martedì 3 dicembre 2019

Sanctum Rosarium de Beata Virgine Maria



Salve Regina 
Salve Regina, mater misericordiae;
vita, dulcedo et spes nostra, salve.
Ad te clamamus, exsules filii Evae;
ad te suspiramus, gementes et flentes in hac lacrimarum valle.
Eia ergo, advocata nostra,
illos tuos misericordes oculos ad nos converte.
Et Iesum, benedictum fructum ventris tui,
nobis post hoc exsilium ostende.
O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria.

Pro summo Pontifice
Oremus pro Pontifice nostro N.:
Dominus, conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, 
et non tradat eum in animam inimicorum eius. (Pater, Ave, Gloria)

Angele Dei

Angele Dei, qui custos es mei, me tibi commissum pietáte supérna, 
illúmina, custódi, regge et gubérna. Amen.

Réquiem   ætérnam  (si ripete tre volte)
Oremus pro fratribus nostris defuntis: Réquiem  ætérnam dona eis, 
Dómine, et lux perpétua lúceat eis. Requiéscant in pace. Amen.

Kyrie, elèison - Kyrie elèison
Christe, elèison - Christe elèison
Kyrie, elèison - Kyrie elèison
Christe, àudi nos - Christe, àudi nos
Christe, exàudi nos - Christe, exàudi nos
Pàter de caelis, Deus - miserère nobis
Fìli Redèmptor mundi, Deus - miserère nobis
Spìritus Sàncte, Deus - miserère nobis
Sancta Trìnitas, ùnus Deus - miserère nobis

Sancta Marìa - ora pro nobis 
Sancta Dèi Gènetrix - ...
Sancta Vìrgo vìrginum -
Mater Christi -
Mater Ecclesiae -
Mater divìnae gratiae -
Mater purissima -
Mater castissima -
Mater inviolata -
Mater intemerata -
Mater amabilis -
Mater admirabilis -
Mater boni consìlii -
Mater Creatòris -
Mater Salvatòris -
Mater misericòrdiae -
Virgo prudentissima -
Virgo veneranda -
Virgo praedicanda -
Virgo pòtens -
Virgo clèmens -
Virgo fidèlis -

Spèculum iustìtiae - ora pro nobis
Sèdes sapiéntiae -
Causa nòstrae laetìtiae -
Vas spirituale -
Vas honorabile -
Vas insìgne devotiònis -
Rosa mystica -
Turris davìdica -
Turris ebùrnea -
Domus àurea -
Foèderis arca -
Iànua caeli -
Stella matutina -
Sàlus informòrum -
Refùgium peccatòrum -
Consolatrix afflictòrum -
Auxìlium christianòrum -
Regina angelòrum -
Regina patriarchàrum -
Regina prophetàrum -
Regina apostolòrum -
Regina màrtyrum -
Regina confessòrum -
Regina vìrginum -
Regina sanctòrum òmnium -
Regina sine labe originali concepta -
Regina in caelum assùmpta -
Regina sacratìssimi Rosarii -
Regina familiae -
Regina pacis -

Àgnus Dei, qui tòllis peccàta mùndi - pàrce nobis, Dòmine
Àgnus Dei, qui tòllis peccàta mùndi - exàudi nos, Dòmine
Àgnus Dei, qui tòllis peccàta mùndi - miserère nobis.

Òra pro nòbis sancta Dèi gènetrix, ut digni efficiàmur promissiònibus 
Christi.

Orazione a San Giuseppe 
Ad te, beate Ioseph, in tribulatione nostra confugimus, atque, implorato 
sponsae tuae sanctissimae auxilio, patrocinium quoque tuum fidenter 
exposcimus. Per eam, quaesumus, quae te cum immaculata Virgine Dei 
genetrice  coniunxit  caritatem,  perque  paternum,  quo  puerum  Iesum 
amplexus es, amorem, supplices deprecamur ut ad hereditatem quam 
Iesus  Christus  acquisivit  sanguine  suo  benignius  respicias,  ac 
necessitatibus  nostris  tua  virtute  et  ope  succurras.  Tuere,  o  custos 
providentissime divinae familiae, Iesu Christi sobolem electam; prohibe a 
nobis,  amantissime  pater,  omnem  errorum  ac  corruptelarum  luem; 
propitius  nobis,  sospitator  noster  fortissime,  in  hoc  cum  potestate 
tenebrarum certamine e caelo adesto; et, sicut olim puerum Iesum e 
summo eripuisti vitae discrimine, ita nunc Ecclesiam sanctam Dei ab 
hostilibus insidiis atque ab omni adversitate defende; nosque singulos 
perpetuo tege patrocinio, ut, ad tui exemplar et ope tua suffulti, sancte 
vivere,  pie  emori,  sempiternamque  in  caelis  beatitudinem  assequi 
possimus.
Amen.

