giovedì 5 dicembre 2019

L'INFERNO VISTO DAI SANTI



L'inferno visto dai Santi 

Ma è tempo di sentire e analizzare quanto ci dicono i Santi con le loro visioni o apparizioni. Ci fermeremo naturalmente solo ad alcuni, privilegiando soprattutto Santi più vicini a noi per il tempo e per la cultura. E questo anche per non perdersi dietro racconti o episodi non del tutto storicamente accertati o addirittura leggende e miti, da non prendere in considerazione. 

1 - L'inferno visto da S. Teresa d'Avila 

Monaca e riformatrice del Carmelo, Teresa di Gesù, nata ad Avila in Spagna il 28 marzo 1515 e morta ad Alba il 4 ottobre 1582, è una dei Santi che ha visto l'inferno. Lo racconta essa stessa nella vita scritta da Lei in questi termini: "Un giorno mentre ero in orazione; mi trovai tutt'a un tratto trasportata intera nell'inferno. Compresi che Dio mi voleva far vedere il luogo che i demoni mi avevano preparato, e che io mi ero meritato con i miei peccati. 
Fu una visione che durò pochissimo, ma vivessi anche molti anni, mi sembra di non poterla più dimenticare. L'ingresso mi pareva un cunicolo molto lungo e stretto, simile a un forno assai basso, buio e angusto; il suolo tutto una melma puzzolente piena di rettili schifosi. Infondo, nel muro, c'era una cavità scavata a modo di nicchia, e in essa mi sentii rinchiudere strettamente. E quello che allora soffrii supera ogni umana immaginazione, né mi sembra possibile darne solo un'idea perché cose che non si sanno descrivere. Basti sapere che quanto ho detto, di fronte alla realtà sembra cosa piacevole. 
Sentivo nell'anima un fuoco che non so descrivere, mentre dolori intollerabili mi straziavano orrendamente il corpo. Nella mia vita ne ho sofferto moltissimi, dei più gravi che secondo i medici si possano subire sulla terra, perché i miei nervi si erano rattrappiti sino a rendermi storpia, senza dire dei molti altri di diverso genere, causatimi in parte dal demonio. 
Tuttavia non sono nemmeno da paragonarsi con quanto allora ho sofferto, specialmente al pensiero che quel tormento doveva essere senza fine e senza alcuna mitigazione. Ma anche questo era un nulla innanzi all'agonia dell'anima. Era un'oppressione, un'angoscia, una tristezza così profonda, un così vivo e disperato dolore che non so come esprimermi. Dire che si soffrano continue agonie di morte è poco, perché almeno in morte pare che la vita ci venga strappata da altri, mentre qui è la stessa anima che si fa in brani da sé. Fatto sta che non so trovare espressioni né per dire di quel fuoco interiore né per far capire la disperazione che metteva il colmo a sì orribili tormenti. Non vedevo chi me li faceva soffrire, ma mi sentivo ardere e dilacerare, benché il supplizio peggiore fosse il fuoco e la disperazione interiore. 
Era un luogo pestilenziale, nel quale non vi era più speranza di conforto, né spazio per sedersi o distendersi, rinserrata com'ero in quel buco praticato nella muraglia. Orribili a vedersi, le pareti mi gravavano addosso, e mi pareva di soffocare. Non v'era luce, ma tenebre fittissime; eppure quanto poteva dar pena alla vista si vedeva ugualmente nonostante l'assenza della luce: cosa che non riuscivo a comprendere. 
Per allora Dio non volle mostrarmi di più, ma in un'altra visione vidi supplizi spaventosissimi, fra cui i castighi di alcuni vizi in particolare. A vederli parevano assai più terribili, ma non mi facevano tanta paura perché non li sperimentavo, mentre nella visione di cui parlo il Signore volle farmi sentire in ispirito quelle pene ed afflizioni, come se le soffrissi nel corpo. (...) Sentir parlare dell'inferno è niente. Vero è che io l'ho meditato poche volte perché la via del timore non è fatta per me, ma è certo che quanto si medita sui tormenti dell'inferno, su quello che i demoni fanno patire, o che si legge nei libri, non ha nulla a che fare con la realtà, perché totalmente diversa, come un ritratto messo a confronto con l'oggetto ritrattato. Quasi neppure il nostro fuoco si può paragonare con quello di laggiù. 
Rimasi spaventatissima e lo sono tuttora mentre scrivo, benché siano già passati quasi sei anni, tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore qui stesso dove sono. Mi accade intanto che quando sono afflitta da qualche contraddizione o infermità, basta che mi ricordi di quella visione perché mi sembrino subito da nulla persuadendomi che ce ne lamentiamo senza motivo. Questa fu una delle più grandi grazie che il Signore m'abbia fatto, perché mi ha giovato moltissimo non meno per non temere le contraddizioni e le pene della vita che per incoraggiarmi a sopportarle, ringraziando il Signore d'avermi liberata da mali così terribili ed eterni, come mi pare di dover credere". 
Nella visione della Santa si evidenziano vari ed importanti fattori riguardanti l'inferno: 

a) Il luogo dove starebbe l'inferno, il cui ingresso è costituito da un cunicolo lungo e stretto, simile ad un forno basso, buio e angusto. Un luogo pestilenziale dove non c'è più né speranza di conforto, né spazio per sedersi o distendersi. 
Il suolo, tutto melma puzzolente, è pieno di rettili schifosi. Non c'è luce, ma tenebre fittissime e intanto tutto ciò che può dar pena alla vista si vede ugualmente. 

b) Le pene sofferte dai dannati. L'anima è investita da un fuoco che Teresa non sa descrivere; il corpo (la Santa è lì con l'anima e il corpo) è straziato orrendamente da dolori intollerabili. Ma tutto questo è ancora niente di fronte all'agonia dell'anima che soffre un'oppressione, un'angoscia, una tristezza e un vivo e disperato dolore "che non so - dice la Santa - come esprimermi ". "Dire che si soffrano continue agonie di morte è poco, perché almeno in morte pare che la vita ci venga strappata da altri, mentre qui è la stessa anima che si fa in brani da sé. La sofferenza più atroce è il pensiero che queste pene non hanno né fine né mitigazione alcuna". I supplizi peggiori sono il fuoco e la disperazione interiore. 
Le pene e le afflizioni sono sentite in ispirito ma si soffre veramente, come se si soffrisse nel corpo. 

c) Dette pene sono tali da superare ogni umana immaginazione: a paragone di esse, le sofferenze più atroci di questa terra sono un niente. Quanto vien detto o si medita sull'inferno e i suoi supplizi non ha nulla a che vedere con la realtà, perché totalmente diversa. È certo che "quanto si medita sui tormenti dell'inferno, su quello che i demoni fanno patire, o che si legge nei libri, non ha nulla a che fare con la realtà, perché totalmente diversa, come un ritratto messo a confronto con l'oggetto ritrattato. Quasi neppure il nostro fuoco si può paragonare con quello di laggiù ". 

d) Oltre ai castighi diciamo così comuni per tutti i dannati, ci sono pure spaventosissimi castighi per ogni vizio particolare. 

e) È la stessa anima dannata che si dilania, che si fa in brani da sé. "Non vedevo - dice la Santa - chi me li faceva soffrire (detti tormenti), ma mi sentivo ardere e dilacerare, benché il supplizio peggiore fosse il fuoco e la disperazione interiore". 
 
