Che cosa è la Vita interiore?
Settima Verità. – Devo seriamente temere di non avere il grado di vita interiore che Gesù esige da me:
1) se tralascio di accrescere la sete di vivere di Gesù, sete che mi dà il desiderio di piacere in tutto a Dio ed il timore di dispiacergli in qualche modo. Ora questo avviene certamente se non faccio più uso dei mezzi che sono la preghiera del mattino, la Messa, i Sacramenti e l’Ufficio, gli esami di coscienza, particolare e generale, la lettura spirituale, oppure se per mia colpa essi non m’apportano più alcun profitto;
2) se non ho più quel minimo di raccoglimento che mi permetta, durante le mie occupazioni, di conservare il mio cuore in una purità e generosità sufficiente perché non sia soffocata la voce di Gesù, che mi mette in guardia dai fattori di morte che si presentano e m’invita a combatterli. Questo raccoglimento mi verrà a mancare, se io non uso i mezzi atti ad assicurarlo: e cioè vita liturgica, giaculatorie specialmente in forma di supplica, comunioni spirituali, esercizio della presenza di Dio, ecc.
Se manca questo raccoglimento, i peccati veniali verranno a pullulare nella mia vita, senza che nemmeno me ne renda conto. Per nasconderli, o perfino per non lasciar trasparire uno stato ancor più lacrimevole, l’illusione si servirà dell’apparenza di una pietà più speculativa che pratica, dello zelo per le opere d’apostolato ecc. Il mio accecamento sarà colpevole perché, con la mancanza del necessario raccoglimento, io ne avrò posta e mantenuta la causa.
Ottava Verità. – La mia vita interiore sarà proporzionata alla custodia del cuore: «Con ogni cura custodisci il tuo cuore, perché da ciò procede la vita» (Pv. 4, 23).
La custodia del cuore altro non è che l’abituale o almeno frequente sollecitudine di preservare tutti i miei atti, man mano che si presentano, da tutto ciò che potrebbe viziarli nel loro movente o nella loro esecuzione.
Sollecitudine calma, tranquilla, senza sforzo, ma anche energica e basata sul ricorso filiale a Dio.
Questo è più un lavoro del cuore e della volontà che non della mente, la quale deve rimanere libera per compiere i suoi doveri. Lungi dal contrastare l’azione, la custodia del cuore la rende più perfetta, regolandola secondo lo spirito di Dio e mettendone a fuoco i doveri di stato.
Tale esercizio lo si può praticare in ogni momento; è come lo sguardo del cuore sulle azioni presenti ed un’attenzione moderata sulle diverse parti di un’azione che si sta compiendo. E’ l’osservanza esatta del motto «Age quod agis» (fai con cura quel che devi fare). Simile a vigile sentinella, esercita la sua vigilanza su tutti i movimenti del cuore, su tutto ciò che passa nel suo interno – impressioni, intenzioni, passioni, inclinazioni – insomma su tutti i suoi atti interni ed esterni, pensieri, parole, azioni.
La custodia del cuore esige un certo raccoglimento che non può realizzarsi in un’anima dissipata.
Soltanto con la frequenza di questo esercizio se ne acquista l’abitudine.
«Quo vadam ed ad quid?» Dove sto andando e a che scopo? Cosa farebbe Gesù, come si comporterebbe al mio posto? Cosa mi consiglierebbe? Cosa mi chiede in questo momento? Tali sono le domande che vengono spontaneamente in mente all’anima avida di vita interiore.
Per l’anima che va a Gesù mediante Maria, questa custodia del cuore acquista un carattere ancor più facilmente affettivo e ricorrere a questa buona Madre diviene un bisogno incessante del suo cuore.
Nona Verità. – Gesù Cristo regna nell’anima quando essa aspira ad imitarlo seriamente, in ogni cosa e con affetto. In questa imitazione vi sono due gradi:
1) L’anima si sforza di diventare indifferente alle creature in se stesse, siano esse conformi o contrarie ai suoi gusti. Sull’esempio di Gesù, in tutte le cose non accetta altra legge che la volontà di Dio: «Sono disceso dal Cielo per fare non la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha inviato» (Gv. 6, 38).
2) «Cristo non cercò la propria soddisfazione» (Rom. 15, 3). L’anima tende più volentieri a ciò che è contrario e ripugna alla natura. Essa allora mette in pratica l’ «agendo contra» di cui parla Sant’Ignazio nella celebre meditazione sul Regno di Cristo12, è l’azione contro la natura per andare di preferenza a ciò che imita la povertà del Salvatore e il suo amore per le sofferenze e le umiliazioni. Allora l’anima, secondo la parola di San Paolo, conosce veramente Cristo: «Didicistis Christum» (Ef. 4, 20).
