martedì 22 gennaio 2019

LE DUE BANDIERE DI CRISTO E DI LUCIFERO



Il dualismo manicheo, che si riflette nello gnosticismo e nelle eresie gnostiche sorte nella chiesa fin 
dai primi secoli, ebionismo, apollinarismo, montanismo, e di lì si svilupparono nei secoli posteriori, 
nel primo Medioevo, catari, albigesi, bogomili, nel tardo Medioevo, nel Rinascimento, nell’età 
moderna fino ai nostri tempi attraverso la massoneria e l’esoterismo di fondo cabalistico, il 
dualismo manicheo, dicevamo, che si fonda sulla duplice divinità Ormudz e Ahrimane, il dio buono 
e il dio cattivo, fondamentalmente e a prima vista non si può dire falso. In fondo non è che 
l’ammissione dell’esistenza, nel mondo e nella storia, del male, delle manifestazioni del male, 
dell’esistenza del peccato e delle conseguenze visibili del peccato. E su questo nessuno può 
sollevare obiezioni. Il bene e il male sono sempre esistiti e sempre esisteranno nel mondo.

Dove i manichei sbagliano — e con loro sbagliano gli eretici che col tempo sono da essi derivati — 
è nel dare allo spirito del male molta più importanza e molti più poteri di quelli che realmente ha, 
nel limitare i poteri e l’autorità dello spirito del bene, dell’unico e vero Dio, creatore del cielo e 
della terra, e nel mettere l’uno e l’altro sullo stesso piano con possibilità di vedere un giorno la 
vittoria definitiva del male sul bene, ossia la sconfitta del vero Dio e il fallimento della sua opera, 
del suo disegno di salvezza e la rovina delle sue creature.

L’antitesi tra il bene e il male è perciò antica nella storia quanto è antico il mondo. Tutti i popoli 
hanno sentito questo contrasto e hanno cercato di analizzano e di spiegarlo il meglio possibile.

Nella storia della letteratura è celebre il quadro immaginoso che ne traccia sant’Ignazio di Loiola 
nel suo celebre Libro degli esercizi spirituali in quella meditazione che volle intitolare «delle due 
bandiere», o «dei due stendardi». Vediamone prima di tutto il testo redatto nel solito stile scarno e 
asciutto del santo di Loiola:

«Cristo chiama e vuole tutti adunare sotto la sua bandiera, e Lucifero al contrario sotto la sua.

Vedere una gran pianura di tutta quella regione di Gerusalemme dove sommo condottiero e generale
dei buoni è Cristo nostro Signore, e un altro campo nella regione di Babilonia dove capobanda dei 
ribelli è Lucifero».

Le due bandiere o emblemi di due diverse ideologie o concezioni di vita indicano quindi due 
capitani, Cristo e Lucifero, il primo è detto «condottiero e generale», il secondo «capobanda». Il 
loro quartier generale è rispettivamente Gerusalemme, la città della pace, e Babilonia, la città della 
confusione.

Qui, in poche parole, abbiamo come una visione cosmica della storia di tutti i tempi, la storia dei 
rapporti tra l’umanità e Dio, tra il bene e il male, tra la salvezza e il peccato, tra il progresso 
derivato dall’osservanza della legge primordiale data all’uomo e il regresso derivato dall’ignoranza 
e dal disprezzo di questa legge. La vicenda delle due bandiere sta a indicare il complesso della 
politica umana coi suoi alti e bassi, coi suoi partiti e contropartiti, la storia umana coi suoi progetti e
le sue utopie, coi suoi ordinamenti meravigliosi e i suoi fallimenti avvilenti, con le sue vicende 
alterne e contraddittorie. La parabola ignaziana ha un significato che trascende i secoli.

Nella parabola ignaziana il contrasto tra lo spirito buono e lo spirito cattivo salta agli occhi in una 
forma che si potrebbe dire plastica, di effetto sicuro. Il demonio è dipinto con la faccia coperta (la 
menzogna) nella pianura di Babilonia (la confusione) sopra un monte elevato (la superbia) tra fuoco
e fumo (l’oscurità).

La maschera che gli copre la faccia indica la difficoltà che si ha nel ravvisarlo e nel conoscerlo. 
Diverso in tutto è lo spirito buono. Gesù è seduto presso Gerusalemme, città della pace, con aria 
tranquilla, con sguardo mite, con faccia serena. Tutto in lui spira sincerità, luce, sicurezza, amore.

Sant’Ignazio non è un poeta. Egli è un soldato, uno stratega, un organizzatore. La sua allegoria ha 
perciò uno scopo eminentemente pratico: la difesa della bandiera del bene e la sconfitta e 
distruzione della bandiera del male, scopo che si identifica col programma della Compagnia di Gesù
da lui fondata, e scopo che in ultima analisi si identifica con la vita e col programma di vita di ogni 
battezzato, di ogni credente che vuole essere davvero in sintonia con la sua fede.

Il dualismo tra il bene e il male, tra Dio e l’anti-Dio, tra Cristo e satana, sintetizzato ancora una 
volta nell’allegoria ignaziana, non è nuovo nella letteratura cristiana. In forma leggermente diversa 
e ampliata si incontra moltissime volte nell’Antico e nel Nuovo Testamento, nei vangeli, negli 
scritti apostolici, nei Padri della Chiesa; nelle due vie di cui parla il profeta Elia: «Fino a quando 
zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!» (1 Re 
18,21). E il vangelo: «Entrate per la porta stretta perché larga è la porta e spaziosa la via che 
conduce alla perdizione, quanto è stretta la porta e angusta la via che conduce alla vita» (Mt 7,13). 
E nella Didaché, scritto cristiano del II secolo: «Due sono le vie, una della vita una della morte e la 
differenza è grande fra queste due vie» (Didaché, I, 1-2), pensiero ripetuto anche nell’epistola di 
Barnaba, nel Pastore di Erma e altrove, nella duplice appartenenza a Cristo: «Chi non è con me è 
contro di me, e chi non raccoglie con me disperde» (Lc 11,23); nel duplice profetismo, i veri e i 
falsi profeti: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore» (Mt 7,15); nella 
duplice costruzione: «L’uomo saggio ha costruito la sua casa sulla roccia... l’uomo stolto ha 
costruito la sua casa sulla sabbia» (Mt 7,17-18).