Padre Antonio Maria Di Monda

EVITARE I GIUDIZI TEMERARI




 1.     Rivolgi gli occhi a te stesso e stai attento a non giudicare quel che fanno gli altri. In tale giudizio si lavora senza frutto; frequentemente ci si sbaglia e facilmente si cade in peccato. Invece, nel giudizio e nel vaglio di se stessi, si opera sempre fruttuosamente. Spesso giudichiamo secondo un nostro preconcetto; e così, per un nostro atteggiamento personale, perdiamo il criterio della verità. Se il nostro desiderio fosse diretto soltanto a Dio, non ci lasceremmo turbare così facilmente dalla resistenza opposta dal nostro senso umano. Di più, spesso, c'è qualcosa, già nascosto, latente in noi, o sopravveniente dall'esterno, che ci tira di qua o di là. Molti, in tutto ciò che fanno, cercano se stessi, senza neppure accorgersene. Sembrano essere in perfetta pace quando le cose vanno secondo i loro desideri e i loro gusti; se, invece, vanno diversamente, subito si agitano e si rattristano. 

2.     Avviene di frequente che nascono divergenze tra amici e concittadini, persino tra persone pie e devote, per diversità nel modo di sentire e di pensare. Giacché è difficile liberarsi da vecchi posizioni abituali, e nessuno si lascia tirare facilmente fuori dal proprio modo di vedere. Così, se ti baserai sui tuoi ragionamenti e sulla tua esperienza, più che sulla forza propria di Gesù Cristo, raramente e stentatamente riuscirai ad essere un uomo illuminato; Dio vuole, infatti, che noi ci sottomettiamo perfettamente a lui, e che trascendiamo ogni nostro ragionamento grazie ad un fiammeggiante amore. 

 L'Imitazione di Cristo 

LEGGENDA PERUGINA



( COMPILAZIONE DI ASSISI )


UNA CASA COSTRUITA DAL COMUNE

11. Quanto segue, accadde all’avvicinarsi di un Capitolo; a quei tempi ne veniva celebrato uno all’anno, presso Santa Maria della Porziuncola. Il popolo di Assisi, considerando che i frati per grazia di Dio si erano moltiplicati e crescevano di giorno in giorno, notò che specialmente quando si riunivano tutti per l’assemblea capitolare, non avevano colà che una angusta misera casetta, coperta di paglia e dalle pareti fatte con vimini e fango: era la capanna che i frati si erano approntata quando erano venuti a stabilirsi in quel luogo.

Allora gli assisani, per delibera dell’arengo, in pochi giorni, con gran fretta e devozione murarono ivi una grande casa in pietra e calce, senza però il consenso di Francesco, che era assente. Quando egli fu di ritorno da una provincia per partecipare al Capitolo, nel vedere quella casa rimase attonito. Pensando che con il pretesto di quella costruzione, i frati avrebbero eretto o avrebbero fatto edificare case del genere nei luoghi dove già dimoravano o dove si sarebbero stabiliti più tardi, – poiché era sua volontà che la Porziuncola fosse sempre il modello e l’esempio di tutta la fraternità –, un giorno, prima che il Capitolo avesse fine, salì sul tetto di quella casa e ordinò ai frati di raggiungerlo poi cominciò insieme con loro a buttare giù le tegole, nell’intento di demolirla

Alcuni cavalieri di Assisi e altri cittadini erano presenti in rappresentanza del comune per il servizio d’ordine, al fine di proteggere quel luogo da secolari e forestieri affluiti da ogni parte e che si assiepavano fuori per vedere l’assemblea dei frati. Notando che Francesco con altri frati avevano l’intenzione di diroccare l’edificio, subito si fecero avanti e dissero al Santo: «Fratello, questa casa è proprietà del comune di Assisi, e noi siamo qui in rappresentanza del comune. Ti ordiniamo quindi di non distruggere la nostra casa».

Rispose Francesco: «Va bene, se la casa è di vostra proprietà non voglio abbatterla». E subito scese dal tetto, seguito dai frati che vi erano saliti con lui.

Per questo motivo,  il  popolo  di  Assisi  stabilì,  e mantenne  per lungo tempo  tale decisione, che ogni anno il podestà in carica fosse obbligato alla manutenzione ed eventualmente ad eseguire lavori di riparazione di quell’edificio.

Traduzione di VERGILIO GAMBOSO

La preghiera dell’ateo



Gesù, aiutami ad accettare l’amore di Dio come mi è stato mostrato. 
Apri i miei occhi, la mia mente, il mio cuore e la mia anima  
in modo che io possa essere salvato. 
Aiutami a credere riempiendo il mio cuore col Tuo Amore. 
Infine sostienimi e salvami dal tormento del dubbio. 
Amen. 

LE 24 ORE DELLA PASSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO



La Serva di Dio Luisa Piccarreta scrive „Le 
24 Ore della Passione di N.S.G.C.’ 
contemplando il suo Sposo Crocifisso e 
condividendone le pene Leggiamo 
nell’epistolario di Luisa: 

“La mente al Cielo, lo sguardo al Crocifisso, 


PRIMA ORA 
 Dalle 5 alle 6 del pomeriggio 
Gesù si congeda dalla sua Madre Santissima 
( Preghiera di Preparazione, pagina 19 ) 

O Celeste Mamma, l’ora del distacco già s’appressa, ed io da Te vengo. O Madre, dammi il tuo 
amore e le tue riparazioni, dammi il tuo dolore, perché insieme con Te voglio seguire passo 
passo l’adorato Gesù. Ed ecco che Gesù viene e Tu, coll’animo traboccante 
d’amore, Gli corri incontro, e nel vederlo sì pallido e triste, il 
Cuore Ti si stringe per il dolore, le forze Ti vengono meno e sei 
già per cadergli ai piedi. 

O dolce Mamma mia, sai Tu perché è venuto da Te l’adorabile Gesù? Ah, Egli è venuto per 
darti l’ultimo addio, per dirti l’ultima parola, per ricevere l’ultimo abbraccio! O Madre, a 
Te mi stringo con tutta la tenerezza di cui è capace questo mio povero cuore, affinché stretta e 
avvinta a Te, anch’io possa ricevere gli abbracci dell’adorato Gesù. Mi disdegnerai tu forse, o 
piuttosto non è un conforto per il tuo Cuore avere un’anima a Te vicina che ne divida le pene, 
gli affetti, le riparazioni? O Gesù, in quest’ora sì straziante per il tuo tenerissimo Cuore, 
quale ammaestramento non ci dai Tu di filiale ed amorosa obbedienza verso la Mamma tua! 
Qual dolce armonia non passa fra Te e Maria! Che incanto soave di amore che sale fino al 
trono 
dell’Eterno, e si dilata a salvezza di tutte le creature della terra!  

