lunedì 21 gennaio 2019

LA LEGGENDA DI FRATE AVEMARIA



Fu volontario di guerra,    e poi brillante ufficiale del nostro esercito, e dalla guerra tornò cieco e  decorato.
  
La luce di Dio risplende su la sua anima, che aveva respirato la tenebra del secolo; e la mano
del Signore lo condusse, attraverso le mirabili vie della Provvidenza, sino al nostro Eremo di
Sant'Alberto di Butrio, in Val Staffora, ove, tra valli e montagne boscose, è solitudine grande e
pace soavissima.
  
O beata solitudo!    O sola beatitudo!
  
Quella solitudine, quella semplicità di vita rispondevano mirabilmente ai desideri del suo cuore:
Amava le rocce, le messi, i boschi e la freschezza delle fonti, l'aria, il sole, i fiori.
  
Egli scopriva per tutto i rapporti eterni che legano i misteri della natura a quelli della fede, e si
sentiva trasformato dallo Spirito del Signore.
  
Diffuso sul volto e su la fronte alta e serena gli splendeva un raggio di divina bellezza e di
predestinazione, e viveva infiammato di Gesù come un serafino.
  
E chiese e ottenne d'essere Eremita della Divina Provvidenza: di vivere nascosto a tutti, di
rendersi negletto e servo di tutti, per l'amore di Cristo benedetto. E così visse, da povero
fraticello. Visse semplice e pio, d'una pietà lieta, là nell'antico e diruto cenobio che vide passare
santi e guerrieri.
  
La vita di lui parea si andasse infervorando ogni dì più, tutta amore di Dio e degli uomini, tutti
abbracciando, e vincitori e vinti. E, morto al mondo e a se stesso, bruciandogli fortissima la
fiamma dell'amore divino, correva frequente ad abbracciare i piedi del Crocifisso e gridava:
Perché voi in croce, o mio dolcissimo Signore, e io no?
  
Si seppe mai chi fosse quel monaco cieco, che sorrideva a tutti, quel cieco che aveva una
parola buona, delicata per tutti.
  
Lo vedevano i montanari e i pellegrini, raccolto in profonda meditazione, disteso sul crudo
sasso ove l'abate Alberto si fe' santo; lo vedevano dritto con le braccia tese cantare a Dio in
ardore di carità: "Laudato sii, mi Signore, per quelli che perdonan per lo tu' amore! Laudato sii,
mi Signore, per sora nostra morte corporale!".
  
Lo vedevano prostrato a l'urna miracolosa del Santo o all'altare, lapideo, preziosissimo per
venerabilità, dove, pochi anni innanzi il suo morire, che fu nel 1444, Bernardino da Siena,
peregrino all'Eremo di S. Alberto di Butrio, volle consacrare il Corpo e il Sangue del Signore, e
confortarne i monaci pur con quella sua voce di pace insieme e di mistico fervore, ma anche, e
più frequente, di formidabile profeta.
  
La natura, lungi dalle agitazioni e dagli inganni della società, nel silenzio della solitudine,
ammaestra di Dio più che non i libri degli uomini.
  
E fu tutta una vita nascosta con Cristo in Dio: vita di penitenza, di adorazione, di elevazione
sublime dello spirito: fu come la voce della preghiera, la vita del nostro eremita cieco.
  
Egli sapeva di lettere, sapeva di musica, sapeva di armi, ma venne all'Eremo per sapere solo e
umilmente di Dio. "Vànitas vanitatum, et òmnia vànitas!" Vanità delle vanità, e ogni cosa è
vanità, fuori che l'amare Dio e il servire a Lui solo.

E si fe' stolto, per essere sapiente di Cristo, lasciando le vanità ai vani niuna cosa bramando,
fuorché vivere in semplice obbedienza, con libertà di spirito e carità grande nella servitù di Dio,
grata e gioconda. O servitù amabile e desiderabile sempre! O santo stato del religioso servizio,
che rende l'uomo pari agli Angeli, terribile a' demoni, e a tutti i fedeli onorevole!
  
E seguendo Gesù con la croce sua, e lietamente amando Cristo in croce, il nostro valoroso
cieco di guerra seppe nascondersi sì ch'ei fu il minimo di tutti, e ti pareva che solo sapesse dire:
Ave, Maria! Ave, Maria! al coro; Ave, Maria! lungo il chiostro; Ave, Maria! al bosco; Ave, Maria!
alla cella; Ave, Maria! sul poggio che mena alla grotta di S. Alberto; sempre Ave, Maria!
  
Si chiamava Fratello    Avemaria.
  
E così, conformando    la sua vita a quella di Cristo, compì la sua "giornata innanzi sera".
  
Era un tramonto, e venne a morire. Volle essere portato nella primitiva chiesetta di Santa Maria;
volle essere disteso là sulla nuda terra, ai piedi degli affreschi, bellissimi, della Madre di Dio;
incrociate le braccia, aprì le labbra a un sorriso luminoso. Evidentemente era la Vergine, celeste
e pia, che dal Paradiso se lo veniva a prendere.
  
Frate Avemaria apparve trasfigurato. Egli la chiamò, la salutò ancora; l'ultimo respiro fu: Ave,
Maria! "Morte bella parea nel suo bel viso", e rivelava tutta la sua beatitudine.
  