Decima Verità. – In qualunque stato io mi trovi, se voglio pregare e diventare fedele alla sua grazia, Gesù mi offre tutti i mezzi per ritornare ad una vita interiore che mi restituisca la sua intimità e mi permetta di sviluppare la sua vita in me. Allora, nel progredire, l’anima non cesserà di possedere la gioia anche in mezzo alle prove e si realizzeranno in lei quelle parole di Isaia: «Allora la tua luce spunterà come l’aurora, presto verrà la tua guarigione, ti preverrà la tua giustizia e la gloria del Signore ti proteggerà. Allora tu pregherai e il Signore ti risponderà; appena alzerai la voce, egli dirà: Eccomi! (...) E il Signore ti darà eterno riposo e inonderà la tua anima di splendori, e darà vigore alle tue ossa, e tu sarai come un giardino irrigato e come una fontana di acqua viva alla quale non mancheranno mai zampilli» (Is. 58, 8-11).
Undicesima Verità. – Se Dio mi chiede di applicarmi non solo alla mia santificazione, ma anche alle opere di apostolato, dovrò prima di tutto formarmi nell’anima questa ferma convinzione: Gesù deve e vuole essere la vita di queste opere.
I miei sforzi, da soli, non sono nulla, assolutamente nulla: «Senza di me non potere far nulla» (Gv. 15, 5); essi non saranno né utili né benedetti da Dio, se non li unisco costantemente all’azione vivificante di Gesù mediante una vera vita interiore. Essi diventeranno allora onnipotenti: «Tutto posso, in Colui che mi dà forza» (Fil. 4, 13). Ma se questi sforzi provenissero da un’orgogliosa autosufficienza, dalla fiducia nei miei talenti e dal desiderio del successo, i miei sforzi sarebbero rigettati da Dio. Non sarebbe infatti una sacrilega follia da parte mia, se volessi rubare a Dio, per farmene bello, un poco della sua gloria?
Ben lungi dal rendermi pusillanime, tale convinzione sarà la mia forza. E come mi farà sentire il bisogno della preghiera per ottenere questa umiltà, tesoro per l’anima mia, sicurezza dell’aiuto di Dio e caparra di successo per le mie opere!
Penetrato dall’importanza di questo principio, mi esaminerò coscienziosamente nei giorni di ritiro, per verificare se non si è indebolita la convinzione che la mia azione è nulla quando è sola ma è forte quando è unita a quella di Gesù Cristo, se escludo spietatamente ogni compiacenza, ogni vanità ed ogni ripiegamento su me stesso nella mia vita di apostolo, se mi mantengo in un’assoluta diffidenza di me stesso, e se prego Dio di vivificare ogni mia opera e di preservarmi dall’orgoglio, ch’è il primo e principale ostacolo al suo aiuto.
Questo credo della vita interiore, una volta divenuto per l’anima la base della sua esistenza, le assicura fin da questa vita una partecipazione alla felicità celeste.
Vita interiore, vita di predestinati. Essa corrisponde al fine che Dio si è proposto nel crearci13, ma corrisponde anche al fine dell’Incarnazione:
«Dio inviò nel mondo il Suo Figlio unigenito, affinché viviamo per Lui» (1 Gv., 4, 9).
E’ uno stato di beatitudine: «Il fine della creatura umana consiste nell’unirsi a Dio; in questo infatti consiste la sua felicità» (San Tommaso d’Aquino).
Al contrario delle gioie mondane, se fuori ci sono le spine, dentro ci sono le rose. «Come sono da compiangere i poveri mondani!», esclamava il santo curato d’Ars. Essi portano sulle spalle un mantello foderato di spine e non possono fare una mossa senza pungersi. I veri cristiani invece portano un mantello foderato di pelle di coniglio. «Si guarda la Croce, ma non si vede l’unzione» (San Bernardo).
E’ uno stato celeste in cui l’anima diventa un cielo vivente14. Con santa Margherita Alacoque si può dire: «In ogni tempo posseggo e in ogni luogo porto il Dio del mio cuore e il cuore del mio Dio».
E’ il principio della beatitudine: «Una certa qual anticipazione dell’eterna beatitudine»15. La grazia è il Cielo in germe.
Dom Jean-Baptiste Gustave Chautard

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