O Celeste Mamma mia, sai Tu che vuole da Te l’adorato 
Gesù? Non altro che l’ultima benedizione. È vero che da tutte le particelle del tuo essere altro 
non escono che benedizioni e lodi al tuo Creatore; ma Gesù, nel congedarsi da Te, vuol sentire 
la dolce parola: Ti benedico, o Figlio; e quel Ti benedico storna tutte le bestemmie dal suo 
udito, e dolce e soave scende al suo Cuore; e, quasi a mettere un riparo a tutte le offese delle 
creature, Gesù vuole il tuo Ti benedico. Anch’io mi unisco con Te, o dolce Mamma: sulle ali 
dei venti voglio girare il Cielo per chiedere al Padre, allo Spirito Santo, agli Angeli tutti, un Ti 
benedico a Gesù, affinché, andando a Lui, Gli possa portare le loro benedizioni. E qui in terra 
voglio andare da tutte le creature e chiedere da ogni labbro, da ogni palpito, da ogni passo, da 
ogni respiro, da ogni sguardo, da ogni pensiero, benedizioni e lodi a Gesù; e se nessuno me le 
vorrà dare, intendo io darle per loro.  
O dolce Mamma, dopo aver girato e rigirato per chiedere alla Triade Sacrosanta, agli Angeli, 
alle creature tutte, alla luce del sole, al profumo dei fiori, alle onde del mare, ad ogni alito di 
vento, ad ogni favilla di fuoco, ad ogni foglia che si muove, al luccicar delle stelle, ad ogni 
movimento della natura, un Ti benedico, vengo da Te, e insieme alle tue metto le mie 
benedizioni.  

Dolce Mamma mia, vedo che Tu ne ricevi conforto e sollievo, e tutte le offri a Gesù le mie 
benedizioni, a riparazione delle bestemmie e maledizioni che egli riceve dalle creature. Ma 
mentre io tutto a te offro, sento la tua voce tremante che dice: 

“ Figlio, benedici me pure! ”. 
O dolce mio Amore, benedici anche me insieme alla Mamma tua: benedici i miei pensieri, il 
mio cuore, le mie mani, i miei passi, le mie opere, e con la Madre tua tutte le creature. 
 
O Madre mia, nel mirare il Volto dell’addolorato Gesù, pallido e triste, straziante, si risveglia in 
Te il ricordo dei dolori che tra poco dovrà Egli soffrire. Prevedi il Volto di Lui coperto disputi, 
e Lo benedici; il Capo trapassato dalle spine, gli occhi bendati, il Corpo straziato dai flagelli, le 
mani e i piedi forati dai chiodi, e dovunque Egli sta per andare Tu lo segui con le tue 
benedizioni; ed insieme a Te Lo seguo anch’io. 
 
Quando Gesù sarà colpito dai flagelli, trapassato dai chiodi, schiaffeggiato, 
coronato di spine, dovunque troverà insieme al tuo il mio Ti benedico. 
 
O Gesù, o Madre, Vi compatisco; immenso è il vostro dolore in questi ultimi momenti; il Cuore 
dell’Uno pare che strappi il Cuore dell’Altra. O Madre, strappa il mio cuore dalla terra e legalo 
forte a Gesù, affinché stretto a Lui, possa prendere parte ai tuoi dolori. E mentre Vi stringete, Vi 
abbracciate, Vi gettate gli ultimi sguardi, gli ultimi baci, stando io in mezzo ai vostri due Cuori, 
possa ricevere i vostri ultimi baci, gli ultimi vostri abbracci. Non vedete che io non posso stare 
senza di Voi, malgrado la mia miseria e la mia freddezza? 

Gesù, Mamma, tenetemi stretta a Voi; datemi il vostro amore, il vostro Volere; saettate il 
povero mio cuore, stringetemi fra le vostre braccia. E insieme con Te, o dolce Madre, 
voglio seguire passo passo l’adorato Gesù, con l’intenzione di dargli conforto, sollievo, 
amore e riparazione per tutti. 
 
O Gesù, insieme alla Mamma tua Ti bacio il piede sinistro, pregandoti di voler perdonare a me 
e a tutte le creature le quante volte non abbiamo camminato verso Dio. Bacio il tuo piede 
destro: perdona a me e a tutti le quante volte non abbiamo seguito la perfezione che Tu volevi 
da noi. Ti bacio la mano sinistra: comunicaci la tua purità. Bacio la tua mano destra: 
benedicimi tutti i miei palpiti, pensieri, affetti, affinché avvalorati dalla tua benedizione, 
tutti si santifichino; e con me benedici anche tutte le creature e suggella la salvezza delle 
loro anime con la tua benedizione. 

O Gesù, insieme alla Mamma tua Ti abbraccio e, baciandoti il Cuore, Ti prego di mettere in 
mezzo ai vostri due Cuori il mio, affinché si alimenti continuamente dei vostri amori, dei vostri 
dolori, dei vostri stessi affetti e desideri, della vostra stessa Vita. 

Riflessioni e Pratiche 
Gesù, prima di dar principio alla sua passione, va da sua 
Madre per chiederle la benedizione. In quest’atto Gesù c’insegna 
l’ubbidienza, non solo esterna, ma anche interna, che dobbiamo 
avere per corrispondere alle ispirazioni della grazia. 
Alle volte noi non siamo pronti ad eseguire una buona ispirazione, o 
perché trattenuti dall’amor proprio a cui si unisce la tentazione, o per 
rispetto umano, o per non fare santa violenza a noi stessi. Ma il respingere 
la buona ispirazione di esercitare una virtù, di compiere un atto virtuoso, 
di fare una buona opera, di praticare una devozione, fa ritirare il Signore, 
che ci priva di nuove ispirazioni. Invece la pronta corrispondenza pia e 
prudente alle sante ispirazioni ci attira maggiori lumi e grazie. 


Nei casi dubbi si ricorre prontamente e con retta intenzione, 
al gran mezzo della preghiera e al retto e probo consiglio. Così il 
buon Dio non lascia d’illuminare l’anima ad eseguire la salutare 
ispirazione e ad accrescergliele con sempre maggior profitto della medesima. 

Le nostre azioni, i nostri atti, le nostre preghiere, le Ore della Passione, dobbiamo farle 
con le stesse intenzioni di Gesù, nella sua Volontà, e sacrificando noi stessi come Lui, per 
la gloria del Padre e per il bene delle anime. 