Lo stesso dualismo irriducibilmente antitetico si trova in molte espressioni di san Paolo: nella 
duplice «schiavitù», della giustizia e del peccato: «Quando eravate sotto la schiavitù del peccato 
(greco: Doifloi tés amartias), eravate liberi nei riguardi della giustizia (greco: eleùteroi té 
dikaiosùne): ora invece, fatti schiavi (doùloi) di Dio, raccogliete il frutto che vi porta alla 
santificazione» (Rm 6,21-22); nelle due sorgenti della virtù, lo spirito e la carne: «Le opere della 
carne sono: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, 
ubriachezza, orge e cose del genere... il frutto dello spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, 
benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sè» (Gal 5,19-22).

Come corollario conclusivo accenniamo al capitolo dell’Imitazione di Cristo dal titolo molto 
espressivo: «Dei contrari movimenti della natura e della grazia» (Imit. di Cristo, III, cap. 54), dove 
la natura corrisponde alla carne e la grazia allo spirito. Le allusioni a questo dualismo negli scrittori 
ecclesiastici si potrebbero moltiplicare.

Dove però l’allegoria delle due bandiere ha trovato la sua espressione letteraria più completa e più 
celebre, diventata ormai classica, è nelle due città di sant’Agostino fondate e portate avanti da due 
amori. Riportiamo qui la celebre pagina agostiniana che sant’Ignazio con tutta probabilità non 
aveva mai né letta né conosciuta:

«Un duplice amore ha fondato due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio ha fondato la città 
terrena, l’amor di Dio fino al disprezzo di sé ha fondato la città celeste. Per dirla in breve, l’una si 
gloria di se stessa, l’altra si gloria di Dio. L’una cerca la sua gloria negli uomini, per l’altra la 
somma gloria è Dio. La città terrena è dominata dalla violenza; nella città celeste tutti i cittadini si 
prestano servizio a vicenda nella carità»9.

All’una e all’altra di queste due città — prosegue Agostino — appartengono indistintamente tutti gli
abitanti della terra. La società umana è divisa esteriormente in tante classi e categorie che ne 
formano la struttura visibile, ma vi è in essa anche una discriminazione invisibile e più profonda, 
quella delle due città. Gli uomini, creati liberi da Dio, possono scegliere spontaneamente o l’una o 
l’altra o passare alternativamente dall’una all’altra, possono cioè militare sotto l’una o l’altra 
bandiera, nell’uno o nell’altro esercito, con l’uno o con l’altro capitano. In altre parole, possono fare
il bene o il male, amare Dio fino al disprezzo di sé o amare se stessi fino al disprezzo di Dio, lodare 
o bestemmiare, credere o negare. Ma ciò non impedisce a Dio di realizzare fino in fondo il progetto 
di salvezza che si era proposto dall’eternità.

Che l’esistenza delle due città non si debba considerare una semplice finzione letteraria del genio 
agostiniano, o ignaziano, o paolino, ma una realtà tangibile in tutti i tempi, non escluso il nostro, è 
dimostrato dai fatti che riempiono ormai la cronaca di tutti i giorni. Tra le molte testimonianze che 
si potrebbero citare basti solo una pagina della rivista massonica Acacia che alla vigilia del nuovo 
anno 1932 aveva la sfrontatezza di scrivere:

«Al giorno d’oggi, cominciando col prossimo anno 1932 e da allora in poi, vi saranno al mondo 
soltanto due dottrine, due principi pei quali gli uomini dovranno lottare: l’umanesimo integrale, 
qualunque sia la forma particolare che assumerà la ricostruzione sociale promossa dai suoi 
protagonisti (individualismo, radicalismo, laicismo, socialismo, comunismo, anarchia) e il teismo 
cattolicoclericale, sempre unico e uguale, qualunque sia la forma sotto la quale cerchert di 
riascondersi e di camuffarsi»10.

Una delle tante frequentissime sfide lanciate in ogni tempo, a determinati intervalli, contro la chiesa
di Cristo.

Nè si creda che dal 1931 in poi le cose siano cambiate. Nel 1968 Jacques Mitterand, gran maestro di
loggia massonica e fratello dell’attuale presidente del governo francese, dichiarava senza mezzi 
termini:

«La repubblica (francese) è radicata nella massoneria e la massoneria è la repubblica-ombra. Questo
significa servire la repubblica e nel nostro mondo occidentale questo esige anche la rivolta contro le
forze della reazione come sono personificate dalla chiesa cattolica romana. Noi non ci 
accontentiamo di essere nei nostri tempi la repubblica- ombra, noi siamo contemporaneamente 
l’anti-chiesa»11.

Dietro l’aspetto più deteriore di questa duplice visione, di questo dualismo, qualunque sia il nome 
con cui si definisce o il colore col quale si presenta, è facile intravedere il ghigno feroce, il ceffo 
orrendo e minaccioso del nemico, satana, il quale è sempre pronto a sopraffare l’anima e il corpo 
dell’uomo e solo si trattiene quando una forza superiore, alla quale non può resistere, glielo 
impedisce.

Paolo calliari

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