Orazione a San Michele Arcangelo
Sancte Michael Archangele,
defende nos in proelio;
contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium.
Imperet illi Deus,
supplices deprecamur: tuque,
Princeps militiae caelestis,
Satanam aliosque spiritus malignos,
qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo,
divina virtute in infernum detrude.
Amen.

Oremus: concede nos famulos tuos, quæsumus, Domine Deus, perpetua 
mentis et corporis sanitate gaudere; et gloriosa beatæ Mariæ sempre 
Virginis  intercessione,  a  presenti  liberari  tristitia  et  æterna  perfrui 
lætitia. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

MEMORARE,  O piissima  Virgo  Maria,  non  esse  auditum  a  saeculo, 
quemquam ad tua currentem praesidia, tua  implorantem auxilia, tua 
petentem suffragia, esse derelictum. Ego tali animatus confidentia, ad te, 
Virgo Virginum, Mater, curro, ad te venio, coram te gemens peccator 
assisto. Noli, Mater Verbi, verba  mea despicere; sed audi propitia et 
exaudi. Amen.

Sub tuum præsídium confúgimus, sancta Dei Génitrix: nostras 
deprecationes ne despícias in necessitátibus nostris sed a perículis cunctis 
líbera nos semper, Virgo gloriosa et benedícta.

IN ADORAZIONE



ORAZIONE DEL SERVO DI DIO S.S. GIOVANNI PAOLO II


Signore Gesù,
ci presentiamo davanti a Te, sapendo che ci chiami e che ci ami così come siamo.
Tu hai Parole di Vita Eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che Tu sei il Figlio di Dio (Gv. 6,69).
La tua Presenza nell’Eucaristia è cominciata con il Sacrificio dell’Ultima Cena e continua come Comunione e Dono di tutto ciò che Sei.
Aumenta la nostra Fede!
Per Mezzo tuo e con lo Spirito Santo, che ci comunichi, vogliamo giungere al Padre, per darGli il nostro “Sì”, unito al Tuo.
Con Te, possiamo già dire: “Padre nostro!”.
Seguendo Te, “Via, Verità e Vita”, vogliamo penetrare nell’apparente “silenzio” e “assenza” di Dio, squarciando la “Nube” del Monte Tabor, per ascoltare la Voce del Padre, che ci dice: “Questo è il Figlio mio Prediletto, nel Quale Mi sono compiaciuto. AscoltateLo” (Mt. 17,5).
Con questa Fede, fatta di ascolto contemplativo, sapremo illuminare le nostre situazioni personali, così come i diversi settori della vita familiare e sociale.
Tu sei la nostra Speranza, la nostra Pace, il nostro Mediatore, Fratello, Amico.
Il nostro cuore si riempie di gioia e di speranza nel sapere che vivi, “intercedendo sempre per noi” (Cfr. Eb. 7,25).
La nostra speranza si traduce in fiducia, gioia di Pasqua e spedito cammino con Te, verso il Padre.
Vogliamo sentire come Te e valorizzare le cose come Tu le valorizzi, perché Tu sei il Centro, il Principio e il Fine di Tutto.
Appoggiati a questa Speranza, vogliamo diffondere, nel Mondo, questa scala di Valori Evangelici, per la quale Dio e i suoi Doni salvifici occupano il primo posto nel cuore e nelle attitudini della Vita Consacrata.
Vogliamo Amare come Te, che dai la Vita e Ti comunichi con tutto ciò che Sei.
Vorremmo dire come San Paolo: “La mia vita è Cristo” (Fil. 1,21).
La nostra vita non ha senso senza di Te!
Vogliamo imparare a “stare con chi sappiamo che ci ama”, poiché “con un così buon Amico tutto si può soffrire”.
In Te, impareremo ad unirci alla Volontà del Padre, poiché nella preghiera “è l’Amore che parla” (Santa Teresa di Liseux).
Entrando nelle tue Intimità, vogliamo adottare decisioni e attitudini che siano essenziali, decisioni durature, scelte fondamentali, secondo la nostra stessa vocazione cristiana.
Credendo, Sperando e Amando, Ti Adoriamo con una semplice attitudine di Presenza , silenzio ed attesa, che vuole essere anche riparazione, in risposta alle tue Parole: “Rimanete qui e vegliate con Me” (Cfr. Mt. 26,38).
Tu superi la povertà dei nostri pensieri, sentimenti e parole.
Per questo, vogliamo imparare ad adorare, ammirando il Mistero, amandolo così come è e tacendo, in un silenzio amico e in una Presenza di Donazione.
Lo Spirito Santo, che hai infuso nei nostri cuori, ci aiuta a dire quei “gemiti inesprimibili” (Cfr. Rom. 8,26), che si traducono in attitudine grata e semplice, nel gesto filiale di chi si accontenta anche solo della tua Presenza, del tuo Amore e della tua Parola.
Nelle nostre notti fisiche e morali, se Tu sei Presente, ci ami e ci parli, ci può già bastare, anche se, molte volte, non sentiremo la consolazione.
Imparando questo, oltre l’Adorazione, saremo nella tua Intimità o nel “Mistero”.
Allora, la nostra Orazione si convertirà in rispetto verso il “Mistero” di ogni fratello e di ogni avvenimento, per introdurci nel nostro ambiente familiare, sociale e costruire la Storia con questo silenzio attivo e fecondo, che nasce dalla Contemplazione.
Grazie a Te, la nostra capacità di silenzio e di Adorazione si convertirà in capacità di Amare e di Servire.
Ci hai dato tua Madre come nostra, perché ci insegni a Meditare e ad Adorare con il cuore.
Ella, ricevendo la Parola e mettendola in pratica, si fece la Madre più perfetta.
Aiutaci ad essere la tua Chiesa Missionaria, che sa Meditare, Adorando ed Amando la tua Parola, per trasformarla in vita e comunicarla a tutti i fratelli.
Amen.