Dobbiamo metterci nella disposizione di sacrificarci in tutto per amore del nostro amabile 
Gesù, uniformandoci al suo spirito, operando con gli stessi suoi sentimenti e abbandonandoci in 
Lui, non solo in tutti i dolori e contrarietà esterni, ma molto più in tutto ciò che potrà disporre 
nel nostro interno; e così, all’occasione, ci troveremo pronti ad accettare qualunque pena. Così 
facendo noi daremo al nostro Gesù piccoli sorsi dolci; se poi tutto ciò lo faremo nella Volontà 
di Dio, che contiene tutte le dolcezze, tutti i contenti ed in modo immenso, noi daremo a Gesù 
dei larghi sorsi dolci, in modo da mitigare l’attossicamento che Gli arrecano le creature, e 
consolare il suo Divin Cuore. 
Prima di cominciare qualunque azione invochiamo sempre 
la benedizione di Dio, per fare che le nostre azioni abbiano il tocco della divinità e attirino 
su di noi, non solo, ma su tutte le creature, le sue benedizioni. 
Mio Gesù, la tua benedizione mi preceda, mi accompagni e 
mi segua, affinché tutto ciò che faccio porti l’impronta del tuo Ti 

benedico. 
( Preghiera di Ringraziamento pagina 19) 

Le spose di Gesù



Riflessioni

In questo momento voglio farti delle domande perché tu mediti:
Sei innamorata di Gesù? Lo consideri tuo Sposo e vivi totalmente per lui? Sei disposta a renderlo felice in ogni momento? Gli obbedisci, obbedendo ai tuoi superiori? Ti senti orgogliosa di essere sposa di Gesù o cerchi qualche volta di nasconderlo a chi ti circonda? Vivi come una regina dedita al tuo divino Re? Hai paura delle sue richieste e cerchi la tua comodità, allontanandoti da Lui?
Un giorno mi chiamò una donna per telefono e io credetti di riconoscerla e le dissi: “Ah, lei è la moglie di Alberto?” E lei ridendo felice mi rispose: “No, io sono la moglie di Gesù” (era una religiosa felice della sua vocazione).
Ora analizza la tua vita e conta i piccoli dettagli di affetto e tenerezza con i quali ogni giorno cerchi di renderlo felice. Quanti baci dai ogni giorno alle sue immagini? Sei soddisfatta del tuo matrimonio con Gesù? Gli sei fedele? Hai pensato seriamente alla separazione o al divorzio? Ti senti frustrata o fallita? Quando hai dei problemi o delle tentazioni corri a dirglielo e a chiedere aiuto davanti al tabernacolo? Digli ora con tutto il tuo cuore: Oh Gesù, mio Re come hai potuto innamorarti di me? Il tuo cuore divino mi affascina. Che dolce rifugio sei per una peccatrice come me!
«“Al mattino fammi sentire la tua grazia, poiché in te confido” (Sal 143, 8). Grazie, per avermi scelta. Ti supplico di darmi un cuore di fuoco, un’anima ardente perché io sia capace d’infiammare la terra. Sazia la mia sete d’amore, che io ti ami fino alla pazzia. Tu sei il mio tutto e io spero in te. Sono sicura del tuo amore per me. Mio sposo, dammi la grazia di morire d’amore per te. E finché dura la mia vita, fai del mio cuore un giardino pieno di fiori d’amore per te. 
Vieni a riposare qui perché ho piantato dei gigli molto belli per te. E quando morirò fammi la grazia come a santa Teresina, di stare nel mio cielo, facendo il bene sulla terra e di versare sul mondo una pioggia di rose. Voglio continuare ad essere madre degli uomini fino alla fine del mondo».
Ed ora voglio dirti, facendo mie le parole di san Giovanni della Croce:

«Nel mio petto fiorito,
che tutto per te solo conservavo, 
rimanesti tu addormetato
e io ti donavo
e col ventaglio dei cedri aria ti davo.
Rimasi e mi obliai, 
il volto sul mio Amato inclinai,
tutto finì, e mi lasciai,
lasciando la mia mente
tra i gigli obliatamente».

Padre Angel Peña

Geremia



Ostinazione d'Israele

16Così dice il Signore al suo popolo: 'Fermatevi per strada e guardatevi attorno, imparate come ci si comportava nel passato. Camminate sulla strada giusta e vivrete in pace. Ma voi rispondete: 'Non vogliamo seguire quella strada'. 17Ho anche messo sentinelle presso di voi per darvi in tempo l'allarme, ma voi avete risposto: 'Non vogliamo sentire'. 18'Perciò ascoltate, popoli di tutta la terra, e anche tu, comunità d'Israele, sappi bene quel che sta per accaderti. 19Farò venire la rovina su di te a causa dei tuoi progetti malvagi, perché non hai dato importanza alle mie parole e hai rifiutato il mio insegnamento. 20Che me ne faccio dell'incenso importato dalla regione di Saba, o delle spezie aromatiche fatte arrivare da lontano? I tuoi sacrifici non mi fanno piacere e le tue offerte non mi sono gradite. 21Perciò, Israele, ti metterò davanti alcuni ostacoli per farti inciampare. Allora morirete tutti, padri e figli, amici e vicini. Così dice il Signore'.

LA SANTISSIMA EUCARESTIA



IL DIO DI BONTÀ
Quanto è buono Iddio per Israele! 
Salmo LXXII, 1.

Quanto è buono Iddio per Israele! Era questo il grido del popolo ebreo e di Davide, nel ricordare i benefizi di cui Iddio li aveva incessantemente ricolmati. Quale sarà il grido dei cristiani? Non abbiamo noi molto più che gl'Israeliti ragione di esclamare: Quanto Iddio è buono per Israele?
Gli Ebrei avevano ricevuto da Dio molto meno di noi che abbiamo ricevuti i beni del Cielo, la redenzione compiuta, la legge di grazia, l'Eucaristia; il dono che Dio ci ha fatto è Gesù Cristo stesso, è l'Eucaristia. Ma i caratteri della bontà di Dio per noi nel dono dell'Eucaristia vieppiù lo raccomandano alla nostra riconoscenza: dare è già qualche cosa, senza dubbio; dar bene è tutto.

I. - Gesù Cristo si da a noi nell'Eucaristia senza alcun apparato di dignità. Nel mondo quegli che da, fa sempre sentire più o meno chi egli è e il prezzo di quello che da, il che del resto deve farsi per mantenere il rispetto e l'onore delle relazioni sociali. Ma Gesù, al fin di essere più amabile e meglio alla nostra portata, non vuole neppure questo, sebbene il suo Corpo nel Sacramento sia glorioso come in cielo; Egli che regna circondato dai cori degli spiriti angelici, nasconde la sua gloria, non ci lascia vedere il suo Corpo, l'Anima, la Divinità ma soltanto il velo della sua bontà.

Gesù discende, si umilia, si annichilisce, affinché non abbiamo alcun timore di lui. Già nella sua vita mortale era sì dolce, sì umile nel suo contegno che tutti osavano appressarglisi, fanciulli, donne, poveri, lebbrosi, tutti venivano senza tema di sorta.