Dalla torre antica corse "su l'aure l'umil saluto". Quella campana che, fiera, dal Carroccio aveva
chiamati i popoli a raccolta contro il despota del Medioevo, Federico Barbarossa, quella stessa
campana, che aveva suonata la libertà dei Comuni sui piani lombardi, parve, in quell'ora, che
dall'alto della torre venisse mossa dalla mano d'un angelo. Con voce dolcissima si mise a
squillare alle valli e ai clivi, Ave, Maria! Ave, Maria!
  
Una "soave volontà di pianto" invase l'animo dei monaci biancovestiti, e subito una gioia, una
pace, un ardore indistinto si diffondeva d'intorno; le ultime tinte del tramonto sfumavano nella
notte, e scorreva sulle cime delle montagne, per le pendici, e giù, fin su le acque della Staffora,
scendeva a valle il murmure dolce: Ave, Maria!

Si fece il mortorio. Gli Eremiti, piangendo, cantarono al fratello i salmi del suffragio e della
requie sempiterna. Quando tacquero, dalla bara fonda una voce, quale di cigno lontano,
s'intese distinta; diceva: Ave, Maria!
  
Finite le esequie, fu portato al cimitero, a mano, dai fratelli in lacrime; al cimitero, lì, presso
l'eremo; ma dov’ei passava, le erbe e sin le pietre fiorivano e gli uccelli cantavano a gloria.
  
La bara posò nella fossa, e la terra la ricoperse, e vi fu piantata una croce di legno che egli
s'era fatta con le sue mani, già cieco. Si nascosero i passerotti al cipresso; ai folti castagni del
bosco di Butrio quietarono i cardellini.
  
Era silenzio. Di sotterra, nella pace della notte, una voce sommessa s'intese; veniva verso
l'Eremo, e si andava perdendo lungo quella stradicciola che conduce alla chiesetta solitaria.
Diceva, la voce dolce e sommessa: Ave, Maria!
  
Passarono dei giorni, e gli Eremiti della Divina Provvidenza si raccolsero a pregare sulla tomba
di Frate Avemaria. Erano venuti anche di lontano, dalla Calabria di S. Bruno e di Cassiodoro,
dalla Sicilia che vide i primi Eremi e fu terra di Santi, e pur dalla Palestina lontana ne vennero,
di là dove visse il Signore.
  
Vennero e videro, meraviglia! Sulla tomba del fratello, un giglio candidissimo apriva l'odoroso
calice; e attorno alla corolla, in lettere d'oro recava scritto: Ave, Maria! Vollero svellere il fiore
per recarlo alla Madonna, ma era forte; scavarono, e videro che aveva poste le radici entro la
bocca di Frate Avemaria, e andavano giù giù fino al cuore.
  
Piangendo di commozione, "pieni di meraviglia e di pietade", caddero i buoni Eremiti in
ginocchio avanti a Fratello Avemaria, che era là bello come un giacinto, incorrotto, sorridente
come un angelo, e compresero allora che, ad ogni nostra Ave, Maria!, fiorisce un giglio in terra,
e odora in grazia al cospetto della Madonna.

Ma ecco, sulle loro teste, un alitare di vento, e passare soave la nota voce, che andava al cielo,
ripetendo Ave, Maria! Ave, Maria! Ed oh, gioia d'una nuova aurora! L'azzurro si era tutto
gemmato di stelle, e le stelle che fiorivano nel cielo erano le molte, le dolci, le care Ave, Maria!
  
Perché, o giovani miei, dovete sapere che, ad ogni nostra Ave Maria, si accende una stella in
cielo e risplende in omaggio alla Madonna.
  
Gigli e stelle le possono essere offerti da noi, o miei cari. Gigli a far tappeto ai suoi passi, a dar
corona a Lei da presso; stelle a far diadema alla sua fronte verginale, ad aggiungere luce alla
sua aureola.
  
Gigli che gli angioli colgono; stelle che gli angioli intessono in ghirlanda per Lei. Gigli che vanno
così innanzi a prepararci la strada per la quale noi passeremo un giorno per salire alla
Madonna; stelle che illumineranno la nostra via al cielo, come fu già di San Benedetto, e un po'
della loro luce daranno poi a farci corona eternamente.
  
Far sbocciare molti di questi gigli, far risplendere molte di queste stelle equivale per noi ad
onorare Maria, e ottenerne sicuro favore e materno patrocinio per la nostra salvezza.
  
A fasci crescano,    dunque, su i nostri passi i gigli; a costellazioni s'illuminino adunque sul   
nostro capo le stelle.
  
E ogni giorno e ogni ora della nostra vita e ogni battaglia del cuore siano segnati, siano
suggellati dalla nostra preghiera: Ave, Maria!
  
"Taccian le fiere    e gli uomini e le cose, roseo il tramonto ne l'azzurro sfumi, mormorin gli alti   
vertici ondeggianti:
  
Ave, Maria!".

O giovani: Ave, Maria!    sempre! 
  
O giovani: Ave, Maria!    e avanti!
  
O giovani: Ave, Maria!    sino al beato Paradiso!

S. Luigi Orione

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