Gesù spiega a Padre Pio la Santa Messa



Gesù spiega a Padre Pio la Santa Messa: negli anni tra il 1920 ed il 1930 Padre Pio ricevette da Gesù Cristo importanti indicazioni riguardo la Santa Messa ed il suo significato. Gesù Cristo confermò innanzitutto la Sua presenza reale, non simbolica, all’interno di ogni celebrazione, chiese ai fedeli di tornare a vivere l’esperienza della Messa come un dono straordinario al quale assistere con occhi di Fede vera

Preziosità del silenzio



Quando ti chiedo di ascoltarmi
e tu cominci a darmi un buon consiglio,
allora non hai fatto quello che ti chiedo.

Quando ti chiedo di ascoltarmi
e tu cominci a spiegarmi perché
non dovrei sentire quel che provo,
allora tu calpesti i miei sentimenti.

Quando ti chiedo di ascoltarmi
e tu pensi di dover far qualcosa
per risolvere i miei problemi,
allora mi trascuri,
per quanto strano possa sembrare.

Forse per questo la preghiera
può aiutare qualcuno.
Perché Dio e’ silenzioso
e non da’ buoni consigli
o cerca di “sistemare” le cose.

Lui solo ascolta
e lascia che io mi prenda cura di me.
Allora, ti prego, ascoltami soltanto,
e se vuoi dire qualcosa, sii paziente.
Allora, ti prometto, ti ascolterò

Anonimo.