Ora che il suo Corpo è glorioso e non potrebbe mostrarsi senza abbagliarci, Gesù si copre di un velo, e così nessuno teme di andare in chiesa. A tutti è aperta e ivi sappiamo che andiamo a trovare un buon Padre che ci attende per farci del bene e conversare familiarmente con noi. Quam bonus Israel Deus: come Iddio è buono per Israele!

II. - Gesù si da a noi senza riserva: aspetta che andiamo a riceverlo, con una pazienza, una longanimità ammirabile; si da a tutti, non respinge alcuno.
Attende il povero, aspetta il peccatore. II povero, la mattina prima di andare al lavoro, viene a ricevere una dolce benedizione per tutta la giornata. La manna cadeva nel campo degli Israeliti prima del levare del sole perché il cibo celeste non si facesse aspettare.
Così Nostro Signore è sempre sul suo altare e previene anche il più sollecito de' suoi visitatori. Beato chi riceve la prima benedizione del Salvatore! I peccatori, poi, Gesù in Sacramento li attende settimane, mesi, anni interi; per quaranta, per sessant'anni tiene le braccia stese verso colui che finalmente si arrenderà ai suoi insistenti inviti.
Venite ad me omnes: venite tutti a me. Ah, se potessimo vedere la gioia di Nostro Signore quando andiamo a lui! Si direbbe che l'interesse, che il guadagno sia tutto suo.

Si dovrebbe dunque fare attendere sì lungamente questo caro Salvatore? Vi sono pur troppo di quelli che non verranno mai, ovvero soltanto portati su di una bara; ma allora sarà troppo tardi: non troveranno che un giudice sdegnato.

III. - Gesù da senza far strepito; i suoi doni non si vedono neppure; nasconde le sue mani perché si pensi soltanto al suo Cuore, al suo amore. Nel farci così i suoi doni c'insegna a dare in segreto e a nasconderci quando tacciamo del bene, affinché i ringraziamenti salgano unicamente a Dio, autore di tutti i doni.

La bontà di Gesù giunge sino alla riconoscenza verso di noi: sì, Egli si appaga di tutto quello che gli diamo e se né rallegra. Si direbbe che né ha bisogno; anzi ce lo domanda e ci supplica: Figlio mio, te né scongiuro, dammi il tuo cuore!

IV. - Più ancora, il suo amore va sino all'ultimo limite, alla debolezza.
Ah, non scandalizziamoci: qui è il trionfo della bontà di Gesù nell'Eucaristia! Vedete una madre, la cui tenerezza non ha altri limiti che la morte; vedete il padre che corre incontro al figlio prodigo e piange di giubilo nel rivedere questo ingrato, questo scialacquatore del suo patrimonio. Il mondo forse chiama siffatte cose debolezza, mentre sono l'eroismo dell'amore. Che diremo dunque della bontà del Dio dell'Eucaristia? Ah, Signore, bisogna pur confessare lo scandalo della vostra bontà! Perdonateci.

Gesù nel Santissimo Sacramento si circonda di debolezza; si lascia disprezzare, disonorare, insultare, profanare alla sua presenza, sotto i suoi occhi, appiè dei suoi altari. E l'angelo non percuote questi nuovi Giuda? No. E l'Eterno Padre lascia insultare il suo Figliuolo diletto?
Qui è peggio che sul Calvario; perché là almeno il sole si velò per orrore, gli elementi piansero il loro Creatore: qui nulla.

Questo Calvario dell'Eucaristia sorge dappertutto dal Cenacolo si propagò fino a coprire tutta la terra e durerà sino all'ultimo istante della esistenza del mondo. O mio Dio, perché questo eccesso di amore? E' il combattimento della bontà contro l'ingratitudine. E' Gesù che vuole avere tanto più d'amore di quanto odio possa avere l'uomo; Gesù che vuole amare l'uomo, suo malgrado, fargli del bene ad ogni costo. Si è rassegnato a tutto piuttosto che vendicarsi: vuole stancare l'uomo con la sua bontà.

Ecco la bontà di Gesù, senza gloria, senza strepito, circondata di debolezza, ma tutta risplendente di amore per quelli che vogliono vedere. Quam bonus Israel Deus! O Gesù, Dio dell'Eucaristia, come sei buono! 

di San Pietro Giuliano Eymard

“Il sacerdote non si appartiene”



