Ciò che Dio ha unito
FECONDITÀ DEL CONFLITTO
C’è un altro fatto che non si può contestare: il conflitto tra la vita e lo spirito – una certa rottura della pienezza vitale dell’uomo – contribuisce potentemente alla sua pienezza umana. Non nasce nulla di puro e grande in questo mondo senza ascetismo e dolore. Solo gli edonisti superficiali o i pensatori che dubitarono sia dell’esistenza che del valore positivo dello spirito potrebbero considerare come un male assoluto la tensione che è nell’uomo. Ma la saggezza di tutti i tempi e di tutti i popoli ha unanimemente riconosciuto la fecondità di questo strazio interiore, ed è una delle glorie dell’umanità l’aver posto, accanto alla sua ripugnanza universale per il sacrificio, una non meno universale intuizione della funzione divina del sacrificio.
«Si aggiunge allo spirito ciò che si sottrae alla carne...» dice il poeta. C’è nell’uomo – e soprattutto nell’epoca della giovinezza – un’esuberanza, un fervore spesso e torbido di potenziali vitali, che incatena e seduce lo spirito, e che lo spirito deve superare e combattere affinché l’uomo sia veramente se stesso. Alimentate e nutrite dalla carne e dai sensi, le nostre prime passioni sono limitate, esclusive, impenetrabili come il corpo da cui provengono, ed è attraverso il loro strazio che si libera, con la sua ampiezza e trasparenza, la forma suprema del nostro pensiero e del nostro amore. Di quante passioni agitate dalla prova non è fatta la pace di un cuore che vive il grande amore! Tutta la vita profonda nasconde un successivo mietere di abbozzi:
I primi amori sono prove d’amore,
sono fuochi leggeri, feste di un momento;
confuso il cuore – nell’anima il sentimento
imperfetto si sveglia, vago, incolore.
Conoscere l’amore supremo e senza mutamento
esige cuori temprati dal dolore.
E ciò che è contorno, a definire l’amore
è un dolore continuato in speranza (1).
L’uomo nasce per la vita temporale nel dolore. Ma il suo nascere per l’eternità implica sofferenze ancora maggiori. I suoi entusiasmi troppo sensibili sono caduchi come la carne – e corruttibili come essa. La grande legge del mutamento assoluto e dell’oblio totale – che è l’anima della creazione materiale – regge il suo destino fugace. Ma questo puro consenso cosmico alla morte, trasposto nel clima umano, diventa infedeltà, fuga:
Vivo nel bambino morto, nell’amante abbandonata,
nell’ateo, nella vedovanza tradita,
in ogni nero oblio.
I piaceri sono i miei fratelli
Questo, lo fa dire Victor Hugo al verme del sepolcro.
E, di fatto, i piaceri che l’uomo più cerca portano in sé il germe e il sapore della morte. Possiamo rassegnarci a questa tragica affinità tra l’ebbrezza e il nulla; possiamo persino credere, come Gide, che non esiste ricchezza umana fuori dall’incostanza e dall’oblio: «Anima incostante, affrettati! Ricorda che il fiore più bello è ugualmente quello che più presto muore. La rosa appassisce presto per conservare il suo profumo. L’immortale non ha odore». Ma non tutti i precetti di questa inebriante ebbrezza riescono a calmare la sete di sicurezza nella felicità che sgorga dall’intimo della nostra natura. E la grande domanda di Dante: Come si eternizza l’uomo? continua a essere posta a ogni coscienza. Ha una sola risposta: la lotta con se stesso, la rinuncia a se stesso, la guerra...
Non trattiamo qui il problema teologico del peccato originale. Psicologicamente, non è difficile trovare – e già Jacques Rivière, in un’analisi celebre, trovò – mille indizi psicologici del dogma della prima caduta. Per quanto ci liberiamo da qualsiasi preconcetto dogmatico, è sufficiente contemplare l’uomo, in quanto uomo, per sentire confusamente che questo essere non abita in se stesso, che – si trova, per così dire, caduto al di sotto della sua natura, e che deve salire incessantemente una salita per reintegrare, in modo sempre precario e incompleto, il proprio destino.
La vita e lo spirito sono in lui disintegrati e in opposizione; la vita, invece di servire lo spirito, tende a soggiogarlo; e lo spirito, per sfuggire a questa Circe, lascia molte volte di essere il tutore della vita per convertirsi in carnefice.
Tuttavia, cadremmo in colpevole pigrizia mentale se invocassimo, per spiegare il dramma umano, unicamente la caduta originale. Non deformiamo una verità profonda adattandola a un grottesco Deus ex machina. Tutti i problemi morali si riducono a problemi ontologici, e l’essere che cade, rivela con ciò che portava nella sua stessa struttura una certa disposizione alla caduta.
Non è necessario affermare che l'uomo nello stato di natura pura - cioè, l'uomo ugualmente sottratto al peccato e al miracolo - avrebbe anche a colpirlo una certa tensione interiore. Qui è in gioco tutto il problema della natura umana. Una pianta, un animale, ricevono, per così dire, la loro essenza in una sola volta; salvo qualsiasi impedimento esterno, sono fatalmente ciò che devono essere. Ma l'uomo - e qui sta il tratto essenziale che lo distingue da tutti gli altri esseri superiori e inferiori a lui - non riceve in una sola volta la sua umanità. Lo spirito sboccia in lui lentamente, penosamente; lo sviluppo intellettuale e affettivo di questo spirito dipende in larga egual misura dalla sua libertà e dal suo sforzo. Non c'è merito nell'essere una pietra, un animale o un angelo; c'è merito nell'essere un uomo. Tutti gli altri esseri sono ciò che sono, l'uomo diventa ciò che è. Deve conquistare la sua essenza... Ora, chi dice conquista dice anche combattimento. Il conflitto umano ha, dunque, le sue radici nella natura umana. Ma il peccato lo ha aggravato, lo ha inasprito - non lo ha creato tutto per intero.
Il conflitto interiore si trova, dunque, legittimato in quelle parole di Cristo: «Se il tuo occhio ti scandalizza, strappalo e gettalo lontano da te».
GUSTAVE THIBON

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