1Re 19 1Acab riferì a Gezabele tutto quello che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. 2Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso la tua vita come la vita di uno di loro». 3Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Lasciò là il suo servo. 4Egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». 5Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia!». 6Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. 7Tornò per la seconda volta l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». 8Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb. 9Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Che cosa fai qui, Elia?». 10Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita». 11Gli disse: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: «Che cosa fai qui, Elia?». 14Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita». 15Il Signore gli disse: «Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Cazaèl come re su Aram. 16Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsì, come re su Israele e ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto. 17Se uno scamperà alla spada di Cazaèl, lo farà morire Ieu; se uno scamperà alla spada di Ieu, lo farà morire Eliseo. 18Io, poi, riserverò per me in Israele settemila persone, tutti i ginocchi che non si sono piegati a Baal e tutte le bocche che non l’hanno baciato».
Note
v.12: “Dopo il terremoto un fuoco, non nel fuoco JHWH, e dopo il fuoco voce di calma leggera”. La traduzione letterale è più ricca della traduzione che ci propone la CEI. Innanzitutto si tratta di una voce, e la voce per la bibbia manifesta sempre la presenza di qualcuno anche se non visibile ed è una delle immagini usate per indicare la presenza di Dio (cf. Sal 29). La “calma leggera” è situazione di silenzio e di pace che segue una tempesta in mare (cf. Sal 107,29). È una voce silenziosa e di pace quella che rivela la presenza e l’identità di JHWH. La “voce” indica più una presenza che un contenuto o un messaggio, ed è presenza che ha bisogno di ulteriore specificazione per essere qualificata e riconosciuta (cfr. Is 65,19; 24,18; 1Sam 4,14; Sal 47,2). Sul Sinai il popolo udiva il suono delle parole di Dio (Dt 4,12) senza vedere una figura, ed era l’annunzio dell’Alleanza (Dt 4,13ss). La voce indicava una presenza e un messaggio, ma Dio non era visibile. In Es 19,19, invece, mentre la “voce del corno” si faceva sempre più forte Dio risponde a Mosè nel tuono ed in Es 20,18 la voce è “vista” (è la “voce del corno”?), ed il popolo chiede a Mosè di parlare lui con Dio per non morire, perché incapace di ascoltare la sua parola (Es 20,19). La Parola (anche solo umana) è molto di più: è presenza/rivelazione della persona che cerca un rapporto, una relazione di amore.
Commento
1. La solitudine che vive Elia ha in un primo momento una connotazione solo negativa. È solitudine che nasce da una separazione: è il solo rimasto fedele all’Alleanza. Per lui però questo è motivo di sconforto e la minaccia di morte diventa in lui motivo di fuga e di disperazione. “Non sono migliore dei miei padri”. La sua fedeltà è messa in dubbio dalle conseguenze delle sue azioni di fedeltà a Dio.
2. Il dialogo con l’Angelo riconduce la solitudine ad una dimensione di incontro con il divino. Nel silenzio Elia trova la strada per giungere al monte dell’incontro, l’Oreb, il monte dell’Alleanza. Nel silenzio della disperazione si apre una strada che conduce al silenzio della rivelazione. Dio non ci abbandona mai alla tragedia dell’isolamento, occorre solo ascoltare la sua voce, il suo messaggio di presenza fedele.
3. Sul monte la Parola di Dio apre un’ulteriore strada per giungere a gustare la presenza di Dio. La Parola allora più che scaturire dal silenzio apre al silenzio dell’incontro. Negli ultimi anni la chiesa ha sommerso di parole ogni aspetto della propria vita ed in particolare la liturgia dimenticando che invece la parola ha la funzione di giungere al silenzio. Il rumore delle parole può essere interrotto dalla Parola che apre al silenzio della presenza di Dio. Per questo dopo l’omelia e dopo la comunione c’è un breve tempo di silenzio, un tempo per gustare l’incontro con il Signore Gesù.
4. Il cammino di fede così si configura come ascolto della Parola di Dio per interrompere il rumore delle parole e giungere alla “voce” di Dio che è “calma leggera”. L’ostacolo principale in questo cammino di fede è il nostro mondo affettivo dove le emozioni (le risposte immediate alla situazione del nostro mondo interiore) rumoreggiano e diventano ostacolo all’accogliere la voce di calma leggera. Le emozioni di Elia (paura della regina, solitudine, disperazione e desiderio di morte, fatica…) sono vinte dall’invito dell’angelo a mangiare e bere, simbolo dell’interiorizzare i doni di Dio per poi camminare in silenzio verso la meta che Dio stesso propone. Sul monte la Parola ancora una volta fa emergere il mondo affettivo di Elia e Dio aiuta Elia a eliminare gli ostacoli che restano stimolando i sensi, il corpo. L’incontro con Dio giunge in questo silenzio della mente, dell’affettività e del corpo: di tutto ciò che noi siamo. E l’incontro avviene fuori dalla caverna, fuori dal ristretto mondo dell’io, e con il volto coperto come a dire che Elia ha rinunciato ad ogni pretesa di essere lui colui che si avvicina a Dio, colui che è fedele a Dio, per riconoscere che è Dio che si fa prossimo all’uomo.
5. Dopo l’incontro ancora una volta la Parola fa emergere il mondo interiore di Elia ed Elia ripete quanto già detto, ma ora è pronto per accogliere la missione che Dio gli affida. Il silenzio così più che far emergere una parola nuova, fa emergere una meta nuova, un nuovo orientamento della vita che è missione e consegna. Elia infatti è chiamato a ungere anche il suo successore Eliseo. Quella morte che Elia cercava come termine della sua solitudine diventa ora, grazie all’intervento di Dio, l’ultimo passo per incontrare il suo Signore.

Dopo questa introduzione mettiti in silenzio e ascolta ciò che ti succede nel “cuore” e annotalo qui sotto, poi cerca di comprendere qual è il messaggio che Dio ti rivolge e la missione che ti affida. Infine gusta la bellezza del lasciarsi incontrare da Dio.


NON DIMENTICHIAMOLI



PREGHIERA A SAN GIUSEPPE 
PER LE ANIME DEL PURGATORIO

San Giuseppe glorioso, così benigno e compas-
sionevole con tutti coloro che soffrono, guarda
con affetto e soccorri con generosità le anime
benedette del Purgatorio, particolarmente quelle
dei miei parenti, amici e conoscenti, e quelle per-
sone per le quali sono più obbligato a pregare.
Tutte queste anime appartengono al numero degli
eletti: sono anime predilette di Gesù e di Maria,
che desiderano vederli quanto prima in cielo.
Oh, per pietà, mio Santo, non abbandonarle!
Non volgere le spalle alle loro disgrazie! Esse, per
caso, non amano svisceratamente di essere più
amate dal tuo cuore?
Per caso non desiderano accompagnarti nel con-
certo di lodi che dirigi all'Altissimo con i beati? Sì,
esse meritano la tua protezione e i tuoi favori. E
poiché il tuo potere ottiene di soccorrerle, discen-
di, o benedetto San Giuseppe, nel luogo dei loro
supplizi; consolali, allietali, fortificali, rompi e
spezza le loro catene, e conducili in trionfo in
Paradiso, dove possano lodare Dio per tutti i
secoli dei secoli. Amen.