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Ricordò, Giuda, quell’altra Pasqua nella quale il Signore aveva promesso l’Eucaristia? Parimenti significativa per Giuda, anche se questi lo ignorava, fu l’accentuazione sull’umiltà proprio nel momento solenne in cui Cristo istituiva l’Eucaristia. Nostro Signore ribadì il concetto che, in un certo senso, i suoi Apostoli erano dei re. Egli non negò la loro capacità istintiva d’essere aristocratici, ma disse che la loro sarebbe stata l’aristocrazia dell’umiltà, la nobiltà dei primi divenuti gli ultimi. Affinché comprendessero la lezione, rammentò la posizione ch’Egli occupava in mezzo a loro come Maestro e Signore, conservandosi ciò malgrado privo della minima traccia di superiorità. Molte volte ripeté di essere venuto non per essere servito, ma per servire. Portare il fardello altrui, e soprattutto i loro peccati, era il motivo per cui si era fatto il «servitore sofferente» profetizzato da Isaia (52, 13; 53, 11). E non accontentandosi delle parole, Egli le rafforzò con un esempio: … si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. (Gv 13, 4-5). La descrizione di Giovanni è di una minuziosità sorprendente. Elenca ben sette azioni diverse: il levarsi, il deporre le vesti, il prendere un panno, il cingersene, il versare l’acqua, il lavare i piedi, l’asciugarli con il panno. Possiamo immaginare che un re di questa terra, prima di far ritorno da una regione lontana, renda un umile servizio a uno dei suoi sudditi, ma non diremmo che lo fa perché sta per tornare alla sua capitale. Eppure, Nostro Signore ci è descritto intento a lavare i piedi dei discepoli perché sta per fare ritorno al Padre. Egli ha insegnato l’umiltà con il precetto: «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14, 11); con la parabola, mediante l’episodio del pubblicano e del fariseo; con l’esempio, prendendo un bimbo tra le braccia; e ora l’insegna con la condiscendenza. La scena fu come una ripetizione della sua Incarnazione. Levandosi dal banchetto celeste nell’intima unione della natura con il Padre, depose le vesti della sua gloria; cinse la sua divinità con il panno della natura umana, preso da Maria; versò il lavacro della rigenerazione che è il Sangue sparso sulla Croce per redimere gli uomini; e cominciò a lavare le anime dei discepoli e dei seguaci con i meriti della sua Morte, della sua Risurrezione e della sua Ascensione. In proposito, san Paolo si espresse in modo mirabile: il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2, 6-8). Placatesi le proteste di Pietro, gli altri discepoli se ne stanno immobili, perduti in muto stupore. Quando l’umiltà proviene dall’Uomo-Dio, come qui accade, ovviamente sarà mediante l’umiltà che gli uomini torneranno a Dio. Ognuno di essi avrebbe ritirato i piedi dal catino se non fosse stato per l’amore che gli pervadeva il cuore. Nostro Signore, però, non voleva abbandonare Giuda, e una volta ancora cercò di suscitare in lui la consapevolezza di ciò che stava tramando. «… e voi siete mondi, ma non tutti» (Gv 13, 10). Una cosa era l’essere scelto come Apostolo, un’altra essere eletto alla salvezza mediante l’osservanza degli obblighi relativi. E affinché gli Apostoli si rendessero conto che nelle loro file l’eresia, o lo scisma o il tradimento non erano inattesi, Gesù citò il salmo 40 per dimostrare che i profeti già l’avevano annunciato: Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono (Gv 13, 18-19). Le parole si riferivano alle sofferenze di Davide per mano di Akhitofel, slealtà in cui viene prefigurato ciò che il regale Figlio di Davide avrebbe sofferto. Anche in un altro esempio la ferita era inflitta con l’estremità inferiore del corpo. In Genesi (3, 14) Dio disse al serpente che la donna l’avrebbe schiacciato mentre se ne stava in agguato ai suoi piedi. Pareva che ora il demonio si dovesse prendere una momentanea rivincita nell’usare il tallone per infliggere una ferita al seme della donna, il Signore. In altra occasione Nostro Signore disse: … e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa (Mt 10, 36). Soltanto chi abbia sofferto un simile tradimento da parte di qualcuno della sua casa può avere una pallida idea della tristezza che quella notte pervase l’anima del Salvatore. Qualunque esempio, consiglio, amicizia è senza frutto per chi intende fare il male. Una delle più cocenti espressioni di dolore che siano mai uscite dalle labbra di Gesù fu pronunciata per esprimere il suo amore per Giuda e per lamentare la decisione presa dall’apostolo rinnegato di peccare con tutta libertà. … Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà» (Gv 13, 21). Come reazione vi furono dodici domande. Dieci degli Apostoli chiesero: «Sono forse io, Signore?». Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?» (Mt 26, 22) Tuttavia, uno chiese: «Signore, chi è?» (Gv 13, 25). Questi fu lo stesso Giovanni. Il dodicesimo non aveva scelta: doveva continuare la simulazione: Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?» (Mt 26, 25). Vediamo dunque che undici Lo chiamarono «Signore», Giuda invece lo chiamò «Rabbi». Ed è questa una perfetta prova dell’affermazione di Paolo che «nessuno può dire “Gesù è Signore!” se non per ispirazione dello Spirito Santo» (1Cor 12, 3). Siccome lo spirito di cui Giuda era pervaso era satanico, egli Lo chiamò «Maestro»; gli altri Lo chiamarono «Signore», professandone pienamente la divinità. Durante la prima parte di quella cena pasquale, tanto il Signore quanto Giuda avevano attinto al medesimo piatto. Il fatto stesso che Nostro Signore scegliesse il pane come simbolo del tradimento può avere richiamato alla mente di Giuda il pane promesso a Cafarnao. Umanamente parlando, può sembrare che Nostro Signore avrebbe dovuto, con voce tonante, denunciare Giuda; al contrario, in un ultimo tentativo per salvarlo, Egli usò il pane dell’amicizia. Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!» (Mt 26, 23-24). Alla presenza della divinità, chi può essere sicuro della propria innocenza? Era ragionevole che ciascuno dei discepoli chiedesse se non fosse stato lui. L’uomo è un mistero persino per se stesso. Egli sa di avere nel cuore dei serpenti assopiti che in qualunque momento possono svolgere le spire e scattare, pungendo e iniettando il loro veleno in chi sta loro accanto, fosse anche Dio. Nessuno di loro poteva avere la certezza di non essere il traditore, anche se nessuno era conscio di un’eventuale intenzione di tradirLo. Solo Giuda sapeva come stavano le cose. Persino quando Nostro Signore rivelò di conoscere il tradimento, Giuda non recedette dalla decisione di compiere il male. Sebbene il suo crimine fosse stato scoperto e il male messo a nudo, non sentì la vergogna che avrebbe dovuto farlo desistere. Alcuni si ritraggono inorriditi quando vengono messi di punto in bianco davanti ai loro peccati, ma per quanto Giuda vedesse la propria perfidia descritta in tutta la sua bruttura, all’atto pratico egli dichiarò, nel linguaggio di Nietzsche: «Male, sii tu il mio bene». Il Signore gli diede un avvertimento. In risposta alla domanda degli Apostoli: «Sono forse io, Signore?», Egli dichiarò: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone (Gv 13, 26). Che Giuda abbia commesso liberamente il peccato è dimostrato dal susseguente rimorso. Altrettanto libero era il Cristo di fare del tradimento la condizione della sua Croce. Gli uomini malvagi sembrano opporsi all’economia divina, sembrano essere fili sbagliati nell’arazzo della vita; eppure, tutti quanti hanno il loro posto nel piano divino. Se il vento di tempesta ulula irrompendo in basso dai cieli neri, da qualche parte vi è una vela che lo fermerà e lo piegherà al servizio e all’utilità dell’uomo. Quando il Signore disse: «È colui al quale porgerò il boccone che sto per intingere», Egli stava compiendo un gesto di amicizia. Sembra che porgere un boccone sia stato un gesto tradizionale tanto presso i Greci quanto presso i Semiti. Socrate disse ch’era sempre un segno di favore offrire un boccone al commensale. Nostro Signore spalancò a Giuda la porta del pentimento offrendogliene l’opportunità con il boccone, come più tardi avrebbe fatto nuovamente nell’Orto degli Ulivi. Ma benché il Signore tenesse spalancata la porta, Giuda non volle entrare. Anzi, fu piuttosto Satana a entrare in lui. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto» (Gv 13, 27). Satana non possiede che le vittime volontarie. I segni di misericordia e d’amicizia offerti dalla Vittima avrebbero dovuto muovere Giuda al pentimento. Quel pane dovette bruciargli le labbra, come più tardi i trenta denari gli avrebbero bruciato le mani. Soltanto qualche minuto prima, le mani del Figlio di Dio gli avevano lavato i piedi; ora, quelle stesse mani divine gli toccano le labbra con un boccone; e nel volgere di poche ore, le labbra di Giuda avrebbero baciato quelle di Nostro Signore nell’atto finale del tradimento. Il Mediatore divino, ben sapendo qual sorte Gli sarebbe toccata, ordinò a Giuda di aprire maggiormente il sipario sulla tragedia del Golgota. Quel che Giuda aveva da fare, lo facesse in fretta. L’Agnello di Dio era pronto al sacrificio. La Misericordia divina non smascherò il delatore. Nostro Signore, infatti, tenne celata agli altri l’identità di chi lo tradiva. La norma vigente nel mondo, che ama spargere ai quattro venti gli scandali, anche quelli non veri, è qui applicata alla rovescia per nascondere la verità. Nel vedere che Giuda si alzava, gli altri supposero che uscisse per una missione di carità. Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri (Gv 13, 28-29). Ma Giuda era uscito per vendere, non per comprare. Sarebbe andato non in soccorso ai poveri, ma ai ricchi che custodivano il tesoro del tempio. Pur conoscendo le malvagie intenzioni di Giuda, Nostro Signore continuò a comportarsi con gentilezza. Avrebbe sopportato l’ignominia da solo. In molti casi Gesù agì come se gli effetti delle azioni altrui gli fossero ignoti. Sapeva che avrebbe risuscitato Lazzaro anche mentre piangeva. Sapeva chi credeva in Lui e chi lo avrebbe tradito, ma ciò non indurì il suo Sacratissimo Cuore. Giuda respinse il suo ultimo appello e così la disperazione gli rimase nel cuore. Appena preso il boccone, Giuda uscì. «Era notte» (Gv 13, 30), condizione appropriata per un’azione così tenebrosa. Forse era un sollievo trovarsi lontano dalla Luce del mondo. A volte la natura si accorda con le nostre gioie e i nostri dolori; a volte discorda. Il cielo è plumbeo se in noi vi è malinconia. La natura si stava adeguando all’azione malvagia di Giuda. Quando uscì, non trovò il sorriso del sole di Dio, ma la stigea oscurità della notte e la tenebra sarebbe scesa anche in pieno giorno all’atto della crocifissione del Cristo. Giuda è intelligibile unicamente in relazione al Corpo e al Sangue di Cristo. Il fatto che volesse arraffare denaro fu l’effetto, non la causa che portò alla rovina il suo sacerdozio.
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Tratto da “Il sacerdote non si appartiene” del Venerabile Fulton J. Sheen

