martedì 13 gennaio 2026

Novena del Santo Natale

 


5 - Gesù inizia l’opera sua nell’anima: la sottrae e la distacca dal mondo esterno 

Onde il divin Maestro da principio vi pose mano a spogliare il mio cuore da tutte le creature, e con voce interna mi diceva: “Io sono tutto il bello che merita di essere amato. Vedi, se tu non togli questo piccolo mondo che ti circonda d’intorno, cioè, pensieri di creature, immaginazioni, o non posso liberamente entrare nel tuo cuore. Questo mormorio nella tua mente è d’impedimento a farti sentire più chiara la mia voce, a versare le mie grazie e ad innamorarti veramente [8] di Me. Promettimi di essere tutta mia ed o stesso metterò mano all’opera. Tu hai ragione, che non puoi niente. Non temere; farò o il tutto; dammi la tua volontà e ciò mi basta”. 

E questo succedeva al più nella Comunione. Quindi gli promettevo di essere tutta sua; gli chiedevo perdono, ché fino a quel punto non ero stata, gli dicevo che veramente lo volevo amare e lo pregavo che non mi lasciasse mai più sola, senza di Lui. E la voce continuava: “No, no, verrò insieme con te ad osservare tutte le tue azioni, i movimenti, i desideri tuoi”. 35 

Quindi, tutto il giorno me lo sentivo sopra; mi riprendeva di tutto, come per esempio, se mi lasciavo trasportare nel discorrere un po’ troppo con la famiglia di cose anche indifferenti, non necessarie, la voce interna mi diceva: “Questi discorsi ti riempiono la mente di cose che a Me non appartengono, ti circondano il cuore di una polvere, in modo da farti sentire debole la mia Grazia, non più viva. Deh, imita Me, quando stavo [9] nella casa di Nazaret. La mia mente non s’occupava d’altro che della gloria del Padre e la salvezza delle anime; la mia bocca non diceva altro che discorsi santi; con le mie parole cercavo di riparare le offese del Padre, di saettare i cuori e tirarli al mio amore, e primariamente la mia Madre e S. Giuseppe. in una parola, tutto chiamava Dio, tutto si operava per Dio e tutto a Lui si riferiva. Perché non potresti tu altrettanto?” 

Io restavo muta, tutta confusa; cercavo quanto più potevo di starmene sola; gli confessavo la mia debolezza, gli chiedevo aiuto e grazia di poter fare ciò che Lui voleva, ché da me sola non sapevo fare altro che male. Se tra il giorno la mia mente si occupava di pensare a persone a cui io volevo bene, subito mi riprendeva dicendomi: “Questo è il bene che mi vuoi? Chi mai ti ha amato come Me? Vedi, se tu non la finisci, o ti lascio”. 

Alle volte mi sentivo fare tali e tanti rimproveri amari, [10] che non facevo altro che piangere. Specialmente una mattina, dopo la Comunione, mi diede un lume tanto chiaro sull’amore grande che Lui mi portava e sulla volubilità ed incostanza delle creature, che il mio cuore ne restò tanto convinto che d’allora in poi non è stato più capace d’amare persona alcuna. Mi insegnò il modo come amare le persone senza discostarmi da Lui, cioè col mirare le creature come immagini di Dio, in modo che, se ricevevo il bene dalle creature, dovevo pensare che solo Dio era il primo autore di quel bene e che se ne era servito per mezzo della creatura per mandarmelo. Quindi il mio cuore più a Dio si legava. Se poi ricevevo delle mortificazioni, dovevo guardarle pure come strumenti nelle mani di Dio per la mia santificazione, onde il mio cuore non restava ombrato col mio prossimo. Onde in questo modo avveniva che io miravo le creature tutte in Dio. Per qualunque mancanza [11] vedessi in loro, non perdevo mai la stima; se mi motteggiavano, mi sentivo obbligata, pensando che mi facevano fare nuovi acquisti per l’anima mia; se mi lodavano, ricevevo con disprezzo queste lodi, dicendo: “Oggi questo, domani possono odiarmi”, pensando alla loro incostanza. Insomma, il mio cuore acquistò una tale libertà, che io stessa non so esprimerlo. 


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