La battaglia per le anime è cominciata!



Maria Madre di Dio

Figlia Mia. La sofferenza che le nostre anime vittime prendono su di sé è sempre dolorosa, ma ti assicuro, che essa salverà molte anime. La battaglia per le anime è cominciata, l’anticristo e i suoi seguaci lavorano con mezzi devastanti e mettono in ginocchio milioni di figli di Dio. Provocano malattie, rovinano i figli di Dio e scatenano le guerre. Poi si manifesteranno come salvatori, come mediatori e pacificatori e le masse li acclameranno perché non sospettano che quelli che apparentemente fanno del bene invece sono i cattivi.

Svegliatevi! Prendete la vostra croce e seguite Gesù, Mio Figlio e vostro Salvatore! Solo LUI vi può guidare attraverso questi tempi oscuri. Solo con LUI potrete resuscitare da quest’oscurità che minaccia di travolgere la vostra terra! Solo per mezzo Suo otterrete la capacità di resistere offrendo sacrifici per espiare ed entrare in una Nuova Era, quando nell’ultima di tutte le battaglie Satana e i suoi seguaci saranno dannati per l’eternità. Poi nessun anticristo, nessun falso profeta ruberà le vostre anime e l’amore vi abbraccerà, e vi lascerà essere finalmente figli felici del Tempo Nuovo.

cosi sia

Geremia


La punizione

15Dice il Signore: 'Popolo d'Israele, farò venire contro di voi una nazione da terre lontane. È gente valorosa, è una nazione antica; voi non conoscete la sua lingua, non riuscirete a capirvi. 16I loro arcieri sono infallibili, non risparmieranno nessuno. 17Divoreranno il vostro raccolto e il vostro pane, uccideranno i vostri figli e le vostre figlie, mangeranno tutto il vostro bestiame, distruggeranno le vostre vigne e i vostri fichi. Con le loro armi raderanno al suolo le vostre città fortificate che vi danno tanta sicurezza. 18'Ma neppure in quei giorni farò distruggere completamente il mio popolo. 19Si chiederanno: 'Per quale motivo il Signore nostro Dio ci ha fatto subire tutte queste disgrazie?'. Tu, Geremia, risponderai: 'Come voi avete abbandonato il Signore per servire divinità straniere nella vostra terra, così ora servirete popoli stranieri in una terra che non è la vostra'. Lo dico io, il Signore. 20'Annunzia ai discendenti di Giacobbe, agli abitanti di Giuda: 21'Fate attenzione, gente sciocca e senza cervello. Avete occhi, ma non siete capaci di vedere, avete orecchie, ma non state a sentire. 22Io sono il Signore! Perché non avete timore di me e non tremate in mia presenza? Al mare io ho dato come confine la sabbia: è un limite invalicabile per sempre. Le sue onde si agitano, ma sono impotenti, rumoreggiano, ma non vanno oltre. 23Voi, invece, siete un popolo testardo e ribelle, mi avete voltato le spalle e ve ne siete andati. 24Non vi è nemmeno venuto in mente di onorare me, il Signore vostro Dio, quando vi mandavo regolarmente la pioggia in autunno e in primavera e vi davo ogni anno la stagione adatta per mietere il grano. 25Ma i vostri peccati hanno sconvolto le stagioni, per le vostre iniquità non godete i frutti del paese'. 26'Infatti tra il mio popolo c'è gente cattiva: sta in agguato come i cacciatori di uccelli, mette trappole, ma per farci cadere gli uomini. 27Come gabbie piene di uccelli, le loro case sono piene di merce rubata. È per questo che sono diventati potenti e ricchi, 28grassi e ben pasciuti. Non c'è limite alla loro arroganza, non rispettano nessun diritto, nemmeno quello degli orfani, non rendono giustizia agli oppressi. Eppure prosperano sempre. 29'Io, il Signore, non dovrei forse punirli per questi delitti, non dovrei forse vendicarmi di gente come questa? 30Cose terribili e spaventose avvengono nel paese: 31i profeti parlano a nome di falsi dèi, i sacerdoti ne approfittano e il mio popolo è contento di tutto questo. Ma che cosa faranno quando arriverà la fine?'.