L'ARALDO DEL DIVINO AMORE



DOTTRINA E MISSIONE DI S. GELTRUDE

L'elogio delle opere di S. Geltrude ci sembra inutile ripetizione: ci limiteremo dunque a domandare rispettosamente alla nostra cara Santa, ov'Ella attinse la sua dottrina, e a scrutarne l'importanza nella storia religiosa.
Non sarà tuttavia inutile ripetere, almeno per i lettori che conoscono poco S. Geltrude, il giudizio che ne diede qualche anno fa, Don Guéranger, nella prefazione dei suoi « Esercizi spirituali ».
« L'enumerazione degli ammiratori di S. Geltrude sarebbe lunga e imponente. A capo si potrebbe scrivere il nome di S. Teresa che, secondo la narrazione del P. Ribera, suo confessore, l'aveva presa per maestra e per guida. Luigi Blois la raccomanda nel suo « Monile spirituale » con espressioni del più vivo entusiasmo: S. Francesco di Sales ne parla con ammirazione, il sapiente Cornelio A, Lapide nel suo commentario sulla Scrittura, chiama S. Geltrude perfettissima maestra di spirito. Ci sarebbe facile continuare a lungo tale enumerazione: la concluderemo invece col giudizio dell'Olier, tolto dalle sue opere inedite: ecco come si esprime quel grande Servo di Dio.
«S. Geltrude, con l'incantevole sua semplicità e profonda umiltà, ha indotto Nostro Signore a trattarla e ad arricchirla con divina generosità. La lettura delle sue opere guida l'anima a unione sempre più stretta con Gesù; tale dottrina è assai diversa da quei libri contemplativi che si sforzano di allontanare l'anima dall'unione con la santa Umanità di Nostro Signore.
Il carattere di S. Geltrude venne studiato e definito da giudici assai competenti, tanto che sarebbe difficile trovare un altro libro che abbia avuto elogi così numerosi ed eminenti. C'è però un'autorità ancor più sicura e decisiva: quella della santa Chiesa, la quale, diretta dallo Spirito Santo, ha espresso il suo giudizio, mediante l'organo della santa Liturgia. L'Ufficio solenne della Santa contiene accenti di glorificazione sublime ».
Riguardo poi allo spirito che animava S. Geltrude, l'illustre abate Olier aggiunse:
«Grandi sono i vantaggi che risultano dalla spiritualità geltrudiana, la quale mediante la libertà dello spirito, produce nelle anime, senza rigidezza di metodi, disposizioni eccellenti di cui non posseggono il segreto i moderni sistemi. Nessuno può leggere gli scritti dell'antica Scuola Benedettina, senza sentirsi penetrato da un senso di libertà e di gioia. S. Geltrude, seguace di S. Benedetto, ne rappresenta un magnifico esempio. Lo spirito della religione cattolica è uno spirito facile, dilatato, sereno, uno spirito, di libertà, come dimostrano, gli scrittori ascetici della vecchia Scuola Benedettina: i moderni invece hanno cercato di restringere, le anime, e queste, metodo, ha fatto più male che bene».
Lo spirito di S. Geltrude è dunque quello della Chiesa cattolica, attinto alle sorgenti più pure: la sacra Scrittura e la Liturgia. Per capir bene gli scritti della nostra Santa, bisogna cercarvi la semplice e sublime armonia di un'anima, le cui facoltà equilibrate vibrano al tenue soffio dello Spirito Santo: da ciò deriva la sua ammirabile libertà, perchè « ove vi è lo spirito del Signore, là vi è la libertà », (Cor. III, 17) da ciò pure deriva quell'autorità dolce « che non s'impone, ma trascina » (Esercizi di S. Geltrude, Prefaz. p. XX).
Nei primi tempi della Chiesa, essere cristiani e vivere della Sacra Scrittura e delle verità divine, era tutt'uno. L'Apostolo, ne constatava l'evidenza, quando diceva: « La parola di Cristo abiti in voi, con pienezza e con sapienza. Istruitevi, esortatevi gli uni gli altri, con salmi, con inni, con cantici spirituali, cantando a Dio nei vostri cuori con edificazione » (Coloss. III, 16); e ancora « Intrattenetevi con salmi, con inni, con cantici spirituali, cantando e salmeggiando al Signore, nei vostri cuori » (Ef. V, 19).
A quei tempi la vita sociale, come la vita privata, subiva l'influenza del ciclo liturgico, e nessuno avrebbe mai pensato d'isolare la pietà dal centro di luce e di calore della Chiesa, e di nutrirla d'altro alimento che non fosse il pane soprasostanziale della divina parola, distribuita dalla santa Chiesa. Per lunghi secoli i cristiani vegliarono con la loro Madre, consacrando alla preghiera pubblica un tempo che, nel nostro secolo dinamico, si stimerebbe perduto. Quando, col dilatarsi della Chiesa, il fervore cominciò a raffreddarsi, la perfezione cristiana si rifugiò nei Monasteri, ove assunse un'altezza che stupisce e quasi spaventa.
Ma tale stupore cresce se si studia da vicino la grande semplicità di quelle esistenze: « I santi dottori dei primi secoli, i divini patriarchi della solitudine - dice Don Guéranger - attingevano luce e calore dalla recita dei salmi nelle lunghe ore di salmodia, durante le quali la verità semplice e multiforme, passando davanti agli occhi della loro anima, li riempiva di luce e d'amore » (Anno liturgico - Prefazione).
Ora che abbiamo colto il segreto della sua vita e la chiave della sua dottrina, ritorniamo alla nostra cara Santa. Geltrude ha vissuto la vita de' suoi padri: pietà e doni sono quelli dei primi cristiani. La sua preghiera privata era nutrita dalla preghiera della Chiesa, perciò poco importa che le sue rivelazioni non seguano un ordine strettamente cronologico.

