sabato 7 novembre 2026

Il mio Cristo spezzato cammina sulle acque

 


Prima parte 

L'inizio di questa testimonianza 


1. Persa nella vera storia 

 Alcuni anni fa, una suora domenicana portò a uno degli incontri del mio gruppo di preghiera una videocassetta intitolata “Il mio Cristo spezzato, di casa in casa”. Ricordo che la proiettarono dopo la recita del Santo Rosario.  Io stavo dando una mano agli organizzatori in varie faccende, e per questo, sebbene mi interessasse quel poco che riuscivo a sentire, non gli prestai la dovuta attenzione.  In seguito ho voluto farmi prestare il video, ma era già stato restituito e non mi è stato più possibile vederlo.  Durante tutti questi anni trascorsi da allora – saranno circa undici, più o meno –, avevo il vago ricordo che quell’opera fosse un dialogo tra un uomo che aveva comprato un crocifisso rotto e il Cristo di quel crocifisso, che gli parlava e gli diceva di non restaurarlo...   Ricordavo, a mio avviso, che il suo crocifisso passasse di casa in casa, e che nel corso di questo processo si fosse perso, e che l’uomo avesse messo un annuncio alla ricerca del suo Cristo, o della Croce… o qualcosa del genere…  Come vedrete subito, attraverso il testo che vi copierò più avanti, da una versione dell’opera scaricata da Internet, la mia idea del «Cristo Rotto» era piuttosto confusa, e la storia che avevo ricostruito a partire dai frammenti che ero riuscito a sentire in quel lontano pomeriggio, non aveva quasi nulla a che vedere con la storia vera, o, per meglio dire, con il vero tema della registrazione. 


2. Il momento che sto vivendo 

Da quasi tre mesi siamo lontani da casa e, per aiutare mio marito a occupare le ore in cui io lavoro insieme al Direttore Generale dell’Apostolato e mio padre spirituale, cerco sempre di procurare a Hugo delle conferenze registrate in audio, affinché possa fare le sue riflessioni e continuare a crescere nello spirito insieme al Signore.   Questo periodo è stato uno dei più difficili per me.  Molto dura in termini di sofferenze, non tanto fisiche – anche se, per fortuna, queste non mi mancano mai – quanto, soprattutto, in termini di sofferenze animiche e spirituali.  

Il motivo iniziale del nostro primo viaggio negli Stati Uniti, sette mesi fa, è stata la malattia di Laura, la mia amica, la mia sorella da più di otto anni.  Con una diagnosi di leucemia, è arrivata in questo Paese, da sola, senza conoscere la lingua, ed è stata ricoverata in un ospedale dove non si parlava spagnolo.  Tuttavia, il Signore, che è così buono, le ha mandato una dottoressa brasiliana che è un angelo di Dio e che parla proprio quella lingua.  La sera in cui l’abbiamo lasciata in ospedale, dopo una trafila burocratica durata più di quattro ore, ho pianto tantissimo, cercando di non farmi vedere da lei.  Io e padre Renzo le avevamo tagliato i capelli, poiché la dottoressa aveva detto che era la cosa migliore, perché la chemioterapia che le avrebbero somministrato era così aggressiva che l’avrebbe lasciata calva e non raccomandava che si deprimesse vedendo i suoi capelli cadere a ciocche.  Laura ha sempre avuto i capelli lunghi e molto curati, che erano forse una delle caratteristiche fisiche più significative della sua personalità.  Capivo che questo l’avrebbe fatta soffrire, così le ho suggerito di tagliare alla radice tutto quell’attaccamento alla vanità che, come tutte le donne, anche lei aveva.  Le ho tagliato i capelli a casaccio, il più corti possibile.  Ricordo che padre Renzo mi rimproverava dicendomi che era sbagliato, che non si faceva così, e io gli facevo cenni di stare zitto.

Volevo che si sentisse nel peggiore dei modi, in modo che quando le infermieri le avessero sistemato i capelli, lei lo vedesse come una soluzione e si sentisse meglio rispetto a quando aveva quel taglio sciatto che le stavamo lasciando.  Ma padre Renzo non capiva cosa stessi cercando di fare e vidi Laura estremamente depressa, triste; credo che sia stata una delle pochissime volte in cui l’ho vista abbattuta moralmente durante tutto questo processo.  Solo il Signore può sapere cosa provassi e quanto soffrissi al solo pensiero che anche Laura se ne andasse con Lui.  Un anno prima di perdere mio fratello e mia mamma, se n’era andata Pepita, un’amica carissima, che più che un’amica ho sempre considerato come una figlia in più.    

Quel colpo fu così devastante per me – come per molte persone dell’Apostolato che conoscevano Pepita – che solo il dolore per la malattia di mia madre riuscì a salvarmi da quell’altra perdita…

Oggi so che è stata la cosa migliore, uno dei tanti atti di Misericordia di Gesù nei confronti di lei e di noi, e gli rendo grazie anche per questo. 

Mi sono presa cura di Laura con tanto amore.  Ero la persona più vicina che potesse avere, a due ore di volo da Mérida, ma non era abbastanza.  Dovevo capire dove e con chi lasciarla, guidarla nei primi passi e offrirle la mia compagnia per incoraggiarla.  Dopo essere tornata due volte a Mérida, il Signore ci ha portati negli Stati Uniti per un periodo più lungo.  Tuttavia, non è stato tanto per stare accanto a Laura, come pensavo inizialmente, quanto perché Dio aveva altri piani per noi.  Ho potuto stare poco con Laura, anche se in tutti questi mesi mi ha tenuta vicina, in genere a meno di un’ora di distanza.  Ci sono due cose che non voglio tralasciare in questo inizio del racconto: in primo luogo, la profonda evangelizzazione che abbiamo ricevuto tutti noi che siamo stati vicini a Laura: sempre sorridente, felice di annunciare a chiunque volesse ascoltarla che «aveva il cancro», ma che confidava nel Signore e che Lui l’avrebbe guarita.  Sempre con una parola di incoraggiamento per le mie sofferenze, tanto che in molte occasioni sembrava addirittura che fossi io la malata e lei quella sana... che vergogna, Signore!  In secondo luogo, la mia enorme gratitudine verso le mie care amiche cubane che si sono prese cura di Laura meglio di quanto avrei potuto fare io. 

Dio ha compiuto cose meravigliose attraverso Laura, lo so, ne sono sicura: tutto quel dolore, quella paura, quell’angoscia e quell’impotenza si sono trasformati in un fiume di fede e di amore per il Signore, nel quale Gesù l’ha immersa per tirarla fuori sana e forte, come – sia benedetto Dio! – è oggi.  Sono sicura che l’ANE, ciascuno dei suoi membri, le persone che si affidano alle nostre umili preghiere, coloro che ci combattono, coloro che ci fanno del male, debbano molto a Laura, perché ogni flebo, ogni «chemioterapia», ogni dolore, ogni minuto di silenzio in un luogo dove si parla una lingua che non conosci, hanno avuto la fortuna di essere elevati a Dio da tutti noi, come sacrificio sublime, dal letto della fede.   

Lì si combatteva una battaglia dopo l’altra, tra il maligno che cercava di scoraggiarla e il poco che potevamo fare portandole qualche lettura, alcuni CD di musica, conferenze, letture, lavori manuali, ecc.  Il Signore della vita e della morte ha trionfato ancora una volta.  Ha trionfato e ora lei torna a casa, completamente guarita, secondo i referti medici, per essere testimone dell’Amore Misericordioso di Dio in questa grande crociata per la salvezza delle anime.  

***

Testimonianza di Catalina  


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