ILDEGARDA DI BINGEN



***
A questo punto vorrei dire alcune cose, anche se molto succintamente sulla sua famiglia. Di lei si diceva che era figlia di una famiglia dipendente dei conti di Spanheim, la famiglia di Jutta. Invece studi recenti hanno fatto conoscere vari membri della sua famiglia. Su un registro cominciato l’anno dopo la morte di Ildegarda che raccoglie tutte le donazioni di beni che sono state fatte al convento, a cominciare dall’anno 1147, l’anno della fondazione. Fra questi donatori si riesce a trovare i vari nomi, tra cui Ildeberto di Bernersheim, Ugo, figlio di Ildeberto, “Ugo cantore”, primo cerimoniere del vescovo di Magonza, che viene nominato anche da Ildegarda nelle sue lettere. Attraverso questo nome di Ugo si riesce a trovare i fratelli di Ugo, in modo che si ricostruiscono i nomi di otto membri della famiglia di Ildegarda: Ugo, Drutwin, Odilia, Irmingarda, Jutta, Clemenzia, Rorich; mancano solo due. Tutti questi fratelli fanno donazione completa al convento di Rupertsberg, cosicché sembra che la famiglia si sia estinta. Forse gli altri due erano donne sposate, tuttavia nei più di mille documenti esaminati non si trovano altre tracce di nomi che si riferissero a questa famiglia. Bisogna pensare che era il tempo della seconda crociata (1146-49) e che se erano maschi, forse vi avevano partecipato e erano morti.

Conosciamo dei nipoti dalle lettere e da altri documenti e il cugino di Ildegarda, il vescovo di Treviri, Arnoldo di Walencourt, una famiglia della Lorena. Lui scrive in una sua lettera: “L’amicizia tra parenti è cosa celeste, l’età non le porta impedimento, anzi l’accresce, è sincera, non conosce tregua, piuttosto aumenta di giorno in giorno. Ma mentre entrambi noi sin dal principio della nostra vita siamo  stretti da vera amicizia, ci chiediamo con meraviglia perché mai Voi (Ildegarda) abbiate più caro l’adulatore del vero amico, mentre il profeta dice: ‘l’olio del peccatore non impingua il mio capo’, e il nostro fratello, il prevosto di Sant’Andrea in Colonia, noi lo riteniamo un adulatore. Ildegarda gli risponde in una lettera molto amabile, ma sulla parentela non una parola, forse per l’allusione negativa fatta da lui al riguardo del fratello Wezelin.

Si vorrebbe maggior informazione sulla famiglia di Ildegarda, ma ciò che risulta è che aveva moltissimi contatti con la famiglia di Staufen. Lo zio di Federico Barbarossa aveva i suoi possedimenti confinanti con quelli di Bermersheim, i luoghi della famiglia di Ildegarda. Il primo benefattore del nuovo monastero di Rupertsberg è il conte Palatino Ermanno di Stahleck, la cui moglie era sorella del re Corrado. Ildegarda ottiene l’esenzione per il suo monastero dall’Imperatore Federico Barbarossa, in data del 18 aprile 1163. A lui scrive lettere con una straordinaria audacia, muovendogli rimproveri e minacciandogli dei castighi di Dio, quando alla morte dell’antipapa Vittorio IV Federico si accinge di eleggere il suo successore, Pascasio III. Dice: “Nella mia visione mistica vedo Te come fossi un pargolo e uno che vive senza ragione dinanzi agli occhi del Dio vivente”. E in un’altra lettera dice: “Dio dice così: ‘Guai, guai, io distruggo la protervia orgogliosa, la superbia e la contraddizione di quelli che mi disprezzano. Riduco in frantumi la mia stessa opera. Guai, guai a Te, ascolta quel che Ti dico se vuoi vivere, altrimenti la mia spada Ti percuoterà”. Così erano i suoi rapporti con Federico Barbarossa. Dopo la sua morte il fratello di Federico, Corrado, conte Palatino di Tureno, fondò una donazione in suo nome a favore di Rupertsberg e depone anche un lascito alla sua memoria.

La franchezza di linguaggio che aveva Ildegarda con i potenti di questo mondo è forse in parte dovuta alla sue condizione sociale, per cui se lo poteva permettere. E soprattutto dovuta al suo profondo senso di giustizia. Ci restano trecentonovanta lettere, di cui è stata ultimata qualche settimana fa l’edizione critica. Si rivolge ad abati, a sacerdoti, a laici, a persone semplici, all’Imperatrice di Bisanzio, al re d’Inghilterra, a membri di tutte le classi sociali con una franchezza, una chiarezza e un coraggio indicibile.

Gli anni che seguono dal 1151 fino alla morte di Ildegarda sono ricchi di avvenimenti  e pieni di attività esterne. Delle difficoltà di ogni genere all’inizio, a causa del rifiuto dei monaci di consegnare alla monache la loro dote, Ildegarda dice: “Io rimasi in quel posto con venti giovani monache di famiglie ricche e nobili, alle quali era finora nulla mancato, in una grande penuria.
Non vi era altra abitazione nel vicinato che quella di una persona anziana e dei suoi figli e figlie”.
Poi si aggiungeva a questa situazione difficile la critica assai malevola della gente a proposito. “I monaci e la gente del vicinato si chiedevano per qual motivo avessimo lasciato una regione ricca di pingui campi e vigne, com’era Disibodenberg, e così amena, per andare a finire in un luogo arido e solitario, in cui non c’era da aspettarsi alcun vantaggio e si mettevano insieme per andarci contro e c’era chi mi diceva vittima di false apparizioni”.