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RIVELAZIONI DI S. GELTRUDE

Ogni giorno la provvidenza di Dio sorge prima del Sole.



Nel luglio 1885, il cardinale Alimonda, suo amico, lo andò a trovare a Mathi e gli chiese: 
- Come vanno le sue finanze? 
- Oggi stesso devo pagare 30.000 lire e non le ho. 
- Come si aggiusterà? 
- Spero nella provvidenza. Mi è appena arrivata una raccomandata, vediamo cosa contiene. Aperta la busta, apparve un assegno bancario di 30.000 lire. Al cardinale vennero le lacrime agli occhi(36). 

Il 23 febbraio del 1887, il terremoto colpì la casa di Vallecrosia. Un ingegnere fece la valutazione delle riparazioni necessarie , e presentò un preventivo di 6.000 lire. Don Bosco confidò nella provvidenza. Dopo mangiato, entrò il conte Maistre, benefattore di lunga data di Don Bosco e gli disse: “Mia zia mi ha incaricato di darle 6.000 lire per le sue opere”. 
Don Bosco commosso mostrò al conte il preventivo dell’ingegnere dicendo: “Vede come Maria Ausiliatrice ha ispirato sua zia. Le trasmetta la nostra gratitudine per la sua generosa provvidenza”. 
La beata Rosa Gattorno (1831-1900) racconta il 17 giugno 1890: “Mentre pagavo i conti che erano molti, mi commuovevo, perché il denaro mi aumentava tra le mani; davo sempre e questo si moltiplicava... L’11 aprile 1892, al mattino, prima di uscire dalla Chiesa chiesi a Dio di aiutarmi con la sua provvidenza. Mi recai dove tenevo il denaro che mi serviva, sapendo che ne mancava molto per pagare una certa somma. Oh, sorpresa! Aprendo il cassettino, trovai il denaro duplicato, più di quello che mi serviva! Mi inginocchiai ai piedi dell’altare ,e lo ringraziai con tutta la forza della mia anima... Mi dovetti fare violenza perché le altre non si accorgessero di ciò che provavo”(37). 

Santa Teresina del Bambin Gesù (1873-1897) ci parla di come la provvidenza di Dio si servì di lei per poter portare l’amore ed il perdono ad un criminale di nome Prazini (MA f. 46) o come le apparve la Vergine Maria per guarirla, mentre era gravemente malata e dice: “Ciò che mi arrivò fino al fondo dell’anima fu l’incantevole sorriso della Vergine Santissima” (MA f. 30). Ugualmente, ci racconta come Dio le dimostrava il suo amore e la sua provvidenza nei piccoli dettagli come far nevicare il giorno della sua vestizione. Dice: “Avevo sempre desiderato che il giorno della mia vestizione la natura fosse come me, vestita di bianco... Quale delicatezza da parte di Gesù! Soddisfacendo i desideri della sua piccola promessa sposa, le dava la neve. Quale essere mortale per potente che sia può far cadere la neve dal cielo per compiacere la sua amata?” (MA f. 73).
è famoso il miracolo, realizzato da Santa Teresina del Bambin Gesù nel convento delle carmelitane scalze di Gallipoli nel gennaio 1910. La Priora era triste ed angustiata, perché aveva molte novizie e non poteva pagare tutti i debiti che si accumulavano per il loro mantenimento. Una sera, le apparve santa Teresina e la tranquillizzò assicurandole che l’avrebbe aiutata in questa difficile situazione. Infatti, la Madre Priora trovò, miracolosamente, nella cassa della comunità una straordinaria quantità di denaro, sufficiente a cancellare tutti i debiti accumulati e a continuare a mantenere le sue novizie. Il vescovo decise di investigare su questo fatto e, partendo dalla numerazione delle banconote da 50 lire, scoprì che questa grande quantità di denaro, con la quale santa Teresina aveva aiutato il monastero, era stata ricuperata dalla santa dalle rovine del grande terremoto di Messina. Apparteneva al lotto delle banconote che il Banco di Napoli aveva rimesso al Banco di Messina, dove era sparito sotto le macerie del terribile sisma. Questo miracolo fu preso in considerazione per la sua beatificazione, che ebbe luogo il 29 aprile 1923.

NON DIMENTICHIAMOLI



CONSACRAZIONE A SAN GIUSEPPE PER UNA BUONA MORTE

Potente Protettore e amato padre mio san Giuseppe, sposo della regina degli Angeli, Maria Santissima, madre di Dio e Signora nostra, padre verginale di Gesù, e speciale protettore e avvocato dei peccatori agonizzanti, io, miserabile peccatore, confidando nella tua amorosa pietà, con il desiderio di amarti e servirti al cospetto di Gesù, mio
dolce Redentore, di Maria Santissima, tua sposa e alla presenza di tutta la corte celeste, ti eleggo in questo giorno per mio speciale protettore, avvocato e difensore, per tutte le azioni della mia vita e l'agonia della mia morte e da oggi per sempre mi consacro come servo, schiavo, figlio e tuo devoto, e come tale mi consegno a Te in tutti i modi possibili con una perfetta donazione.
E Tu, sovrano Patriarca, usa con me misericordia nell'ora tremenda e nell’agonia della mia morte. E quando mi mancheranno le forze, e la mia lingua non potrà invocarti, quando i miei occhi non vedranno più la luce e avrò perso il senso dell’udito, e non potrò ricevere favori umani, ricordati, o Padre mio, delle suppliche che ora presento davanti alla tua compassionevole pietà e tenerissima misericordia, proteggimi in quell’ultimo giorno e in quel momento di estrema necessità, perché aiutato dal tuo patrocinio, io muoia nella grazia del Signore, libero da tutti i miei nemici e collocato tra i beati di Dio, che spero di lodare per tutta l’eternità in tua compagnia. 
Amen.


GIACULATORIA A SAN GIUSEPPE

San Giuseppe, padre putativo di Gesù Cristo e vero Sposo di Maria Vergine, prega per noi e per gli agonizzanti di questo giorno (e di questa notte). Amen.

San Giuseppe di te mi fido!
San Giuseppe in te confido!
San Giuseppe a te mi affido!
Proteggimi, salvami!
Soccorri, libera, le Anime del Purgatorio!