. Se no si corrisponde l’amore rimane frustrato.

I dubbi più comuni
  
1.-Qual è il MOMENTO migliore per prendere la decisione?
Sicuramente è meglio rispondere quando Dio chiama: né prima né dopo.Se te ne sei accorto…perché aspettare? E se la tua vocazione non è ancora matura…perché ti precipiti?

2.-Com’essere sicuri al 100%?
La vocazione come abbiamo già detto non è una certezza matematica, mauna certezza di fede come per la chiamata di Abramo(Gen). Se cerchi la certezza assoluta non la incontrerai mai! L’amore e’ un rischio, ma ti ricordo ancora che e’ un rischio nelle mani di Dio. La sicurezza della vocazione crescera’ tanto piu’ quanto tu risponderai generosamente.


3.-E se la mia FAMIGLIA si oppone?
La maturita’ del tuo comportamento e la perseveranza nella tua decisione li aiuteranno ad accettare la tua scelta. Anche loro hanno bisogno di tempo per essere pienamente partecipi della tua vocazione.


4.-E…se FALLISCO?
Se tu lo desideri sicuramente non fallirai. Il Signore ti aiutera’.
Dio aspetta da te una donazione totale ma sempre libera, e che tu accetti la sua volontà su di te. Per questo, finchè tu sarai disposto a dire: “Signore cosa vuoi che io faccia?” non ti puoi sbagliare. Il cammino in cui il Signore ti conduce e’ talora misterioso. Affidati a Lui con serenita’.