Non ultima cosa a farla soffrire era la reazione di alcune sue figlie: “Si separarono da me e alcune più tardi vivevano così disordinatamente, da far dire a molti che il loro operato di per sé rivelava che avevano peccato contro lo Spirito Santo e contro chi mosso dallo Spirito parlava loro. Quante poi mi volevano bene si domandavano con stupore come mai io venissi così provata, mentre non altro volevo che fare del bene”. Anche in seguito per alcuni anni ebbe a soffrire da parte delle sue figlie, che, come lei diceva, avendole viste nella visione, “…erano avvolte nella rete di spiriti aerei, che combattevano contro di noi e che le avevano catturate per mezzo di vanità. Alcune mi guardavano con occhi torvi e di nascosto mi mordevano con le loro critiche, dicendo che non potevano sottomettersi alla stretta della disciplina regolare, alla quale io le volevo costringere. Ma Dio mi diede sollievo per mezzo delle altre consorelle buone e sagge”. Nel Liber vitae meritorum (= “Libro dei meriti di vita”), la seconda grande opera di Ildegarda, in cui sono stati descritti trentacinque vizi, si dice che per descrivere questi vizi lei non dovesse fare altro che guardare alcune delle sue figlie!

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Sr. ANGELA CARLEVARIS osb

“Il sacerdote non si appartiene”



[…] Le lacrime di rimorso, anziché di contrizione, sono inutili come lo furono quelle versate da Saul sulla perdita della regalità, da Giuda sulla perdita dell’apostolato, da Esaù sulla perdita del diritto di primogenitura. 

[…] Sia Pietro che Giuda misero in atto il tradimento che Cristo aveva predetto. Pietro, davanti alle parole di una serva nella notte del processo; Giuda con la sua azione nefanda nell’Orto, quando consegnò il Signore ai soldati. Nostro Signore si adoperò per salvarli ambedue dalla loro stessa debolezza. Con Pietro si trattò di uno sguardo: Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro… (Lc 22, 61). 
A Giuda si rivolse come «amico» e accettò il suo bacio. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?» (Lc 22,48). Con Pietro si limitò a uno sguardo, ma a Giuda parlò. Gli occhi per Pietro, le labbra per Giuda. Non vi è nulla che il Signore non faccia per salvare i suoi Sacerdoti. Sia Pietro che Giuda si pentirono, sebbene in maniera del tutto diversa. E, uscito, pianse amaramente (Lc 22, 62). Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente» (Mt 27, 3-4). Per quale ragione uno è in testa e l’altro in coda alla lista? Perché Pietro si pentì nel Signore, mentre Giuda si pentì in se stesso. La differenza era enorme, come quella che vi può essere tra il deferire una causa all’autorità divina e il deferirla a se stessi; tra la Croce e il lettino dello psicanalista. Giuda riconobbe di avere tradito il «sangue innocente» ma non volle mai esserne lavato. Pietro sapeva di aver peccato e cercò la Redenzione. Giuda sapeva di aver commesso un errore e cercò l’evasione, diventando il capolista di una lunga serie di fuggitivi che voltano le spalle alla Croce. Il perdono divino ha in sé il presupposto della libertà umana, mai quello della sua distruzione. Chissà se Giuda, fermo sotto l’albero dal quale gli sarebbe venuta la morte, abbia guardato, attraverso la vallata, l’albero dal quale gli sarebbe potuta venire la vita. La differenza tra il pentirsi nel Signore e il pentirsi in se stessi, come fecero rispettivamente Pietro e Giuda, fu più tardi commentata da Paolo con queste parole: perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte (2Cor 7, 10). Ambedue vivevano nello stesso ambiente religioso, udivano dal Verbo le stesse parole, erano investiti dallo stesso vento della grazia. Eppure, la loro reazione interiore li fece tanto diversi: Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata (Mt 24, 40-41). Giuda era il tipo che dice: «Sono un cretino!»; Pietro quello che dice: «Sono un peccatore!». È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi. Giuda sentì il disgusto di sé, che è una specie d’orgoglio. Pietro non aveva avuto esperienze deplorevoli e la sua fu metànoia, un mutamento del cuore. La conversione della mente non è necessariamente la conversione della volontà. Giuda andò al confessionale del padrone che l’aveva pagato; Pietro a quello di Dio. Giuda si addolorò per le conseguenze del suo peccato come una donna nubile si addolora per la sua gravidanza. Pietro soffriva per il peccato in sé, perché aveva ferito l’Amore. La colpa non accompagnata dalla speranza in Cristo è disperazione e suicidio. La colpa accompagnata dalla speranza in Cristo è misericordia e gioia. Giuda riportò il denaro ai sacerdoti del tempio. È sempre così, quando disertiamo il Signore per cose terrene, prima o poi ci prende il disgusto: quelle cose non le vogliamo più. Avendo amato quanto vi è di meglio, nient’altro ci può appagare. Il tradimento ai danni della divinità, anche se minimo, è sempre eccessivo nei confronti del valore di ciò che è divino. Il tragico è che quell’uomo avrebbe potuto essere san Giuda. Pietro e Giuda illustrano il modo in cui due uomini chiamati al sacerdozio, attraverso la stessa esperienza spirituale di defezione e avendo quindi entrambi la coda di paglia, possano finire in maniera totalmente diversa a seconda della risposta che danno alla grazia. Talvolta, la riconciliazione è più dolce dell’amicizia ininterrotta. Pietro fu sempre grato di avere avuto la Grazia. La si vede sfavillare nelle sue Epistole. Ogni lettera rispecchia il carattere di chi la scrive. Le Epistole di Paolo a Timoteo sono esortazioni alla santità nel sacerdozio. Le Epistole di Giovanni sono un appello alla fratellanza. Quella di Giacomo prende le difese di una religione eminentemente pratica. Quale è la nota dominante delle Epistole di Pietro? È il valore del perdono che aveva ricevuto e tutte stanno a ricordarci che fummo riscattati «… non a prezzo di beni corruttibili, con oro e argento… ma a prezzo del Sangue prezioso dell’Agnello illibato e immacolato, Cristo» (1Pt 1, 18-19). 

Pietro traboccava di pentimento, come Giuda, poche ore dopo, avrebbe traboccato di rimorso. Il dolore di Pietro era causato dal pensiero del peccato in sé, o della ferita inferta alla Persona di Dio. Il pentimento non s’interessa delle conseguenze. È questo che lo distingue dal rimorso, che è essenzialmente ispirato dalla paura di conseguenze spiacevoli. La stessa misericordia accordata da Gesù Cristo a colui che lo aveva rinnegato si sarebbe poi estesa a quelli che lo avrebbero inchiodato sulla Croce e al ladrone pentito che avrebbe chiesto perdono. In realtà, Pietro non negò che Cristo fosse il Figlio di Dio. Negò di conoscere «l’uomo», lui che era uno dei suoi discepoli. Non abiurò la sua fede, ma peccò. Tradì il Maestro. Ciò malgrado, come roccia sulla quale costruire la sua Chiesa, Egli non scelse Giovanni, che era il suo prediletto, ma scelse Pietro che conosceva il peccato, affinché i deboli e i peccatori non avessero mai la scusa per disperare. 

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Tratto da “Il sacerdote non si appartiene” del Venerabile Fulton J. Sheen

lunedì 2 dicembre 2019

O mio dolcissimo e amatissimo Gesù, se Tu non fossi il mio Salvatore non oserei venire a Te!



O mio dolcissimo e amatissimo Gesù, se Tu non fossi il mio Salvatore non oserei venire 
a Te! Ma Tu sei il mio Salvatore e sposo dell'anima mia, e il Tuo Cuore mi ama con 
tenerissimo ed ardentissimo amore, come nessun altro cuore è capace di amare. Vorrei 
corrispondere a questo amore che Tu hai per me e vorrei avere per Te, che sei il mio 
unico amore, tutto l'ardore dei Serafini, la purezza degli Angeli e delle Vergini, la santità 
dei Beati che Ti posseggono e Ti glorificano in cielo; E se potessi ridarti tutto questo, 
sarebbe ancora troppo poco per lodare la Tua bontà e la Tua misericordia. Perciò Ti 
presento il mio povero cuore, così com'è con tutte le sue miserie, le debolezze e i buoni 
desideri. DegnaTi purificarlo nel Sangue del Tuo Cuore, trasformarlo, infiammarlo Tu 
stesso di un amore puro ed ardente. In tal modo questa povera creatura quale io sono, 
incapace di ogni bene e capace di ogni male, Ti amerà, e Ti glorificherà come i Serafini 
più infiammati del cielo! Ti supplico infine, dolcissimo Gesù, di dare all'anima mia la 
santità stessa del Tuo Cuore, o meglio d'immergerla nel Tuo Cuore Divino affinché in 
esso Ti ami, Ti serva, Ti glorifichi e in lui m'inabissi per tutta l'eternità. Ti chiedo questa 
grazia per tutte le anime che oggi s'accostano alla Sacra Mensa, per tutte le persone che 
amo. Possano esse darTi per me la gloria e l'onore di cui le mie offese Ti hanno privato!